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IL CIRCOLO L’ANATROCCOLO (LEGAMBIENTE) E IL TAVOLO DELL’ACQUA

(Nell’ambito del progetto di affermazione della reputazione di SAI8 diamo vita al Tavolo dell’acqua, un luogo di confronto e condivisione di problemi e informazioni con le parti sociali della provincia per prendere decisioni partecipate).

Prospero segue Pippo con lo sguardo. Il presidente de “l’anatroccolo”, il circolo di Legambiente di Priolo, inserisce la chiave nella toppa. Prospero continua a guardarlo. Seduto sulla carrozzina, in mezzo alla piazzetta, finisco di presentarmi ad alcuni componenti del direttivo del circolo che partecipano all’incontro. Distrattamente i miei occhi inquadrano Prospero, il capo ufficio stampa di SAI8. L’incontro si preannuncia molto impegnativo. Non sarà facile convincere il circolo a partecipare al “tavolo dell’acqua”. Ottenere l’incontro è stato già un successo.

Pippo gira la chiave. Apre la porta e si ferma. Gli occhi di Prospero si sbarrano per un momento impercettibile. Quasi. Mi lancia un’occhiata e raggiunge Pippo. Confabulano brevemente. Poi Prospero ci raggiunge mentre Pippo entra e viene inghiottito dal buio del piccolo androne della costruzione di un piano, bianca, squadrata, semplice.

“Ricky, vieni a vedere”. È preoccupato.

Ci avviciniamo alla porta di legno.

“Dimmi Prospero”.

Prospero mi rivolge un’occhiata eloquente “ma come, non vedi?”

“Si, la faccio”.

“Ma…”, cerca di intervenire Pippo.

“Non c’è problema”. Cerco di rassicurare tutti. Che mi guardano con malcelata perplessità.

Oltre la porta mi aspettano due rampe di scale. Brevi. Ripide come ce ne sono poche. Come non ne ho mai fatte. È un problema. Ma devo farcela.

Chiamo Adel, il badante di turno. E gli do le istruzioni. Salire con il peso sbilanciato in avanti più del solito. Se dovessi cadere all’indietro non deve cercare di trattenermi. Deve scaraventarmi in avanti. Senza troppa delicatezza. Ritmo.

Partiamo. Primo gradino. Secondo. Le gambe tengono. Il fiato pure. Tutto ok. Si parte.

Entro nella sede del circolo appoggiato ad Adel. Le gambe sono indebolite dallo sforzo. Il fiato mi manca. Passo dalla piccola segreteria alla sala riunioni. Le sedie allineate contro il muro. Mi avvicino a quella nell’angolo in fondo a sinistra mentre qualcuno da dietro mi domanda: “tutto ok?”

Non rispondo. Mi siedo. I polmoni reclamano aria.

“Datemi 30 secondi”. Inspiro profondamente. Trattengo pochi secondi. Espiro lentamente. Inspiro profondamente. Trattengo pochi secondi. Espiro lentamente. Inspiro profondamente. Trattengo pochi secondi. Espiro lentamente.

“Bene – annuncio con un sorriso rassicurante – possiamo parlare”

Il circolo non parteciperà al tavolo dell’acqua. Scendendo le scale, per un istante mi viene il dubbio che ne sia valsa la pena. Il dubbio è retorico. Per cambiare il mondo, o per provare a farlo, nessun ostacolo è insormontabile. Neanche due rampe di scale ripide e pericolose.

(giugno 2010)

