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Leonardo e Carlo: i giganti (parte 2-fine)

Leggi anche: “Leonardo e Carlo: i giganti (parte 1)

Distolgo lo sguardo. Ma solo per un attimo. È troppo familiare. Lo riguardo. Mi sorride. “Cazzo, è proprio uguale a Carlo”. “Oh cazzo… È Carlo!”. Allungo il collo per avvicinare gli occhi. Anche pochi centimetri possono fare la differenza. Formulo le parole “sei tu” con il solo labiale. Mi sorride. È lui. Mentre Leonardo continua il suo monologo penso a Carlo e alla sorpresa che mi sta facendo. Al senso del fatto che sia qui stasera, a 150 km da Reggio Emilia. Non ha senso. È alla terza presentazione del mio libro. Ogni tanto ci lanciamo un’occhiata.

Da quanti anni conosco Carlo? 40. Una vita. Faccio un respiro profondo per riprendermi dalla consapevolezza del tempo che è passato. Da quanto tempo? E la mente corre alla prima pagina del mio libro: “La salsedine che riempie il respiro, il sale che secca la pelle, la sabbia che brucia sotto i piedi… Se chiudo gli occhi e guardo indietro, alla prima immagine ed emozione che ricordo, vede il mare, il movimento incessante delle onde, il ritmo con il quale si infrangevano una dopo l’altra, una nell’altra. L’orizzonte limpido e infinito del Mediterraneo, le sfumature di azzurro che riempivano ogni respiro. Alle mie spalle la spiaggia e, poco più indietro, Bengasi, la seconda città e porto principale della Libia.

Al mio fianco Sami, il mio migliore amico, e poi Alessandro, Anwar, Carlo, Massimo e Ricky. (…). Passavamo ore a correre e saltare tra le onde (…).

Sono i miei primi amici. Carlo c’era già. Ma poi? Poi, c’è sempre stato. Non te lo dava a vedere. Era discreto, Carlo è sempre stato discreto. Ma se c’era una persona sulla quale potevi contare, quella era Carlo. Difficilmente Carlo diceva di “no”. Almeno, le volte che l’ho sentito io sono talmente rare che mi sono chiesto se sapesse pronunciare quella parolina. Carlo è quello che ti aiuta senza che tu glielo chieda. Carlo è quello che ti sorprende. Come mi ha sorpreso quando mi ha chiamato per dirmi che stava organizzando una presentazione del mio libro a Reggio Emilia. La sorpresa più grossa è stata la sua introduzione. Di me ha detto cose che non avrei mai immaginato. Ma la cosa ancora più sorprendente è stata l’emozione con cui leggeva. Mentre lo ascoltavo, mentre lo guardavo pensavo a quanto gli voglio bene e quanto, alle volte, mi è capitato di darlo per scontato. Invece Carlo è un altro gigante. Non te lo dà a vedere. Devi scoprirlo lentamente e te lo devi meritare.

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Quando Franco, suo papà, ci ha lasciati, dopo che Carlo l’aveva accudito per un numero incalcolabile di fine settimana, sono andato al funerale con Flavio, un nostro amico dai tempi della Libia. Tornando ripensavamo alla famiglia Coda, agli episodi di vita vissuta con Carlo, Massimo, Marina, Franco e Paola. Flavio interrompe uno dei lunghi silenzi che ci accompagnavano sulla strada del ritorno:

“Carlo è la persona più buona che io conosca”.

“È vero Fla”.

Abbiamo terminato lo spettacolo e mi sono precipitato da Carlo. Ci siamo abbracciati. Poco lontano da noi Stepan mi aspettava. Gli avevo giurato che finita la rappresentazione saremmo tornati a casa. Non avevo intenzione di rompere la promessa.

“Carlo, porca miseria, se tu mi avessi avvisato mi sarei organizzato. Purtroppo devo andare a casa subito”.

“Non è importante Ricky, mi bastava sentirti parlare”.

Questo è Carlo.

Leonardo e Carlo, i giganti.(Prima parte)

Diversità, sofferenza, depressione, resurrezione, felicità. Il monologo di Leonardo lascia il segno, come sempre. Il teatro è quasi vuoto. Ci saranno 30 persone, ma sono persone motivate. Sono presenti perché vogliono sentire qualcuno parlare di difficoltà e sofferenza, e soprattutto da chi le ha superate. L’attenzione è così forte che si può quasi toccare il silenzio. Il carisma di Leonardo fa presa come il cemento rapido che si asciuga sotto il sole. Forte.Ogni volta che sento raccontare la sua storia mi sorprende che un uomo sia passato attraverso tutta quella sofferenza quasi indenne. E oggi lo racconta con una straordinaria autoironia, la cifra della sua resurrezione. Tutte le volte che lo ascolto scopro una nuova sfumatura, un nuovo angolo che cominciano sorprendermi sempre meno man mano che lo conosco. E la mia stima cresce.

