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Tiburtina e l’elevatore: nascita di un’amicizia

Le solite, inutili, vuote parole rompono il silenzio. Hanno vita propria. Si animano e riempiono gli spazi che fatichiamo a sopportare: i silenzi.

“È stato a Roma per lavoro dotto’?”

“Si”

“Èannato tutto bene?”. Come se gliene fregasse qualcosa…

“Si”

“Caldo bestiale in questi giorni…”

“Nun me lo dica dotto’… Un’altra giornata così e moro”. Come se me ne fregasse qualcosa…

Continuiamo a fissare un punto imprecisato lungo le rotaie che accompagneranno Italo al binario 11. Ognuno in compagnia dei fatti suoi.

Rompo il silenzio.

“Come mai alla Stazione Centrale di Milano e Roma Termini l’elevatore è elettrico e qui a Tiburtina è a manovella?”

Il mio interlocutore, un addetto all’assistenza disabili si infiamma.

“Dotto’, che je devo dì”. E fa una pausa. Poi, si lancia: “Per costruire sta stazione hanno chiamato gli arcchitttettti, gli inggegnneri … i ppremi Nnobbel… e se so dimenticati ‘na presa di corente sul binario”.

Lo guardo. Alzo il sopracciglio. E ci facciamo una risata.

“Buon viaggio dotto’”

“Chiamami Ricky”

“Me chiami Maurizio”.

Leggi anche: Finché scegli uno c’è la salute…

tiburtina

“Io adoro le rotelle…”

E dopo due anni di collaborazione con Aida Partners come direttore dell’Area Sostenibilità & Economia Civile finalmente abbiamo il nostro ufficio! Il trasloco è veloce e indolore. Dopo due anni di pellegrinaggio quotidiano alla ricerca di una postazione libera o di una quotidiana negoziazione con Gabriella, la segretaria di direzione, per ottenere una sala, tutti i nostri documenti sono digitali. Archiviati più o meno ordinatamente nei nostri portatili.

Lunedì mattina entriamo nella nostra stanza e prendiamo le misure. Riempiamo la libreria. Assaltiamo la lavagna per dare ordine ai lavori. Ci dividiamo le postazioni. Beatrice e io ci insediamo in quelle principali. Carlo, il nostro assistente, giovanissimo, brillante, appassionato e di una sensibilità antica, di quelle che sono disposte a subire qualsiasi cosa pur di non creare problemi agli altri, viene smistato nella postazione dell’assistente. Bassa. Stretta. Le gambe chilometriche di Carlo faticano a trovare l’assetto giusto. Sono salvate da una seggiola hi-tech, espropriata dalla sala riunioni corporate, con il telaio in acciaio e il corpo in tessuto “avvolgente”. Sagomata. Molleggiata. Carlo è comodissimo.

Ma non ha fatto i conti con Gabriella. Irrompe in stanza spingendo una seggiola da ufficio simil Ikea con le rotelle sghembe.

“Questa è la tua sedia Carlo”. La spiegazione di Gabriella è decisa. Non ammette repliche.

Carlo cambia. Le ginocchia si assestano sotto il mento. Le braccia devono trovare la strada per la tastiera.

“Sei sicuro di essere comodo?”. Il lato materno di Gabriella non resiste.

“Sono molto comodo, grazie”.

“Ma sei sicuro?”

Beatrice e io osserviamo la scena perplessi.

“Guarda che se sei scomodo, ti rimetto questa”, insiste Gabriella molleggiando la seggiola hi tech.

“Per nulla Gabriella, ti ringrazio. Sono comodissimo”.

Intervengo. “Gabriella, lasciagli la seggiola hi tech. Non ti dirà mai che scomodo!”

“Scusa Carlo, pensavo che preferissi questa con le rotelle. Io adoro le sedie con le rotelle. Metterei rotelle dappertutto. Anche sotto i mobili”.

“No, è che…”.

Interrompo Carlo.

“Anch’io ho sempre adorato le rotelle… ma evidentemente devo aver sbagliato qualcosa…”

E ora, rallentare…

Una settimana steso da una bronchite micidiale. Non riesco ad alzarmi tanta è la febbre. La tosse mi blocca il respiro. Mi guardo intorno. Nella camera illuminata dalla luce notturna le ombre si arrampicano ovunque. Non si lasciano sfuggire alcun appiglio.

Un pensiero sta cercando di farsi strada verso la mia coscienza. Percepisco la sua fatica. Gli sforzi vani per raggiungermi. “È debole. Come me”, penso. “Oppure la mia coscienza lo respinge”, penso. “Oppure entrambe”, penso.

La perseveranza vince sempre. Il pensiero si piazza decisamente davanti agli occhi. Sono gli inizi di marzo. Un momento che cominciavo a dimenticare. Cinque anni fa, l’infarto. Erano gli inizi di marzo. Cinque anni dopo la bronchite più pesante che mi sia mai capitata.

C’è un significato. Forse solo una coincidenza. A 52 anni è arrivato il momento di rallentare. Ma non troppo. Forse è sufficiente diventare un po’ più saggio. Ma non troppo. E imparare a modulare l’acceleratore.