legambiente

ROMANA ENTRA IN STRIKE

Prima leggi: ROMANA

“Romana, è giunto il momento”. A decidere ci ho messo poco.
L’idea sulla quale Strike era nata era innovativa, geniale. La visione che la sosteneva immaginava già il Web 2.0 accessibile da telefoni cellulari. L’obiettivo era fornire un servizio di informazione contemporaneamente agli esercizi commerciali e ai consumatori. Bacheche informative sarebbero state installate in luoghi ad alto passaggio. Il perimetro della bacheca era dedicato a spazi pubblicitari a disposizione degli esercizi commerciali della zona. I negozi inserzionisti sarebbero entrati in un database che comprendeva le referenze in vendita. Il database sarebbe stato accessibile attraverso un sito consultabile da telefoni cellulari di una generazione forse ancora da pensare. Infine, un sistema di localizzazione avrebbe segnalato ai consumatori i negozi della zona con il prodotto che stavano cercando. Era solo il 1995. E insieme all’idea, scoprivo il talento di mio fratello che l’aveva pensata.
Ale e io eravamo ancora in una fase della nostra vita in cui lo strato di cenere sotto il quale giacevano le ragioni dei nostri problemi era troppo sottile. Lavorare insieme, discutere dell’organizzazione dei processi, confrontarsi, è stato come soffiare sulle braci. I conflitti divampano. Prima sulla gestione dell’azienda. Subito dopo rinfacciandoci il passato.
Il bivio si stende di fronte a me invitandomi a prendere una strada. La tensione con Ale cresce esponenzialmente. Ogni giorno. O chiudo la società. O faccio rilevare a Romana le quote di mio fratello. Scelgo il secondo sentiero. Salvo l’avviamento di Strike e, nonostante mi fossi impegnato a far rientrare Ale nell’asse societario quando saremmo riusciti a convivere lavorando, perdo mio fratello.
L’entrata di Romana cambia la natura di Strike. Il progetto delle bacheche viene abbandonato. E Strike diventa una società di consulenza in marketing e comunicazione.
(1997, circa)

STRIKE COMMUNICATIONS, LA CONQUISTA DELL’AUTONOMIA.

Prima leggi: LAVORO E DISABILITA’ (parte 1) … trasparenza a tutti i costi

Disabilità e lavoro. Il binomio non è dei migliori. La percezione è che il costo aziendale sia superiore al “rendimento”. A meno che il disabile venga garantito, trovare lavoro è difficile. Negli anni novanta era così. Oggi, l’opera di sensibilizzazione sul ruolo del disabile nella società sta cominciando a far passare l’idea che contribuisca ai risultati aziendali.
Sono alcuni mesi che in MGD le cose non funzionano. L’agenzia si sta perdendo smalto. Non riesce più a pensare in prospettiva. I rapporti personali rischiano di compromettersi. E dopo tre anni sto per passare di moda. È più di un sensazione. È arrivato il momento di andare, tagliare il cordone ombelicale con il mio primo vero lavoro, prima che nascano i conflitti. Mi affido a un cacciatore di teste. Le condizioni sono favorevoli. Le competenze ci sono: ufficio stampa, comunicazione al mercato finanziario, strategia, capacità di attrarre nuovi clienti. L’esperienza pure. E lo scenario è favorevole: le agenzie di relazioni pubbliche stanno creando o rafforzando le divisioni di comunicazione istituzionale e finanziaria.
I colloqui non si fanno attendere. Vengo ricevuto da un direttore che mi scandaglia e mi torchia. I problemi alle mani sono ancora difficili da cogliere al volo. Li nascondo facilmente e mi guardo bene dal renderli palesi. Nella settimana successiva sono seduto di fronte all’amministratore delegato. Il colloquio ha successo. Fino alla fatidica domanda:

“mi parli di un suo pregio e di un suo difetto”.
L’ho sempre trovata una domanda idiota. Chi, a parte pochi, ha la personalità per tirarsi una vera zappata sui piedi? Mi sono sempre chiesto quanto chi la pone crede alle risposte che si sente dare. Nella sua assurdità mi fa gioco perché la scelgo come il momento per essere trasparente sulla CIDP.Sui deficit che comporta al lavoro. Sul mio modo di affrontarla. Sul mio modo di lavorare. Da una assunzione quasi certa, l’agenzia non si fa più sentire. Capiterà tre volte. Con alcune tra le più prestigiose agenzie d’Italia. Il messaggio del mercato è chiaro: devo cavarmela da solo. Lascio MGD per un anno sabbatico. È arrivato il momento di prendere la laurea. Dopo quattro mesi mi chiama Emmanuelle. Incomincio inDow Jones.

I diciotto mesi di consulenza in Dow Jones come responsabile delle relazioni esterne stanno per terminare quando Bridge Information Systems ne annuncia l’acquisizione. Intuisco che il mio contratto non verrà rinnovato. Cosa che mi viene annunciata dall’amministratore delegato poche settimane dopo. Poco male. Ho già compiuto il salto.
Costituisco Strike Communications con mio fratello al quale, un anno dopo, subentrerà Romana. Il nome si ispira al soprannome che mi viene dato in Dow Jones da alcuni colleghi: Mr. Wolf. Perché risolvo i problemi. Come il personaggio di Pulp Fiction.
Strike è un’altra risposta alla vita. Alla CIDP. È l’annuncio che ci sono. Che non mi tiro indietro. Che tutto dipende da me. È l’affermazione della mia autonomia professionale e di vita.
(1996, circa)

