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CRONACA DELL’INFARTO (EP. 7) … Gli amici

PRIMA LEGGI: CRONACA DELL’INFARTO (Ep. 6) … Unità coronarica e l’arrivo di Nelly

Rita. Ninfa. Sabina. Mario che è corso in ospedale. E nella sua immensa generosità ha fatto di tutto per aspettare che mi svegliassi dal sonno in cui sono piombato dopo l’arrivo di Nelly. Lo sentivo lontano, lontano, mentre parlava con Nelly. Pensavo fosse un sogno. Gianni una presenza irrinunciabile. Patrizia.
Marco Fiorentini. Da anni ci chiamiamo reciprocamente “fratello”. Non è un caso che abbia fatto di tutto per starmi vicino. Fabrizio, che c’è sempre. Febo, che ha la fobia degli ospedali. E tutte le volte che viene a trovarmi mi sorprende. Corrado.
Dedo. L’impegnatissimo Dedo. Riesce a trovare il tempo per venire a trovarmi. L’amicizia nata sul tatami. Da adolescenti. Trent’anni dopo ci siamo ancora. Dedo, tra gli amici quello più diretto. La persona che più mi ha fatto da specchio nei primi anni della malattia.
Gli SMS che Nelly ha ricevuto. Quello di Ugo. Non ci sentiamo dalla sua crisi con Romana. Risolta la crisi Ugo non ha trovato di meglio che ribaltare responsabilità su di noi. Sono passati cinque anni e l’SMS è laconico: “è vero che Ricky ha avuto un problema al cuore?”. Nelly, schiacciata dalla tensione dell’infarto, dalla consapevolezza della gravità del rischio che ho corso, trova l’energia di andare a vedere. Invece di un’altrettanto laconico “si”, risponde: “il ragazzaccio, non contento di tutti i problemi che ha già, ha voluto farci prendere un bello spavento. È riuscito a prenderlo in tempo e adesso sta bene…”. Un invito. Nessuna risposta.
Le telefonate che Nelly ha ricevuto. Bucc. “Flavio mi ha chiamato quasi alle lacrime”. Nelly mi racconta della chiamata di Bucc. Ascolto. Sono distrutto dalla stanchezza. Vorrei rimandare qualsiasi cosa. Anche questa telefonata. Ne ho tutti i diritti. Invece non ho alcuna esitazione. “Chiamalo, per favore”. Non ci sentiamo da 2 anni per orgoglio. L’orgoglio, il cuneo più subdolo che si insinua tra due amici. L’infarto mia ha restituito Flavio. Fosse solo per questo, ne è valsa la pena.
La rete degli amici si è messa in moto. Nelly e gli amici. Sono fortunato.
(16-21 marzo 2012)

CRONACA DELL’INFARTO (Ep. 6) … Unità coronarica e l’arrivo di Nelly

PRIMA LEGGI: Cronaca dell’infarto (parte 5)

“Riiiickyyyyyyyy!”. È uno squillo. Lo squillo di Rita. La nostra adorabile Rita.
Sono uscito dalla sala operatoria con il cuore ripulito. Indebolito. La coronaria rinforzata da uno stent. Gli occhi svuotati dalle lacrime. Giuseppe, l’infermiere, ha spinto la barella in ascensore. Le porte si sono aperte al 4º piano: unità coronarica. La terapia intensiva del cuore.
“Riiiickyyyyyyyy!”. Lo squillo di Rita sa di famiglia. Quotidianità. Mi riempie di vita. Troppa. Le lacrime sgorgano. Mi sistemano nel letto. Mi fasciano l’arteria femorale sinistra. Stretta. Molto stretta. C’è il rischio di emorragie con gli anti coagulanti. Mi applicano gli elettrodi per tenere il cuore sotto controllo. Punture. Pastiglie. Poi Rita. Ci abbracciamo. Un abbraccio carico di significato: Ricky non potevi andartene. Rita non potevo andarmene. Mi rassicura.

“Nelly sa tutto. È aggiornatissima e tranquilla. Sta arrivando. Atterra a Linate intorno alle 16”.
“Rita, stavo per non vedere più Nelly…”.

Poi arriva Ninfa. Passo veloce. Leggero. Sfiora il pavimento fino al mio letto. Arriva con il suo sorriso più rassicurante. Ci abbracciamo.

