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Cronaca dell’infarto (parte 4)

PRIMA LEGGI: Cronaca dell’infarto (parte 3)

La barella corre veloce lungo il corridoio del pronto soccorso accompagnata dal medico dagli occhi gelidi e un numero imprecisato di infermieri. Entra in ascensore.
“Come andiamo?”. La voce viene dal fondo della ascensore. Alzo la testa. Prospero?! Lascio cadere la testa sul cuscino. Cosa ci fa qui il mio compagno di ventura siracusano? Mi domando sorpreso. Come è possibile? Sono svenuto e sto sognando? Non avrei questo freddo. L’ansia cresce. Oppure sono… “Mi chiamo Giuseppe”, continua la voce. “Ciao” rispondo felice, rassicurato dal fatto che non sia il mio amico. Tutto come prima. Guardo il medico: “e tu come ti chiami?”.

“Lui ha un nome altoatesino…”, irrompe Giuseppe. L’ascensore ride.
“Mi chiamo Marco Centola”, risponde ridendo e fingendosi mortificato.
“Hai visto come è altoatesino?”, esclamano un paio di infermieri.
L’atmosfera è ai limiti della goliardia. E questo mi rassicura.

L’ascensore arriva al piano. Le porte si aprono e la barella accelera bruscamente. Corre veloce lungo il corridoio. Mi lascio trasportare. Sono sereno. Ho fatto quello che dovevo fare. Penso di averlo fatto al meglio. Ora nulla dipende più da me. Sono sereno, vigile e attento. Curioso a proposito di quello che sta per succedere.
A metà del corridoio, sulla sinistra, un infermiere tiene aperta una porta. L’emodinamica è pronta. Non vedo Marco. La barella entra nella sala operatoria. Non fa in tempo a fermarsi che vengo assalito da sette o otto infermieri o medici, non capisco. “Scusa se ti assaliamo – dice la voce dietro la mascherina – ma dobbiamo procedere urgentemente”. L’ansia scalza la serenità. Ma la verità è che il velo di serenità sotto il quale stavo proteggendo il mio equilibrio si dissolve lasciandomi preda di un oceano di ansia. “Fate quello che dovette senza formalizzarvi”, ribatto mentre 14 o 16 mani mi stanno togliendo tutto. Catenine, gilet, camicia, pantaloni, boxer, calze, scarpe. Sono tutti coordinati, un balletto. Il pit stop di una formula uno deve essere così. Pochi secondi. E mi trovo catapultato sul tavolo operatorio. Nudo. Corpo e anima. Sono nelle loro mani. Chissà Nelly? Ho paura.
(16 marzo 2012)

IL DITO … ovvero, piccoli imprevisti, piccoli segnali.