RIUNIONE AL MONTE DEI PASCHI DI SIENA … Chi va con il badante incomincia a …

Siena mi è entrata nel cuore con Nelly, in un fine settimana di novembre. È una città straordinaria e per me lo è ancora di più perché le sue contrade sono state testimoni della nascita del mio amore per Nelly. Tornare a Siena è più di un obiettivo, è un piacere immenso che va soddisfatto anche con un banale pretesto. Quando B2 Axioma, la mia società, elaborò e applicò BSQ, il modello per gestire la reputazione delle Società quotate, alle banche, un viaggio a Siena non era più un pretesto, era un obbligo. Un obbligo piacevole.
Rocca Salimbeni mi colpisce. Discreta quanto maestosa, varcando la soglia dell’entrata con “Monte dei Paschi” scolpito sull’arco che sovrasta la porta respiro il senso della tradizione. Sono nella banca più antica del mondo. È una giornata incantevole. Primaverile. Limpida. I colori della Toscana che stordiscono. Pierluigi e io arriviamo puntuali. Siamo accompagnati da Riccardo, un badante filippino. Ci facciamo annunciare e ci invitano ad attendere nella sala d’aspetto sulla destra dell’entrata. Chiudo gli occhi e li riapro immaginando come doveva essere nel 1500. I muri della sala hanno la mole di bastioni. Anelli di ferro pesantissimi del diametro di 30-40 centimetri sono inchiodati alle pareti. Probabilmente vi legavano i cavalli. “Buongiorno Sig. Taverna…”. L’assistente dell’Investor Relations officer ci invita a seguirlo.
Sono incantato dalla sede. Cammino appoggiato a Riccardo. Entriamo in ascensore. Appena si chiudono le porte veniamo tutti i colti dal “classico imbarazzo”. Ci guardiamo la punta delle scarpe. Studiamo la targhetta avvitata sopra i pulsanti. L’ascensore tremendamente lento. Decido di rompere il silenzio. Il luogo in cui ci troviamo offre infinite opportunità di conversazione non banale.

“Cos’era questo palazzo prima di diventare la sede della banca?”, domando all’assistente.
“La banca”.
“Si, ho capito, ma prima?” insisto pensando alla giovane età della assistente che probabilmente lo rende immune dal fascino della storia.
“La banca – replica deciso – La banca. Siamo la banca più antica del mondo. Il palazzo l’abbiamo costruito noi”.
“Già…”. Meglio che stia zitto.

In sala riunioni Pierluigi e io rimaniamo da soli pochi minuti. “Che figura di merda!”, ride sfottendomi, imitando il tono impegnato che mi ero dato. Non mi rimane che ridere e sfottermi.
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Riccardo e io siamo in macchina da soli. Lui al posto di guida, io sul sedile posteriore. Pierluigi è entrato nel comando dei vigili urbani per registrare la targa della macchina ed evitare così di prendere la multa per essere transitati nella zona a traffico limitato. Finito l’appuntamento al Monte dei Paschi, è l’ultima tappa prima di andare a pranzo a Greve in Chianti.
Riccardo alza lo sguardo verso lo specchietto retrovisore.

“Scusi signor Ricky”.
“Si”.
“Siamo a Siena?”.
“Si”, rispondo controllando il tono. Uscendo da Gaiole in Chianti gli avevo detto di seguire le indicazioni per Siena. Sono curioso. Chissà dove vuole arrivare?
“La città della famosa banca Monte dei Paschi di Siena?”
“Siii…”. Sono sempre più curioso.
“Lo sa che è così famosa che la conosciamo anche nelle Filippine?”
“Ma va?!” Fingo di essere sorpreso ma sono deluso. Tutto qui?
“Scusi signor Ricky”.
“Mi dica Riccardo”.
“Ma qui a Siena, dov’è il Monte dei Paschi di Siena?”
No! Non ci posso credere! Eppure è stato con me tutta la mattina! Cosa gli rispondo? Lo sfotto? Possibile che siano tutti storditi?
Sospiro rassegnato. “Riccardo, ci siamo stati dentro tutta la mattina”. Rispondo con grazia.
“Ah…”. Quell’ah, una persecuzione.

Siamo quasi a Milano. Ripenso alla giornata. Però… anche la mia domanda è stata degna del miglior badante. E il mio “già” è stato degno del miglior “ahh”.