13 marzo 2017

 

rallentare

“Porc … la carr…”

Stepan ripete meccanicamente i gesti che compie da cinque anni. Quasi sei. Apre il cancello del nostro cortile. Entra con la macchina. La parcheggia. Scende. Apre il bagagliaio. Poi, apre la mia portiera. Mi trasferisco sulla carrozzina. Entriamo in casa.

Mezz’ora prima siamo usciti da Aida ripetendo altri gesti meccanici. Mi aiuta ad alzarmi dalla carrozzina e scendere i sei gradini nel cortile del condominio. Mi appoggia in macchina.

Arrivati a casa lottando con il traffico, esegue la routine fino all’apertura della mia portiera. La procedura si interrompe, mi sta guardando con un sorriso stirato. Le labbra increspate. Gli occhi che guizzano da un lato all’altro come se cercassero una via di fuga. Deglutisce rumorosamente.

“Ricky, dobbiamo tornare in Aida…”. Lo dice con lo spirito del condannato aspettandosi che si scateni un uragano.

“Cazzo – penso – il cellul…”.

Non faccio in tempo a finire che Stepan mi stende. “Mi sono dimenticato la carrozzina”.

“Questo fine settimana pubblichi un post sul blog, me lo merito”.

……

Dopo cena, al telefono con Rossella.

“… e così mi dice che si è dimenticato la carrozzina”. Concludo ridendo e spiegando che è una settimana che lavora come un dannato. Per questo non ho intenzione di pubblicare nulla sul blog.

“Beh Ricky, poteva capitare di peggio. Poteva dimenticare te!”

Decido di scrivere il post.

 

17 febbraio 2017

dimenticarsi

Retroscena a “La vita in diretta”

Marco Liorni ha appena lanciato il servizio. Alcune badanti stanno raccontando la loro vita nelle famiglie milanesi.

“Stepan, quando rientriamo in studio riprendo da te. Ti chiedo com’è lavorare con Riccardo”. Marco Liorni mette sul chi va là Stepan.

“Ok”. Stepan risponde con sicurezza.

Un colibrì non farebbe in tempo a battere le ali una sola volta che Stepan affonda le unghie nel mio avambraccio. Mi guarda controllandosi. Nonostante lo sforzo la sua preoccupazione sta sgorgando da ogni poro.

“Ricky, cosa dico…?”

“Di quello che pensi Stepan, dì la verità”. Sospetto cosa dirà, ma mi sono ripromesso di essere sempre onesto con i miei lettori.

Il servizio finisce. Le telecamere in studio si riattivano. Marco Liorni annuncia il rientro e guarda Stepan con un sorriso rassicurante.

“Stepan. Com’è lavorare con Riccardo?”

“Prima di tutto – esordisce Stepan – Riccardo è un gran rompiscatole…”

 

Clicca qui e guarda l’intervista

 

29 febbraio 2016

La vita in diretta Continua a leggere

Il “sommelier” alla stazione

PRIMA LEGGI: “Il sommelier ucraino (parte 1)”

PRIMA LEGGI: “Finché c’è la salute …”

Roma. Stazione Tiburtina. Il Binario 6 è più affollato del solito. Sciopero dei mezzi pubblici, una pioggia inarrestabile, “Black Friday” sono i complici della massa di umanità che ci circonda.

Fabrizio ci ha raggiunti al bar, pronto ad assistermi a montare in carrozza. La carrozza 8 di Italo, quella attrezzata per i disabili.

“Perché non ci spostiamo più avanti? Di solito la carrozza 8 si ferma là”, suggerisce Stepan, preoccupato dalla muraglia umana e che dobbiamo fendere con carrozzina, montacarichi e trolley.

“Non è detto – risponde Fabrizio – dipende anche da come è partito il treno”.

“Ma di solito …”, Stepan prova a insistere.

Fabrizio, ridendo lo interrompe: “ao,…  Stepan, che dopo il sommelier vuoi fare anche il capotreno…?”. Lasciamo Roma accompagnati dall’eco della risata.

La carrozza 8 si è fermata al solito posto. Dove aveva indicato Stepan.

 

26 novembre 2016

tiburtina

Che fai? Stringi?

Scendo agilmente i cinque gradini che portano al bar nel seminterrato dell’Università. Volto a destra. Ai nostri tavoli, i nostri soliti tavoli, ci sono tutti.

Sono uscito dal Besta la mattina. Il primo ricovero è terminato con una massiccia dose di cortisone. Già nei primi giorni le mani avevano cominciato a riprendersi. Sono arrivato a casa. Tempo di una doccia, cambiarmi e saltare in macchina. E mi precipito al bar dell’Università. Casa.

Sergio, Gianni, Giuseppe, Cristina, Paolina, Mario, Ugo, Giampaolo, Arthur, Paola. Saluto tutti. Passo da un tavolo all’altro. Fabio Moretti, nella sua camicia sempre perfettamente stirata a qualsiasi ora del giorno, mi tende la mano. La afferro.

“Che fai? Stringi?”.

Non mi ha chiesto nulla del ricovero. Non mi ha domandato come era andata, come stavo.

“Che fai? Stringi?” Si. Le mani stavano riprendendo vigore.

 

Dicembre 1987, circa.

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