“Nelly sta arrivando…”.
“Stavo per non vedere più Nelly, Ninfa. Il solo pensiero di non rivederla più mi ha fatto combattere”.
Ninfa si commuove. E io la seguo a ruota.
“Dov’è Stepan?”

“Sì Ricky?”. Stepan è pronto ad eseguire.

“Grazie Stepan…”.
“Per cosa?”
“Per essere stato bravissimo”.
“Non ho fatto niente…”.
Allungo il braccio sinistro verso la testa di Stepan. E la tiro delicatamente verso la mia. Lo abbraccio forte. Stepan piegato verso il letto si lascia abbracciare, sorpreso.
“No Stepan, mi hai salvato la vita…”. Ricomincio a piangere.
“No Ricky. Ha fatto tutto lei. Io ho fatto solo quello che lei mi ha detto di fare”. Anche in un momento come questo Stepan non riesce a resistere. Deve puntualizzare.
“Stepan stai qui e non parlare. Sono vivo perché c’eri tu. Perché sei stato bravo. Non lo dimenticherò mai”.
Restiamo lì. Fermi. Abbracciati. Poi Stepan non ce la fa più.
“Non deve piangere Ricky. Il suo tempo sulla terra non ancora finito. Ha ancora tante cose da fare”.

Poi arriva Max. Il mio adorabile cognato. Una presenza inaspettata. Una sorpresa straordinaria. Max ha un cinismo leggero e affettuoso. Unico. È passata poco più di un’ora dall’uscita dalla sala operatoria. E Max è la prima persona che riesce a strapparmi una risata.
Poi arriva Sabina. Il suo “Uick”, il modo di chiamarmi che ha resistito per 25 anni nel solo clan Bucciarelli, mi fa riappropriare del senso di un’amicizia più solida del tempo. Anche a Sabina racconto come è andata. Dei sintomi. Della consapevolezza dell’infarto. Della scelta di non chiamare l’ambulanza. Della bravura di Stepan.
Sento i suoi passi nel corridoio. Il battito ritmato dei tacchi sul pavimento. Quel ritmo inconfondibile. Lo riconoscerei ovunque. Sentirlo mi emoziona. Sta arrivando. Nelly sta arrivando. Rivolgo gli occhi verso la porta della stanza. Pochi momenti e la vedo. Gli occhi provati. Il viso tirato. È bellissima. La ragione della mia vita. E da oggi non è più una metafora. Mi sorride. Il viso le si illumina nonostante la tensione.

“La prossima volta che vuoi che torni, dimmelo. Non farti venire un infarto”. E mi abbraccia. Ce l’ho fatta. La sto guardando. Con Nelly posso vincere qualsiasi sfida.

(16 marzo 2012)

RICKY? MEGLIO EVITARLO

Vent’anni di vita alla Residenza TreFili-scala 8. Si sono stretti dei legami. Annamaria del pian terreno. Gli Schnellinger del secondo piano. I Cerrini del primo piano. I Nicotra del quarto piano. Gli americani che ruotano al quinto piano. Noi Taverna al sesto e ultimo piano. Le famiglie si conoscono. Con il tempo si legano. Chi più, chi meno. I figli crescono sotto gli occhi di tutti. In vent’anni tutti imparano degli altri. Tutti sanno dei miei problemi. Ognuno, a proprio modo, li condivide.

La CIDP comincia a sfiorare le gambe. Mi costringe a smettere di andare a correre. E per continuare ad esercitare gli arti inferiori rinuncio all’ascensore. Uso le scale. Sei piani a scendere ogni mattina. Sei piani a salire ogni sera al rientro dall’ufficio. Funziona. Il tono muscolare si mantiene. La forza, purtroppo, non dipende dall’esercizio.
Dal parcheggio esterno all’entrata della scala 8, cento metri di giardino. Alle volte ci incrociamo. Altre volte arriviamo insieme. Altre ancora qualcuno precede l’altro. O arriva dal giardino. Come capita una sera a Paola Nicotra.
Paola si ferma all’incrocio dei vialetti. Mi guarda mentre mi avvicino. Il sorriso è esplicito: “ti aspetto”. Facciamo l’ultimo tratto insieme raccontando le nostre giornate in ufficio in poche battute. Arriviamo di fronte all’ascensore. Paola si ferma e lo chiama. Mentre io afferro la maniglia della porta che dà sulla tromba delle scale.