(aprile 2007, circa)

LAVORO E DISABILITÀ (parte 5) … incontri che hanno fatto la differenza. Alessandro Paciello

Aida era l’agenzia di relazioni pubbliche di una società controllata da TC Sistema.  Coordinare la comunicazione di tutte le società del gruppo rientrava nel nostro incarico. Fu così che ci conoscemmo instaurando fin da subito un rapporto aperto, cordiale, collaborativo.
Quello che non capivo era perché Giovenale, uno dei miei tre soci, continuasse a denigrarlo. Ogni occasione era  buona. Era sufficiente pronunciarne il nome. Erano tante le cose  di Giovenale che non capivo più. E mentre i mesi scorrevano mi rendevo conto sempre di più che non condividevamo più gli stessi valori. Anzi, probabilmente, non li avevamo mai condivisi. Per esempio, ero assolutamente contrario alla sola idea di cercare di portare via un cliente ad un amico.  La lealtà è un valore non negoziabile. Tanto quanto l’umanità.  Mentre le differenze diventavano sempre più  palesi, Giovenale si sottraeva ad un confronto aperto e franco. Il conflitto era sempre più acceso. E Giovenale mi  attaccava, con lucidità, là dove un amico non avrebbe mai  dovuto: la mia  disabilità. I tentativi di umiliarmi andarono a vuoto. La sofferenza invece fu atroce. Colui che avevo considerato un amico ineguagliabile per sensibilità, lealtà e altruismo in un attimo si era dissolto nella sua nemesi.
Me nei andai. Disilluso. Più cinico. Quasi certo che lavoro e valori non fossero conciliabili. Un mese dopo fui richiamato da TC Sistema. E ricominciai a essere il loro consulente di comunicazione. Alessandro e io ci eravamo persi di vista. Ci eravamo sempre sentiti solo per  lavoro. E ciò non accadeva da più di un anno. Quando venne a sapere che mi ero staccato dall’agenzia mi chiamò per coinvolgermi in un progetto sull’etica di impresa. Cominciammo a sentirci regolarmente rinsaldando il vecchio rapporto professionale. E andando oltre.
Era sera. Il telefono squillò. Alessandro dall’altro capo della linea. Voleva sapere dei miei rapporti con TC Sistema. Giuliano, il nuovo direttore marketing, gli aveva chiesto un preventivo per due focus group. Lo stesso progetto al quale stavo lavorando. “Bene – mi disse senza alcuna esitazione – non  presentiamo il preventivo. Noi non andiamo contro gli amici”.  Una scossa mi percorse la schiena. Vertebra dopo vertebra. Sempre più intensa. Fino ad esplodermi nella testa e nel cuore. Sorpresa e gioia. Allora era possibile! Si poteva stare sul mercato con  lealtà e rispetto per il prossimo.
Alessandro mi ha dato un patrimonio dal valore inestimabile: tornare a credere negli altri. Credere nell’idea che lavoro e valori possono essere  coniugati insieme. Credere nell’amicizia come valore alto. Che è sufficiente un Alessandro per  i  tanti Giovenale che si incontrano per credere, e lo penso senza retorica, in un mondo migliore.
Tutte le volte che incontro un Giovenale, e mi è capitato di incrociarne altri, penso ad Alessandro. Sento la scossa, e continuo.

LAVORO E DISABILITÀ (parte 4) … incontri che hanno fatto la differenza. Ronan Bryan

Ronan Bryan, amministratore delegato di Dow  Jones Markets Italia.
Il colloquio era andato ben oltre il tempo previsto. Ronan mi stava annunciando l’imminente uscita di Emma e il suo desiderio che fossi io a sostituirla. Come al solito misi in luce con estrema chiarezza i limiti che dovevo affrontare con il peggioramento della funzionalità delle mani.  Dalla mia entrata in Dow Jones erano  regredite.
“Ronan, voglio che tu tenga bene in mente questo scenario”, conclusi.
“ Noi ti scegliamo per la tua testa, le tue idee e la tua capacità di gestione, non per le tue mani. E ti metteremo a disposizione ciò che ti permetterà di essere efficiente: software, arredamento”. Ronan fu perentorio.
Grazie a Ronan incominciai a convincermi sempre più che sul lavoro i limiti delle mie mani erano più nella mia testa. E che se riuscivo a  dimostrare le mie capacità i limiti svanivano. Nella mia testa e in quella di chi mi stava di fronte.

