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IL PROF. (EP.1)… non farti visitare da quello

(Agli inizi della malattia sono stato in cura all’Istituto Neurologico Besta. Ciò che non ho tollerato è stata l’assoluta mancanza di chiarezza e trasparenza sulla patologia, sulla terapia alla quale mi sottoponevano e soprattutto sui  suoi effetti collaterali. Nonostante le mie domande, risposte vaghe. Mi sono allontanato dalla medicina tradizionale e per tre anni ho fatto agopuntura. Dopo due anni di progressi sono tornati i peggioramenti)
Milano 2. Residenza Trefili. Appartamento 862, cucina. Mamma e io stiamo cenando.
“Oggi pomeriggio ho incontrato un neurologo del San Raffaele – esordisce mamma, quasi distrattamente  – ma è meglio che tu non lo incontri perché litigherete… è uno stronzo”.
La notizia mi coglie un po’ di sorpresa. Mamma sa, dovrebbe ricordare, che non voglio che sulla mia malattia venga presa qualsiasi iniziativa senza che io sia stato consultato. Soprattutto quando si tratta di medicina tradizionale che non ho intenzione di seguire. Sono infastidito, ma solo leggermente. In fondo è inutile discutere su una cosa già fatta. Per di più lo ha fatto per me. E forse mi ha anche risparmiato un “fastidio”. La curiosità ha il sopravvento…
“E perché sarebbe uno stronzo?” indago. Sarebbe andata così…
Mamma: “… mio figlio fa agopuntura da tre anni. Ha lasciato il Besta perché…”
Il Prof, interrompendola: “Lei è un incosciente”
Mamma, di rimando: “Incosciente io? Ma se non mi conosce neanche…”
Il Prof: “Voi madri siete la rovina dei vostri figli, li lasciate fare quello che vogliono”
Mamma: “mio figlio ha 31 anni e fa quello che vuole… Lei chi si crede d’essere?”
Il Prof: “io sono uno scienziato…”
Mamma: “io mio figlio non glielo mando, perché se lei lo tratta così Riccardo la manda a fare in culo”
Il Prof: “se lui mi manda a fare in culo, io mando a fare in culo lui”
“Insomma – conclude mamma – è inutile che ti fai visitare da lui…”
E invece no. All’inizio sono infastidito da quella arroganza, la tentazione di vederlo solo per mandarlo a quel paese è forte. Invece mi si accende una scintilla: “… sono uno scienziato”,”… io mando a fare in culo lui”. Questo non è un medico normale. È qualcosa di più. Va diretto al punto e non gli piace perdere tempo. Forse è quello che sto cercando. Anche se ha un ego ipertrofico. Ma questo può aiutare.
Una settimana dopo siamo seduti uno di fronte all’altro nel suo studio. È stato l’inizio di un’avventura straordinaria.
Da quando mi sono ammalato di CIDP ho incontrato molte persone, alcune di queste straordinarie. Per straordinarietà Il Prof svetta nettamente oltre tutti. A prescindere, per chi come me soffre di una malattia neurologica degenerativa Il Prof è insieme speranza e rassicurazione.
(Febbraio 1995, circa)

IL GRANDE IVAN (EP. 2)… riprendere a camminare e la "prova Paola"

