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LAVORO E DISABILITÀ (parte 5) … incontri che hanno fatto la differenza. Alessandro Paciello

Aida era l’agenzia di relazioni pubbliche di una società controllata da TC Sistema.  Coordinare la comunicazione di tutte le società del gruppo rientrava nel nostro incarico. Fu così che ci conoscemmo instaurando fin da subito un rapporto aperto, cordiale, collaborativo.
Quello che non capivo era perché Giovenale, uno dei miei tre soci, continuasse a denigrarlo. Ogni occasione era  buona. Era sufficiente pronunciarne il nome. Erano tante le cose  di Giovenale che non capivo più. E mentre i mesi scorrevano mi rendevo conto sempre di più che non condividevamo più gli stessi valori. Anzi, probabilmente, non li avevamo mai condivisi. Per esempio, ero assolutamente contrario alla sola idea di cercare di portare via un cliente ad un amico.  La lealtà è un valore non negoziabile. Tanto quanto l’umanità.  Mentre le differenze diventavano sempre più  palesi, Giovenale si sottraeva ad un confronto aperto e franco. Il conflitto era sempre più acceso. E Giovenale mi  attaccava, con lucidità, là dove un amico non avrebbe mai  dovuto: la mia  disabilità. I tentativi di umiliarmi andarono a vuoto. La sofferenza invece fu atroce. Colui che avevo considerato un amico ineguagliabile per sensibilità, lealtà e altruismo in un attimo si era dissolto nella sua nemesi.
Me nei andai. Disilluso. Più cinico. Quasi certo che lavoro e valori non fossero conciliabili. Un mese dopo fui richiamato da TC Sistema. E ricominciai a essere il loro consulente di comunicazione. Alessandro e io ci eravamo persi di vista. Ci eravamo sempre sentiti solo per  lavoro. E ciò non accadeva da più di un anno. Quando venne a sapere che mi ero staccato dall’agenzia mi chiamò per coinvolgermi in un progetto sull’etica di impresa. Cominciammo a sentirci regolarmente rinsaldando il vecchio rapporto professionale. E andando oltre.
Era sera. Il telefono squillò. Alessandro dall’altro capo della linea. Voleva sapere dei miei rapporti con TC Sistema. Giuliano, il nuovo direttore marketing, gli aveva chiesto un preventivo per due focus group. Lo stesso progetto al quale stavo lavorando. “Bene – mi disse senza alcuna esitazione – non  presentiamo il preventivo. Noi non andiamo contro gli amici”.  Una scossa mi percorse la schiena. Vertebra dopo vertebra. Sempre più intensa. Fino ad esplodermi nella testa e nel cuore. Sorpresa e gioia. Allora era possibile! Si poteva stare sul mercato con  lealtà e rispetto per il prossimo.
Alessandro mi ha dato un patrimonio dal valore inestimabile: tornare a credere negli altri. Credere nell’idea che lavoro e valori possono essere  coniugati insieme. Credere nell’amicizia come valore alto. Che è sufficiente un Alessandro per  i  tanti Giovenale che si incontrano per credere, e lo penso senza retorica, in un mondo migliore.
Tutte le volte che incontro un Giovenale, e mi è capitato di incrociarne altri, penso ad Alessandro. Sento la scossa, e continuo.

STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 3)

