RICKY? MEGLIO EVITARLO

Vent’anni di vita alla Residenza TreFili-scala 8. Si sono stretti dei legami. Annamaria del pian terreno. Gli Schnellinger del secondo piano. I Cerrini del primo piano. I Nicotra del quarto piano. Gli americani che ruotano al quinto piano. Noi Taverna al sesto e ultimo piano. Le famiglie si conoscono. Con il tempo si legano. Chi più, chi meno. I figli crescono sotto gli occhi di tutti. In vent’anni tutti imparano degli altri. Tutti sanno dei miei problemi. Ognuno, a proprio modo, li condivide.

La CIDP comincia a sfiorare le gambe. Mi costringe a smettere di andare a correre. E per continuare ad esercitare gli arti inferiori rinuncio all’ascensore. Uso le scale. Sei piani a scendere ogni mattina. Sei piani a salire ogni sera al rientro dall’ufficio. Funziona. Il tono muscolare si mantiene. La forza, purtroppo, non dipende dall’esercizio.
Dal parcheggio esterno all’entrata della scala 8, cento metri di giardino. Alle volte ci incrociamo. Altre volte arriviamo insieme. Altre ancora qualcuno precede l’altro. O arriva dal giardino. Come capita una sera a Paola Nicotra.
Paola si ferma all’incrocio dei vialetti. Mi guarda mentre mi avvicino. Il sorriso è esplicito: “ti aspetto”. Facciamo l’ultimo tratto insieme raccontando le nostre giornate in ufficio in poche battute. Arriviamo di fronte all’ascensore. Paola si ferma e lo chiama. Mentre io afferro la maniglia della porta che dà sulla tromba delle scale.

“Dove vai?”, Mi chiede Paola istintivamente.
“Faccio le scale. Per esercitarmi”.
Paola esita. Starà contando i gradini. Mi segue.

Usci sta infilando la chiave nella toppa della porta di vetro. Mi scorge con la coda dell’occhio. Mi aspetta. Arriviamo all’ascensore. E un attimo dopo siamo sulle scale. Usci mi ha seguito.
Cortesia. Senso di inadeguatezza nel prendere l’ascensore. Non è importante il motivo per cui mi hanno accompagnato. Nel condominio le storie corrono. Come, dopo un po’ di giorni, corrono i condomini quando mi vedono arrivare lungo il vialetto.

“Ho una cena, devo scappare”.
“Mi aspetta mia figlia”.

Una sera, tornando dall’ufficio, camminando lungo il vialetto, di fronte ad un’altra fuga, capisco. E non posso che sorridere. L’ascensore è decisamente più comodo delle scale.

(1994, circa)

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