Io sono in mezzo al palco comodamente seduto sulla mia seggiola a rotelle. Ho finito la prima parte del mio intervento sulla disabilità. Tocca a Leonardo, il mio “fratellone”, che mi vuole sempre vicino. Dice che ha bisogno di interagire con me. Ma probabilmente vuole la mia compagnia o forse la mia rassicurazione. Non importa. Il mio fratellone mi vuole lì, al centro, e io sarò lì dove lui mi vuole. Lo chiamo “fratellone” nonostante l’altezza. Anzi, a dispetto dell’altezza, per rompere gli schemi così come ho intitolato “Tutte le fortune” il mio libro.

Ci siamo conosciuti alla seconda presentazione del libro in questo caso fortissimamente voluta da Ida La Camera del circolo “vivi con stile” di Legambiente. Stavamo provando il microfono alla “Stecca degli artigiani”. Il microfono funzionava. L’asta che doveva tenerlo poco lontano dalla mia bocca, invece, non voleva saperne di stare in posizione. Aspettava pochi secondi e poi si piegava come un girasole nella notte. Ogni volta che provavano.

La presentazione alla “Stecca degli artigiani”

Leonardo era saltato giù da una sedia in seconda fila, aveva raggiunto il gruppetto di tecnici o sedicenti tali, aveva staccato il microfono dall’asta e con la sua dolcezza che non ammette repliche disse che lo avrebbe tenuto lui. Mi sono preoccupato. Leonardo è affetto da acondroplasia. È un nano, tanto per intenderci. L’avevo guardato con sorpresa e mi ero preoccupato. Non volevo approfittare. “Tranquillo” mi disse guardandomi dal basso in alto con la sua voce profonda e calda. Il microfono è stato tutta la sera in posizione. Leonardo non si era mosso di un soffio. Ha tenuto il microfono senza lamentarsi. Poche settimane dopo debuttavamo con il nostro spettacolo sulla disabilità. Così ho scoperto cos’è Leonardo. È un uomo come ce ne sono pochi. Quando lo vedi arrivare lo noti perché è piccolo piccolo. Poi lo conosci, e Leonardo si conosce in fretta, e ti rendi conto di essere al cospetto di un gigante. Perché tutta quella umanità, quella generosità, quella dolcezza non possono che albergare in un gigante.

Quando Leonardo parla non sta fermo un istante: attraversa il palco, torna indietro, sparisce dietro una quinta, ricompare dall’altra, mi raggiunge e mi mette una mano sulla spalla. Riparte. Ritorna. Io rischio il mal di testa ma non lo perdo d’occhio. Lo seguo incessantemente.

Lo sto seguendo da alcuni minuti. Gli occhi lo seguono quando improvvisamente mi suggono verso sinistra. In prima fila. Le luci del palco che assolvono anche il compito di non rendere visibile il pubblico non mi danno una mano. Sono attratto da una figura familiare. “Toh”, penso dopo un po’ che lo osservo. “Guarda un po’ quanto quello assomiglia a Carlo”.

La dedica

“Ok Ricky, sono pronto. Dove scrivo?”

Flavio si assesta sulla sedia. Controlla la penna. Funziona. Non gli resta che scrivere la dedica che gli sto per dettare.

Siamo ancora rimbambiti dal sabato prenatalizio. Milano è uggiosa. Caotica. Una giornata da restare “tappati in casa”.

Invece siamo nella hall dell’albergo in piazza Lodi. I Bengasini, i bambini italiani che negli anni 70 erano a Bengasi in Libia pernottano lì. Stasera sono tutti a cena a casa nostra. Tutto è nato alcuni mesi prima da una straordinaria idea di Carlo e di Tamara Budec. Hanno creato un gruppo su Facebook, “Bengasi anni ‘70: io c’ero”. Hanno invitato tutti i Bengasini che conoscevano e che erano usciti a rintracciare. Abbiamo cominciato a scriverci scavando nella memoria. E a settembre eravamo tutti a Milano a incontrarci per la prima volta. Quarant’anni dopo.

… Mentre detto la dedica a Flavio…
… Mentre detto la dedica a Flavio…

“Sulla quinta pagina – indico a Flavio la posizione mentre gira le pagine – si, proprio lì”

“Cosa scrivo?”

“Aspetta che faccio mente locale”. Chiudo gli occhi per concentrarmi il minimo necessario.… Penso a Tamara. Alla bambina che mi piaceva in Libia. Alla donna coraggiosa che avevo incontrato alcuni anni fa su Facebook. Alla sua passione per “badavo in badanti.org” e all’idea che diventasse un libro. A settembre aveva dimenticato la sua copia di “Tutte le fortune” ed era ripartita senza alcuna dedica. Delusa.