“Dove vai?”, Mi chiede Paola istintivamente.
“Faccio le scale. Per esercitarmi”.
Paola esita. Starà contando i gradini. Mi segue.

Usci sta infilando la chiave nella toppa della porta di vetro. Mi scorge con la coda dell’occhio. Mi aspetta. Arriviamo all’ascensore. E un attimo dopo siamo sulle scale. Usci mi ha seguito.
Cortesia. Senso di inadeguatezza nel prendere l’ascensore. Non è importante il motivo per cui mi hanno accompagnato. Nel condominio le storie corrono. Come, dopo un po’ di giorni, corrono i condomini quando mi vedono arrivare lungo il vialetto.

“Ho una cena, devo scappare”.
“Mi aspetta mia figlia”.

Una sera, tornando dall’ufficio, camminando lungo il vialetto, di fronte ad un’altra fuga, capisco. E non posso che sorridere. L’ascensore è decisamente più comodo delle scale.

(1994, circa)

I BADANTI: L’IDIOSINCRASIA PER IL RIFORNIMENTO DI BENZINA

Non esistono logiche universali. Pensarlo è una trappola micidiale. Anche di fronte ai nessi causa effetto più ovvi. È ovvio fermarsi a fare rifornimento quando si accende la spia della benzina. Non è ovvio per il badante. Di conseguenza non è ovvio per me.

Autostrada Milano Bologna. Stiamo tornando da Siena. Dall’appuntamento al Monte dei Paschi. La spia del rifornimento si è accesa alcuni kilometri prima. La stazione di servizio è appena transitata.

“Riccardo – domando al badante filippino – perché non si è fermato a fare benzina?”
“Perché lei non me lo ha detto”.
Sono interdetto. Mi sfugge la logica.
“Riccardo, quando lei guida da solo la sua macchina e sta finendo la benzina si ferma al distributore. Giusto?”
“Certo!”. Riccardo risponde con la gioia di chi ha appena dato la risposta esatta.
Sono sempre più interdetto. Meglio lasciar perdere.

Autostrada Milano Serravalle. Stiamo andando a Genova per una riunione in AISM. La spia incomincia a lampeggiare. Gioco d’anticipo.

“Fermiamoci al prossimo distributore”, ordino a Fernando, il badante dello Sri Lanka che sta sostituendo il suo omonimo cugino.
“Va bene signore”.
Il distributore si avvicina. È sempre più vicino. È passato. Fernando è andato oltre.
“Perché non si è fermato?”.
“Perché non mi ha detto di fermarmi”. Non ci posso credere. Sta succedendo ancora.
“Ha capito che doveva fermarsi al prossimo distributore?”
“Sì”, risponde Fernando seccato.
“Allora perché non lo ha fatto?”, domando trattenendo la rabbia.
“Perché lei non mi ha detto di fermarmi a quel distributore”.
Mi arrendo. Sto imparando a non discutere con gli idioti. Ally, che mi accompagna all’appuntamento, potrebbe non notare la differenza.

Milano, verso la tangenziale est. Sto andando a ritirare il farmaco al DIMER. È un momemto duro. Durissimo. Lavoro intensamente. Dormo poco e male. Appena mi siedo sul sedile del passeggero mi abbandono al sonno. Crollo. Tanto Stepan ha imparato la strada alla perfezione.

“Devo fare benzina quì?”. La voce giunge da lontano. Purtroppo non è un sogno. È Stepan.
“No…”. Rispondo per rispondere. Potevo dire sì. Cazzo. Possibile che mi debba svegliare per una simile ovvietà?
“Non me ne ero accorto”, mi risponderà Stepan. Non si era accorto che dormivo. Ciondolavo bloccato dalla cintura di sicurezza come un sacco vuoto. E non si era accorto che dormivo. Non discuto a prescindere.

Il badante prende servizio la mattina. E scatta un meccanismo misterioso. I distributori di benzina spariscono dal suo orizzonte mentale. E io bado. Alla spia del carburante. E al badante.

LA REGOLA D’ORO: PRIMA, CAVARMELA DA SOLO. POI CHIEDERE.