Parla. Ininterrottamente. Giorno e notte.  Non mi lamento con gli infermieri. L’ospedale, la sofferenza e la malattia ci rendono tutti uguali. Lamentarsi della sofferenza o della malattia di un compagno di camera è una mancanza di rispetto. Vuol dire non riconoscere la persona nella sua umanità e nella sua fragilità. Significa non riconoscere la propria. Anche se…
È passata l’ora di cena. Ho finito la flebo da un paio d’ore. Mi sono sgranchito. E mi sono rimesso a letto a leggere.
“Signor Corsaro, ecco la sua pastiglia”. È l’infermiera che sta somministrando le terapie.
“La prendo se ne  prende lei metà”, propone il signor Corsaro.
“Non può – spiega l’infermiera – deve prendere mezza pastiglia. È la dose”.
“La prendo se ne prende lei metà”, insiste il signor Corsaro.
“Su signor Corsaro, prenda la pastiglia… da bravo”. L’infermiera, giovane e minuta, assume un tono paternalistico. Sono entrambi seduti sul bordo del letto. Mi danno le spalle e, se non fossimo in ospedale, potrebbero essere nonno e nipotina.
“Ho detto che ne prendo metà se lei prende l’altra metà”. Il signor Corsaro continua imperterrito.
“Signor Corsaro, su da bravo, mi sta facendo perdere tempo. Ho tanto lavoro da fare”, spiega l’infermiera con dolcezza. Mascherando un goffo tentativo di  spezzare la resistenza del signor Corsaro con i sensi di colpa.
“Metà per uno”. Il signor Corsaro è granitico.
L’infermiera non ha capito il livello della sfida. E la schermaglia continua per cinque minuti.
Posso avere pazienza con il mio compagno. Ma con l’infermiera dura pochissimo. Appoggio il libro. Mi alzo e vado verso la porta.
“Scusa, vieni con me per un momento”, chiedo o comando all’infermiera. O forse entrambi. L’infermiera mi segue senza chiedere perché. Sono infastidito e non lo sto nascondendo. Ci fermiamo davanti al carrello dei farmaci. L’infermiera è in un silenzio preoccupato.
“Adesso – i miei occhi nei suoi – tu prendi una pastiglia intera e torni di là. Ricominci e quando il signor Corsaro ti dice che ne devi prendere metà, gli dici di sì. Spezzi la compressa in due. Fai finta di prendere la tua parte. Il signor Corsaro prende la sua. Il problema è risolto. Tu continui il tuo giro. Io continuo a leggere in pace. Chiaro?“. L’infermiera si illumina e rientra in camera baldanzosa. Esce trionfante.  Strizza l’occhio sorridendo.
Riprendo la lettura. In pace.
Il signor Corsaro riprende a parlare. Parlerà per tutta la notte.
In ospedale il concetto di pace è relativo.
(giugno 1995, circa)

LAVORO E DISABILITÀ (parte 4) … incontri che hanno fatto la differenza. Ronan Bryan

Ronan Bryan, amministratore delegato di Dow  Jones Markets Italia.
Il colloquio era andato ben oltre il tempo previsto. Ronan mi stava annunciando l’imminente uscita di Emma e il suo desiderio che fossi io a sostituirla. Come al solito misi in luce con estrema chiarezza i limiti che dovevo affrontare con il peggioramento della funzionalità delle mani.  Dalla mia entrata in Dow Jones erano  regredite.
“Ronan, voglio che tu tenga bene in mente questo scenario”, conclusi.
“ Noi ti scegliamo per la tua testa, le tue idee e la tua capacità di gestione, non per le tue mani. E ti metteremo a disposizione ciò che ti permetterà di essere efficiente: software, arredamento”. Ronan fu perentorio.
Grazie a Ronan incominciai a convincermi sempre più che sul lavoro i limiti delle mie mani erano più nella mia testa. E che se riuscivo a  dimostrare le mie capacità i limiti svanivano. Nella mia testa e in quella di chi mi stava di fronte.