“Ok Fla, ci sono. Scrivi la data”

Flavio si china leggermente sul libro aperto e comincia a scrivere.

Intanto rifinisco mentalmente la dedica. Ma…

“Fla, cosa hai scritto?”

“La data”

“… E perché?”

“Perché me l’hai detto tu”

“Sí ma io intendevo la data”

“E io l’ho scritto, Ricky”

“Fla, la data… 3 dicembre 2016”

“Oh cazzo”, Flavio mi guarda con due occhi sbarrati. Si dà prontamente un tono.

“Io pensavo che tu volessi scrivere…”. Non regge. Si rende conto che qualsiasi tentativo di spiegazione è più grottesco del fatto di avere scritto la data, e continua a fissarmi in silenzio. La nostra resistenza è patetica. All’improvviso la quiete della hall è squarciata da una risata fragorosa.Tamara è ripartita con una dedica e qualcosa da raccontare

RINCORRERE ITALO TRENO (fine)

Prima leggi: “RINCORRERE ITALO TRENO” (episodio 1)

Prima leggi: “TI PORTO IN VACANZA” – Paros

 

“Ma come cazzo fai a non essere preoccupato Ricky! Non arriveremo in tempo e tu te ne stai lì a leggere!”

L’ansia lo stava divorando. E Ugo me la rovesciava addosso a secchiate. Nell’ultima mezz’ora era la terza volta che sbottava. Non riusciva a trattenersi.

“Come cazzo fai a essere così tranquillo?!”.

“Come faccio? Perché metteremo il nostro culo su quel cazzo di aereo…”. In realtà ero tranquillo perché non avevamo il controllo di nulla. Dovevamo solo aspettare e sperare.

Avevo risposto senza alzare gli occhi da “I pilastri della terra”. Il romanzo di Ken Follet mi stava facendo compagnia da quando ci eravamo imbarcati al porto di Parikia, a Paros. Il traghetto era salpato con quattro ore di ritardo. Un vento infernale stava spazzando le Cicladi rallentando tutto ciò che resisteva sopra il pelo dell’acqua. All’aeroporto di Mykonos, alle 13:00, il volo che ci avrebbe riportati a casa dopo la vacanza sarebbe decollato. Pensare di prenderlo era una follia. Il traghetto arrancava tra il mare agitato, gli schianti della prua contro le onde che ci ricordavano quanto stavamo navigando lentamente. La veemenza degli schianti era tale che schizzi di Mediterraneo ci raggiungevano fin sul quinto ponte di poppa. Appiccicaticcio di acqua salmastra continuavo a leggere. Gli schizzi in faccia mi lasciavano indifferente. “Metteremo il culo su quel cazzo di aereo”, dissi sottovoce. “Metteremo il culo su quel cazzo di aereo”, ripetei sempre sottovoce. Il mormorio stava diventando un mantra.

 

“Metteremo il nostro culo su quel cazzo di treno”. Ripeto il mantra mentre le ruote anteriori della carrozzina vibrano all’impazzata. Succede sempre quando Stepan la spinge seggiola a rotelle correndo.

“Piano Stepan”

Stepan rallenta il tempo necessario a far rilassare le ruotine. Poi riprende.

La stazione di Rogoredo si avvicina sempre più rapidamente. Abbiamo parcheggiato in via Giovanni Battista Cassinis alle 9:20. A mezzo chilometro dalla destinazione. I mastodonti verdi ci hanno perseguitato fino all’ultimo. Quattro minuti e Italo lascerà anche Rogoredo. Pensare di prenderlo in tempo è una follia.

 

“Ricky, non ce la faremo…”

“Corri Stepan”

Ci precipitiamo nella stazione. Mi guardo in giro mentre Stepan continua a spingere a passo veloce.

“Rallenta Stepan”.

“Perché?”

“Il binario…”. E guardo il tabellone delle partenze alla nostra sinistra.

“Binario 1 Stepan”

“Dov’è l’ascensore?”

“Qui non c’è Stepan”.

“Come facciamo?”

Come cazzo vuoi fare Stepan? “A piedi Stepan”.

 

Osservo la scala che porta al tunnel che collega i binari. Una rampa. Un pianerottolo. Una rampa fino al corridoio. Sui lati un corrimano nero.

“Stepan, prendi il trolley, portalo in fondo alle scale all’angolo con il corridoio, e corri su a tutta velocità”

Stepan trotterella giù per la scala. Arriva in fondo. Appoggia il trolley. Si volta verso i gradini e pianta uno scatto furioso. Sembra stia scappando da una bomba. Come farebbe un terrorista. Un terrorista?! Per un attimo immagino due carabinieri che girano l’angolo, osservano la scena, e lanciano l’allarme. Sorrido, ma neanche tanto.