Improvvisamente, nove mesi dopo il trapianto di midollo (dicembre 1999), il mio fisico incomincia a reagire. Prima del trapianto ero “al limite” della seggiola a rotelle. Camminavo comunque, appoggiato a qualcuno. Per i primi nove mesi dopo il trapianto la situazione era rimasta invariata. Poi, una mattina, alzandomi dal letto mi sono quasi ribaltato in avanti. Troppa forza. Troppa forza!? La forza stava tornando nelle gambe e a una velocità imbarazzante.  
Decido di allungare le camminate appoggiato a Ivan. Devo riprendere confidenza sia con la forza che torna che con il “movimento” di camminare. O meglio, “i movimenti” del camminare. Lentamente riprendo confidenza con i movimenti delle gambe. Non devo più concentrarmi sull’alzare il ginocchio, lanciare la gamba in avanti, tenere sollevata la punta del piede, appoggiare il tallone, “cercare” di passare dal tallone alla punta del piede senza sbattere la pianta: stanno tornando ad essere movimenti naturali. Decido di incominciare a camminare “staccato” da Ivan.
Le distanze che percorro da solo si allungano: 20 m, 50 m, 100 m, 200 m, 500 m, 900 m. Presto supero il chilometro. La fatica è improba. E scopro che è una fatica psicologica. Ho paura di cadere. Ho paura di cadere e di rompermi un osso. Vorrebbe dire interrompere questo percorso di miglioramento che mi sta entusiasmando.
Ne parlo con Ivan e trovo la soluzione: devo cadere. O meglio, devo imparare a cadere. Capire quello che succede alle mie gambe e alle mie braccia, nelle condizioni deficitarie in cui si trovano, quando cado. Come si muovono. Come le controllo, se riesco a controllarle. Non posso essere io a decidere quando cadere. Inconsciamente preparerei la caduta. Devo ricreare le condizioni di una caduta imprevista, inaspettata. La soluzione finale: camminare, senza appoggiarmi a Ivan, fino a quando le gambe non mi reggono più. Devo svuotarle di energie. A quel punto cadrò senza preavviso. E imparerò a gestire la caduta.
Decidiamo di fare questo esercizio ogni sabato pomeriggio al Centro Sportivo 25 Aprile. Camminerò lungo la linea del fallo laterale del campo da calcio… almeno cadrò sul morbido. Ivan mi aspetterà seduto su un cuscino del salto in alto. E quando sarò caduto mi raggiungerà e mi aiuterà ad alzarmi.
Con il passare delle settimane arrivo rapidamente a superare i 2 km. Cado sul campo da calcio. E mi libero dalla paura di cadere. La camminata si fa sempre più sciolta. Il trapianto di midollo è un trionfo!
Improvvisamente, un sabato pomeriggio Ivan si stacca dal cuscino del salto in alto e incomincia a correre verso di me. Serio. Mi raggiunge. E incomincia a prendermi a spintoni sempre più decisi sul petto e sulle spalle.
“Ivan! Cosa cazzo stai facendo!” urlo in preda a un misto di rabbia e terrore.
“Vecio – mi risponde dolcemente con un ghigno sotto i baffetti – è la prova Paola”.
Il grande Ivan è un genio!
Paola è il direttore marketing di una Società Quotata per la quale stiamo facendo una consulenza in comunicazione al mercato finanziario. È una donna brillante, in gamba, estroversa, alta quasi quanto me. Diventiamo presto amici. Un’amicizia che dura tutt’oggi. Al termine delle riunioni mentre ci accompagna all’uscita parliamo del più e del meno. E Paola ha l’abitudine di gesticolare molto, fino a toccare l’interlocutore: sull’avambraccio, sul gomito, sopra la spalla. È pericolosa? Ivan ne è convinto.
“Vecio, dille di non spingerti. È pericoloso, può farti cadere” mi dice spesso Ivan, sinceramente preoccupato.
“Vecio – gli rispondo – va bene così. Non posso pretendere che tutto il mondo giri intorno a me. Se voglio che la gente mi percepisca come una persona che vive una vita normale non posso imporre delle limitazioni. Se Paola mi tocca quando parla, cosa che fa con tutti, vuol dire che non mi vede diverso dagli altri. E questo è un mio successo. E poi, in fondo, è come se fosse un esercizio!”
Da quel sabato pomeriggio la camminata sul campo da calcio del Centro Sportivo 25 Aprile si è sempre conclusa con “la prova Paola”. Smisi di cadere. Per svuotare le gambe di energie avrei dovuto camminare ore.
(Febbraio 2002, circa)

