MIO FRATELLO, INCONTRO DIECI ANNI DOPO

Prima leggi: L’EREDITÀDELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 2)

Il citofono mi fa sobbalzare sul divano. Sto cercando di ricordare i miei atteggiamenti che hanno sempre infastidito, per usare un eufemismo, Alessandro. E sono teso. Chissà se fanno ancora parte di me. Sta arrivando. Cerco di focalizzare l’emozione mentre mi trasferisco sulla seggiola a rotelle. Intercetto incertezza, piacere, curiosità, tensione. Allora per distrarmi mi focalizzo sull’obiettivo. Avvertirlo della familiarità della cardiopatia e dell’importanza che faccia degli esami è la priorità. Poi tutto quello che verrà dopo sarà un regalo.
Il citofono della seconda porta aumenta la mia tensione. Chissà come sarà? Nelly apre la porta e, dopo dieci anni di matrimonio, conosce suo cognato. Ci guardiamo e sorridiamo. Allungo la mano per dargliela. L’ultima volta che ci siamo visti mi ha salutato così. Meglio riprendere da lì. Invece, Ale mi sorprende ancora. Mi dà la mano, appoggia l’altra sulla mia spalla, si piega e mi bacia sulla guancia. Con discrezione.
Per rompere la tensione esclamo: “Ti presento tua cognata!”. Nelly mi guarda e controbatte: “Dai…! Siamo mica a Carramba che sorpresa!”. Siamo tesi, tutti e tre. Chi più, chi meno. Inconsapevolmente o meno Alessandro scardina l’attimo di tensione: “Che bella  casa!”. Parte il tour mentre raccontiamo la storia di come l’abbiamo trovata e di come Nelly l’ha pensata. Il ghiaccio è rotto. Passiamo tutta la sera a raccontarci di amici, parenti, nostra sorella, la vita a Milano, i suoi amici inglesi. E naturalmente delle mie condizioni di salute saltando da CIDP, infarto e il Parkinson. Faccio solo domande poco impegnative. Pochissimi commenti. Gli chiedo che lavoro fa. Me ne parlerà e mi sorprenderà. La tensione accenna a salire. Ho toccato un nervo scoperto. Allora butto la palla in calcio d’angolo. Parliamo dell’Inter. Dopo cena, mentre sto facendo la terapia, ci salutiamo.
Nei mesi successivi ci sentiamo poco e solo formalmente. Per i nostri compleanni. Per Natale. Brevi telefonate. Qualche SMS. Poi tutto accelera. Ci incontriamo sempre più spesso. Per vedere una partita. Semplicemente per cenare. Lentamente Ale si apre. Racconta dei suoi amici, del suo lavoro. Delle sue aspirazioni. Aveva ragione. Mi ha sorpreso. Ma poi neanche tanto. Quando avevamo costituito Strike mi aveva sorpreso per il talento che aveva. Non glielo ho mai detto.
Erano lunghi chiarimenti notturni. Più che un chiarimento per comprendere i sentimenti dell’altro, era un momento di recriminazione. Una resa dei conti dialettica che costruiva le premesse per la lite successiva. Andavamo a dormire giurando di avere capito, promettendo che non sarebbe più successo, più incazzati di quando avevamo incominciato il confronto qualche ora prima. Un’incazzatura repressa e compressa da una promessa di pace che, fatta anche in buona fede, portava con sé il germe della lite successiva. Che puntualmente esplodeva di li a poco. In famiglia accadeva così.
Dieci anni cambiano i caratteri. In alcuni casi smussano gli angoli. In altri li rendono più spigolosi. Il tempo e la vita rendono più saggio chi è disposto ad ascoltarsi. Da quando ci siamo incontrati a settembre, Ale e io abbiamo raggiunto un tacito accordo. Non ripartire dal passato. Voltare le spalle a venticinque anni di sofferenza e guardare avanti. Senza aspettative. Accogliendo ciò che l’uno dà all’altro senza giudicare. Sta funzionando. Fino ad oggi.
Noi Taverna siamo proprio coglioni. Ci voleva proprio un infarto per farci ritrovare. L’infarto che mi ha già restituito Flavio, mi sta restituendo mio fratello. Sono sempre più fortunato.
(Settembre 2012 – luglio 2013)

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