“Stepan, facciamo in fretta! Quel trolley deve stare là il meno possibile… Sembra una bomba”.

Stepan mi strappa dalla carrozzina. Divoriamo i gradini. E la carrozzina ci segue grazie alla generosità di un passeggero che si è offerto di portarla in fondo alla rampa. Mi ci siedo. Stepan afferra le maniglie e si lancia verso il fondo del tunnel.

Binario 1. Non abbiamo il tempo di leggere nulla. Questa volta appoggiamo il trolley sul pianerottolo a metà della rampa. Tenuto più vicino, assomiglia meno ad una bomba Stepan mi strappa nuovamente dalla carrozzina. Dietro di noi c’è il passeggero che ci ha seguiti: “tranquilli, alla carrozzina ci penso io”.

Arriviamo in cima alla rampa. Il fiato mi manca. La bocca spalancata cerca di inalare tutta l’aria possibile. Intorno, una folla di passeggeri in attesa. Sono le 9:31. “Cazzo, abbiamo sbagliato binario Stepan…”.

Un fischio mi zittisce. “Treno Italo delle 9:20 in arrivo al Binario 1. Ferma a Roma Tiburtina, Roma Termini,…”. L’annuncio che volevamo sentire. Alla nostra destra, la motrice del treno ad alta velocità bordeaux fa capolino.

“Metteremo il culo su quel cazzo di treno. Cazzo Ricky, funziona!”.

 

Novembre 2016

rifiuti

RINCORRERE ITALO TRENO (episodio 1)

Prima leggi: “CRONACA DELL’INFARTO (parte 2) (… Dove si racconta di Stepan alla guida)

“No cazzo, Stepan! Un altro!”

Il mastodonte verde si ferma. Gli operatori saltano a terra. Afferrano i sacchi neri pieni di spazzatura accumulati sul marciapiede e li scaraventano nella trituratrice. Velocemente. Ma senza esagerare. Ripartiamo come ho sempre vietato a Stepan di guidare: come se non ci fosse un domani. Stamattina è necessario.

Siamo in ritardo. Un ritardo infernale. Abbiamo un appuntamento a Roma alle 13:00, un colloquio con Arianna. Alle 14:00 una riunione con Marco e Dario dell’ufficio informatico di Legambiente. Alle ore 15:30 si aggiungerà Milena, la responsabile comunicazione. In coda Nunzio, il direttore amministrativo. Intanto dobbiamo arrivare alla Stazione Centrale, sul binario di Italo. Parte alle ore 9:15. E non aspetta.

Sono le 8:55 e siamo ancora in via Ripamonti. Siamo entrati da via Pampuri. Il tempo di arrivare al primo semaforo e siamo bloccati. Coda fino al comando dei carabinieri. E oltre.

Dobbiamo sparigliare. Via Ripamonti è una trappola di traffico. Un paio di chilometri di sabbie mobili dove le macchine si impantanano senza nessun appello a tutte le ore del giorno. È sufficiente un’auto parcheggiata non perfettamente allineata che il tram non passa più. È una piccola disattenzione che riesce a bloccare il lato sud di Milano. Reagiamo.

Giriamo a sinistra in via Noto. L’accelerazione di Stepan è bruciante e continua fino in fondo a via Verro. Non c’è in giro nessuno. Forse ce la facciamo. Mi illudo. Sono tutti in via Antonini. La attraversiamo e prendiamo via Ghini. Inchiodiamo allo stop. Sterziamo a sinistra in via Fontanili. I pneumatici fischiano mentre raschiano l’asfalto. Stepan inchioda un’altra volta. Alzo gli occhi e vedo otto vetture davanti a noi.

“Cazzo! No! Cazzo! … Un altro!”

Il pachiderma verde della nettezza urbana sta ingoiando sacchi.

“Stepan! A destra!”

“Qui?”

“Certo! Dai!”

Accelera in via Astura. Pochi metri e siamo in fondo. Stepan si lancia a destra in via Rutilia.

“Porca merda! Non ci posso credere… Ancora! Un altro… Cazzo! Non ce la faremo mai!”

Sono le 09:02. Italo parte tra 13 minuti. Stepan ha eseguito tutte le mie indicazioni diligentemente. Non ha commentato. Non ha criticato. Forse si sta anche divertendo.

“Cazzo Stepan, doveva succedere prima o poi. Avviso Legambiente che arriveremo tardi…”. Siamo appena tornati su via Ripamonti.

“Andiamo alla stazione di Rogoredo”, propone Stepan.

“Magari… Ma non c’è l’ascensore e sul binario non c’è il montacarichi…”, mi sto per rassegnare. Invece guardo Stepan che sta ancora aspettando la risposta definitiva: “sei un genio! … Gira a destra e corri!”. Da Rogoredo Italo parte alle 9:24. Niente. L’unica speranza è che parta in ritardo.