OMAR (EP.2)… il badante evangelico che fa proselitismo

Mentre Omar  ci “cambiava” il servizio di piatti rompendo i pezzi con perizia, in ufficio incominciò ad accadere uno strano fenomeno. Una mattina, sulla mia postazione “apparve” l’immaginetta di un santo.
“Ally, Boris… sapete qualcosa dell’immaginetta alla mia postazione?” chiedo ai miei collaboratori con sufficienza. Li conosco molto bene. Non è da loro.
“No Ricky – rispondono in coro – tu sai qualcosa di quelle alle nostre postazioni?” chiedono ironici a loro volta.
“?!!??!”. Di badanti sono diventato un esperto. Mi sono solo distratto un momento. È tutto chiaro. Afferro il cellulare. “Signor Omar , può venire in ufficio per favore?”
Omar mi racconta di essere un evangelico e che ha voluto farmi da badante per darmi “assistenza spirituale”. Mi racconta di suonare in un gruppo latino-americano che è il protagonista di messe cantate dove succedono “cose strane”.
“Cosa succede di strano?” domando a Omar, immaginando la risposta.
“La gente guarisce, signor Riccardo – mi risponde con tono solenne – vuole venire?”
Proprio come temevo. E così si spiegano altri “fenomeni” come la sua proverbiale lentezza, un bradipo al confronto soffre di ipercinesi, e il rovistare nella pattumiera della cucina alla ricerca di pane secco da mangiare. Non per necessità ma, sono convinto, per dimostrare a se stesso di essere un asceta.
Sento il dovere essere estremamente chiaro, sincero e diretto.
“Signor Omar, io non credo in Dio – non sono stato a spiegargli la complessità dei miei pensieri – se ci credessi, non credo nella Chiesa, non credo nelle guarigioni miracolose. Lei è qui per aiutarmi là dove non arrivano le mie mani e le mie gambe. Il mio spirito non deve essere una sua preoccupazione. Se per lei questo rappresenta un problema me lo dica subito che cambiamo”.
Per Omar questo non rappresenta un problema, apparentemente. Convinto, non ho mai voluto sapere da chi, né l’ho mai chiesto, di avere una missione da compiere, ogni tanto “butta lì” un “domenica c’è una messa, vuole venire?”, “sapesse cos’è successo all’ultima messa”. Nei mesi sono passato dal rispondere educatamente “no grazie”, al ignorarlo completamente.
In ufficio non si è più permesso di “seminare” immaginette. Fargli capire che non era opportuno è stato arduo.
(Novembre 2009)

PRIMA DELLA CIDP (EP.1)… ero da prendere a sberle!

Non che adesso che ho la CIDP sia meno da prendere a sberle. Più o meno simpaticamente c’è sicuramente qualcuno che lo farebbe volentieri anche oggi. E tra i badanti me ne vengono in mente alcuni che lo farebbero ben poco simpaticamente.
Certo è che se oggi mi incontrassi da bambino dovrei trattenermi dallo scaldarmi le mani sulle mie guance a suon di schiaffetti. Frignone, fifone, bugiardo, vigliacco della risma più viscida. Ero il tipo di bambino che ne combinava una, ben cosciente di quello che stava facendo, ne dava la colpa agli altri, spesso ad Alessandro, mio fratello minore di tre anni, per poi mettermi a piangere quando venivo regolarmente scoperto.
Mi torna in mente un episodio significativo. Avrò avuto sette o otto anni. Abitavamo in Libia, a Benghasi. La mia famiglia e quella di Sami vivevano in simbiosi. Sami era il mio “miglior amico”. Leila lo era di mia sorella Marta, Anwar di Alessandro. Sami era il mio miglior amico, ma il mio era un sentimento di amore-odio. Devo ammettere che lo invidiavo. Era il mio contrario. Comunque. In quei giorni ce l’avevo con lui. Non mi ricordo il motivo, ma quella volta l’avrebbe pagata. Ed ero sicuro di farcela. Eccome  se ne ero sicuro. Aveva il braccio ingessato. Ebbene. Tutte le mattine veniva a casa mia a giocare. Quella mattina lo aspettai seduto sul muretto. Arrivò. “Ciao Ricky”. Saltai giù dal muro di fronte a lui. “Adesso ti picchio” dissi. Tranquillo, Sami alzò il braccio rotto e mi diede una gessata in testa. Mi allontanai piangendo… “mammaaaa… Sami mi ha fatto male”.
Chissà come sarei cresciuto? Chissà come avrei affrontato la malattia se non avessi incontrato il Judo?
Quando ho scritto che ero super allenato Rodolfo mi ha chiesto che sport avessi praticato. La sua ipotesi è che lo sport (corsa, pesi, sci e windsurf) mi abbiano dato la forza di affrontare la malattia. Ci ho pensato. È merito del Judo. Rodolfo, grazie per lo spunto di riflessione che mi fatto aprire il filone PRIMA DELLA CIDP.
(1972, circa)

