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PAPÀ, "TENTATO SUICIDIO?" (parte 1)

Prima leggi: PAPÀ, IL FUNERALE

Se ne è andato come aveva vissuto: in conflitto con tutti e tentando di fare leva sui nostri sensi di colpa. Un anno prima papà era stato travolto da un evento che per lui aveva la portata di uno tsunami. A cinquantaquattro anni, mamma aveva deciso di tornare a lavorare. A dire la verità mi aspettavo che lo facesse prima. Noi figli eravamo fuori da mattina a sera. Con il marito non c’era dialogo. Stava appassendo. Papà non era in grado di capire i perché della mamma. Il suo unico orizzonte era che spettava a lui portare i soldi a casa. Per lui era così ovvio che non si capacitava della nostra incapacità di accettare la sua posizione. Non gli rimaneva che chiudersi nel suo classico silenzio ricattatorio.
Purtroppo per lui, in quel periodo la CIDP faceva un balzo. Peggiorando. Papà, di fronte al peggioramento del suo prediletto, era costretto al dialogo. E mise in atto una strategia diversa. La sera, quando rientravo dall’ufficio, mi chiamava nel superattico dove aveva lo studio. Uscivamo sul terrazzo dove incominciava a cercare di convincermi a convincere la mamma a smettere di lavorare. Ascoltavo. Spiegavo che la mamma stava facendo la cosa giusta per se stessa. E che per nulla al mondo avrei mai cercato di convincerla a fare il contrario. Ogni sera, quasi tutte le sere, papà replicava. Sempre in terrazzo. Lontano da orecchie indiscrete, quelle della mamma.
Dopo alcune settimane papà aveva finalmente compreso che avevo una posizione irremovibile. Ed era passato al ricatto. Non più i silenzi lunghi e grossolani. Questa volta aveva elaborato un’opzione più sottile. Sofisticata. Una sera, mentre mi stava ripetendo il discorso che mi raccontava da settimane, improvvisamente, si mise una sigaretta in bocca. Dieci anni dopo il suo infarto. Dieci anni dopo aver smesso di fumare.

“Cazzo stai facendo?”. Glielo domandai con aria di sufficienza. Come si parla a un bambino che sa benissimo che sta facendo una stupidaggine.
“Con tutto lo stress che la mamma mi sta provocando, almeno così mi rilasso un po’”. La voce puerile. La testa abbassata. Ma gli occhi erano rivolti verso l’alto. Scrutavano i miei per vedere se stavo abboccando.
“E il cuore?”.
Un sospiro. La risposta era tutta in quello sbuffo d’aria che tradotto in italiano significava solo: “pazienza…”.
“Non pensare minimamente di farmi cambiare idea con questi ricatti. Abituati. E se hai intenzione di ricattarmi con il suicidio fammi una cortesia. Lanciati da qui che con sotto la corsia dei box fanno otto piani… Almeno ci risparmi la lenta agonia”.

Imperterrito papà continuava a cercare di convincermi. Rientravo dall’ufficio. Mi chiamava dal superattico. Uscivamo sul terrazzo. Accendeva la sigaretta. E attaccava con la sua opera di convincimento dialettico come se fosse la prima volta. Imperterrito lo ascoltavo. Dal giorno in cui aveva acceso la sigaretta davanti a me per la prima volta, ascoltarlo era anche un modo di controllarlo. Per scrupolo. In fondo era sempre mio padre. Puntualmente lo deludevo: non avrei cercato di convincere mamma a smettere di lavorare.

Poi, un venerdì pomeriggio…

(Maggio 1992, circa)