Il dolore è allucinante. Lancinante. La sensazione netta dello strappo. Del distacco. Anzi, dello sradicamento. Un dolore mai provato prima. Per di più improvviso. Talmente acuto e improvviso da mozzarmi il fiato. Per un istante vedo, come nella migliore tradizione, le stelle, tutte le galassie. Anzi, vedo il big bang. Una metafora più appropriata per descrivere la miscela dirompente di dolore e sorpresa. Dal profondo della mia gola sento partire l’urlo. Gli occhi spalancati. Gonfi. L’urlo arriva in bocca. È sul punto di esplodere. Ma viene soffocato dal panino meraviglioso che ho appena addentato.
Sono al bar di piazza Lodi durante la pausa pranzo di una tranquilla giornata di lavoro in MGD. Guendalina e io abbiamo deciso di concederci un pranzo frugale fuori dall’ufficio. Per rompere il ritmo. Per chiacchierare un po’. Da soli. Entrando ho ordinato un panino: pane francese, mozzarella di bufala e prosciutto crudo al coltello. Il prosciutto è straordinario. Entrando nel bar il suo profumo mi ha guidato fino al bancone. Era lì. Quasi ad aspettarmi. Rosso, dolce, la parte finale. La più saporita.
Il cameriere ha appena appoggiato i piatti sul tavolino. Guendalina prende il mio panino e sistema il tovagliolo. Lo stato attuale delle mani non mi permette di fare movimenti fini come sistemare un tovagliolo di carta. Ma un panino riesco ancora a gestirlo egregiamente. Basta che lo tenga con due mani. Lo afferro saldamente. Il pane è perfetto, leggermente tiepido. Portandolo verso la bocca pregusto il primo boccone. Lo morsicherò lentamente. E lentamente lo morsico. La crosta croccante si spezza. La mollica tiepida. La bufala fresca e morbida. Il prosciutto delicato e sottile. No. Non è sottile. Almeno una fetta deve essere piuttosto spessa. Tanto spessa da bloccare gli incisivi. E da interrompere lo stato di estasi culinaria nella quale mi stavo calando.
Istintivamente, rilasso leggermente i muscoli della mandibola e li contraggo con forza. Devo spezzare la resistenza della fetta di prosciutto. Un colpo secco mentre con le mani torco il panino verso sinistra. Per staccare tutto, subito. Voglio il boccone.
Il dolore è allucinante. Lancinante. La sensazione dello sradicamento. Ho provato tantissimo dolore in molte occasioni. Un dolore simile al dito e in assoluto non l’ho mai provato. Dito? Cosa ci fa l’indice della mia mano destra in bocca in insieme al panino? Perché non l’ho sentito al primo, leggero tentativo?
 Guardo Guendalina che ha appena capito. E sta goffamente trattenendo una risata. Il risvolto comico prende il sopravvento. Allontanano il dito dai denti. Lo osservo attentamente mentre gusto il boccone. Rido. Mentre il dito mi osserva.
Il dito indice della mano destra. Quello che non mi permetteva di abbattere l’elicottero al gioco nelBaby Bar quando ancora non sapevo nulla della mia malattia. Quando tutto stava per incominciare. Metaforicamente mi sento come se lo avessi punito per le tante partite perse. Meno metaforicamente il dito mi ha richiamato: “non ti sembrerà grave – dice – ma se non mi senti quando stai per morsicarmi, non dimenticarti che la questione è seria”.
Tutti gli eventi nascondono un significato. Anche quelli più piccoli. Sta a noi saperlo cogliere. Il dito mi ha aveva appena richiamato all’ordine per la seconda volta.
(marzo 1992, circa)

LEGGI ANCHE: LAVORO E DISABILITÀ (parte 2) … incontri che hanno fatto la differenza. Mr. e Mrs. Duncan