SENZA UNA DONNA … vita da single e problemi di astinenza

La sera andavamo  a “La ringhiera”. Tutte le sere. Nessuna esclusa. “La ringhiera” era  la birreria che Marco, il più caro tra i miei amici, aveva aperto sull’alzaia naviglio grande. Era il nostro salotto. La certezza di trovare sempre Marco e qualcun altro con cui passare la serata. Il sabato avevamo il nostro tavolo.
 Quella sera saremo stati più di 20. Man mano che le ore passavano le sedie si svuotavano. Il nostro tavolo perdeva pezzi. Eravamo rimasti in tre. Gianni, Andrea e io. Con loro, con Gianni soprattutto, la conversazione era sempre inaspettata. Donne e calcio, i punti di partenza. Poi l’inaspettato. La vita, i massimi sistemi, la piega improvvisa. Eravamo affiatati. Un’amicizia nata  e rafforzata ai tavoli del bar dell’università Bocconi. Un affiatamento che  non ci faceva fuggire dalle lunghe pause. Marco aveva tirato giù la saracinesca. Orario di chiusura. “La ringhiera” colma. Caotica. Il nostro tavolo  avvolto dal fumo del locale e dal nostro silenzio.
 Saranno state le due. L’ora in cui il silenzio viene interrotto per salutare e andare oppure per incominciare a scavare dentro di noi. Immancabile, Gianni lancia  la sua considerazione. Che con discrezione scivola tra le briciole sul tavolo,  aggira bicchieri e lattine e ci aspetta.
“Sono cinque mesi che non faccio sesso…”.  Le parole di Gianni sono lente, escono quasi sottovoce.
Pausa.
“È difficile affrontare un momento come questo…” continua Gianni.
“ E cosa comporta…”, interviene Andrea.
Gianni riflette. “Mi rendo conto che  la mia soglia di accettazione si abbassa…”.
Pausa.
“Cioè…” , chiede Andrea.
“Guardo donne che prima non avrei mai guardato…”.
Ascolto senza intervenire giocherellando con quello che c’è sul tavolo. Un pezzo di grissino. Una lattina schiacciata. Sperimento gli effetti benefici della nuova terapia. Le mani stanno migliorando oggettivamente.
“Ti capisco…”, continua Andrea.
Pausa.
“Anche tu?”, domanda Gianni.
“Si – sospira profondamente Andrea – sono tre mesi che sono in astinenza…”.
“E ti lamenti?”. Gianni si finge severo.
Andrea risponde serio, quasi abboccando alla finta provocazione di Gianni. “La questione non è lamentarsi o meno. Sono le abitudini… le aspettative… e le necessità fisiologiche dove le mettiamo?”.
 “Comunque – continua Andrea rivolgendosi a Gianni – come è la più brutta con cui sei mai stato?”
“Non mi ci far pensare …” e incomincia a raccontare.
I ricordi si accavallano. Aneddoti fanno capolino dal profondo  della memoria. Io ascolto. Ogni tanto partecipo con un “mmm” o con un “già”.
“Andre, tu come lo affronti questo periodo?”, chiede Gianni.
“Ci penso il meno possibile e cerco di uscire con gente nuova… nuovo giro, nuova carne, nuove opportunità”.
Gianni si lancia in considerazioni spiritual-esistenziali, il suo modo di affrontare l’astinenza. Io continuo ad ascoltare.
Una nuova pausa avvolge il tavolo. Saranno quasi le tre.  Gianni si guarda in giro.  Sbadiglia. Andrea osserva il tavolo assonnato. Io giocherello goffamente con uno stuzzicadenti.
Andrea alza gli occhi pigramente. Mi osserva. “Ricky… tu?…”. Le parole si fanno strada tra uno sbadiglio.
“Non faccio sesso da nove mesi…”, dichiaro.
“E come affronti questo periodo…”, mi chiede Gianni stancamente.
“Da quando le mani stanno migliorando … meglio”, spiego distrattamente.
Pausa. Brevissima.
Andrea  butta indietro la testa ridendo fino alle lacrime. E ci contagia. Sono le 3.30.
(marzo 1996, circa)

STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 2)