PAPÀ, IL FUNERALE

Prima leggi: PAPÀ, I CONFLITTI INCASA

La lastra di granito chiude lentamente la tomba. Tengo gli occhi fissi sulla bara. Che lentamente viene inghiottita dal buio man mano che la lastra avanza. Gli addetti del cimitero terminano e si allontanano con discrezione. È finita. Papà non c’è proprio più. Nell’occhio si forma una lacrima. Scivola lentamente sulle ciglia. Si tuffa sulla guancia e rotola via. Seguita da un’altra lacrima. E da un’altra ancora. Le lacrime diventano un rivolo che rompe la tensione che ho accumulato negli ultimi mesi. Il respiro si rompe. Piango sommessamente davanti a quella lastra che ha reciso definitivamente il legame materiale con mio padre. Due braccia mi avvolgono le spalle da dietro. Ugo. L’abbraccio dell’amico che c’è passato alcuni anni prima. L’abbraccio che sta dicendo: “tranquillo, ci sono”.
Alessandro mi vede. Sta singhiozzando. Si avvicina senza parlare e mi abbraccia. Ugo si allontana. Si avvicina anche Marta. Ci abbracciamo tutti e tre mentre le nostre lacrime si mescolano. Non vedo la mamma. Ha perso il suo compagno di vita e sta soffrendo. Ma da un altro lato è libera dall’uomo che aveva reso la sua vita e quella dei figli simile a un girone dell’inferno dove la punizione era la violenza psicologica.
Essere vicini, in un momento estremo come il funerale del proprio padre, dopo aver passato anni a litigare, è piuttosto ipocrita. Credere che sia possibile è come confondere geografia e spirito. Infatti, passano solo poche settimane e torniamo sulle barricate fatte di silenzi, recriminazioni utili solo a rinfacciare, come nella migliore tradizione familiare, un passato che sta diventando una zavorra così pesante da impedire qualsiasi tentativo di guardare al futuro. Papà non c’è più. Ma la sua presenza è più ingombrante che mai.
(Luglio 1992)

MIO FRATELLO, INCONTRO DIECI ANNI DOPO

Prima leggi: L’EREDITÀDELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 2)

Il citofono mi fa sobbalzare sul divano. Sto cercando di ricordare i miei atteggiamenti che hanno sempre infastidito, per usare un eufemismo, Alessandro. E sono teso. Chissà se fanno ancora parte di me. Sta arrivando. Cerco di focalizzare l’emozione mentre mi trasferisco sulla seggiola a rotelle. Intercetto incertezza, piacere, curiosità, tensione. Allora per distrarmi mi focalizzo sull’obiettivo. Avvertirlo della familiarità della cardiopatia e dell’importanza che faccia degli esami è la priorità. Poi tutto quello che verrà dopo sarà un regalo.
Il citofono della seconda porta aumenta la mia tensione. Chissà come sarà? Nelly apre la porta e, dopo dieci anni di matrimonio, conosce suo cognato. Ci guardiamo e sorridiamo. Allungo la mano per dargliela. L’ultima volta che ci siamo visti mi ha salutato così. Meglio riprendere da lì. Invece, Ale mi sorprende ancora. Mi dà la mano, appoggia l’altra sulla mia spalla, si piega e mi bacia sulla guancia. Con discrezione.
Per rompere la tensione esclamo: “Ti presento tua cognata!”. Nelly mi guarda e controbatte: “Dai…! Siamo mica a Carramba che sorpresa!”. Siamo tesi, tutti e tre. Chi più, chi meno. Inconsapevolmente o meno Alessandro scardina l’attimo di tensione: “Che bella  casa!”. Parte il tour mentre raccontiamo la storia di come l’abbiamo trovata e di come Nelly l’ha pensata. Il ghiaccio è rotto. Passiamo tutta la sera a raccontarci di amici, parenti, nostra sorella, la vita a Milano, i suoi amici inglesi. E naturalmente delle mie condizioni di salute saltando da CIDP, infarto e il Parkinson. Faccio solo domande poco impegnative. Pochissimi commenti. Gli chiedo che lavoro fa. Me ne parlerà e mi sorprenderà. La tensione accenna a salire. Ho toccato un nervo scoperto. Allora butto la palla in calcio d’angolo. Parliamo dell’Inter. Dopo cena, mentre sto facendo la terapia, ci salutiamo.
Nei mesi successivi ci sentiamo poco e solo formalmente. Per i nostri compleanni. Per Natale. Brevi telefonate. Qualche SMS. Poi tutto accelera. Ci incontriamo sempre più spesso. Per vedere una partita. Semplicemente per cenare. Lentamente Ale si apre. Racconta dei suoi amici, del suo lavoro. Delle sue aspirazioni. Aveva ragione. Mi ha sorpreso. Ma poi neanche tanto. Quando avevamo costituito Strike mi aveva sorpreso per il talento che aveva. Non glielo ho mai detto.
Erano lunghi chiarimenti notturni. Più che un chiarimento per comprendere i sentimenti dell’altro, era un momento di recriminazione. Una resa dei conti dialettica che costruiva le premesse per la lite successiva. Andavamo a dormire giurando di avere capito, promettendo che non sarebbe più successo, più incazzati di quando avevamo incominciato il confronto qualche ora prima. Un’incazzatura repressa e compressa da una promessa di pace che, fatta anche in buona fede, portava con sé il germe della lite successiva. Che puntualmente esplodeva di li a poco. In famiglia accadeva così.
Dieci anni cambiano i caratteri. In alcuni casi smussano gli angoli. In altri li rendono più spigolosi. Il tempo e la vita rendono più saggio chi è disposto ad ascoltarsi. Da quando ci siamo incontrati a settembre, Ale e io abbiamo raggiunto un tacito accordo. Non ripartire dal passato. Voltare le spalle a venticinque anni di sofferenza e guardare avanti. Senza aspettative. Accogliendo ciò che l’uno dà all’altro senza giudicare. Sta funzionando. Fino ad oggi.
Noi Taverna siamo proprio coglioni. Ci voleva proprio un infarto per farci ritrovare. L’infarto che mi ha già restituito Flavio, mi sta restituendo mio fratello. Sono sempre più fortunato.
(Settembre 2012 – luglio 2013)