Allacciare un bottone. Allacciare una stringa. Scrivere. Prendere il portafogli dalla tasca. Tirare su la cerniera dei pantaloni. Versare l’acqua. Tagliare il cibo. Guidare. Infilare le calze. Afferrare il bicchiere. Aprire una lattina. Negli anni, tra alti e bassi, perdo progressivamente la capacità di compiere le piccole azioni della vita quotidiana. Quelle apparentemente insignificanti. Date per scontate. Fatte decine di volte ogni giorno. Inconsapevolmente. Non siamo consapevoli di compierle con me non lo siamo della loro importanza. Di quanto ognuno di quei gesti determina la nostra qualità di vita.

Quando la qualità della mia vita comincia a retrocedere sposto la lotta anche sul terreno delle abitudini. Perdo la capacità di compiere un’azione progressivamente. A volte con una lentezza impercettibile. Altre volte quasi istantaneamente. Dalla sera alla mattina. Per poi recuperare quasi completamente. Perdere ancora. Prima della perdita completa, il gesto diventa lento, macchinoso. Quello che fino a ieri faccio distrattamente richiede sempre più attenzione. Cedere alla tentazione di chiedere subito aiuto è facilissimo. Il “problema” si risolve istantaneamente. E a portata c’è sempre qualcuno disponibile a prestare la propria mano. La famiglia (teoricamente), gli amici, il badante del momento, un passante. Così si sostituisce un’abitudine con un’altra. L’incapacità di compiere un gesto con la perdita immediata dell’indipendenza.
Decido razionalmente di combattere l’equazione. Perderò l’autonomia. È ineluttabile. La differenza la farò per come arriverò a perderla. Quella è una scelta. E dipende solo da me. Scelgo di combattere. Resistere all’assalto della disabilità. Resistere sapendo di essere sconfitto. Resistere sapendo che ogni giorno sottratto all’invalidità è una conquista per la mia dignità. Decido di provare a compiere ogni azione fino allo stremo. Quando non ci riuscirò con le mani studierò strategie alternative. Come per il bicchierino del caffè. Solo di fronte alla palese impossibilità chiederò aiuto.
“La Ringhiera”. IlNaviglio Grande. Il nostro punto di riferimento. Stiamo chiacchierando da quasi un’ora. La conversazione è brillante. Coinvolgente. Con Febo, il mio compagno delle “notti alla Ringhiera”, è sempre così. Qualsiasi sia l’argomento. La mia lattina di Coca-Cola, quella che ordino tutte le sere, è sul tavolo da un po’. È giunto il suo momento.

“Mi apri la lattina?”, chiedo spingendola verso Febo.
“Oh cazzo Riks, scusa, non ci ho pensato…”, risponde Febo mortificato mentre si affretta a tirare la linguetta.
“Febo, nessun problema”.
“È che non ti vedo come una persona ammalata, che ha bisogno d’aiuto”.
“Ogni volta che qualcuno mi dice così, caro Febone, per me è una vittoria. Conferma che il mio atteggiamento verso la malattia è giusto”.

(1980-1990)

LA PUNTURA LOMBARE

Della CIDP si parlerà tra po’ di anni. Adesso è un’infiammazione al sistema nervoso. L’origine è ignota. Bisogna indagare. La puntura lombare è l’esame per escludere o confermare l’origine virale. Con la puntura lombare si preleva il liquor spinale che nell’eventualità della presenza di un virus ne tiene traccia.
Della puntura lombare mi aveva raccontato Maurizia. “Un esame dolorosissimo. Un mal di testa incommensurabile. Per almeno due giorni”, mi aveva spiegato raccontando l’esperienza di un amico. Maurizia tendeva a rendere i racconti ipertrofici. Ma la premessa era oggettivamente inquietante. Il liquor si preleva inserendo un ago piuttosto grosso tra due vertebre lombari fino al canale midollare.
Sono seduto sulla barella dell’ambulatorio del reparto di neurologia al secondo piano del Besta. I piedi appoggiati a un trespolo. Le gambe rannicchiate. Abbraccio un cuscino. Il tutto espone nitidamente le vertebre lombari. Sono pronto. Un po’ preoccupato. Ma le emozioni sono sotto controllo. Do l’ok.
Sento il cotone imbevuto di disinfettante sui lombi. Freddo. Le gocce che scorrono verso le natiche. Sento lo spray anestetizzante. Gelato. Sento “un dito” premere tra le vertebre lombari. Deve essere l’ago che comincia a farsi strada. Non sento più nulla. L’ansia sale leggermente. Per precauzione inspiro ed espiro. Lungo e lento. “Incomincio ad aspirare”, mi informa il medico. Sento uno strappetto. Leggero. Strano. Sconosciuto. Uno strappetto all’interno della colonna vertebrale. Sotto il livello del lago. Il mal di testa incommensurabile. “Deve incominciare così”, penso. E l’ansia esplode. La testa mi gira.

