LA “VENDETTA” DI ALESSANDRO PACIELLO

Per dieci anni ha abboccato all’amo come un pesce famelico. Per almeno dieci anni, probabilmente di più, Alessandro è stato la vittima seriale della mia malattia. Il suo candore e la sua visione ottimista del mondo non lo hanno messo a contatto diretto con la mia parte invalida. Non l’ha mai rifiuta. L’ha solo ignorata andando oltre. L’ha ignorata perché Ale non mi ha mai considerato un disabile. Uno dei pochi. Fino al punto di dimenticarsene. Per poi pentirsene quando in qualche insospettabile conversazione usava un luogo comune classico: incrociare le dita.

“Ricky, domani vado a incontrare un potenziale cliente, incrociamo le dita”.

“Fantastico Ale! Incrociale anche per me!”

Ale esita. Per un attimo impercettibile perde la sua proverbiale dialettica. Qualcosa nella sua testa sta stonando.

“Scusa Ricky, non ci ho pensato”. Si mortifica fino a stracciarsi. Ale non dà mai spiegazioni. Si assume totalmente la responsabilità.

Le prime volte faccio apposta. Invece di passare oltre, mi diverto a metterlo in difficoltà. Anzi, creo l’occasione. Poi, mentre il tempo passa, diventa un gioco. E il “scusa Ricky” carico di mortificazione si trasforma in un “cazzo… mi hai fregato ancora”. Seguito da quattro risate. Così, siamo andati avanti anni.

Poche settimane fa ci siamo sentiti per uno dei nostri aggiornamenti periodici. Ci raccontiamo dei clienti, dei progetti comuni, delle idee. E quando arriva il mio turno lo ragguaglio a proposito di un cliente difficile, di un’incompetenza abissale. All’incompetenza aggiunge una dose letale di arroganza. Non capisce procedure e processi di pensiero della redazione di un bilancio di sostenibilità. E il cliente, che teme i suoi vuoti e non ha la personalità per riconoscerli, ci aggredisce. Ci dà indicazioni contraddittorie. Per poi umiliarci. In 25 anni non ho mai incrociato tanta meschinità. Le trasferte a Torino sono pesantissime.

“Ieri in riunione è stato talmente infame – racconto ad Ale – che se non fosse stato perché siamo entrati insieme ad altri partner, mi sarei alzato e me ne sarei andato”.

“… E sarebbe stato un miracolo”, rimanda Ale.

Ci rimango male. Ale sa bene che ho già revocato due incarichi di fronte alla scorrettezza di un manager. Perché dovrebbe pensare che questa volta … c’è qualcosa che stona.

“Nooooo Ale! – urlo nel cellulare – mi hai fregato!”

Ho abboccato.

(Marzo 2015)

 


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