DAL PRIMO AL SECONDO IL BADANTE… IL CONTATTO CON I FILIPPINI

PRIMA LEGGI: IL PRIMO BADANTE …ovvero una body guard

Sono furioso. Sono seduto alla mia postazione nell’ufficio di Strike Communications, nel superattico dell’appartamento di Milano 2. Riesco a trattenere uno scatto di ira. Maurizio non è stato sfiorato minimamente dal pensiero di avvisare che non lavorava più. Per non parlare del preavviso. E quando mamma lo ha chiamato per sapere perché era in ritardo, non ha avuto il coraggio di parlare direttamente con me. Vigliacco.
Romana arriva in ufficio che mamma e io abbiamo appena incominciato a commentare la telefonata e la vigliaccata. Stiamo ascoltando il resoconto dettagliatissimo, parola per parola, della mamma quando squilla il telefono. Strappo la cornetta dal ricevitore.
“Pronto?”. Lo dico ricorrendo a tutto il mio autocontrollo.
“Pronto, sono Maurizio, vorrei parlare con Ricky”.
Non ci posso credere. Maurizio! Non me ne rendo conto. Sentire la parola “Maurizio” è come premere il tasto di un detonatore. Il detonatore della mia rabbia. Che esplode in un’eruzione di insulti. Urlo.
“Maurizio! Brutto bastardo figlio di puttana, cosa cazzo vuoi? Cosa cazzo mi chiami a fare? Ti sembra il modo di comportarti, brutto stronzo? Forse non ha mai abbastanza cervello in quella testa di merda e non ti sei reso conto che sono un disabile…”. Dall’altra parte del cavo c’è il silenzio più assoluto. Maurizio sta subendo passivamente. Non che abbia la possibilità di replicare, la mia colata di incazzatura è inarrestabile. “… cosa cazzo ti costava avvisare, vigliacco, pezzo di merda!”.
Prendo fiato. Mamma e Romana mi guardano con gli occhi sbarrati. Attonite. Non mi hanno mai visto cosi. Neanch’io. Maurizio prende coraggio. Dalla cornetta esce una voce flebile, guardinga.
“Ricky… sono Mauri… cosa sta succedendo?”.
Mauri! Che figura di merda. Mauri è un pilota. Corre in macchina. Ed è un nostro cliente. Passo i cinque minuti successivi a stracciarmi le vesti scusandomi. E raccontando il retroscena. Mauri comprende.
Intanto Romana ha proposto alla mamma una soluzione al problema del badante. La filippina che lavora in casa loro da anni è stata raggiunta dal marito. Florenzo è in Italia da una settimana. Parla inglese, ha la patente. Perfetto!

 

(Aprile 1998, circa)

L’EREDITÀ DELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 2)

Prima leggi: L’EREDITÀDELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 1)

“Buongiorno, sono Riccardo Taverna. Sto cercando Alessandro Taverna”. Ricky, il mio omonimo dal quale ho avuto il numero, l’ha avuto da Alessandro tre anni prima. Potrebbe non essere più suo. Per questo ho scelto la linea formale. La linea è disturbata. Dall’altra parte il silenzio. Insisto.

