LA REGOLA D’ORO: PRIMA, CAVARMELA DA SOLO. POI CHIEDERE.

Allacciare un bottone. Allacciare una stringa. Scrivere. Prendere il portafogli dalla tasca. Tirare su la cerniera dei pantaloni. Versare l’acqua. Tagliare il cibo. Guidare. Infilare le calze. Afferrare il bicchiere. Aprire una lattina. Negli anni, tra alti e bassi, perdo progressivamente la capacità di compiere le piccole azioni della vita quotidiana. Quelle apparentemente insignificanti. Date per scontate. Fatte decine di volte ogni giorno. Inconsapevolmente. Non siamo consapevoli di compierle con me non lo siamo della loro importanza. Di quanto ognuno di quei gesti determina la nostra qualità di vita.

Quando la qualità della mia vita comincia a retrocedere sposto la lotta anche sul terreno delle abitudini. Perdo la capacità di compiere un’azione progressivamente. A volte con una lentezza impercettibile. Altre volte quasi istantaneamente. Dalla sera alla mattina. Per poi recuperare quasi completamente. Perdere ancora. Prima della perdita completa, il gesto diventa lento, macchinoso. Quello che fino a ieri faccio distrattamente richiede sempre più attenzione. Cedere alla tentazione di chiedere subito aiuto è facilissimo. Il “problema” si risolve istantaneamente. E a portata c’è sempre qualcuno disponibile a prestare la propria mano. La famiglia (teoricamente), gli amici, il badante del momento, un passante. Così si sostituisce un’abitudine con un’altra. L’incapacità di compiere un gesto con la perdita immediata dell’indipendenza.
Decido razionalmente di combattere l’equazione. Perderò l’autonomia. È ineluttabile. La differenza la farò per come arriverò a perderla. Quella è una scelta. E dipende solo da me. Scelgo di combattere. Resistere all’assalto della disabilità. Resistere sapendo di essere sconfitto. Resistere sapendo che ogni giorno sottratto all’invalidità è una conquista per la mia dignità. Decido di provare a compiere ogni azione fino allo stremo. Quando non ci riuscirò con le mani studierò strategie alternative. Come per il bicchierino del caffè. Solo di fronte alla palese impossibilità chiederò aiuto.
“La Ringhiera”. IlNaviglio Grande. Il nostro punto di riferimento. Stiamo chiacchierando da quasi un’ora. La conversazione è brillante. Coinvolgente. Con Febo, il mio compagno delle “notti alla Ringhiera”, è sempre così. Qualsiasi sia l’argomento. La mia lattina di Coca-Cola, quella che ordino tutte le sere, è sul tavolo da un po’. È giunto il suo momento.

“Mi apri la lattina?”, chiedo spingendola verso Febo.
“Oh cazzo Riks, scusa, non ci ho pensato…”, risponde Febo mortificato mentre si affretta a tirare la linguetta.
“Febo, nessun problema”.
“È che non ti vedo come una persona ammalata, che ha bisogno d’aiuto”.
“Ogni volta che qualcuno mi dice così, caro Febone, per me è una vittoria. Conferma che il mio atteggiamento verso la malattia è giusto”.

(1980-1990)

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