 

Novembre 2016

 

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Ciao Sergio, l’amicizia è per sempre

Arguto. Intelligente. Simpatico. Generoso. Straordinariamente generoso, soprattutto. Questo era Sergio. O forse, questo è Sergio. Sì perché chi lo ha conosciuto non può non portarsi dentro qualcosa di lui. Un piccolo dono che Sergio ti faceva semplicemente esistendo. Sergio contaminava.

Sergio non c’è più da pochi giorni. È stato portato via da un maledetto tumore al colon contro il quale aveva combattuto con ferocia senza perdere il suo spirito.

Voglio ricordarlo così. Pubblicando questa sua e-mail. È stato un esempio.

8 febbraio 2015: Oggetto:… Quale amicizia?

Riccardo,

ho sfogliato le numerose pagine del tuo blog. Vado dritto al punto.

…mi sono chiesto: ma fino ad ora dov’ero io?

Mi sono professato amico di Riccardo…ma dov’ero quando succedevano le cose che descrivi? Ne manco le sapevo se non genericamente.

Mi ha tremendamente intristito l’escursus sull’infarto. Triste per il fatto e gioioso del lieto fine: tra amici e con al fianco Nelly.

…ma io non c’ero. Cavolo non posso trincerarmi dietro al semplice “non lo sapevo” o al facile “nessuno mi ha avvisato”. Troppe volte ho detto: “ho un amico che solo per la forza di carattere ed il coraggio che dimostra ogni giorno, merita l’Amicizia” …ma poi, finita la bella boutade, l’amicizia non l’ho mai spesa seriamente. 

In quelle rare occasioni in cui riusciamo a vederci, ti abbraccio e affermo: “che piacere vederti”. E’ verità, ma è quasi un parlare auto-liberatorio. Ho detto la frase che ora mi fa stare meglio. Sembra quasi che con questa dimostrazione di amicizia mi voglia mettere l’anima a posto. Che stronzo! Quando invece bisognava esserci per quella stessa amicizia dichiarata…dov’ero?

 Ho sempre creduto nell’Amicizia (con la “A” maiuscola). Quella con Gianni; ora con Umby (pur conoscendolo da anni, è in questi ultimi tempi che va rafforzandosi); quella con l’amico, di cui ti ho fatto cenno, che scrive come te. E quindi non riesco a non sentirmi un vigliacco pensando a quello che passi ogni giorno, senza che io abbia mai fatto nulla per dimostrarti veramente almeno la mia vicinanza; ma a prescindere dai tuoi problemi, senza aver impegnato la mia Amicizia seriamente.

 Scusa. Spero di potermi far perdonare.

 Sergio

PS – Per non far sembrare questa mia una “misera richiesta di conforto”, quale rischia di essere, per favore non rispondere. Ci sarà modo di riparlarne in futuro 😉

La mia risposta

Sergio…

Hai ragione su un fatto: sei stronzo! Proprio stronzo! Ti spiego serenamente e chiaramente perché. Sei stronzo perché mi hai chiesto di non risponderti. Sei stronzo perché pensi di avere qualcosa da farti perdonare. Sei stronzo perché ti reputi un vigliacco. Sei stronzo perché vuoi imporre (metaforicamente) la tua idea di amicizia. Detto questo, siccome sono più stronzo di te, ti rispondo. E ti rispondo con la mia idea di amicizia. Che non è fatta di quantità, di parole, minuscole o maiuscole. È fatta di spirito. Nei tuoi abbracci c’è tanto di quell’affetto sincero che mi rende più ricco ogni volta che ti vedo. Poche volte. È vero. Ma il mondo non gira intorno a te. Il mondo ci fa girare ognuno con un ritmo diverso. So benissimo dove sei stato in questi anni. A spaccarti la schiena lavorando per la tua famiglia (bellissima!). A passare il tempo con i tuoi figli. E come se non bastasse ad affrontare un tumore maledetto. A proposito del tuo tumore: io dove ero?

Ne parleremo tutte le volte che vorrai. Te lo prometto. Intanto ti butto lì uno spunto. Quello che è stato, è stato. Pensiamo piuttosto a quello che sarà. E, soprattutto, a quello che è. Quello che è ha il volto di Gianni, che ci ha avvicinati ancora di più!

Adesso se vuoi mandami pure a fare in culo…

Io ti abbraccio forte forte!

Ricky

 Alba

LA “VENDETTA” DI ALESSANDRO PACIELLO

Per dieci anni ha abboccato all’amo come un pesce famelico. Per almeno dieci anni, probabilmente di più, Alessandro è stato la vittima seriale della mia malattia. Il suo candore e la sua visione ottimista del mondo non lo hanno messo a contatto diretto con la mia parte invalida. Non l’ha mai rifiuta. L’ha solo ignorata andando oltre. L’ha ignorata perché Ale non mi ha mai considerato un disabile. Uno dei pochi. Fino al punto di dimenticarsene. Per poi pentirsene quando in qualche insospettabile conversazione usava un luogo comune classico: incrociare le dita.

