L’EREDITÀ DELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 1)

Prima leggi: FAMIGLIA

“Noi Taverna siamo proprio coglioni”. Ale lo dice mormorando. Forse qualcosa in più di un mormorio, giusto per farsi sentire.
“Scusa…?”, chiede Nelly che lo sta accompagnando a fare il giro del giardino.
“Dicevo che noi Taverna siamo proprio dei coglioni… Ci voleva un infarto per farci reincontrare”.
È stata una rincorsa. Lunga e incerta. Che inizia durante il ricovero in unità coronarica quando mi torna in mente che papà ha avuto il primo infarto a quarantotto anni. Diligentemente lo comunico all’equipe che mi segue. Che, altrettanto diligentemente, mi torchia di domande. “Ha un fratello di quarantacinque anni che fuma? Deve avvisarlo al più presto. Si deve sottoporre ad esami”. È il carico finale. Subito dopo le dimissioni, pieno di dubbi, mi metto in azione. Devo trovare Alessandro. Di fronte a un pericolo come la morte qualsiasi cosa deve passare inesorabilmente in secondo piano.
Ale e io non ci sentiamo da dieci anni. Dieci anni di silenzio sono il risultato di un rapporto reso impossibile da un conflitto perenne indotto, inconsapevolmente o meno, da nostro padre. Io, figlio maggiore, risposta ai desideri di papà di avere un primogenito maschio, ero il migliore per definizione. E papà non si lasciava sfuggire alcuna occasione per sottolinearlo. Soprattutto ad Ale. Astio, e forse odio, sono i sentimenti che Ale ha maturato nei miei confronti. Sentimenti che, in parte, ho contribuito ad alimentare. E che lo hanno portato ad assumere verso di me, persona con CIDP, atteggiamenti tanto discutibili quanto comprensibili. Dieci anni di lontananza possono far dimenticare una persona. Addirittura di avere un fratello. Invece ho ricordato e riflettuto. E ho capito tanti perché di Alessandro. Il suo astio, la sua sofferenza, la sua aggressività. E ho riconosciuto il suo talento e la sua onestà intellettuale.
Sono riuscito a rintracciare il suo numero di cellulare. Sono passati sei mesi dall’infarto. Il pollice sta per digitare l’ultima cifra sulla tastiera del BlackBerry. Tensione ed emozione si mescolano aumentando il tremore cronico del Parkinson. Il pollice si muove come impazzito sulla tastiera. Mi fermo e mi rilasso con un respiro profondo. Premo il tasto e aspetto. “Chissà se è ancora il suo numero?” “Chissà come reagirà?”. I miei pensieri sono interrotti da un “sì, pronto” deciso e stentoreo.
(Settembre 2012)

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