IL ROMPISCATOLE (IO), IL BADANTE E L’ELETTRODO

Parto da una premessa. Stepan, il mio badante da quasi due anni, è generoso e quando ho avuto l’infarto ha contribuito sostanzialmente a salvarmi la vita. Questi sono valori che creano legami forti. Stepan non ha metodo. E il suo tasso di imprevedibilità è alto. Devo concentrarmi in una incessante  ed estenuante attività di controllo. O di prevenzione. Spiegare, ogni volta come deve fare una cosa che ha già fatto decine di volte.  Ogni tanto, anzi sempre più spesso, sono io stesso a darmi del rompiscatole.
È sera e sono appena rientrato dall’ufficio.  Seduto sul divano nello spogliatoio aspetto che Stepan incominci a cambiarmi. Mi sfila il maglione. Mi toglie la camicia. Mi ero dimenticato degli elettrodi. Sono sette, ben attaccati al petto.
Questa mattina sono stato all’Ospedale San Paolo, quello dove mi hanno salvato dall’infarto, per  una scintigrafia al cuore sotto sforzo. Un’ora e mezza per trovare l’accesso venoso. 15 minuti per la prova sotto  sforzo indotto da un farmaco. 25 minuti per la scintigrafia. Il tutto con il cuore monitorato dall’elettrocardiogramma.  “Dopo tutto quello che ti abbiamo fatto passare con le vene non ho il coraggio di staccarti gli elettrodi, pensaci tu”, mi implora l’infermiera. Accetto di buon grado. Mi dispiace sempre vedere la loro frustrazione di fronte alle mie vene e il senso di colpa che provano mano a mano che continuano a bucarmi invano.
Guardo Stepan.
“Toglio”, mi domanda.
“Si dice tolgo, Stepan, comunque si”, rispondo dal fondo di una voragine di  stanchezza. Ma l’esperienza mi consiglia di stare all’erta. Sempre.
Stepan incomincia ad eseguire il compito meticolosamente. Con la punta dell’indice comincia a staccare leggermente  l’adesivo del primo elettrodo. Lentamente, dall’alto verso il basso. Quando l’adesivo è staccato a sufficienza per essere afferrato, lo strappa con un movimento veloce e deciso. Poco male. Io vigilo.  Ripete l’operazione con il secondo elettrodotto. Stacca il lembo dell’adesivo. Lo afferra. Lo strappa. Poco male. Vigilo. Terzo elettrodo. Stacca. Afferra. Strappa. Poco male. Mi rilasso. Stepan sa come fare.
Mi rilasso e mi abbandono all’abbraccio del cuscino del divano. Lascio uscire la stanchezza di un dura giornata. Stepan passa al quarto elettrodo. Me ne accorgo all’ultimo momento. Troppo tardi. Urlo. Cerco di urlare ma Stepan è più veloce. Strappa. Contro pelo. La sensazione di essere scorticato. Urlo dal dolore.
“Cazzo! Contro pelo no! – urlo – perché!?”.
“Non lo so, non l’ho mai fatto”, risponde trattenendo una risata.
“Perché?”, mi verrebbe da insistere. Uno sprazzo di saggezza si fa largo tra il bruciore della pelle e  l’incazzatura. Sapere perché sarà peggio.
Con i badanti bisogna vigilare sempre. Mai abbassare la guardia. Appena ti rilassi, sbagliano. Un riflesso condizionato. Meglio rompiscatole che scorticato.
(gennaio 2013)

STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 3)

Parla. Ininterrottamente. Giorno e notte.  Non mi lamento con gli infermieri. L’ospedale, la sofferenza e la malattia ci rendono tutti uguali. Lamentarsi della sofferenza o della malattia di un compagno di camera è una mancanza di rispetto. Vuol dire non riconoscere la persona nella sua umanità e nella sua fragilità. Significa non riconoscere la propria. Anche se…
È passata l’ora di cena. Ho finito la flebo da un paio d’ore. Mi sono sgranchito. E mi sono rimesso a letto a leggere.
“Signor Corsaro, ecco la sua pastiglia”. È l’infermiera che sta somministrando le terapie.
“La prendo se ne  prende lei metà”, propone il signor Corsaro.
“Non può – spiega l’infermiera – deve prendere mezza pastiglia. È la dose”.
“La prendo se ne prende lei metà”, insiste il signor Corsaro.
“Su signor Corsaro, prenda la pastiglia… da bravo”. L’infermiera, giovane e minuta, assume un tono paternalistico. Sono entrambi seduti sul bordo del letto. Mi danno le spalle e, se non fossimo in ospedale, potrebbero essere nonno e nipotina.
“Ho detto che ne prendo metà se lei prende l’altra metà”. Il signor Corsaro continua imperterrito.
“Signor Corsaro, su da bravo, mi sta facendo perdere tempo. Ho tanto lavoro da fare”, spiega l’infermiera con dolcezza. Mascherando un goffo tentativo di  spezzare la resistenza del signor Corsaro con i sensi di colpa.
“Metà per uno”. Il signor Corsaro è granitico.
L’infermiera non ha capito il livello della sfida. E la schermaglia continua per cinque minuti.
Posso avere pazienza con il mio compagno. Ma con l’infermiera dura pochissimo. Appoggio il libro. Mi alzo e vado verso la porta.
“Scusa, vieni con me per un momento”, chiedo o comando all’infermiera. O forse entrambi. L’infermiera mi segue senza chiedere perché. Sono infastidito e non lo sto nascondendo. Ci fermiamo davanti al carrello dei farmaci. L’infermiera è in un silenzio preoccupato.
“Adesso – i miei occhi nei suoi – tu prendi una pastiglia intera e torni di là. Ricominci e quando il signor Corsaro ti dice che ne devi prendere metà, gli dici di sì. Spezzi la compressa in due. Fai finta di prendere la tua parte. Il signor Corsaro prende la sua. Il problema è risolto. Tu continui il tuo giro. Io continuo a leggere in pace. Chiaro?“. L’infermiera si illumina e rientra in camera baldanzosa. Esce trionfante.  Strizza l’occhio sorridendo.
Riprendo la lettura. In pace.
Il signor Corsaro riprende a parlare. Parlerà per tutta la notte.
In ospedale il concetto di pace è relativo.
(giugno 1995, circa)