LAVORO E DISABILITÀ (parte 3) … incontri che hanno fatto la differenza. Emmanuelle Girodet

Emmanuelle Girodet, responsabile comunicazione  e marketing di Dow Jones Markets Italia, era stata cliente de “ La borsa in tasca” fin dalla prima edizione.
Avevo lasciato MGD & Associates da quasi un anno. Mi stavo prendendo un anno sabbatico. E stavo cercando di finire l’università. Mi ero staccato per divergenze di opinione consapevole del rischio che correvo. Prima di lasciare  i signori Duncan avevo fatto dei colloqui con agenzie di relazioni pubbliche prestigiose ed erano andati tutti bene.  Ero sempre arrivato al colloquio con l’amministratore delegato  il  cui entusiasmo scemava quando mi sentiva raccontare dei problemi alle mani.
Mi rendevo conto che per un manager  superare i limiti dei miei problemi  era molto impegnativo. Ad ogni colloquio il problema si sarebbe ripresentato. Perché non avevo alcuna intenzione di cominciare a nascondere il mio stato e le sue prospettive. Il mio futuro professionale riposava all’ombra di una grande incognita. Da affrontare dopo la laurea.
Invece arrivò la telefonata di Emmanuelle. Mi voleva vedere. Seduti in sala riunioni affrontò il motivo  dell’incontro con naturalezza e semplicità.
“Riccardo, so che non stai lavorando. E una risorsa come te non la lascio sul mercato. Sto organizzando un grande evento e ho bisogno d’aiuto. Vorrei che tu salissi a bordo”.
“Emma, ti ricordo i limiti imposti dalle mie mani…”, risposi.
“So come lavori e quello mi basta”, Emma tagliò corto.
Il giorno dopo cominciavo. Prendendo il posto di Emma quando, sei mesi dopo, fu lei a lasciare l’azienda per seguire una nuova avventura. Emmanuelle è di gran lunga la persona che più ha  lasciato il segno nella mia vita professionale. Aveva aperto una porta sul mio futuro. Non mi aveva indicato la strada. Aveva fatto di più. Mi aveva fatto capire abbastanza esplicitamente che ce l’avrei fatta qualsiasi strada avessi scelto. Ancora oggi quando la disabilità getta un’ombra sulle mie prospettive lavorative, e l’incertezza cresce, nelle parole di Emma trovo l’energia per continuare. Emma e io abbiamo trovato altre occasioni per collaborare.

LAVORO E DISABILITÀ (parte 2) … incontri che hanno fatto la differenza. Mr. e Mrs. Duncan

Malcolm Duncan e Maria Grazia Duncan, fondatori di MGD & Associates una delle prime agenzie di comunicazione al mercato finanziario in Italia. Cercavano qualcuno che vendesse gli spazi pubblicitari della prima edizione de “La borsa in tasca”, la prima guida sui protagonisti della borsa italiana. Avevo eliminato tutto ciò che aveva a che fare con la borsa e la finanza dal mio piano di studi. Per cui, nonostante il progetto fosse molto interessante in prospettiva, ritenni più onesto spiegare perché non ero la persona giusta per loro. Oltretutto non intendevo far fare brutta figura a Ugo che mi ha aveva presentato.
“Non so la differenza tra un’azione e un’obbligazione e ho un problema di salute  che  mi limita  i movimenti delle mani: non riesco a scrivere. Per di più settimana prossima  sarò ricoverato per almeno 15 giorni”, raccontai.
“La differenza  gliela spiegherò io”, rispose Mr. Duncan.
“Per lo  scrivere c’è Guendalina, che lei dovrà formare, che prenderà appunti”, continuò la signora Duncan. “Per il resto – concluse – ci dia il tempo per pensare”.
La risposta arrivò 10 giorni dopo. La signora Duncan entrò nella camera dell’ospedale con un plico  per me. “Abbiamo scelto lei. Faccia quello che deve che noi  la aspettiamo”.
Ho lavorato in MGD quattro anni.  Stare vicino a Mr. Duncan è stata un’esperienza straordinaria che mi ha plasmato. Ancora oggi mi occupo di società quotate e mercati finanziari sapendo bene la differenza tra una azione  e un’obbligazione.