“Sto per svenire”, comunico all’equipe.
“Cosa?” Il medico è sorpreso.
Alzo la voce: “sto per svenire”.
Due infermieri si piazzano ai miei lati. Ognuno mi tiene per una spalla. Un’infermiera mi si piazza davanti.
“Che lavoro fai?”. È il medico.
“Insegno metodologia di studio: tecniche di memorizzazione e lettura rapida”, rispondo mentre la testa continua a girare.
“Lettura rapida? – ribatte il medico – balle! Non funziona!”.
“Come non funziona?! Come fa a sapere?!”. La polemica mi da una botta di adrenalina.
Mi riprendo. Dura poco. La testa incomincia a vorticare.
“Cazzo… sto per svenire”.
Gli infermieri guardano il medico si fanno un cenno d’intesa. Delicatamente, mi coricano sul lato destro. Mentre l’ago è ancora tra le vertebre.

Terminata la puntura seguo pedissequamente le istruzioni. Un’ora sdraiato sulla pancia. Ventiquattro ore sdraiato senza cuscino. Il secondo giorno ancora sdraiato. Bere tantissimo. Del mal di testa incommensurabile neanche un accenno. L’analisi del liquor è negativa. Nessun virus.
Un anno dopo. Secondo ricovero. Seconda puntura lombare.

“Perché?”. L’idea non mi piace.
“Per verifica”. Mi spiegano.
Cedo.

Sono seduto sulla barella. Sto per prendere posizione quando il vice primario entra nell’ambulatorio.

“A proposito, l’ultima volta stavo per svenire”.
“Ma come? Un ragazzone come te”, interviene il vice primario, leggermente strafottente.
“Con tutte quelle che ho fatto io…”, continua il vice primario.
“Quante ne hanno fatte a lei?”. La mia domanda è secca. Improvvisa.
“Nessuna”, risponde tranquillamente il vice primario.
“Appunto. Allora cosa parla?”. Lo sto sfidando apertamente.
Il vice primario ordina che mi facciano una puntura per isolare il sistema nervoso simpatico. Quello dal quale dipendono le emozioni.

È andato tutto per il meglio. Non sono svenuto. Ho seguito la procedura. Nessun mal di testa. Il liquor negativo anche questa volta. Basta con la puntura lombare. Non la voglio più fare.

IL BADANTE ITALIANO: LA MISCELA DI ARROGANZA E IGNORANZA

Sono disperato. Nelly è disperata. I badanti durano poche settimane. I limiti della lingua. Un menefreghismo alle volte ostentato. Un po’ di inettitudine. La presunzione di essere intelligenti. Combinate con la mia voglia, condivisa da Nelly, di non cadere mai sotto il loro ricatto non palese (“tu hai bisogno di me quindi sei in una posizione di debolezza”), fanno una miscela esplosiva. Alcuni badanti durano addirittura un giorno.