LAVORO E DISABILITÀ (parte 4) … incontri che hanno fatto la differenza. Ronan Bryan

Ronan Bryan, amministratore delegato di Dow  Jones Markets Italia.
Il colloquio era andato ben oltre il tempo previsto. Ronan mi stava annunciando l’imminente uscita di Emma e il suo desiderio che fossi io a sostituirla. Come al solito misi in luce con estrema chiarezza i limiti che dovevo affrontare con il peggioramento della funzionalità delle mani.  Dalla mia entrata in Dow Jones erano  regredite.
“Ronan, voglio che tu tenga bene in mente questo scenario”, conclusi.
“ Noi ti scegliamo per la tua testa, le tue idee e la tua capacità di gestione, non per le tue mani. E ti metteremo a disposizione ciò che ti permetterà di essere efficiente: software, arredamento”. Ronan fu perentorio.
Grazie a Ronan incominciai a convincermi sempre più che sul lavoro i limiti delle mie mani erano più nella mia testa. E che se riuscivo a  dimostrare le mie capacità i limiti svanivano. Nella mia testa e in quella di chi mi stava di fronte.

SENZA UNA DONNA … vita da single e problemi di astinenza

La sera andavamo  a “La ringhiera”. Tutte le sere. Nessuna esclusa. “La ringhiera” era  la birreria che Marco, il più caro tra i miei amici, aveva aperto sull’alzaia naviglio grande. Era il nostro salotto. La certezza di trovare sempre Marco e qualcun altro con cui passare la serata. Il sabato avevamo il nostro tavolo.
 Quella sera saremo stati più di 20. Man mano che le ore passavano le sedie si svuotavano. Il nostro tavolo perdeva pezzi. Eravamo rimasti in tre. Gianni, Andrea e io. Con loro, con Gianni soprattutto, la conversazione era sempre inaspettata. Donne e calcio, i punti di partenza. Poi l’inaspettato. La vita, i massimi sistemi, la piega improvvisa. Eravamo affiatati. Un’amicizia nata  e rafforzata ai tavoli del bar dell’università Bocconi. Un affiatamento che  non ci faceva fuggire dalle lunghe pause. Marco aveva tirato giù la saracinesca. Orario di chiusura. “La ringhiera” colma. Caotica. Il nostro tavolo  avvolto dal fumo del locale e dal nostro silenzio.
 Saranno state le due. L’ora in cui il silenzio viene interrotto per salutare e andare oppure per incominciare a scavare dentro di noi. Immancabile, Gianni lancia  la sua considerazione. Che con discrezione scivola tra le briciole sul tavolo,  aggira bicchieri e lattine e ci aspetta.
“Sono cinque mesi che non faccio sesso…”.  Le parole di Gianni sono lente, escono quasi sottovoce.
Pausa.
“È difficile affrontare un momento come questo…” continua Gianni.
“ E cosa comporta…”, interviene Andrea.
Gianni riflette. “Mi rendo conto che  la mia soglia di accettazione si abbassa…”.
Pausa.
“Cioè…” , chiede Andrea.
“Guardo donne che prima non avrei mai guardato…”.
Ascolto senza intervenire giocherellando con quello che c’è sul tavolo. Un pezzo di grissino. Una lattina schiacciata. Sperimento gli effetti benefici della nuova terapia. Le mani stanno migliorando oggettivamente.
“Ti capisco…”, continua Andrea.
Pausa.
“Anche tu?”, domanda Gianni.
“Si – sospira profondamente Andrea – sono tre mesi che sono in astinenza…”.
“E ti lamenti?”. Gianni si finge severo.
Andrea risponde serio, quasi abboccando alla finta provocazione di Gianni. “La questione non è lamentarsi o meno. Sono le abitudini… le aspettative… e le necessità fisiologiche dove le mettiamo?”.
 “Comunque – continua Andrea rivolgendosi a Gianni – come è la più brutta con cui sei mai stato?”
“Non mi ci far pensare …” e incomincia a raccontare.
