PRIMA LEGGI: CRONACA DELL’INFARTO (Ep. 6) … Unità coronarica e l’arrivo di Nelly
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CRONACA DELL’INFARTO (Ep. 6) … Unità coronarica e l’arrivo di Nelly
PRIMA LEGGI: Cronaca dell’infarto (parte 5)
“Nelly sa tutto. È aggiornatissima e tranquilla. Sta arrivando. Atterra a Linate intorno alle 16”.
“Rita, stavo per non vedere più Nelly…”.
“Nelly sta arrivando…”.
“Stavo per non vedere più Nelly, Ninfa. Il solo pensiero di non rivederla più mi ha fatto combattere”.
Ninfa si commuove. E io la seguo a ruota.
“Dov’è Stepan?”
“Grazie Stepan…”.
“Per cosa?”
“Per essere stato bravissimo”.
“Non ho fatto niente…”.
Allungo il braccio sinistro verso la testa di Stepan. E la tiro delicatamente verso la mia. Lo abbraccio forte. Stepan piegato verso il letto si lascia abbracciare, sorpreso.
“No Stepan, mi hai salvato la vita…”. Ricomincio a piangere.
“No Ricky. Ha fatto tutto lei. Io ho fatto solo quello che lei mi ha detto di fare”. Anche in un momento come questo Stepan non riesce a resistere. Deve puntualizzare.
“Stepan stai qui e non parlare. Sono vivo perché c’eri tu. Perché sei stato bravo. Non lo dimenticherò mai”.
Restiamo lì. Fermi. Abbracciati. Poi Stepan non ce la fa più.
“Non deve piangere Ricky. Il suo tempo sulla terra non ancora finito. Ha ancora tante cose da fare”.
“La prossima volta che vuoi che torni, dimmelo. Non farti venire un infarto”. E mi abbraccia. Ce l’ho fatta. La sto guardando. Con Nelly posso vincere qualsiasi sfida.
RICKY? MEGLIO EVITARLO
Vent’anni di vita alla Residenza TreFili-scala 8. Si sono stretti dei legami. Annamaria del pian terreno. Gli Schnellinger del secondo piano. I Cerrini del primo piano. I Nicotra del quarto piano. Gli americani che ruotano al quinto piano. Noi Taverna al sesto e ultimo piano. Le famiglie si conoscono. Con il tempo si legano. Chi più, chi meno. I figli crescono sotto gli occhi di tutti. In vent’anni tutti imparano degli altri. Tutti sanno dei miei problemi. Ognuno, a proprio modo, li condivide.
“Dove vai?”, Mi chiede Paola istintivamente.
“Faccio le scale. Per esercitarmi”.
Paola esita. Starà contando i gradini. Mi segue.
“Ho una cena, devo scappare”.
“Mi aspetta mia figlia”.
Una sera, tornando dall’ufficio, camminando lungo il vialetto, di fronte ad un’altra fuga, capisco. E non posso che sorridere. L’ascensore è decisamente più comodo delle scale.
I BADANTI: L’IDIOSINCRASIA PER IL RIFORNIMENTO DI BENZINA
Non esistono logiche universali. Pensarlo è una trappola micidiale. Anche di fronte ai nessi causa effetto più ovvi. È ovvio fermarsi a fare rifornimento quando si accende la spia della benzina. Non è ovvio per il badante. Di conseguenza non è ovvio per me.
“Riccardo – domando al badante filippino – perché non si è fermato a fare benzina?”
“Perché lei non me lo ha detto”.
Sono interdetto. Mi sfugge la logica.
“Riccardo, quando lei guida da solo la sua macchina e sta finendo la benzina si ferma al distributore. Giusto?”
“Certo!”. Riccardo risponde con la gioia di chi ha appena dato la risposta esatta.
Sono sempre più interdetto. Meglio lasciar perdere.
“Fermiamoci al prossimo distributore”, ordino a Fernando, il badante dello Sri Lanka che sta sostituendo il suo omonimo cugino.
“Va bene signore”.
Il distributore si avvicina. È sempre più vicino. È passato. Fernando è andato oltre.
“Perché non si è fermato?”.
“Perché non mi ha detto di fermarmi”. Non ci posso credere. Sta succedendo ancora.
“Ha capito che doveva fermarsi al prossimo distributore?”
“Sì”, risponde Fernando seccato.
“Allora perché non lo ha fatto?”, domando trattenendo la rabbia.
“Perché lei non mi ha detto di fermarmi a quel distributore”.
Mi arrendo. Sto imparando a non discutere con gli idioti. Ally, che mi accompagna all’appuntamento, potrebbe non notare la differenza.