“Pronto?”
“Pronto?”. Una risposta. Non riconosco la voce.
“Sono Riccardo Taverna, sto cercando Alessandro Taverna”.
“Chi è che parla?”. La domanda è vagamente inquisitoria. Apparentemente sorpresa. Riconosco la voce di mio fratello.
“Ciao Ale, sono Ricky, tuo fratello”.
“Mio fratello non ha questa voce”.
“Questa è la voce di tuo fratello dopo un infarto, Ale”.
“Dimmi in che ospedale sei che vengo subito a trovarti”. Sono sorpreso. La risposta è inaspettata. Sincera e spontanea.
“Stai tranquillo Ale, l’infarto l’ho avuto sei mesi fa…”.
“… E me lo dici solo adesso…”. C’è qualcosa di diverso in questo scambio di battute. Qualcosa che tra noi non c’è mai stato. Il tono è di rimprovero. Un rimprovero delicato che nasconde un velo di preoccupazione. Forse affetto.
“Non avevo il tuo numero di telefono. L’ho recuperato solo ieri sera”.
“Ma non potevi chiederlo a David, il tuo amico inglese?”.
“Ale, David è morto poco dopo il mio infarto…”.
Alessandro metabolizza la notizia di David con una pausa. Poi continua.
“Comunque, dimmi dove sei che vengo a trovarti”.
“Ci vediamo alle sei, a casa mia, così ti presento mia moglie?”

Ale arriva alle sette. Dopo aver avvisato del ritardo. Non ho aspettative. Prenderò quello che viene. E qualsiasi cosa verrà sarà buona a prescindere. Dopo dieci anni sto per rivedere mio fratello.
(Settembre, 2012)

L’EREDITÀ DELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 1)

Prima leggi: FAMIGLIA

“Noi Taverna siamo proprio coglioni”. Ale lo dice mormorando. Forse qualcosa in più di un mormorio, giusto per farsi sentire.
“Scusa…?”, chiede Nelly che lo sta accompagnando a fare il giro del giardino.
“Dicevo che noi Taverna siamo proprio dei coglioni… Ci voleva un infarto per farci reincontrare”.
È stata una rincorsa. Lunga e incerta. Che inizia durante il ricovero in unità coronarica quando mi torna in mente che papà ha avuto il primo infarto a quarantotto anni. Diligentemente lo comunico all’equipe che mi segue. Che, altrettanto diligentemente, mi torchia di domande. “Ha un fratello di quarantacinque anni che fuma? Deve avvisarlo al più presto. Si deve sottoporre ad esami”. È il carico finale. Subito dopo le dimissioni, pieno di dubbi, mi metto in azione. Devo trovare Alessandro. Di fronte a un pericolo come la morte qualsiasi cosa deve passare inesorabilmente in secondo piano.
Ale e io non ci sentiamo da dieci anni. Dieci anni di silenzio sono il risultato di un rapporto reso impossibile da un conflitto perenne indotto, inconsapevolmente o meno, da nostro padre. Io, figlio maggiore, risposta ai desideri di papà di avere un primogenito maschio, ero il migliore per definizione. E papà non si lasciava sfuggire alcuna occasione per sottolinearlo. Soprattutto ad Ale. Astio, e forse odio, sono i sentimenti che Ale ha maturato nei miei confronti. Sentimenti che, in parte, ho contribuito ad alimentare. E che lo hanno portato ad assumere verso di me, persona con CIDP, atteggiamenti tanto discutibili quanto comprensibili. Dieci anni di lontananza possono far dimenticare una persona. Addirittura di avere un fratello. Invece ho ricordato e riflettuto. E ho capito tanti perché di Alessandro. Il suo astio, la sua sofferenza, la sua aggressività. E ho riconosciuto il suo talento e la sua onestà intellettuale.
Sono riuscito a rintracciare il suo numero di cellulare. Sono passati sei mesi dall’infarto. Il pollice sta per digitare l’ultima cifra sulla tastiera del BlackBerry. Tensione ed emozione si mescolano aumentando il tremore cronico del Parkinson. Il pollice si muove come impazzito sulla tastiera. Mi fermo e mi rilasso con un respiro profondo. Premo il tasto e aspetto. “Chissà se è ancora il suo numero?” “Chissà come reagirà?”. I miei pensieri sono interrotti da un “sì, pronto” deciso e stentoreo.
(Settembre 2012)

LA CILIEGINA SULLA TORTA

PRIMA LEGGI: Nelly… La donna della mia vita.