“Scegliamolo italiano questa volta”, propone Nelly. È più di una proposta. È tra una supplica e una speranza che il prossimo comprenda chiaramente ciò che gli diciamo e che per questo riesca a durare di più.
Arriva Amerigo. 48 anni. Siciliano. Ex meccanico. Si è trasferito da poco al Nord perché vuole lavorare per “quel grande uomo di Don Mazzi” dopo averlo visto in televisione. Gli spieghiamo dettagliatamente le sue mansioni di domestico di badante. Amerigo dimostra inequivocabilmente di aver ben compreso. Nelly e io ci scambiamo un’occhiata carica di aspettative.
Prima mattina di lavoro. Tutto procede per il meglio. La colazione, l’aiuto in bagno e per vestirmi, il camminare, il guidare, la preparazione della mia postazione in ufficio. Se il buon giorno si vede dal mattino, Nelly e io abbiamo di fronte un periodo luminoso. Aspetto che Nelly si risvegli e abbia fatto colazione. La chiamo prima che Amerigo sia rientrato e le riassumo gli eventi. Sospira un “speriamo…”.
Prima metà mattina di lavoro. Amerigo sta lavorando in salone. Nelly scende dallo studio sul soppalco verso la cucina. La cucina è stata pulita egregiamente. Ma sul tavolo, pulito, sono rimaste la tazzina, il bicchiere il cucchiaio della sua colazione.
“Amerigo”.
“Si signora”.
“Si è dimenticato di lavare le mie tre cose”, fa notare Nelly gentilmente indicando il tavolo.
“Non mi sono dimenticato”, risponde Amerigo per nulla sorpreso.
“Allora le pulisca ora così abbiamo finito la cucina”, continua Nelly ingenuamente.
“Ci mancherebbe altro. Io non le pulisco”, ribatte Amerigo con una mezza esclamazione.
“Cioè?”, esclama Nelly ordinandogli di pulire con un’occhiata più che esplicita.
Amerigo è prontissimo. “Ci mancherebbe altro! Le stoviglie sono sue. Le sue mani funzionano. Le pulisca lei”.
Prima pausa pranzo. Amerigo arriva in ufficio puntuale alle 13:00. Mi porta il pranzo. Mi aiuta in bagno. Alle le 13:10 è libero. “Grazie Amerigo, si goda la sua ora e mezza di pausa pranzo”. È un modo per ricordarglielo senza essere didascalico.
Alle 15:30 Nelly mi chiama.
“Amerigo è lì con te?”
“No, mon amour”.
“A che ora è entrato in pausa pranzo?”
“All’una e dieci, fai l’una e un quarto”
“È in ritardo di tre quarti d’ora”. Nelly è troppo seccata. È ai limiti dell’ira. Non è da lei. Per un ritardo il primo giorno poi. Le chiedo cosa è successo. Mi racconta della colazione. Sono talmente imbestialito che se Amerigo entrasse in questo momento lo ribalterei con un solo urlo.
Amerigo rientra a casa alle 16:00.
“Problemi?”. Nelly è ostentatamente inquisitoria.
“Nessuno”.
“Allora come spiega il ritardo di un’ora e un quarto?”
“Non sono in ritardo”. Amerigo comincia a essere strafottente. Racconta che uscito dall’ufficio è andato in piazza Duomo per pranzare. E spiega che il tempo della pausa pranzo si calcola a partire dal momento in cui si arriva al luogo di destinazione. Naturalmente i novanta minuti sono interamente dedicati al pranzo e al relax. Quindi passati si torna sul luogo di lavoro. L’arroganza di Amerigo meriterebbe un cazziatone colossale. Nelly invece si trattiene. Mi chiama e mi racconta tutto. Stasera lo ribalto.
Prima sera di lavoro. Arrivano puntuali alle 18:00. Nelly ha accompagnato Amerigo. Abbiamo scelto di affrontarlo in ufficio. Vado diretto al punto. Gli chiedo conto della colazione di Nelly.
“La signora ha le mani…”, spiega come se la questione fosse talmente ovvia da non meritare commenti. Se le mie funzionassero gli torcerei il collo.
“Come la mettiamo con le mansioni da domestico?”. La domanda mi esce come un latrato.
“Non ho intenzione di curare la casa”.
“Ieri ha accettato”.
“Non avevo capito”.
“Come non…!”. Controllo il volume. Un vecchio detto sulle discussioni fa capolino: “non discutere mai con un idiota, la gente potrebbe non notare la differenza”. Infatti, cambio discorso.
Gli chiedo conto della pausa pranzo. Amerigo, con l’arroganza tipica degli ignoranti che si credono più furbi, rispiega la sua versione personalizzata.
“Lo sa che lei è l’unica persona al mondo a pensarla così?”. La domanda retorica e ai limiti della derisione.
“È così dappertutto!”. La sicumera di Amerigo va piegata.
“Questo è un palazzo di uffici – gli dico a voce bassa, quasi un sibilo – adesso lei viene con me in ogni ufficio e racconta la sua versione. Alla fine del giro vediamo quanti le ridono in faccia”.
“No”, la risposta di Amerigo è di un uomo improvvisamente incerto.
Amerigo passerà i tre giorni successivi al bar dell’Esselunga sotto l’ufficio. Alla sera del terzo giorno avevamo selezionato il sostituto.
(Dicembre 2005).