“Ricky, domani vado a incontrare un potenziale cliente, incrociamo le dita”.

“Fantastico Ale! Incrociale anche per me!”

Ale esita. Per un attimo impercettibile perde la sua proverbiale dialettica. Qualcosa nella sua testa sta stonando.

“Scusa Ricky, non ci ho pensato”. Si mortifica fino a stracciarsi. Ale non dà mai spiegazioni. Si assume totalmente la responsabilità.

Le prime volte faccio apposta. Invece di passare oltre, mi diverto a metterlo in difficoltà. Anzi, creo l’occasione. Poi, mentre il tempo passa, diventa un gioco. E il “scusa Ricky” carico di mortificazione si trasforma in un “cazzo… mi hai fregato ancora”. Seguito da quattro risate. Così, siamo andati avanti anni.

Poche settimane fa ci siamo sentiti per uno dei nostri aggiornamenti periodici. Ci raccontiamo dei clienti, dei progetti comuni, delle idee. E quando arriva il mio turno lo ragguaglio a proposito di un cliente difficile, di un’incompetenza abissale. All’incompetenza aggiunge una dose letale di arroganza. Non capisce procedure e processi di pensiero della redazione di un bilancio di sostenibilità. E il cliente, che teme i suoi vuoti e non ha la personalità per riconoscerli, ci aggredisce. Ci dà indicazioni contraddittorie. Per poi umiliarci. In 25 anni non ho mai incrociato tanta meschinità. Le trasferte a Torino sono pesantissime.

“Ieri in riunione è stato talmente infame – racconto ad Ale – che se non fosse stato perché siamo entrati insieme ad altri partner, mi sarei alzato e me ne sarei andato”.

“… E sarebbe stato un miracolo”, rimanda Ale.

Ci rimango male. Ale sa bene che ho già revocato due incarichi di fronte alla scorrettezza di un manager. Perché dovrebbe pensare che questa volta … c’è qualcosa che stona.

“Nooooo Ale! – urlo nel cellulare – mi hai fregato!”

Ho abboccato.

(Marzo 2015)

 

LE NOTTI ALLA RINGHIERA: IL DECALOGO DEL PELO

naviglioPrima leggi: LE NOTTI ALLA RINGHIERA: IL DECALOGO DELLE CHIAPPE

Febo mi incalza: “pelo biondo…?”

“Mi ci fiondo”, rispondo prontamente.

Febo prende appunti e commenta ghignando: “bella questa!” E continua imperterrito: “pelo moro…?”

“Lo traforo”.

Febo scrive accompagnando la penna con una risata. Marco, il barista, e Guido, il fratello di Marcone, non riescono più a trattenere la curiosità. Si avvicinano. Si siedono. E assistono. La Ringhiera sempre deserta. Marcone ci raggiunge.

“Pelo riccio? ”

“Lo stropiccio “, rispondo di slancio.

“Pelo ritto”.

“Pelo ritto?… Pelo ritto?… Va sconfitto!”

” Cioè?” Febo si fa severo. Fintamente severo, mentre si prepara alla prima bocciatura.

Gli altri assistono con le lacrime agli occhi.

“È una questione di logica – spiego, o almeno cerco di spiegare dandomi un tono – Un pelo ritto è rigido. Quindi respingente per definizione. Ora. Per poter passare, bisogna scansarlo … come … per esempio … in un assalto di scherma. In una parola, va sconfitto”.

“Ok – decreta Febo – e, pelo fitto?”

“Ne approfitto …”

“Questa era facile – sospira Febo – pelo rosso?”

“……… A più non posso!”, scandisco trionfante. “Ricks, la mettiamo la rima – obietta Febo – rosso non fa rima con posso!”. È un susseguirsi di “o” spalancate prima e chiuse poi.

Contro obietto. “Dai Febone! Ti ho propinato 18 rime ineccepibili. Questa me la lasci passare, almeno per la sua creatività”.

“La rima, Ricks. Ci vuole la rima”.

“Ok – annuisco – pelo rosso a più non posso”. Chiudo la “o” di posso. E la rima è fatta.

Febo approva.

“Ultimo Ricks”. Febo si concentra. Fissa l’elenco. Raccoglie i pensieri. E lancia la decima sfida: “pelo grigio”.

“Questa sì che mi mette in difficoltà Febone. Pelo grigio ………… eccola … sarò ligio”.

Ci alziamo. Prima, Febo prende i decaloghi. Li piega. E mentre li sta mettendo nel portafogli viene bloccato dalla mano di Marcone.