LAVORO E DISABILITA’ (parte 1) … trasparenza a tutti i costi

 Lavorare rimanendo coerente al principio della trasparenza sulla mia malattia non è stato facile. Soprattutto i primi anni quando,volendo, avrei potuto nasconderla con estrema facilità. Ho preferito essere onesto sempre.  Con il risultato che molti hanno creduto in me. Altrettanti non lo hanno fatto. Certamente ho perso delle opportunità perché il mio interlocutore del momento non aveva il coraggio di rischiare assumendo un disabile, seppur in quel momento impercettibilmente tale, o scegliendolo come consulente. Sicuramente  ho rifiutato proposte che mi avrebbero consentito di  lavorare e vivere più serenamente per coerenza a valori che ho sempre considerato  superiori come l’amicizia e la mia dignità.
Negli anni ho incontrato persone  straordinarie che mi hanno reputato all’altezza delle loro aspettative investendo in me, persone, spero poche, che mi hanno ignorato, persone, pochissime, che mi hanno ferito  umanamente prima e professionalmente poi. Ho incontrato persone che hanno accettato la mia sfida professionale alla disabilità, altre che hanno cercato di approfittare della mia sfida facendosi trainare. Da me, un disabile.
Oggi che la mia disabilità è diventata più intrusiva continuo a lavorare con la stessa passione  che aveva quel  sognatore che si imbarcava per New York per cercare un’agenzia di pubblicità sulla quale fare la tesi di laurea: “Gestione strategica delle agenzie di pubblicità americane”. Passione, determinazione e convinzione che la disabilità non fosse un limite non sono cambiate. Se dovessi riassumere il mio atteggiamento sul lavoro lo farei attraverso questo breve dialogo con Ninfa, una carissima amica conosciuta, guarda caso, per lavoro.
Era una mattina di ottobre (2012). Ci stavamo salutando dopo una riunione dove avevamo parlato dei nostri progetti comuni.
“Cosa ti spinge ad andare avanti nonostante tutto questo?”, mi chiese con la sua solita schiettezza riferendosi alla CIDP,  all’infarto, al Parkinson, ai pochi clienti, alla crisi economica dilagante.
“Tre cose Ninfa. Amo quello che faccio. Non so fare altro e altro non vorrei fare. Nel mio lavoro non ho ancora detto tutto quello che ho da dire”.

AL LAVORO LA DISABILITÀ È UNO STATO MENTALE

“Ricky perdonami, ho fatto una stronzata”.
La voce  di Laudetta è quella di sempre: chiara e decisa. Il riflesso della sua personalità. Questa volta però percepisco una leggera indecisione. È una sensazione, strana. A dirla tutta mi ha sorpreso già dalla sola telefonata. Tra poco più di un’ora dobbiamo presentare il piano strategico di comunicazione a tutto il vertice di TC Sistema. Tra direttori di divisione e amministratori delle controllate assisteranno circa 30 manager. Laudetta ha coordinato tutto. È più di una segretaria di direzione  e assistente del presidente. Organizza, coordina, risolve problemi. Nulla le sfugge.
“Cosa è successo Lau?” chiedo tranquillamente.
“Ho organizzato la presentazione nella sala riunioni  del consiglio al terzo piano”, mi spiega. L’ansia appena percepibile.
“E…”, interloquisco.
“Non c’è l’ascensore e mi sono dimenticata  della fatica che fai a camminare”. Sembra che mi stia spiegando le mie difficoltà.
“Qual è il problema Lau? Ora che lo so parto prima”. Cerco di spiegarle che non è un problema.
“Ma Ricky, sono sei rampe di scale…”, protesta.
“Tranquilla Lau. Parto subito e salirò le scale lentamente. Grazie per avermi avvertito. Per l’inizio dell’incontro sarò seduto placidamente nella sala riunioni”. Riesco a rassicurarla.
Sono arrivato a Garbagnate 40 minuti prima  dell’inizio della riunione. Con calma, e con l’aiuto di  Ivan mi sono arrampicato  fino al terzo  piano. La presentazione è andata benissimo nonostante l’idiozia dello “Stratector”, il nome che Giovenale, il mio socio, aveva proposto per i consulenti di TC Sistema.
Ho sempre amato lavorare. Ho lavorato e lavoro tutt’oggi ispirandomi a pochi valori, ma chiari. Responsabilità, innovazione, onestà intellettuale e trasparenza. Non ho mai nascosto la mia  disabilità, anche quando era facilmente occultabile e le circostanze me lo suggerivano. E non ho mai permesso alla disabilità di essere un limite per i miei clienti.(marzo 2002, circa)