“Ti mancherò?”. La domanda è retorica e nasconde il bisogno di essere rassicurata. La mattina del giorno dopo Nelly partirà per New York per una vacanza progettata da prima che ci conoscessimo. Siamo insieme da poco più di due mesi e stiamo bene. Anzi, benissimo. Siamo innamorati e, cosa più straordinaria, l’affiatamento cresce ogni giorno. Un fenomeno meraviglioso, straordinariamente appagante. Sembriamo compagni da una vita eppure non sappiamo cosa sia la noia. Ci confrontiamo incessantemente, su qualsiasi cosa. Le colazioni della domenica mattina sono la nostra agorà dove le chiacchiere ci accompagnano quasi sempre fino all’ora di pranzo.
“Ti mancherò?”. Voglia di rassicurazione. Voglia di carezze e coccole. Bisogno di sentirsi importante. Rispondo alla domanda diretta. Stupidamente.

“No. Ho una strategia contro la malinconia. Non penso che mi mancherai”.
“Come non ti mancherò?”. Nelly ribatte fingendosi indignata anche se dalle pieghe della voce filtra una leggera delusione.
Imperterrito, approfondisco la spiegazione della strategia contro la malinconia basata sul condizionamento della mente: “Da domani mattina incomincerò a pensare al momento che ti rivedrò, solo a quello, e quel pensiero mi renderà felice”.
“Ma neanche un poco pochino?”
Insisto. “Sai, negli ultimi cinque anni vissuti da single sono riuscito a raggiungere un equilibrio come non mi è mai capitato. La mia vita è come una torta perfetta. Mancava la ciliegina fino al giorno in cui ci siamo messi insieme”.
“Ah, così io sarei solo un ciliegina!”. Nelly mi salta addosso mirando ai fianchi per farmi il solletico. Finge indignazione e delusione. Ride. Ma negli occhi per un attimo scorgo un lampo di determinazione.

Domenica Nelly è a New York. E io a colazione mi annoio mortalmente. Mi sta mancando. Capisco perché non ho voluto rassicurarla. Mi stavo schermando dietro una corazza. Nelly aveva sconvolto l’equilibrio che avevo faticosamente raggiunto con tanta delicatezza che non volevo rendermene conto. Ammettere che mi sarebbe mancata voleva dire ammettere che la mia vita stava cambiando. E nonostante il cambiamento fosse per il meglio, lo temevo. Nelly stava diventando la torta. O lo era già.

 

(Dicembre, 2002)

 

IL SENSO DELL’EDUCAZIONE

Stepan è parte della nostra vita. Averlo in giro è diventata più di una piacevole consuetudine. È quotidianità. È il sapore rassicurante della famiglia. Chiedergli se vuole venire al cinema con noi è istintivo, naturale. Come oggi pomeriggio.

Andiamo al multisala di Rozzano a vedere Elysium. Ci godiamo lo spettacolo. Usciamo soddisfatti. In ascensore commentiamo il trailer di Rush. Nelly ha cambiato idea. Vuole vederlo.
Usciamo dalla ascensore parlando della colonna sonora. Ci dirigiamo verso l’entrata principale. Stepan spinge la seggiola a rotelle. Nelly alla nostra sinistra. Passiamo attraverso la folla di ragazzini che affollano l’atrio intorno alle casse. Ci avviciniamo alle porte che si aprono verso l’interno. Con un’intesa perfetta Nelly accelera verso la più vicina. La apre e la tiene aperta. Fuori un gruppo di sei adolescenti. Sei ragazzi appena rientrati dalle vacanze. Tutto accade in un battito di ciglia. I due giovani più vicini alla porta guardano Nelly distrattamente. Buttano un occhio altrettanto distratto alla mia carrozzina. E entrano. Seguiti dagli altri quattro.

“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
Siamo assorti dal film, in parte. E in parte zittiti dall’incredulità.