“Questi rimangono qui – decreta – li tengo alla cassa”.

“Scusa, posso vedere i decaloghi?”. Ogni sera qualcuno chiede a Marco o a Marcone gli elenchi. Questa sera però …

“Febone…”.

“Ricks…”.

“Conosci?”. Indico il ragazzo davanti alla cassa.

Febo lo squadra. “No. Perché?”

(1995, maggio. Circa)

LE NOTTI ALLA RINGHIERA: IL DECALOGO DELLE CHIAPPE

“Culo alto, ci fò un salto”. È poco più di un sussurro.

“Cosa Ricks?”. Febo si scuote leggermente dal torpore. Forse risponde per educazione. Forse per non morire di noia. È passata mezzanotte. Già da un po’. Febo, come una Cenerentola al contrario, è arrivato come tutte le sere puntualmente poco dopo le 24. La serata fiacca non invoglia nulla. La Ringhiera, la birreria di Marco sul naviglio grande, il nostro ritrovo, è deserta. Febo e io stiamo seduti in silenzio. La misura dell’inutilità dell’uscita. Febo e io abbiamo sempre qualcosa di cui conversare.

Seduto a metà del locale, la schiena contro il muro, ho tutto sotto controllo. Dalla porta alla mia sinistra, al bancone alla mia destra. Febo, seduto di fronte a me, dà le spalle alla sala. Continuiamo a non parlare. Stiamo aspettando che uno dei due faccia la mossa di andare.

La porta si apre. Entra camminando veloce. Si appoggia al bancone per chiedere un’informazione. Carina. Molto. Giubbotto blu in stile marina. Capelli castani lunghi e lisci. Gambe fasciate in jeans aderenti. Stacco coscia chilometrico.

Ho detto “Culo alto, ci fò un salto, Febone”.

Febo mi restituisce uno sguardo confuso. Rispondo indicando il bancone con un cenno della testa. Febo segue il mio sguardo fino ai jeans. Prende attentamente le misure. E conclude con due osservazioni tipicamente maschili. Che, naturalmente, accolgo con una risata di consenso. Intanto lo stacco coscia è tornato sul naviglio. Mentre il silenzio ha riconquistato il nostro tavolo.

“Scusa Ricks, ma se fosse stato basso…?”

“Se fosse stato basso cosa?”

“Il culo Ricks, se fosse stato basso il culo?”

“E che ne so Febone … lo trapasso. Culo basso, lo trapasso”.

Una scintilla sembra impossessarsi degli occhi di Febo. È un’impressione. Confermata subito dopo da un sorriso appena accennato.

“E se fosse sodo?”

“Me lo godo…”.

La scintilla diventa una fiamma. Il sorriso si accentua.

“Se fosse grasso?”

“… È uno spasso”.

Botta e risposta. Febo comincia a divertirsi. Senza dir nulla mi ha lanciato la sfida: trovare rime rigorose.

“Aspetta Ricks…”. Febo si precipita al bancone. Afferra il blocco delle ordinazioni, una penna, e torna agguerrito e divertito. Ripassiamo le rime e procediamo fino alla decima.

“Ok Ricks. Col culo è facile. Voglio vederti alla prova del pelo”.

(Maggio 1995, circa)

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NON CE LA FACCIO PIÙ

Prima leggi:DALL’INTERFERONE AL TRAPIANTO DI MIDOLLO 

Mi hanno fregato. Oggi sono arrivati prima. Anzi, quasi subito. Febbre, tremori, dolore alle ossa. Non si sono palesati con la solita progressione. Mi hanno aggredito. Con veemenza. Pochi minuti dopo la puntura di interferone mi sto trascinando verso il letto.

Da tre mesi l’interferone mi tiene compagnia. Ogni fine settimana. Dopo cena si fa largo tra le fibre del gluteo. Viene assorbito. Tre ore dopo si presentano gli effetti collaterali. Spedisco una Tachipirina a contenerli. E vado a dormire. La domenica recupero. Da tre mesi tutti i fine settimana sono immolati all’interferone. Nessuno escluso. Ma, soprattutto, nessun effetto sulla CIDP.

Mi lascio cadere sul letto. Stanco. Demoralizzato. Mi sdraio. Sistemo il piumone. Appoggio la testa sul cuscino. Tremori e dolore arrivano alla fase acuta. Prendono il controllo. Chiudo gli occhi. Mi arrendo agli effetti collaterali. Non oppongo resistenza. Lascio che mi attraversino.

Sono stanco. Stufo. Gli anni di lotta alla CIDP si fanno sentire. All’improvviso. Come il dolore dell’interferone. Un peso mi schiaccia l’anima. Inaspettato. La pressione aumenta. Che senso ha? Che senso ha combattere?