Non posso già più. È l’alba del secondo giorno con il signor  Corsaro. Il sole sta sorgendo che lui sta parlando da solo da almeno un paio d’ore. Non so se riuscirò a resistere. Prima o poi  smetterà. Spero. Gli verrà sonno….
La flebo è partita da un paio d’ore quando i medici entrano in camera per la visita mattutina. Io sto bene. Pressione stabile, niente nausea. Passano al signor Corsaro.
Visita neurologica. Si consultano. Poi incominciano a  rivolgergli una sequenza di domande che ignoro. Il signor Corsaro risponde lucidamente. In apparenza.
“Sa dove si trova?”, chiede un dottore.
“Certo”.
“Dove?”
“Nell’ospedale militare del reggimento”. Il signor Corsaro è prontissimo.
“Posso avanzare una richiesta?”, continua il signor Corsaro. Il medico annuisce.
“Vorrei andare a casa?”. Il signor Corsaro è decisissimo.
“Non può”, è la risposta laconica.
“Ma – protesta fermamente il signor Corsaro – il qui presente Capo di Stato Maggiore mi ha già dato l’autorizzazione”.
“Chi?”, domanda il dottore mentre continua a prendere appunti.
“Il Generale qui presente”, risponde il signor Corsaro indicandomi.
Mi ha indicato! Me ne ero dimenticato.
“Non può uscire fino a quando non avremo completato  gli esami e fatto la diagnosi”, spiega il dottore.
Il signor Corsaro si chiude in un silenzio ostinato. I medici escono dalla stanza. Appena l’ultimo camice bianco varca la soglia il signor Corsaro si siede sul bordo del letto e mi guarda con espressione severa.
“ Signore, perché non ha confermato l’ordine di dimissioni che mi ha aveva rilasciato?”, mi chiede protestando, ma con il  rispetto  dovuto a chi è più alto in grado.
 Analizzo rapidamente lo scenario. Il signor Corsaro è abituato a comandare e, soprattutto, al fatto che si faccia come dice. È convinto che io sia un ufficiale di rango superiore al suo. Se non gioco la parte andrà fuori controllo. Mi il lancio.
“Lo Stato Maggiore ha deciso diversamente”, rispondo con tono solenne.
“Perché non me lo ha comunicato?”. Il signor Corsaro è deluso.
“Lo Stato Maggiore ha deciso che a comunicarlo fossero gli ufficiali medici”, spiego in tono autoritario.
Il signor Corsaro mi guarda.
Lo guardo.
Mi fissa.
Continuo a guardarlo. C’è voluto un attimo ma ho capito.
“Può andare”, comando. E torno a leggere il libro.
Il signor Corsaro si sdraia a fissare il soffitto. E incomincia a parlare. Andrà avanti tutto il giorno. Fino a notte inoltrata. Questo sarà un ricovero lungo e molto impegnativo.
(giugno 1995, circa)

LAVORO E DISABILITÀ (parte 3) … incontri che hanno fatto la differenza. Emmanuelle Girodet

Emmanuelle Girodet, responsabile comunicazione  e marketing di Dow Jones Markets Italia, era stata cliente de “ La borsa in tasca” fin dalla prima edizione.
Avevo lasciato MGD & Associates da quasi un anno. Mi stavo prendendo un anno sabbatico. E stavo cercando di finire l’università. Mi ero staccato per divergenze di opinione consapevole del rischio che correvo. Prima di lasciare  i signori Duncan avevo fatto dei colloqui con agenzie di relazioni pubbliche prestigiose ed erano andati tutti bene.  Ero sempre arrivato al colloquio con l’amministratore delegato  il  cui entusiasmo scemava quando mi sentiva raccontare dei problemi alle mani.
Mi rendevo conto che per un manager  superare i limiti dei miei problemi  era molto impegnativo. Ad ogni colloquio il problema si sarebbe ripresentato. Perché non avevo alcuna intenzione di cominciare a nascondere il mio stato e le sue prospettive. Il mio futuro professionale riposava all’ombra di una grande incognita. Da affrontare dopo la laurea.
Invece arrivò la telefonata di Emmanuelle. Mi voleva vedere. Seduti in sala riunioni affrontò il motivo  dell’incontro con naturalezza e semplicità.
“Riccardo, so che non stai lavorando. E una risorsa come te non la lascio sul mercato. Sto organizzando un grande evento e ho bisogno d’aiuto. Vorrei che tu salissi a bordo”.
“Emma, ti ricordo i limiti imposti dalle mie mani…”, risposi.
“So come lavori e quello mi basta”, Emma tagliò corto.
Il giorno dopo cominciavo. Prendendo il posto di Emma quando, sei mesi dopo, fu lei a lasciare l’azienda per seguire una nuova avventura. Emmanuelle è di gran lunga la persona che più ha  lasciato il segno nella mia vita professionale. Aveva aperto una porta sul mio futuro. Non mi aveva indicato la strada. Aveva fatto di più. Mi aveva fatto capire abbastanza esplicitamente che ce l’avrei fatta qualsiasi strada avessi scelto. Ancora oggi quando la disabilità getta un’ombra sulle mie prospettive lavorative, e l’incertezza cresce, nelle parole di Emma trovo l’energia per continuare. Emma e io abbiamo trovato altre occasioni per collaborare.

STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 1)

“Ma io la riconosco – esclama l’anziano signore entrando in camera – lei è il Capo di Stato Maggiore di questo ospedale militare”.
“Si”, rispondo annoiato, non sapendo ancora che quel “sì”, buttato lì distrattamente e con un po’ di strafottenza, sarebbe stato la mia salvezza.
È il secondo ricovero al DIMER.  È un bellissimo pomeriggio di giugno. Dalla finestra vedo nitidamente il cielo. È di un azzurro così intenso da sembrare artificiale. La brezza spinge con  la cima dell’albero vicino al recinto nella visuale con la regolarità di un metronomo.  Potrei essere in campagna. Invece il traffico di via Olgettina che scorre a pochi metri dalla mia finestra a pian terreno e l’ago che ho nel braccio sinistro mi ricordano dove sono.
“Si”, rispondo all’anziano signore e mi volto verso la mamma che è venuta a trovarmi. Sono a letto da sei ore con la flebo di immunoglobuline che possono provocare sbalzi di pressione e nausea. Per cui la somministrazione è lenta, molto lenta.
Il signor Corsaro, l’anziano signore, è il mio nuovo compagno di camera. Si cambia. Si sdraia nel letto  a fissare il soffitto. Si addormenta. La moglie e il figlio ci raccontano che è stato ricoverato per degli accertamenti. Forse Alzheimer. Forse chissà. Escono chiedendo di dire al signor Corsaro che ritornano dopo mezz’ora.
“Dove sono mia moglie e mio figlio?”, mi chiede il signor Corsaro svegliandosi.
“Tornano tra 30 minuti”, rispondo.
Il signor Corsaro si riaddormenta. Continuo a chiacchierare con la mamma.
“Dove sono mia moglie e mio figlio?”, richiede il signor Corsaro svegliandosi nuovamente.
“Tornano tra 30 minuti”, rispondo.
“È quello che mi ha detto prima!”, ribatte il signor Corsaro. Le sue parole sono sferzanti, il tono del rimprovero.
“Certo – rispondo con durezza – ma i 30 minuti non sono ancora passati”. Forse ho esagerato.
“Mi scusi –  continua con sorprendente umiltà il signor Corsaro – e, Signore, perdoni la mia impertinenza”.
Questo ricovero sarà lungo e impegnativo. Il signor Corsaro era un dirigente di un’importante banca e, in gioventù, era stato ufficiale della cavalleria.
(giugno 1995, circa)

LAVORO E DISABILITÀ (parte 2) … incontri che hanno fatto la differenza. Mr. e Mrs. Duncan

