IL PERICOLO: INCROCIARE UN DECOLLETÈ

Fine maggio 2002. O inizio giugno. Non è importante. È importante che a due anni dal trapianto di midollo cammino sempre meglio. E sempre più a lungo. Sei o sette kilometri. La fiducia nei miei mezzi è assoluta. Effetto della prova Paola Valenti. Cado raramente. E le volte che mi capita di cadere mi rialzo. A fatica. Lentamente. Ma lo faccio da solo. Rifiuto qualsiasi aiuto. Devo farcela sempre da solo. E cadendo, quelle poche volte che mi è capitato, qualcuno si è sempre precipitato ad aiutarmi. Ma l’ho sempre dovuto deludere. È importante che questa mattina l’aria è strepitosa, pungente. Il cielo ha un colore vivo, un azzurro che Milano vede raramente. Tutto mi invita a camminare. È importante che per la prima volta dopo cinque anni di vita da single mi sento predisposto ad avere una storia. Se capita…

Guardo fuori dalla finestra della cucina per l’ultima volta.

“Ivan, vado in ufficio a piedi. Da solo”. È una comunicazione di servizio. Non voglio il parere di Ivan. La sua opinione pesa. E se avesse anche una sola perplessità …. Esco di casa evitando accuratamente i suoi occhi blu e trasparenti.
“Quando arrivo ti do un colpo di telefono”.

Da via Mac Mahon cammino verso piazza Firenze. Prendo Corso Sempione e scendo verso l’Arco della Pace sul marciapiede di destra. Cammino concentrato. Pensando ad ogni movimento della gamba destra. Poi della sinistra. La fatica psicologica si fa sentire. Aumento il livello di concentrazione. A metà di corso Sempione giro a destra in via Ferruccio. Cento metri e sono arrivato. Alzo l’asticella della concentrazione. La rivista del traguardo di solito tende a rilassare. Sono al massimo. Cammino pensando ai movimenti delle gambe. Guardando il marciapiede un metro e mezzo davanti ai miei piedi. Tutto è sotto controllo. Ci sto riuscendo.
Alzo gli occhi per verificare la posizione del cancello. Tre metri. Ci sono. Sto per controllare per terra quando mi chiama. Il decolletè mi sta camminando incontro. La camicia bianca con i primi bottoni elegantemente slacciati lascia intravedere il pizzo del reggiseno. Il petto, leggermente compresso, esibisce la prima abbronzatura dell’anno. Sopra il decolletè il viso abbronzato incornicia gli occhi profondi pronti ad affrontare la giornata, il naso diritto e sicuro come la camminata, le labbra carnose e decise. Gli angoli si inarcano e mi rivolgono un sorriso accennato. Due strade si stanno per incrociare. Ma non posso fermarmi. Se mi fermo cado. Accenno un sorriso di risposta. Entro nel portone. E mi dimentico di alzare la gamba. La punta del piede colpisce la traversina di ferro. Sono per terra in un attimo. Con uno schianto e un’imprecazione.
Mi inginocchio. Passi dietro di me si fermano al mio fianco. Le gambe abbronzate del decolletè.

“Ti sei fatto male?”
“No, non penso … No, tutto bene”.
“Posso aiutarti?”
“Grazie volentieri”.
Se l’avessi programmata non sarebbe mai venuta così bene. Mi alzo. Mi mette il braccio sinistro intorno alla vita. Il mio destro intorno alla sua spalla. Saliamo i sette gradini della scala E. Attraversiamo la porta di vetro. Ci rassicuriamo a vicenda. Apro la porta dell’ufficio ed entriamo nella mia stanza. Mi siedo al tavolino delle riunioni pensando che ogni lasciata è persa.
“Posso offrirti un caffè?”
“Grazie, più che volentieri”, risponde illuminando il viso.
Chiacchieriamo amabilmente per il tempo della tazzina. Il clima della giornata, la caduta, i nostri lavori. Ci scambiamo i numeri di telefono. E due sere dopo è sotto casa mia in via Mac Mahon. Usciamo a cena.

E invece no! Non è andata così. Mi sono inginocchiato. Le gambe abbronzate del decolletè si sono fermate al mio fianco.

“Tutto bene? Posso aiutarti?”
“Tutto ok, grazie. Faccio da solo”
“Sicuro?”
“Sicuro. Devo cavarmela da solo. Grazie mille”.
Salgo i sette gradini. Da solo. Entro in ufficio. Da solo. Ce l’ho fatta. Da solo. Solo. Mi siedo alla mia postazione. Mi faccio portare un caffè e penso a quello che è appena accaduto.
“Pirla! Pirla! Pirla!”

A settembre incrocio la strada di Nelly.
(Maggio 2002, circa)

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