I ricordi si accavallano. Aneddoti fanno capolino dal profondo  della memoria. Io ascolto. Ogni tanto partecipo con un “mmm” o con un “già”.
“Andre, tu come lo affronti questo periodo?”, chiede Gianni.
“Ci penso il meno possibile e cerco di uscire con gente nuova… nuovo giro, nuova carne, nuove opportunità”.
Gianni si lancia in considerazioni spiritual-esistenziali, il suo modo di affrontare l’astinenza. Io continuo ad ascoltare.
Una nuova pausa avvolge il tavolo. Saranno quasi le tre.  Gianni si guarda in giro.  Sbadiglia. Andrea osserva il tavolo assonnato. Io giocherello goffamente con uno stuzzicadenti.
Andrea alza gli occhi pigramente. Mi osserva. “Ricky… tu?…”. Le parole si fanno strada tra uno sbadiglio.
“Non faccio sesso da nove mesi…”, dichiaro.
“E come affronti questo periodo…”, mi chiede Gianni stancamente.
“Da quando le mani stanno migliorando … meglio”, spiego distrattamente.
Pausa. Brevissima.
Andrea  butta indietro la testa ridendo fino alle lacrime. E ci contagia. Sono le 3.30.
(marzo 1996, circa)

STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 2)

Non posso già più. È l’alba del secondo giorno con il signor  Corsaro. Il sole sta sorgendo che lui sta parlando da solo da almeno un paio d’ore. Non so se riuscirò a resistere. Prima o poi  smetterà. Spero. Gli verrà sonno….
La flebo è partita da un paio d’ore quando i medici entrano in camera per la visita mattutina. Io sto bene. Pressione stabile, niente nausea. Passano al signor Corsaro.
Visita neurologica. Si consultano. Poi incominciano a  rivolgergli una sequenza di domande che ignoro. Il signor Corsaro risponde lucidamente. In apparenza.
“Sa dove si trova?”, chiede un dottore.
“Certo”.
“Dove?”
“Nell’ospedale militare del reggimento”. Il signor Corsaro è prontissimo.
“Posso avanzare una richiesta?”, continua il signor Corsaro. Il medico annuisce.
“Vorrei andare a casa?”. Il signor Corsaro è decisissimo.
“Non può”, è la risposta laconica.
“Ma – protesta fermamente il signor Corsaro – il qui presente Capo di Stato Maggiore mi ha già dato l’autorizzazione”.
“Chi?”, domanda il dottore mentre continua a prendere appunti.
“Il Generale qui presente”, risponde il signor Corsaro indicandomi.
Mi ha indicato! Me ne ero dimenticato.
“Non può uscire fino a quando non avremo completato  gli esami e fatto la diagnosi”, spiega il dottore.
Il signor Corsaro si chiude in un silenzio ostinato. I medici escono dalla stanza. Appena l’ultimo camice bianco varca la soglia il signor Corsaro si siede sul bordo del letto e mi guarda con espressione severa.
“ Signore, perché non ha confermato l’ordine di dimissioni che mi ha aveva rilasciato?”, mi chiede protestando, ma con il  rispetto  dovuto a chi è più alto in grado.
 Analizzo rapidamente lo scenario. Il signor Corsaro è abituato a comandare e, soprattutto, al fatto che si faccia come dice. È convinto che io sia un ufficiale di rango superiore al suo. Se non gioco la parte andrà fuori controllo. Mi il lancio.
“Lo Stato Maggiore ha deciso diversamente”, rispondo con tono solenne.
“Perché non me lo ha comunicato?”. Il signor Corsaro è deluso.
“Lo Stato Maggiore ha deciso che a comunicarlo fossero gli ufficiali medici”, spiego in tono autoritario.
Il signor Corsaro mi guarda.
Lo guardo.
Mi fissa.
Continuo a guardarlo. C’è voluto un attimo ma ho capito.
“Può andare”, comando. E torno a leggere il libro.
Il signor Corsaro si sdraia a fissare il soffitto. E incomincia a parlare. Andrà avanti tutto il giorno. Fino a notte inoltrata. Questo sarà un ricovero lungo e molto impegnativo.
(giugno 1995, circa)