VICTOR… il badante ha da puzzà

Quarto giorno di lavoro. Mattina. Sono in bagno seduto sullo sgabello. Victor mi sta aiutando a svestirmi.
54 anni, rumeno, è in Italia da tre mesi. Nel corso del colloquio mi ha aveva fatto una discreta impressione. Alto poco meno di me, robusto, aveva risposto alle mie domande con estremo buon senso. I baffoni bianchi nascondevano un sorriso rassicurante. L’italiano discreto. Potenzialmente un ottimo badante.
“Signor Riccardo, lei deve essere un uomo un po’ pretenzioso” mi dice con tono serafico, come se stesse pensando ad alta voce.
“Signor Victor, cosa intende per pretenzioso? In italiano, a secondo di con me la usa, la parola può essere considerata un’offesa” gli rispondo tenendo sotto controllo la sorpresa e un pizzico di irritazione ma pensando anche al livello del suo italiano.
“Certo, signor Riccardo, pretenzioso – insiste – lei si lava e si cambia tutte le mattine” mi spiega parlando lentamente come a volersi assicurare che io capisca.
Sono sorpreso!! Per un attimo mi manca la parola!! Poi intuisco la “verità”.
“Scusi signor Victor, ma con questo lei quante volte si lava e si cambia?” domando temendo la risposta.
“Una volta alla settimana” mi risponde con il tono di chi sta dicendo la cosa più ovvia. (Nota per i lettori: io non sento gli odori!!!).
È sera. Sono in salotto con Nelly. Victor è appena andato a casa.
“Mon amour, a odore, come è messo Victor?” chiedo a Nelly con circospezione
Nelly strabuzza gli occhi in segno di disgusto (nota per i lettori: Nelly ha l’olfatto di un segugio!!!)
“Puzza a tal punto che quando finisce di pulire una stanza devo aprire le finestre per cambiare l’aria!”
Quinto giorno di lavoro. Mattina. Victor e io stiamo uscendo per andare in ufficio.
“Signor Victor, a proposito del discorso di ieri mattina, lei ha intenzione di cambiare le sue abitudini igieniche?” domando cercando di non essere offensivo.
“No signor Riccardo – risponde convinto – e siccome capisco che per lei sia un problema se è d’accordo continuo a lavorare sino a quando trova un sostituto”.
Altro badante, altro giro.
(Febbraio 2008, circa)

L’INIZIO (EP.2) … ci può essere qualcosa di serio

“Non è il cuore e non è la circolazione” afferma con sicurezza il dottor Greblo togliendosi lo stetoscopio. La pressione è regolare. Il cuore non da segnali preoccupanti.
“Quindi…” interloquisco tranquillo.
“Quindi dobbiamo escludere le ipotesi più gravi, tumore al cervello e sclerosi multipla” mi spiega il dottor Greblo. Mi è sempre piaciuto il dottor Greblo. Sempre diretto. Tranquillo e diretto.
“Come? ” domando con un velo di preoccupazione che scalfisce la superficie della mia tranquillità.
“Con una risonanza magnetica alla testa” conclude il dottor Greblo.
Non posso stare a pensarci troppo. Devo correre al San Raffaele a prenotare la risonanza magnetica. E, come avevo deciso il giorno prima, tornando da Marilleva dal fine settimana sciistico, coinvolgerò mamma e papà con l’esito dell’esame in mano. Non voglio che si preoccupino per niente. Arrivato al San Raffaele il mio piano ha dovuto subire una necessaria variazione. Risonanza magnetica con la mutua: nove mesi di attesa. “Faccio in tempo a morire”, penso sorridendo cinicamente. Risonanza magnetica a pagamento: 20-30 giorni per la modica cifra di ottocentomila lire. Sul conto corrente ne ho la metà. Devo coinvolgere mamma e papà subito.
“Mi date ottocentomila lire per fare una risonanza magnetica alla testa? Devo escludere tumore al cervello e sclerosi multipla”.
“Non fare il pirla” dice papà. Distrattamente quasi a voler negare ciò che aveva appena sentito.
“Cosaaaa!?” squilla la mamma sbarrando gli occhi.
Non avevo “studiato” un modo di dirlo. Tornando a casa mi ero concentrato sulle mie prospettive. E avevo concluso che prima di preoccuparmi di qualsiasi cosa era meglio aspettare il referto della risonanza. Il fatto è che entrando in casa me li ero trovati di fronte entrambi. E l’avevo detto loro così come era. Semplicemente. Avevo passato l’ora successiva a raccontare del fine settimana, del polso che cedeva, della lotta con Federica, della visita del dottor Greblo.
15 giorni dopo ero sdraiato in un tubo della risonanza magnetica all’ospedale San Raffaele. 10 giorni dopo avevo in mano l’esito: negativo. Niente tumore al cervello. Niente sclerosi multipla. Nulla.
“Nella testa non c’è niente” informo gli amici.
“Niente? Che tu non avessi il cervello noi lo sapevamo già!!” mi rispondono sarcasticamente. Il nostro modo di volerci bene.
Nulla. Non c’è proprio niente. E ora? Cosa faccio? La debolezza persiste. Ok. Si affronta come un problema. Non come una malattia. Bisogna capire qual è il problema. Trovare le soluzioni. Scegliere la più adatta. Applicarla. Semplicemente.
(Marzo 1987, circa)