Passato il sesto, finalmente usciamo nel buio del piazzale. Ci dirigiamo verso il parcheggio. Ognuno con i propri pensieri. Stepan rompe il silenzio con un commento incisivo come una massima: “educazione non è dire grazie. Educazione è fare passare”.
(2 settembre 2013)

NELLY, RICKY E IL TERRORE IN CASA

(Da dieci anni viviamo in un loft in fondo a via Ripamonti. È a pian terreno. Soffitto di 5 metri con vetrate di 3 metri e mezzo su i tre lati del giardino).

Il passerotto che cinguetta sull’albero evoca suggestioni e sentimenti carichi di energia positiva. Appollaiato sul ramo, il batuffolo di piume fischietta contaminando chi lo ascolta con la sua allegria. Annuncia la primavera, una giornata limpida o, più semplicemente, la sua felicità. Ma la gioia di vedere un uccellino non è per tutti. Per Nelly il cinguettio è un segnale d’allarme, la vista fonte di preoccupazione. Preoccupazione che entri in casa. E quando il passerotto è in casa a Nelly evoca un solo sentimento, nitido e netto: terrore.
Inutile cercare spiegazioni. Non ce ne sono. Il fatto certo è che quando un pennuto varca la soglia di casa o entra dalla finestra Nelly perde il lume della ragione. Urla in preda al terrore correndo in giro per l’appartamento. Gli occhi sbarrati come se fosse inseguita da una tigre a digiuno da settimane. Anzi, Nelly preferirebbe di gran lunga il felino. Corre fino a che approda da me in cerca di aiuto e protezione. Il terrore in casa è anche quello del povero pennuto che all’improvviso si trova prigioniero in una gabbia che, seppur grande, è abitata da uno strano mammifero bipede con una grossa criniera castana. E che corre in modo inconsulto da un lato all’altro lanciando stridii acuti e assordanti.
Nelly mi guarda implorandomi di fare qualcosa. Che io sia disabile e non mi regga in piedi non conta. Devo risolvere il problema. Senza alternative. Perché il passerotto vola in casa quando il badante non c’è. Il fine settimana o quando è in ferie. Non ho scampo.
La prima volta è successo di domenica pomeriggio. Io sul divano spaparanzato a guardare lo sport in televisione, Nelly a sistemare il giardino. Fuori una giornata straordinariamente limpida. Il passerotto entra dalla porta della cucina e plana in salone arrampicandosi su un tenda a cinque metri d’altezza. È un periodo difficile. La CIDP mi sta attaccando vigorosamente e le gambe sono debolissime. Tendo l’orecchio verso il giardino. Nessun urlo. Nelly non se ne è accorta. L’uccellino immobile. Ci provo.
“Mon amour?”

“Dimmi!”. Nelly risponde con il suo solito squillo carico di energia e allegria. Bene.
“Fammi un favore. Mi apri le finestre per fare girare un po’ d’aria, sto scoppiando”.
“C’è un uccello in casa!”. Non lo sta dicendo. Lo sta affermando come se ce l’avesse di fronte.
“Dove?”. Provo una manovra di elusione. Inutilmente.
“C’è un uccello in casa!!!”. L’urlo selvaggio squarcia la giornata limpida. Il passerotto vola in cerchio sotto il soffitto.
“Come cazzo ha fatto…”, mormoro mentre mi trascino gattonando verso la finestra. Mi appoggio al mobile della televisione per tirarmi in piedi. Mi appoggio alla colonnina tra due finestre. Tiro su la tenda afferrando e tirando la corda con la bocca. L’equilibrio è precario. Riesco a colpire la maniglia della finestra fino a metterla in posizione “aperto”. Incastro l’avambraccio tra la maniglia e il vetro. Tiro. E la finestra si apre. Mi trascino sul divano e aspetto. L’uccellino allunga il collo verso la libertà. Ma non si muove. Teme che il mammifero bipede urlante si palesi nuovamente. Dopo alcuni minuti prende coraggio e si lancia nella apertura. Problema risolto.

