Prima miglioro. Poi peggioro. Miglioro ancora. Riprendo a peggiorare. Tra una fase e l’altra passano mesi. È una costante. Come è una costante peggiorare sempre più di quanto sia migliorato. Così, inesorabilmente, perdo forza e funzionalità agli arti. Prima le braccia. Lentamente. Poi, altrettanto lentamente, le gambe. È successo sempre così. Al Besta. Con l’agopuntura. Al DIMER. Gli interventi correttivi sono dei classici. Aumento del dosaggio del farmaco del momento. Maggiore frequenza della terapia. Al DIMER, invece, con Il Prof., abbiamo innovato. L’innovazione si rincorre nei momenti più critici. Per esempio di fronte alla prima caduta.
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RICKY? MEGLIO EVITARLO
Vent’anni di vita alla Residenza TreFili-scala 8. Si sono stretti dei legami. Annamaria del pian terreno. Gli Schnellinger del secondo piano. I Cerrini del primo piano. I Nicotra del quarto piano. Gli americani che ruotano al quinto piano. Noi Taverna al sesto e ultimo piano. Le famiglie si conoscono. Con il tempo si legano. Chi più, chi meno. I figli crescono sotto gli occhi di tutti. In vent’anni tutti imparano degli altri. Tutti sanno dei miei problemi. Ognuno, a proprio modo, li condivide.
“Dove vai?”, Mi chiede Paola istintivamente.
“Faccio le scale. Per esercitarmi”.
Paola esita. Starà contando i gradini. Mi segue.
“Ho una cena, devo scappare”.
“Mi aspetta mia figlia”.
Una sera, tornando dall’ufficio, camminando lungo il vialetto, di fronte ad un’altra fuga, capisco. E non posso che sorridere. L’ascensore è decisamente più comodo delle scale.
LA REGOLA D’ORO: PRIMA, CAVARMELA DA SOLO. POI CHIEDERE.
Allacciare un bottone. Allacciare una stringa. Scrivere. Prendere il portafogli dalla tasca. Tirare su la cerniera dei pantaloni. Versare l’acqua. Tagliare il cibo. Guidare. Infilare le calze. Afferrare il bicchiere. Aprire una lattina. Negli anni, tra alti e bassi, perdo progressivamente la capacità di compiere le piccole azioni della vita quotidiana. Quelle apparentemente insignificanti. Date per scontate. Fatte decine di volte ogni giorno. Inconsapevolmente. Non siamo consapevoli di compierle con me non lo siamo della loro importanza. Di quanto ognuno di quei gesti determina la nostra qualità di vita.
“Mi apri la lattina?”, chiedo spingendola verso Febo.
“Oh cazzo Riks, scusa, non ci ho pensato…”, risponde Febo mortificato mentre si affretta a tirare la linguetta.
“Febo, nessun problema”.
“È che non ti vedo come una persona ammalata, che ha bisogno d’aiuto”.
“Ogni volta che qualcuno mi dice così, caro Febone, per me è una vittoria. Conferma che il mio atteggiamento verso la malattia è giusto”.
DIMER, LA DEPANDENCE DI CASA
Un ricovero ogni 3 mesi per infondere immunoglobuline. Naturalmente endovena. Un ricovero di 2 giorni. Naturalmente inchiodato a letto. Il lato positivo del ricovero c’è. Lo staff di infermieri del reparto di neurologia è giovane. Sgobbano come dei matti senza mai negare un sorriso o una battuta discreta. Quando sono in confidenza, le battute sono più sfacciate. Da parte mia ho imparato a non lamentarmi anni fa, molto prima che nella mia vita si insinuasse la CIDP. E “Lui”, con lasua storia devastante, me lo aveva ricordato nel caso mi passasse di mente ancheper un solo attimo. Ho imparato anche il rispetto del lavoro altrui. E gli infermieri devono gestire un intero reparto, non un singolo paziente. Rispondo alle battute. Chiacchiero, rido e scherzo. È tutto spontaneo.
“Bene grazie! Tu?”