“Devo fare benzina quì?”. La voce giunge da lontano. Purtroppo non è un sogno. È Stepan.
“No…”. Rispondo per rispondere. Potevo dire sì. Cazzo. Possibile che mi debba svegliare per una simile ovvietà?
“Non me ne ero accorto”, mi risponderà Stepan. Non si era accorto che dormivo. Ciondolavo bloccato dalla cintura di sicurezza come un sacco vuoto. E non si era accorto che dormivo. Non discuto a prescindere.
LA REGOLA D’ORO: PRIMA, CAVARMELA DA SOLO. POI CHIEDERE.
Allacciare un bottone. Allacciare una stringa. Scrivere. Prendere il portafogli dalla tasca. Tirare su la cerniera dei pantaloni. Versare l’acqua. Tagliare il cibo. Guidare. Infilare le calze. Afferrare il bicchiere. Aprire una lattina. Negli anni, tra alti e bassi, perdo progressivamente la capacità di compiere le piccole azioni della vita quotidiana. Quelle apparentemente insignificanti. Date per scontate. Fatte decine di volte ogni giorno. Inconsapevolmente. Non siamo consapevoli di compierle con me non lo siamo della loro importanza. Di quanto ognuno di quei gesti determina la nostra qualità di vita.
“Mi apri la lattina?”, chiedo spingendola verso Febo.
“Oh cazzo Riks, scusa, non ci ho pensato…”, risponde Febo mortificato mentre si affretta a tirare la linguetta.
“Febo, nessun problema”.
“È che non ti vedo come una persona ammalata, che ha bisogno d’aiuto”.
“Ogni volta che qualcuno mi dice così, caro Febone, per me è una vittoria. Conferma che il mio atteggiamento verso la malattia è giusto”.
LA PUNTURA LOMBARE
“Sto per svenire”, comunico all’equipe.
“Cosa?” Il medico è sorpreso.
Alzo la voce: “sto per svenire”.
Due infermieri si piazzano ai miei lati. Ognuno mi tiene per una spalla. Un’infermiera mi si piazza davanti.
“Che lavoro fai?”. È il medico.
“Insegno metodologia di studio: tecniche di memorizzazione e lettura rapida”, rispondo mentre la testa continua a girare.
“Lettura rapida? – ribatte il medico – balle! Non funziona!”.
“Come non funziona?! Come fa a sapere?!”. La polemica mi da una botta di adrenalina.
Mi riprendo. Dura poco. La testa incomincia a vorticare.
“Cazzo… sto per svenire”.
Gli infermieri guardano il medico si fanno un cenno d’intesa. Delicatamente, mi coricano sul lato destro. Mentre l’ago è ancora tra le vertebre.
“Perché?”. L’idea non mi piace.
“Per verifica”. Mi spiegano.
Cedo.
“A proposito, l’ultima volta stavo per svenire”.
“Ma come? Un ragazzone come te”, interviene il vice primario, leggermente strafottente.
“Con tutte quelle che ho fatto io…”, continua il vice primario.
“Quante ne hanno fatte a lei?”. La mia domanda è secca. Improvvisa.
“Nessuna”, risponde tranquillamente il vice primario.
“Appunto. Allora cosa parla?”. Lo sto sfidando apertamente.
Il vice primario ordina che mi facciano una puntura per isolare il sistema nervoso simpatico. Quello dal quale dipendono le emozioni.
IL BADANTE ITALIANO: LA MISCELA DI ARROGANZA E IGNORANZA
Sono disperato. Nelly è disperata. I badanti durano poche settimane. I limiti della lingua. Un menefreghismo alle volte ostentato. Un po’ di inettitudine. La presunzione di essere intelligenti. Combinate con la mia voglia, condivisa da Nelly, di non cadere mai sotto il loro ricatto non palese (“tu hai bisogno di me quindi sei in una posizione di debolezza”), fanno una miscela esplosiva. Alcuni badanti durano addirittura un giorno.
DIMER, LA DEPANDENCE DI CASA
Un ricovero ogni 3 mesi per infondere immunoglobuline. Naturalmente endovena. Un ricovero di 2 giorni. Naturalmente inchiodato a letto. Il lato positivo del ricovero c’è. Lo staff di infermieri del reparto di neurologia è giovane. Sgobbano come dei matti senza mai negare un sorriso o una battuta discreta. Quando sono in confidenza, le battute sono più sfacciate. Da parte mia ho imparato a non lamentarmi anni fa, molto prima che nella mia vita si insinuasse la CIDP. E “Lui”, con lasua storia devastante, me lo aveva ricordato nel caso mi passasse di mente ancheper un solo attimo. Ho imparato anche il rispetto del lavoro altrui. E gli infermieri devono gestire un intero reparto, non un singolo paziente. Rispondo alle battute. Chiacchiero, rido e scherzo. È tutto spontaneo.
