Cronaca dell’infarto (parte 2)

Destinazione Ospedale San Paolo. Mi sento debole. Fiacco. La testa mi ciondola. Sono fradicio di sudore. Arriviamo al primo semaforo. È rosso.
“Stepan, passa con il rosso. Fai attenzione”
“Sì, Ricky”, mi risponde incerto.
“Vai tranquillo Stepan”, lo rassicuro. E mentre attraversa l’incrocio controllo anch’io. Otto semafori, tutti rossi. Ne bruciamo cinque. Ad ogni semaforo controllo l’incrocio, do istruzioni a Stepan e controllo mentre le esegue. Sto sempre peggio. La pressione nel petto aumenta. A Stepan non dico nulla. Meglio che si concentri sulla guida e non si preoccupi troppo di me. Se ne sta accorgendo. Pazienza. Ci avviciniamo all’ospedale. Stepan è sempre più determinato. All’ultimo semaforo non riesco a dargli istruzioni. Con una manovra magistrale Stepan passa con il rosso.
“Lei entra subito”. La guardia giurata del triage mi ha appena visto emergere dalla barriera umana che circonda la porta del pronto soccorso. Ha capito. Entro. Mi riceve un’infermiera che prende il controllo. Barella. Elettrocardiogramma immediato. E, mentre mi applica gli elettrodi sul petto, va in scena un dialogo grottesco.
“Come siete arrivati qui”, domanda distrattamente l’infermiera.
“In macchina”, rispondo per semplice cortesia.
“Come?”, replica l’infermiera, quasi indignata.
” in macchina, abito poco lontano”, sottolineo per troncare la conversazione.
L’infermiera si è fermata e si mette in cattedra. “In questa situazione è meglio l’accompagnamento assistito. Perché…”.
“Ok. Ha ragione”, taglio corto per mettere fine a questa conversazione surreale.
“Le spiego – interviene Stepan concitato – quando è successo eravamo in ufficio…”.
“Come? Eravate in ufficio e siete andati a casa…”. L’infermiera è sempre più indignata.
“Le spiego – continua Stepan imperterrito – la casa è a un minuto dall’ufficio…”.
Discutere. Stepan adora discutere, puntualizzare. Io non lo tollero. Tanto meno nel corso di un infarto.
“Stepan. Non discutere”, intervengo sibilando. L’elettrocardiogramma parte.
L’infermiera scruta la stampata dell’elettrocardiografo. Esploro il suo viso alla ricerca segno che mi faccia intendere la gravità dell’infarto: una smorfia, un battito di ciglia, un’ombra negli occhi. Nulla. È imperscrutabile. Lentamente dirige la barella verso la registrazione. “Lentamente – penso – forse non è così grave”.
“Nome? Cognome? Codice fiscale? Indirizzo? Numero di telefono da chiamare per un eventuale emergenza? “. Rispondo a tutto.
(16 marzo 2012)

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