DIMER, LA DEPANDENCE DI CASA

Un ricovero ogni 3 mesi per infondere immunoglobuline. Naturalmente endovena. Un ricovero di 2 giorni. Naturalmente inchiodato a letto. Il lato positivo del ricovero c’è. Lo staff di infermieri del reparto di neurologia è giovane. Sgobbano come dei matti senza mai negare un sorriso o una battuta discreta. Quando sono in confidenza, le battute sono più sfacciate. Da parte mia ho imparato a non lamentarmi anni fa, molto prima che nella mia vita si insinuasse la CIDP. E “Lui”, con lasua storia devastante, me lo aveva ricordato nel caso mi passasse di mente ancheper un solo attimo. Ho imparato anche il rispetto del lavoro altrui. E gli infermieri devono gestire un intero reparto, non un singolo paziente. Rispondo alle battute. Chiacchiero, rido e scherzo. È tutto spontaneo.

Raggiungo un accordo con i medici: ricovero nelle fine settimana. Accettazione il venerdì, nel tardo pomeriggio. Dimissioni la domenica sera dopo l’infusione dell’ultimo flacone di immunoglobuline. O il lunedì mattina se nel corso della somministrazione la pressione ha subito qualche sbalzo. Sacrifico il fine settimana per non perdere giorni di lavoro. Un sacrificio che non mi costa: amo il mio lavoro.
Un sacrificio che non mi costa. Al DIMER rivitalizzo un’antica passione: la lettura. È Andrea che mi restituisce il gusto di un libro. Viene a trovarmi con un regalo: “Il Socio” di John Grisham. Lo appoggio distrattamente in fondo al letto. La compagnia di Andrea è sempre stimolante e del libro mi dimentico in un istante. Subito dopo cena, solo in camera, mi guardo in giro annoiato. Solo “Il Socio” cerca di intercettare il mio sguardo. Far sentire la sua presenza. Lo guardo. Mi risponde. Lo afferro. Lo appoggio sul comodino da notte fonda. Finito. I libri sono i miei compagni più fedeli nei ricoveri. Mi sveglio. E leggo. Il venerdì pomeriggio prima dei ricoveri faccio sempre un passaggio in libreria. E la volta che non ho fatto in tempo uscendo di casa triste la costa di un libro ha attirato la mia attenzione dalla mensola: “Il ciclo delle fondazioni” di Isaac Asimov. Me lo aveva regalato Sabina, del clan Bucciarelli. Era Natale. Ho dovuto fare buon viso. Sabina è un’amica straordinaria, una sorella. Ma ai tempi non mi conosceva ancora bene: odio la fantascienza. Asimov ha aspettato sulla mensola un paio di anni. Con pazienza. Poi mi ha fatto innamorare di lui e amare la fantascienza. “Ma tu non parli mai?”. Guardo il mio compagno di stanza da sopra il libro. Non rispondo. Da perfetto cafone. Ma R.Daneel sta arrivando su un pianeta sconosciuto chiamato Terra. Due giorni di ricovero. Tre libri. Poco sonno. Un compagno di camera palesemente incazzato.
“Ciao Ricky! Come stai?”

“Bene grazie! Tu?”
“Cosa mi racconti…”, mi domanda l’infermiere mentre mi accompagna in camera. Io racconto, lui racconta.

Tutti i venerdì pomeriggio incominciano così quando entro al DIMER. Sono nella mia depandence.

IL TENTATIVO DI EVASIONE DEL SIGNOR CORSARO

PRIMA LEGGI: STORIE DEL DIMER (EP 1)… Il signor Corsaro (parte 4)

“Fermo! Dove va? Torni indietro! … Torni indietro subito!”.

Saranno le 21. Non lo so. Ho messo l’orologio nel cassetto del comodino perché oggi mi hanno cambiato l’abocat, la cannula che rimane in vena tra i 2 e i 3 giorni. E me l’hanno messa sul polso sinistro. Il richiamo dell’infermiera mi distoglie dal libro. “10 a 1 che è il signor Corsaro”, penso tra me e me.

“Non può uscire!”, continua a strillare l’infermiera mentre distinguo nitidamente i passi di altre due infermiere che corrono lungo il corridoio per raggiungerla.