La seconda volta Nelly è in casa. La condizione peggiore. Sta lavorando sul soppalco. Ed è più vicina al soffitto. Il passerotto entra da una finestra e plana verso la libreria dove Nelly ha la postazione. Io sono sempre sul divano preda di un abbiocco. Le urla di Nelly mi riportano alla realtà e stordiscono il pennuto che si mette a volare ossessivamente in cerchio. Nelly, a sua volta, plana al piano inferiore. E si avvicina al divano con gli occhi imploranti aiuto. Questa volta mi sorprende. Invece di sdraiarsi a fianco a me, in cerca di protezione, sale sul divano in piedi.

Mi viene da ridere ma riesco a trattenermi. “Mon amour, cosa sali sul divano? C’è un uccello in casa, mica un topo”.
“Cosa devo fare?”. La voce di Nelly trema. La scena piena di risvolti che tendono al ridicolo. E io contribuisco.
“Mettere la testa sotto il tavolino della televisione”. Libero la prima baggianata che mi è passata per la testa, certo di prendermi un bel vaffanculo. Invece Nelly mi sorprende per la seconda volta.
Alza la testa con circospezione. Cerca di localizzare il pennuto. Non lo vede. Scende dal divano guardinga. Si avvicina alla televisione in punta di piedi. Si inginocchia. E mette la testa sotto il tavolino.

Un episodio rimarrà indimenticabile. È capitato nel periodo in cui la produzione mondiale di immunoglobuline è stata scarsa. E i cicli di terapia si erano fatti meno frequenti dando libertà d’azione al mio sistema immunitario. Nelle gambe la forza latitava. Al divano ero quasi inchiodato.

Quando entra l’uccellino Nelly reagisce come sempre, urlando e correndo verso di me in cerca di aiuto. Ma questa volta non ce la faccio. Comincio a parlarle per rassicurarla. Il respiro le si fa meno affannoso. È il momento giusto per farle capire che tocca a lei risolvere il problema. Aprire la finestra mantenendo il più ferreo autocontrollo per non spaventare il pennuto. Ce la fa. Apre la finestra. Mantiene la calma. L’uccellino vola in cerchio sotto il soffitto ed esce. Nelly non lo vede e si convince che è entrato in camera da letto al piano di sopra. E mi sorprende per la terza volta. Domina il terrore ed entra in camera a controllare. Esce trionfante. Vederla salire la scala verso il soppalco con un coraggio da gladiatore, come se fosse costretta ad affrontare un orso ferito, mi riempie di orgoglio. È mia moglie!

(2003-2010)

UNA VERITÀ SI FA STRADA

Prima leggi:  PSICANALISI: INCOMINCIARE A SCAVARE

Una verità è inconfutabile: la CIDP è una malattia autoimmune. Il mio sistema immunitario non riconosce la mia mielina. Anzi, la riconosce come un corpo estraneo. E la aggredisce.
La psicanalisi ha dei risvolti affascinanti. Entro nel vivo della terapia dopo pochi mesi e mi sorprendo a osservare i miei tentativi di eludere i pezzi di verità che cominciano ad affiorare dal subconscio, di deviare dai percorsi illuminati dalle riflessioni, di resistere alle conclusioni. Anche a quelle più ovvie. Tentativi goffi. Come aprire subordinate per intralciare un ragionamento. Mettermi a raccontare un aneddoto inutile. Smettere di ascoltare. E nei periodi più intensi dimenticarmi di un appuntamento o, addirittura sbagliare arrivando in anticipo di ventiquattro ore. Tentativi goffi e grossolani che imparo a riconoscere immediatamente. E li affronto. Mi affronto. La Zav assiste osservando la sfida quasi con tenerezza.
Oggi la reazione è inaspettata. Mi prende lo stomaco. Crampi. Leggeri e fastidiosi. Stiamo parlando della autoimmunità della CIDP. Può essere la manifestazione fisica di un malessere psicologico? All’inizio rifiuto l’idea. Ma proprio perché la sto rifiutando so che devo, se non altro, prenderla in considerazione: ho una parte autodistruttiva. Possibile? È assurdo. Talmente assurdo da rifletterci. E se così fosse, perché? Perché una parte di me deve voler annientare l’altra? Cosa è successo nella mia vita da scatenarmi contro me stesso? Quando è successo? I crampi si fanno più acuti. È la strada giusta? Si, forse. È una verità che più prendo l’idea in considerazione, più lo stomaco si rilassa. Confrontandomi con la Zav lentamente si fa strada una verità. Una parte di me si è impegnata diligentemente a distruggere l’altra.
(1997)