IL GRANDE IVAN (EP.1): il colloquio

Ero alla ricerca di un nuovo badante. Dovevo trovarlo urgentemente e in gamba. Vivevo da solo da pochi giorni e Florenzo mi aveva fatto passare tutti i limiti di sopportazione. Ero pieno di incognite. Sei mesi prima avevo fatto un trapianto di midollo e non c’erano segnali di reazione. Alla mamma, colpita da un mesotelioma, restavano poche settimane, se non giorni. Ero andato a vivere da solo per un po’ per obbligo, un po’ per necessità e convinzione da pochi giorni. Avevo assolutamente bisogno di un badante sveglio, pronto di spirito, reattivo, disponibile.
Ero in ufficio, quello del ficus farloccus. Suonarono alla porta.
“Ho un colloquio con Riccardo Taverna”
“Di là, si accomodi”, indicò Stefania o forse Alessandra.
Non entrò nella mia stanza. Fece irruzione… un tornado. Non feci in tempo a finire di dire buongiorno che era seduto in punta di sedia davanti alla mia postazione, i gomiti appoggiati al tavolo. Avvicinandosi aveva già incominciato a parlare. Deciso, controllato, l’ansia che ogni tanto faceva capolino. Un torrente in piena.
“Buongiorno, sono Ivan. Sono in Italia da tre anni con mia moglie. Siamo a Milano da un mese e abbiamo bisogno di lavorare. Io ho bisogno di lavorare, lei ha bisogno di aiuto. Io sono disponibile a fare qualsiasi cosa. Sono disponibile a imparare in fretta. Chiedo solo una cosa: se sbaglio non urli, mi spieghi. Lo stipendio non è un problema”, disse non distogliendo il suo sguardo dal mio.
Straordinario! Non avrei voluto sentirmi dire altro in un colloquio.
“Ok”, risposi controllando l’entusiasmo.
Poi la sorpresa. Infilò la mano nella tasca posteriore dei pantaloni ed estrasse il passaporto. Me lo diede.
“Perché?”, gli domandai.
“Lo tenga lei. È la garanzia della mia serietà. Così se faccio qualche cavolata lei ha il controllo assoluto su di me”, rispose convinto. Si stava consegnando a me!
“No. Il nostro sarà un rapporto basato sulla fiducia reciproca. E questo non è il modo migliore di incominciare”, gli dissi restituendo il passaporto.
Andò così, più o meno. Fu l’inizio di un rapporto meraviglioso che presto si trasformò in un amicizia che continua tutt’oggi, anche se ci sentiamo poco e per colpa mia.
(Luglio 2001)

