Cronaca dell’infarto (parte 4)

PRIMA LEGGI: Cronaca dell’infarto (parte 3)

La barella corre veloce lungo il corridoio del pronto soccorso accompagnata dal medico dagli occhi gelidi e un numero imprecisato di infermieri. Entra in ascensore.
“Come andiamo?”. La voce viene dal fondo della ascensore. Alzo la testa. Prospero?! Lascio cadere la testa sul cuscino. Cosa ci fa qui il mio compagno di ventura siracusano? Mi domando sorpreso. Come è possibile? Sono svenuto e sto sognando? Non avrei questo freddo. L’ansia cresce. Oppure sono… “Mi chiamo Giuseppe”, continua la voce. “Ciao” rispondo felice, rassicurato dal fatto che non sia il mio amico. Tutto come prima. Guardo il medico: “e tu come ti chiami?”.

“Lui ha un nome altoatesino…”, irrompe Giuseppe. L’ascensore ride.
“Mi chiamo Marco Centola”, risponde ridendo e fingendosi mortificato.
“Hai visto come è altoatesino?”, esclamano un paio di infermieri.
L’atmosfera è ai limiti della goliardia. E questo mi rassicura.

L’ascensore arriva al piano. Le porte si aprono e la barella accelera bruscamente. Corre veloce lungo il corridoio. Mi lascio trasportare. Sono sereno. Ho fatto quello che dovevo fare. Penso di averlo fatto al meglio. Ora nulla dipende più da me. Sono sereno, vigile e attento. Curioso a proposito di quello che sta per succedere.
A metà del corridoio, sulla sinistra, un infermiere tiene aperta una porta. L’emodinamica è pronta. Non vedo Marco. La barella entra nella sala operatoria. Non fa in tempo a fermarsi che vengo assalito da sette o otto infermieri o medici, non capisco. “Scusa se ti assaliamo – dice la voce dietro la mascherina – ma dobbiamo procedere urgentemente”. L’ansia scalza la serenità. Ma la verità è che il velo di serenità sotto il quale stavo proteggendo il mio equilibrio si dissolve lasciandomi preda di un oceano di ansia. “Fate quello che dovette senza formalizzarvi”, ribatto mentre 14 o 16 mani mi stanno togliendo tutto. Catenine, gilet, camicia, pantaloni, boxer, calze, scarpe. Sono tutti coordinati, un balletto. Il pit stop di una formula uno deve essere così. Pochi secondi. E mi trovo catapultato sul tavolo operatorio. Nudo. Corpo e anima. Sono nelle loro mani. Chissà Nelly? Ho paura.
(16 marzo 2012)

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