“Cosa mi racconti…”, mi domanda l’infermiere mentre mi accompagna in camera. Io racconto, lui racconta.
IL PERICOLO: INCROCIARE UN DECOLLETÈ
Fine maggio 2002. O inizio giugno. Non è importante. È importante che a due anni dal trapianto di midollo cammino sempre meglio. E sempre più a lungo. Sei o sette kilometri. La fiducia nei miei mezzi è assoluta. Effetto della prova Paola Valenti. Cado raramente. E le volte che mi capita di cadere mi rialzo. A fatica. Lentamente. Ma lo faccio da solo. Rifiuto qualsiasi aiuto. Devo farcela sempre da solo. E cadendo, quelle poche volte che mi è capitato, qualcuno si è sempre precipitato ad aiutarmi. Ma l’ho sempre dovuto deludere. È importante che questa mattina l’aria è strepitosa, pungente. Il cielo ha un colore vivo, un azzurro che Milano vede raramente. Tutto mi invita a camminare. È importante che per la prima volta dopo cinque anni di vita da single mi sento predisposto ad avere una storia. Se capita…
“Ivan, vado in ufficio a piedi. Da solo”. È una comunicazione di servizio. Non voglio il parere di Ivan. La sua opinione pesa. E se avesse anche una sola perplessità …. Esco di casa evitando accuratamente i suoi occhi blu e trasparenti.
“Quando arrivo ti do un colpo di telefono”.
“Ti sei fatto male?”
“No, non penso … No, tutto bene”.
“Posso aiutarti?”
“Grazie volentieri”.
Se l’avessi programmata non sarebbe mai venuta così bene. Mi alzo. Mi mette il braccio sinistro intorno alla vita. Il mio destro intorno alla sua spalla. Saliamo i sette gradini della scala E. Attraversiamo la porta di vetro. Ci rassicuriamo a vicenda. Apro la porta dell’ufficio ed entriamo nella mia stanza. Mi siedo al tavolino delle riunioni pensando che ogni lasciata è persa.
“Posso offrirti un caffè?”
“Grazie, più che volentieri”, risponde illuminando il viso.
Chiacchieriamo amabilmente per il tempo della tazzina. Il clima della giornata, la caduta, i nostri lavori. Ci scambiamo i numeri di telefono. E due sere dopo è sotto casa mia in via Mac Mahon. Usciamo a cena.
“Tutto bene? Posso aiutarti?”
“Tutto ok, grazie. Faccio da solo”
“Sicuro?”
“Sicuro. Devo cavarmela da solo. Grazie mille”.
Salgo i sette gradini. Da solo. Entro in ufficio. Da solo. Ce l’ho fatta. Da solo. Solo. Mi siedo alla mia postazione. Mi faccio portare un caffè e penso a quello che è appena accaduto.
“Pirla! Pirla! Pirla!”
MAI GIOCARE CON LA MALATTIA (parte 1)
“Ricky, sono molto preoccupata per Giovenale!”. La voce di Dalila tradisce l’ansia e l’amore per il marito. Sono alcune settimane che ogni tanto mi chiama. Apparentemente per chiacchierare di tutto e di nulla, in realtà per sfogarsi.
“Come ti senti?”, mi chiede Ugo guardandomi dritto negli occhi.
“Sinceramente?”. Ugo e Dedo mi rispondono con un silenzio rumorosissimo, guardandomi negli occhi come solo chi in quel momento non ha altra preoccupazione.
“Ho paura. Questo fatto del ricovero d’urgenza. Non vorrei che nascondesse qualcos’altro”.
Ugo e Dedo mi abbracciano forte. Contemporaneamente. “Tranquillo”.
“E poi c’è una cosa che mi fa incazzare. Entrando di sabato non posso affittare la televisione. Così domenica mi perdo il Gran Premio di Montecarlo”. Lo dico perché mi fa incazzare veramente e per mandare il momento in vacca. È venerdì sera. E siamo alla Ringhiera per divertirci.
Ho giocato con la mia salute per aiutare un amico. E due giorni dopo ho incominciato a peggiorare. Mah …