LAVORO E DISABILITÀ (parte 3) … incontri che hanno fatto la differenza. Emmanuelle Girodet

Emmanuelle Girodet, responsabile comunicazione  e marketing di Dow Jones Markets Italia, era stata cliente de “ La borsa in tasca” fin dalla prima edizione.
Avevo lasciato MGD & Associates da quasi un anno. Mi stavo prendendo un anno sabbatico. E stavo cercando di finire l’università. Mi ero staccato per divergenze di opinione consapevole del rischio che correvo. Prima di lasciare  i signori Duncan avevo fatto dei colloqui con agenzie di relazioni pubbliche prestigiose ed erano andati tutti bene.  Ero sempre arrivato al colloquio con l’amministratore delegato  il  cui entusiasmo scemava quando mi sentiva raccontare dei problemi alle mani.
Mi rendevo conto che per un manager  superare i limiti dei miei problemi  era molto impegnativo. Ad ogni colloquio il problema si sarebbe ripresentato. Perché non avevo alcuna intenzione di cominciare a nascondere il mio stato e le sue prospettive. Il mio futuro professionale riposava all’ombra di una grande incognita. Da affrontare dopo la laurea.
Invece arrivò la telefonata di Emmanuelle. Mi voleva vedere. Seduti in sala riunioni affrontò il motivo  dell’incontro con naturalezza e semplicità.
“Riccardo, so che non stai lavorando. E una risorsa come te non la lascio sul mercato. Sto organizzando un grande evento e ho bisogno d’aiuto. Vorrei che tu salissi a bordo”.
“Emma, ti ricordo i limiti imposti dalle mie mani…”, risposi.
“So come lavori e quello mi basta”, Emma tagliò corto.
Il giorno dopo cominciavo. Prendendo il posto di Emma quando, sei mesi dopo, fu lei a lasciare l’azienda per seguire una nuova avventura. Emmanuelle è di gran lunga la persona che più ha  lasciato il segno nella mia vita professionale. Aveva aperto una porta sul mio futuro. Non mi aveva indicato la strada. Aveva fatto di più. Mi aveva fatto capire abbastanza esplicitamente che ce l’avrei fatta qualsiasi strada avessi scelto. Ancora oggi quando la disabilità getta un’ombra sulle mie prospettive lavorative, e l’incertezza cresce, nelle parole di Emma trovo l’energia per continuare. Emma e io abbiamo trovato altre occasioni per collaborare.

STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 1)

“Ma io la riconosco – esclama l’anziano signore entrando in camera – lei è il Capo di Stato Maggiore di questo ospedale militare”.
“Si”, rispondo annoiato, non sapendo ancora che quel “sì”, buttato lì distrattamente e con un po’ di strafottenza, sarebbe stato la mia salvezza.
È il secondo ricovero al DIMER.  È un bellissimo pomeriggio di giugno. Dalla finestra vedo nitidamente il cielo. È di un azzurro così intenso da sembrare artificiale. La brezza spinge con  la cima dell’albero vicino al recinto nella visuale con la regolarità di un metronomo.  Potrei essere in campagna. Invece il traffico di via Olgettina che scorre a pochi metri dalla mia finestra a pian terreno e l’ago che ho nel braccio sinistro mi ricordano dove sono.
“Si”, rispondo all’anziano signore e mi volto verso la mamma che è venuta a trovarmi. Sono a letto da sei ore con la flebo di immunoglobuline che possono provocare sbalzi di pressione e nausea. Per cui la somministrazione è lenta, molto lenta.
Il signor Corsaro, l’anziano signore, è il mio nuovo compagno di camera. Si cambia. Si sdraia nel letto  a fissare il soffitto. Si addormenta. La moglie e il figlio ci raccontano che è stato ricoverato per degli accertamenti. Forse Alzheimer. Forse chissà. Escono chiedendo di dire al signor Corsaro che ritornano dopo mezz’ora.
“Dove sono mia moglie e mio figlio?”, mi chiede il signor Corsaro svegliandosi.
“Tornano tra 30 minuti”, rispondo.
Il signor Corsaro si riaddormenta. Continuo a chiacchierare con la mamma.
“Dove sono mia moglie e mio figlio?”, richiede il signor Corsaro svegliandosi nuovamente.
“Tornano tra 30 minuti”, rispondo.
“È quello che mi ha detto prima!”, ribatte il signor Corsaro. Le sue parole sono sferzanti, il tono del rimprovero.
“Certo – rispondo con durezza – ma i 30 minuti non sono ancora passati”. Forse ho esagerato.
“Mi scusi –  continua con sorprendente umiltà il signor Corsaro – e, Signore, perdoni la mia impertinenza”.
Questo ricovero sarà lungo e impegnativo. Il signor Corsaro era un dirigente di un’importante banca e, in gioventù, era stato ufficiale della cavalleria.
(giugno 1995, circa)

LAVORO E DISABILITÀ (parte 2) … incontri che hanno fatto la differenza. Mr. e Mrs. Duncan

Malcolm Duncan e Maria Grazia Duncan, fondatori di MGD & Associates una delle prime agenzie di comunicazione al mercato finanziario in Italia. Cercavano qualcuno che vendesse gli spazi pubblicitari della prima edizione de “La borsa in tasca”, la prima guida sui protagonisti della borsa italiana. Avevo eliminato tutto ciò che aveva a che fare con la borsa e la finanza dal mio piano di studi. Per cui, nonostante il progetto fosse molto interessante in prospettiva, ritenni più onesto spiegare perché non ero la persona giusta per loro. Oltretutto non intendevo far fare brutta figura a Ugo che mi ha aveva presentato.
“Non so la differenza tra un’azione e un’obbligazione e ho un problema di salute  che  mi limita  i movimenti delle mani: non riesco a scrivere. Per di più settimana prossima  sarò ricoverato per almeno 15 giorni”, raccontai.
“La differenza  gliela spiegherò io”, rispose Mr. Duncan.
“Per lo  scrivere c’è Guendalina, che lei dovrà formare, che prenderà appunti”, continuò la signora Duncan. “Per il resto – concluse – ci dia il tempo per pensare”.
La risposta arrivò 10 giorni dopo. La signora Duncan entrò nella camera dell’ospedale con un plico  per me. “Abbiamo scelto lei. Faccia quello che deve che noi  la aspettiamo”.
Ho lavorato in MGD quattro anni.  Stare vicino a Mr. Duncan è stata un’esperienza straordinaria che mi ha plasmato. Ancora oggi mi occupo di società quotate e mercati finanziari sapendo bene la differenza tra una azione  e un’obbligazione.