Malcolm Duncan e Maria Grazia Duncan, fondatori di MGD & Associates una delle prime agenzie di comunicazione al mercato finanziario in Italia. Cercavano qualcuno che vendesse gli spazi pubblicitari della prima edizione de “La borsa in tasca”, la prima guida sui protagonisti della borsa italiana. Avevo eliminato tutto ciò che aveva a che fare con la borsa e la finanza dal mio piano di studi. Per cui, nonostante il progetto fosse molto interessante in prospettiva, ritenni più onesto spiegare perché non ero la persona giusta per loro. Oltretutto non intendevo far fare brutta figura a Ugo che mi ha aveva presentato.
“Non so la differenza tra un’azione e un’obbligazione e ho un problema di salute  che  mi limita  i movimenti delle mani: non riesco a scrivere. Per di più settimana prossima  sarò ricoverato per almeno 15 giorni”, raccontai.
“La differenza  gliela spiegherò io”, rispose Mr. Duncan.
“Per lo  scrivere c’è Guendalina, che lei dovrà formare, che prenderà appunti”, continuò la signora Duncan. “Per il resto – concluse – ci dia il tempo per pensare”.
La risposta arrivò 10 giorni dopo. La signora Duncan entrò nella camera dell’ospedale con un plico  per me. “Abbiamo scelto lei. Faccia quello che deve che noi  la aspettiamo”.
Ho lavorato in MGD quattro anni.  Stare vicino a Mr. Duncan è stata un’esperienza straordinaria che mi ha plasmato. Ancora oggi mi occupo di società quotate e mercati finanziari sapendo bene la differenza tra una azione  e un’obbligazione.

LAVORO E DISABILITA’ (parte 1) … trasparenza a tutti i costi

 Lavorare rimanendo coerente al principio della trasparenza sulla mia malattia non è stato facile. Soprattutto i primi anni quando,volendo, avrei potuto nasconderla con estrema facilità. Ho preferito essere onesto sempre.  Con il risultato che molti hanno creduto in me. Altrettanti non lo hanno fatto. Certamente ho perso delle opportunità perché il mio interlocutore del momento non aveva il coraggio di rischiare assumendo un disabile, seppur in quel momento impercettibilmente tale, o scegliendolo come consulente. Sicuramente  ho rifiutato proposte che mi avrebbero consentito di  lavorare e vivere più serenamente per coerenza a valori che ho sempre considerato  superiori come l’amicizia e la mia dignità.
Negli anni ho incontrato persone  straordinarie che mi hanno reputato all’altezza delle loro aspettative investendo in me, persone, spero poche, che mi hanno ignorato, persone, pochissime, che mi hanno ferito  umanamente prima e professionalmente poi. Ho incontrato persone che hanno accettato la mia sfida professionale alla disabilità, altre che hanno cercato di approfittare della mia sfida facendosi trainare. Da me, un disabile.
Oggi che la mia disabilità è diventata più intrusiva continuo a lavorare con la stessa passione  che aveva quel  sognatore che si imbarcava per New York per cercare un’agenzia di pubblicità sulla quale fare la tesi di laurea: “Gestione strategica delle agenzie di pubblicità americane”. Passione, determinazione e convinzione che la disabilità non fosse un limite non sono cambiate. Se dovessi riassumere il mio atteggiamento sul lavoro lo farei attraverso questo breve dialogo con Ninfa, una carissima amica conosciuta, guarda caso, per lavoro.
Era una mattina di ottobre (2012). Ci stavamo salutando dopo una riunione dove avevamo parlato dei nostri progetti comuni.
“Cosa ti spinge ad andare avanti nonostante tutto questo?”, mi chiese con la sua solita schiettezza riferendosi alla CIDP,  all’infarto, al Parkinson, ai pochi clienti, alla crisi economica dilagante.
“Tre cose Ninfa. Amo quello che faccio. Non so fare altro e altro non vorrei fare. Nel mio lavoro non ho ancora detto tutto quello che ho da dire”.