NELLY (EP.1): il natale è una poesia

Nelly e io stavamo insieme da poco più di tre mesi. Ero già innamorato. Stavo incominciando ad amarla. Questo Natale era già speciale. Volevo renderlo il più indimenticabile possibile. Per la cena della vigilia eravamo ospiti a casa dei nonni di Roberta. Poi saremmo tornati a casa di Nelly.
Avevo girato per Milano per due giorni con Yuri, il badante ucraino che aveva preso il posto di Ivan, alla ricerca dei regali. Avevo in mente una sola cosa: le passioni di Nelly. Volevo celebrarle per celebrarla. E il compito era impegnativo perché di Nelly avevo già capito una cosa: riesce a rendere speciale qualsiasi cosa, qualsiasi momento. Con naturalezza e semplicità, come solo lei sa fare.
Il pomeriggio della vigilia ero passato a “scaricare” i regali sotto l’albero. L’albero di Natale di Nelly è sempre un capolavoro. Ricco, sempre diverso, mai banale: la vera poesia di ogni Natale.
Siamo rientrati a casa che era già passata la mezzanotte. Ci siamo seduti sul tappeto davanti a una pila di pacchi. Il salotto illuminato dalle sole luci dell’albero e dal bagliore della città che filtrava dalla finestra. Il pomeriggio del giorno prima avevo smontato i regali e avevo impacchettato ogni pezzo. Con Yuri avevamo “studiato” la sequenza di apertura.
Consegno a Nelly il primo pacchettino. Due batterie, mi guarda perplessa.
Tocca a me. Scarto: una camicia Ralph Lauren. È bellissima.
Nelly “apre” un libro. Le piace.
Ne ricevo uno anche io. Piace anche a me.
Ora tocca al macina pepe elettrico, uguale al macina sale elettrico che ha già, quello che sta cercando da tempo. È lì che vanno le batterie. Nelly è felice. Io di più.
Mi arriva paio di Camper.
Tocca a Nelly: il DVD di “Mission”, il suo film preferito. È  mooolto perplessa. Poi apre un pacchetto dal quale estrae un cavo elettrico di collegamento. Perplessa. Concentrata. Poi un lampo negli occhi che passano rapidamente dal cavo, al DVD, alla TV, di nuovo al DVD, al cavo. Intuizione. Si lancia sull’ultimo pacco. Lo straccia cercando conferme. Intravede il lettore DVD. Si illumina. Mi sorride. Si blocca. Piange.
“Cos’è successo?” le sussurro tra il sorpreso e lo sbigottito.
“Nessuno mi ha mai fatto regali pensando a quello che mi piace”.
Quel giorno sarà sempre indelebile. Natale con Nelly è sempre una poesia.
(25 dicembre 2002)

OMAR (EP.1): chi rompe paga

Alle volte anche io non mi spiego come faccio a scegliere i badanti! Omar, 35 anni circa, honduregno, era basso. Alto quanto me seduto sulla seggiola a rotelle. Era lento, lentissimo. E distratto. Passi per la lentezza e la distrazione: quelle si scoprono lavorando. Ma l’altezza!? Sarà stato anche più basso di 1.60. Come potevo sperare di camminare appoggiato a lui senza piegarmi. D’accordo. C’è la carrozzina. Ma ancora oggi, riesco a camminare per  500 metri se mi appoggio a qualcuno… ed è un ottimo esercizio fisico. Comunque. Torniamo alla distrazione.
“Scusi signor Riccardo, ho rotto un bicchiere. Lo pago io”.
“Non si preoccupi signor Omar, può capitare”.
“Scusi signor Riccardo, ho rotto un altro bicchiere”.
“Non si preoccupi signor Omar, stia più attento”.
“Signor Riccardo, ho rotto un piatto”.
“Signor Omar. Faccia attenzione. Non è neanche una settimana che lavora. La prossima volta paga”.
Nelly era preoccupata che “questo”, seppur piccolo, ci smontasse la casa pezzo a pezzo. Non avrei mai potuto minimamente avvicinarmi a immaginare ciò che mi stava per capitare.
(Novembre 2009)

LE MADRI SOFFRONO IN SILENZIO

Non mi ricordo il giorno. Non mi ricordo il periodo. Poteva essere il 1995 o il 1997. La mano destra faceva ormai poco. Le gambe incominciavano ad indebolirsi. Non mi ricordo molto.
Mi ricordo molto bene di aver passato la porta del corridoio e di essermela trovata di fronte. Mi ricordo il suo capo chino, i suoi occhi immersi in un mare di tristezza cercavano i miei. “Riccardo, scusami se sei ammalato, non volevo. Mi sento tanto in colpa. Non sono stata una brava mamma per questo. Non volevo…”. Le ho sorriso. “Mamma, se potessi tornare dentro di te all’attimo prima di nascere. Se in quel momento qualcuno mi raccontasse quello che mi sarebbe capitato venendo al mondo, comprese le prospettive che ho, e mi offrisse la possibilità di scegliere tra nascere o passare il turno, sceglierei di nascere tutte le volte. Perché la vita è bellissima”. Ci siamo abbracciati. “Lo pensi davvero?” “Sì”. “Grazie Riccardo, grazie”.
Mamma, ora non ci sei più. La mia salute è più compromessa. Confermerei la scelta un’altra volta, come la confermo tutte le mattine. Grazie Mamma.
(1995, circa)