“Signor Corsaro! Non può uscire …”.
“Eccolo…”, penso mentre giro la pagina.
“Venga con noi signor Corsaro”.
“No, non posso, devo andare”, risponde con la sua consueta signorilità.
“Non può andare, deve rimanere in camera”.
“No, devo andare! Devo andare a Ivrea, a casa”.
“Ma no, non può … magari domani”.
“No! Adesso! Oggi!”.
Il confronto comincia a essere concitato. Tre infermiere che cercano di convincerlo a restare. Il signor Corsaro che cerca insistentemente di avviarsi verso la porta in fondo al reparto. Il dialogo tra sordi continua per alcuni minuti. “Non può andare” contro “devo andare”. Stallo. Fino a quando il signor Corsaro spariglia.

“Devo prendere il treno”.

“Non ci sono treni quì”, rispondono in coro le tre infermiere.
Nuovo stallo. Che continua per pochi minuti.
Cominciano a darmi su i nervi. Appoggio il libro. Mi alzo. Raggiungo il capannello. Il signor Corsaro che svetta dalle infermiere che lo circondano. Una di loro mi guarda: “Ricky, lascia stare. Ci pensiamo noi”. Mentre un’altra annuncia: “ora lo sedo”, staccandosi dal drappello. La afferro delicatamente e la trattengo, offrendole un’espressione rassicurante.

Attiro l’attenzione del signor Corsaro. “Buonasera”, esordisco affabile.

“Buonasera”, mi risponde sorpreso. Bene.
“Dove sta andando?”, gli domando facendogli intendere che non gli sto per imporre alcun divieto.
“A Ivrea, a casa”, mi risponde liberandosi da ogni tensione.
“Come ci va a quest’ora?”
“Ma in treno”, mi risponde enfatizzando l’ovvietà della risposta o l’inutilità della domanda.
“Già! Che domanda”. Gli do lenza.
E continuo: “il biglietto?”, gli domando a bruciopelo ma senza alterare il clima rilassato.
“Il biglietto?”. Il signor Corsaro mi guarda smarrito.
“Per salire sul treno”, spiego rasserenandolo.
“Non ce l’ho”, inizialmente rassegnato ma tendente al combattivo.
“Non si preoccupi. Ci penso io”. E, con discrezione, mi faccio scrivere “Ivrea” su un post-it da una delle tre infermiere. Che mi guardano confuse, senza capire cosa sta succedendo.
“Ecco, lo tenga. Adesso può prendere il treno. A proposito, il treno per Ivrea è in ritardo. La faccio accomodare in sala d’aspetto. Venga con me”.
E lo precedo nella nostra camera. Entro in bagno. Abbasso il coperchio del water.
“Ecco fatto. Si accomodi qui. Appena il treno arriva verrò personalmente a chiamarla”. Ed esco dal bagno inseguito da un “grazie” carico di entusiasmo.

Le infermiere mi stanno guardando piuttosto perplesse.

“E se ci riprova?” mi domanda una delle tre mal celando un’aria di sfida.
“Gli chiedo del Petrarca”, rispondo senza pensare.
Sono ancora più confuse: “cioè?”.
“Ve lo racconto quando verrò dimesso”, rispondo strizzando l’occhio.

Il signor Corsaro non si alzerà dal water per quasi un paio d’ore. Ogni volta che passo davanti alla porta del bagno mi guarda e mi domanda ansioso: “il treno?”. “Porta ritardo”.
(Giugno 1995, circa)

GRAZIE!

L’avventura di “Badavo ai Badanti” è nata anni fa’. Con Ricky, un amico di vecchissima data, stavamo attraversando la città per andare a cena su i navigli. Cercando di sfuggire all’afa meneghina di luglio. A quei tempi camminavo tranquillamente. Le mani cominciavano a cedere. L’Istituto Neurologico Besta era già entrato nella mia vita. “Affronti la malattia con un coraggio fuori dal comune. Dovresti scrivere un libro raccontando la tua storia”. Ero pieno di dubbi. Non pensavo di avere né la credibilità né l’autorevolezza sufficienti. L’unica idea che mi convinceva era che se quello che avrei mai scritto avrebbe potuto aiutare anche una sola persona, allora ne sarebbe valsa la pena.

In questi ultimi mesi, dopo 63 post e più di 4.600 visualizzazioni di pagine, ho ricevuto molti consensi. Ognuno è stato prezioso. Come preziosa è la presenza di chi ogni giorno legge il blog. Ringrazio tutti. Per esserci e per darmi l’energia per continuare.
Grazie!