Il respiro si allunga. Si fa più profondo. Più lento. Nel petto si gonfia il disagio. Lungo. Profondo. Lento. Inspiro dal naso. Lungo. Profondo. Lento. Espiro dalla bocca. Lungo. Profondo. Lento. Disagio, tensione, frustrazione. Si mescolano nel petto. Lungo. Profondo. Lento.

“Perché?”. Sussurro. Tremando. Non è l’interferone.

Lungo. Profondo. Lento. Nel petto le prime crepe. Il respiro si incasina. Naso. Bocca. Naso. Naso. Bocca. Naso. Bocca. Bocca. Bocca. Lungo. Profondo. Lento.

La pressione aumenta. Voglio urlare tutta la mia frustrazione. Il peso è allucinante. Anni di visite, terapie, ricoveri, aghi che cercano e non trovano vene per aspirare sangue, abocat che cercano e non trovano arterie per infondere immunoglobuline, elettromiografie. Anni di adattamento, a imparare da un cane come bere il caffè dal bicchierino, a inventarmi un modo per mettere il dentifricio sullo spazzolino, tenere la forchetta, aprire la porta di casa. Anni di accettazione di una condizione debilitante che mi ha costretto a rinunciare a fare e accettare di dipendere da qualcun altro per allacciare i polsini prima, poi i bottoni, poi la cerniera, poi le stringhe, poi le calze, poi ogni mese una nuova rinuncia. Anni di gestione della malattia. Proteggendo la mamma. Combattendo contro papà. La sua morte. Anni di lotta. Anche contro le illusioni dei miglioramenti. Anni controllati e liberati da una puntura di interferone. Come se l’ago avesse bucato l’involucro che ne custodiva la sofferenza. Naso. Naso. Bocca. Lungo. Profondo. Lento. Voglio urlare. Gli anni di sofferenza mi bloccano. Mi tagliano il fiato.

Arriva. Finalmente arriva. Si gonfia. Cresce. Supera la palpebra e rotola giù per la guancia. Poi un’altra. Un’altra ancora. Sempre più spesso. Non oppongo resistenza. Le lacrime diventano un rivolo. Piango. Il respiro si rompe. I singhiozzi rompono definitivamente il respiro. Lungo. Profondo. Lento. Veloce. Corto. Piango a dirotto. Sommessamente.

Fuori dalla camera sento dei passi. Si fermano dietro la porta. Piango e singhiozzo sommessamente. Aspetta dietro la porta. E ascolta. La maniglia si piega lentamente. Lentamente la porta si apre. La lama di luce taglia il buio. Marta!

Esita. Poi si avvicina al letto.

“Ricky, cosa c’è?”. Parla sottovoce.

Veloce. Veloce. Profondo. Naso. Naso. Bocca. Piango. Meno sommessamente.

“Ricky, cosa c’è?”. Seduta sul bordo del letto continua a parlare sottovoce.

Piango. Sommessamente.

“Ricky, cosa c’è?”. Sussurra.

Passano pochi lunghissimi secondi. Marta mi abbraccia. La sua guancia si appoggia delicatamente alla mia. Le mani mi stringono le spalle.

Sto condividendo la mia frustrazione. Disagio, sofferenza e dolore esplodono.

Piango tutta la mia disperazione. Non trattengono nulla.

La moquette del corridoio attutisce il rumore dei passi. La porta della camera si apre un po’ di più. Mamma…

“Rick…”

Marta lentamente volge lo sguardo verso la sagoma illuminata dal lampadario nel corridoio. Avvicina l’indice alla bocca e soffia delicatamente “sssssh”.

Poi, delicatamente, indica un punto immaginario del corridoio. Mamma capisce. Si gira. Abbassa la testa. Si allontana accostando la porta.

Non ho più energie. Il pianto è diventato un soffio sottile. La disperazione ha trovato le riserve più segrete. Ne ha fatto razzia.

Marta ci riprova.

“Cosa c’è Ricky”. Il sussurro la fa sembrare lontanissima.

“Non ce la faccio più…”.

“Lo so…”.

Rimaniamo lì. Fermi.

Mi addormento. Con mia sorella che mi abbraccia.

Non siamo mai stati così vicini.

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Domenica mattina. Mi trascino verso il bagno. Mi siedo sul water. Alzo la testa lentamente. I miei occhi incrociano il mio sguardo nello specchio. Abbasso il mio. Gli occhi gonfi mi riportano alla sera. Devo affrontarmi. Rialzo lo sguardo fino ad incrociarmi.

“Va tutto bene…”. Mi dice.

“Va tutto bene…”. Rispondo.

“Sei pronto a scegliere?”. Mi domanda.

“Come sempre…”. Rispondo.

“La vita. Con dignità. Sempre”.

Il serbatoio di energia si sta ricaricando.

(Febbraio, 1998 circa)