IL PRIMO BADANTE … ovvero una body guard

Maurizio. Così si chiamava il primo badante. Italiano. Sposato con una ragazza delle Filippine. Due figli piccoli. I suoi compiti erano stati spiegati con estrema chiarezza: assistermi e fare il domestico. In quel periodo assistermi era un esercizio semplice. In confronto ad oggi, quasi banale. Guidare la macchina, vestirmi: allacciare bottoni, infilare calze e scarpe. Ogni tanto il nodo alla cravatta. Che  avesse  capito le sue mansioni era una quasi certezza. La lingua e il suo curriculum garantivano un eccellente livello di comprensione. Maurizio era una guardia del corpo. E  seguiva le istruzioni con tremenda serietà. Troppa.
Aveva un difetto. Visibile. Senza possibilità di essere celato. Era zoppo. Non mi ricordo per quale motivo ma quando camminava e stendeva il ginocchio destro, la gamba gli scattava tesa verso l’esterno. Di difetti ne aveva un altro. Invisibile al colloquio. Fin troppo palese la prima volta che mi avrebbe accompagnato con la macchina. Per Maurizio la guardia del corpo non era una professione. Era uno stato mentale. Le sue azioni, i suoi comportamenti erano  intrisi degli atteggiamenti della body guard, quelli più ridicoli dell’immaginario collettivo.
Terzo giorno di lavoro.  Maurizio mi accompagna fuori in macchina per la prima volta. L’ho avvertito il giorno prima. La mattina si presenta in doppio petto grigio, camicia bianca, cravatta nera, Ray Ban a goccia con le lenti a specchio. Manca l’auricolare e la caricatura è completa. Sono sicuro che dietro una delle lenti una delle sopracciglia è alzata in una smorfia alla Clint Eastwood.
Arriviamo a destinazione. Via Santa Maria Fulcorina è in pieno centro storico. Stretta, a senso unico, senza marciapiedi. Pietre al posto dell’asfalto: la vecchia Milano. Maurizio parcheggia rasente il muro. Arresta il motore. Appoggia il braccio destro sullo schienale del mio sedile e si gira. Controlla attentamente cosa succede dietro di noi. In tutta la via siamo l’unica macchina parcheggiata. Anche perché parcheggiare non è permesso. Passano delle auto. Maurizio fa un respiro profondo. Calca gli occhiali sul naso. Si sta concentrando. Un ultimo controllo nello specchietto retrovisore. Mi comanda di non scendere. Sorpreso ubbidisco.
Apre la portiera e salta fuori. Zoppicando. Fa il giro della macchina dalla parte posteriore. Zoppicando. Ad ogni passo la gamba destra si stende tesa l’esterno. La mano sinistra di Maurizio appoggiata al suo fianco destro. Atteggiamento o l’abitudine a tenere ferma una pistola. Meglio non pensarci. Zoppicando, stendendo la gamba destra tesa verso l’esterno, raggiunge la mia portiera. La apre guardando a destra e a sinistra. Non sta  controllando. Sta cercando minacce. Dal fondo della via si sente un rumore. Sta arrivando una macchina. Maurizio fa un passo verso il centro della strada. E con un gesto autoritario ma discreto allo stesso tempo impone  al guidatore di fermarsi. Esegue diligentemente con un leggero stridore di pneumatici.
Maurizio tiene la portiera aperta. Scendo. Cammino verso il portone. Barcollando. Maurizio mi scorta. Zoppicando, la gamba destra che si stende tesa verso l’esterno ad ogni passo. Il conducente dell’auto aggrotta le sopracciglia perplesso. Trattiene una risata. Mi immedesimo in lui e scoppio a ridere. Un disabile assistito da un badante zoppo che si atteggia da  guardia del corpo. Ridicolo. Comico. O tutte e due. Continuo a ridere. Maurizio non fa una  piega. Continua a scortarmi.
L’ottavo giorno Maurizio non si presenta. Non mi avvisa. Nel pomeriggio lo raggiungo al telefono. Ha trovato un lavoro nella sicurezza personale. Dice.
(giugno 1997, circa)