“Bene grazie! Tu?”
“Cosa mi racconti…”, mi domanda l’infermiere mentre mi accompagna in camera. Io racconto, lui racconta.
IL TENTATIVO DI EVASIONE DEL SIGNOR CORSARO
PRIMA LEGGI: STORIE DEL DIMER (EP 1)… Il signor Corsaro (parte 4)
Saranno le 21. Non lo so. Ho messo l’orologio nel cassetto del comodino perché oggi mi hanno cambiato l’abocat, la cannula che rimane in vena tra i 2 e i 3 giorni. E me l’hanno messa sul polso sinistro. Il richiamo dell’infermiera mi distoglie dal libro. “10 a 1 che è il signor Corsaro”, penso tra me e me.
“Signor Corsaro! Non può uscire …”.
“Eccolo…”, penso mentre giro la pagina.
“Venga con noi signor Corsaro”.
“No, non posso, devo andare”, risponde con la sua consueta signorilità.
“Non può andare, deve rimanere in camera”.
“No, devo andare! Devo andare a Ivrea, a casa”.
“Ma no, non può … magari domani”.
“No! Adesso! Oggi!”.
Il confronto comincia a essere concitato. Tre infermiere che cercano di convincerlo a restare. Il signor Corsaro che cerca insistentemente di avviarsi verso la porta in fondo al reparto. Il dialogo tra sordi continua per alcuni minuti. “Non può andare” contro “devo andare”. Stallo. Fino a quando il signor Corsaro spariglia.
“Non ci sono treni quì”, rispondono in coro le tre infermiere.
Nuovo stallo. Che continua per pochi minuti.
Cominciano a darmi su i nervi. Appoggio il libro. Mi alzo. Raggiungo il capannello. Il signor Corsaro che svetta dalle infermiere che lo circondano. Una di loro mi guarda: “Ricky, lascia stare. Ci pensiamo noi”. Mentre un’altra annuncia: “ora lo sedo”, staccandosi dal drappello. La afferro delicatamente e la trattengo, offrendole un’espressione rassicurante.
“Buonasera”, mi risponde sorpreso. Bene.
“Dove sta andando?”, gli domando facendogli intendere che non gli sto per imporre alcun divieto.
“A Ivrea, a casa”, mi risponde liberandosi da ogni tensione.
“Come ci va a quest’ora?”
“Ma in treno”, mi risponde enfatizzando l’ovvietà della risposta o l’inutilità della domanda.
“Già! Che domanda”. Gli do lenza.
E continuo: “il biglietto?”, gli domando a bruciopelo ma senza alterare il clima rilassato.
“Il biglietto?”. Il signor Corsaro mi guarda smarrito.
“Per salire sul treno”, spiego rasserenandolo.
“Non ce l’ho”, inizialmente rassegnato ma tendente al combattivo.
“Non si preoccupi. Ci penso io”. E, con discrezione, mi faccio scrivere “Ivrea” su un post-it da una delle tre infermiere. Che mi guardano confuse, senza capire cosa sta succedendo.
“Ecco, lo tenga. Adesso può prendere il treno. A proposito, il treno per Ivrea è in ritardo. La faccio accomodare in sala d’aspetto. Venga con me”.
E lo precedo nella nostra camera. Entro in bagno. Abbasso il coperchio del water.
“Ecco fatto. Si accomodi qui. Appena il treno arriva verrò personalmente a chiamarla”. Ed esco dal bagno inseguito da un “grazie” carico di entusiasmo.
“E se ci riprova?” mi domanda una delle tre mal celando un’aria di sfida.
“Gli chiedo del Petrarca”, rispondo senza pensare.
Sono ancora più confuse: “cioè?”.
“Ve lo racconto quando verrò dimesso”, rispondo strizzando l’occhio.
GRAZIE!
L’avventura di “Badavo ai Badanti” è nata anni fa’. Con Ricky, un amico di vecchissima data, stavamo attraversando la città per andare a cena su i navigli. Cercando di sfuggire all’afa meneghina di luglio. A quei tempi camminavo tranquillamente. Le mani cominciavano a cedere. L’Istituto Neurologico Besta era già entrato nella mia vita. “Affronti la malattia con un coraggio fuori dal comune. Dovresti scrivere un libro raccontando la tua storia”. Ero pieno di dubbi. Non pensavo di avere né la credibilità né l’autorevolezza sufficienti. L’unica idea che mi convinceva era che se quello che avrei mai scritto avrebbe potuto aiutare anche una sola persona, allora ne sarebbe valsa la pena.
