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L’INCUBO DI STEPAN

“Ricky, ieri notte l’ho sognata”. Stepan rompe il silenzio mentre sta rimettendo il computer nella borsa. La giornata è finita. Siamo pronti per trasferirci a casa.
“Sì?”. Sono curioso.
“Si!”. Il mio interesse entusiasma Stepan. Che si lancia nel racconto.

“Eravamo in giro io e lei con la carrozzina. A dire la verità c’era anche una mia amica”. Ascolto mentre il racconto di Stepan prende quota. “Improvvisamente lei frena la carrozzina senza dirmi niente e si alza e improvvisamente si mette a camminare così”. E mi mostra come mi aveva sognato camminare. Le gambe tese e le braccia pure. Sull’orlo della caduta ad ogni passo. “Io non sapevo cosa fare – continua Stepan – ho provato a seguirla e lei mi ha detto: cosa fai?” Imitando il mio tono seccato. “Io non sapevo cosa fare. Se seguirla o obbedire… Ero preoccupato che cadeva… Avevo paura che si faceva male… Poi come facevamo… Poi cosa raccontavo a Nelly… Mi sono svegliato tutto agitato, tutto sudato”.

“Accidenti, un incubo Stepan!”, intervengo.
“Cosa significa?”
“Un brutto sogno”.
“Giusto, un incubo”, approva Stepan.

Stepan è parte della nostra vita. Un pezzo della nostra famiglia. Ho imparato a volergli bene.
(Marzo 2013)

L’UFFICIO, LO ZIP E LA PIPÌ

Arriva il momento in cui la CIDP mi presenta il primo conto: la debolezza delle dita. Comincio così a perdere i primi automatismi. E devo escogitare strategie alternative. Alcune sono immediate, come afferrare il bicchiere con due mani. In alcuni casi non esistono. Soprattutto quando non riesco più a compiere i movimenti fini come allacciare i bottoni o tirare su lo zip dei pantaloni. E questo è un problema quando vado in bagno. In un modo o nell’altro riesco a slacciare i pantaloni. Ma quando ho finito ho bisogno d’aiuto per allacciare i pantaloni e tirare su lo zip.

Il problema si fa serio quando comincio a lavorare. Non c’è la confidenza per chiedere a chiunque di accompagnarmi in bagno, ad aspettare fuori ed entrare per chiudere i pantaloni. In MGD, il mioprimo ufficio, la soluzione è inaspettata. Dopo pochi giorni inizio una relazione con Guendalina. È la figlia dei signori Duncan e lavoriamo insieme. Mi aiuta lei. L’ambiente piccolo e familiare rende tutto più semplice.
Dopo MGD e alcuni mesi sabbaticiarriva la proposta di Dow Jones. Il primo giorno entro nella sede di via Amedei. Arrivo al banco della reception. Un fulmine mi colpisce. Come faccio con il bagno? Semplice. Non ci vado. Non tocco goccia d’acqua. Me ne dimentico proprio, sia dell’acqua che della pipì. Sono le nove.
La giornata finisce alle 19:30. Esco. Prendo la macchina, e torno verso casa. Non c’è molto traffico. In venti minuti sono a casa. Esco dall’ascensore. E mentre suono il campanello ho la sensazione di esplodere. Un riflesso condizionato. La tranquillità di casa sveglia improvvisamente la vescica. La porta non si apre. La pressione aumenta vertiginosamente. Mi attacco al campanello.
La porta si apre. Finalmente. La mamma sull’uscio mi saluta con il sorriso delle grandi occasioni.

“Ciao! Come è andata?”
Non le do il tempo di finire. La spingo di lato e irrompo in casa. Corro verso il bagno. La vescica sta per cedere.
“Seguimi”.
Arriviamo in bagno. Sono salvo.

Secondo giorno in Dow Jones. Lavoro tutto il giorno senza fermarmi. Non bevo. Non vado in bagno. Arrivo a casa più tardi. Mi attacco al campanello. La porta si spalanca. La mamma che ha capito tutto, si è nascosta dietro. Corro verso il bagno con la mamma a ruota. Sono salvo anche questa volta.
Continuerò così per un anno e mezzo.
(1994, circa)

MIGLIORO, PEGGIORO, MIGLIORO, PEGGIORO: LA PRIMA CADUTA E L’INTERFERONE

Prima miglioro. Poi peggioro. Miglioro ancora. Riprendo a peggiorare. Tra una fase e l’altra passano mesi. È una costante. Come è una costante peggiorare sempre più di quanto sia migliorato. Così, inesorabilmente, perdo forza e funzionalità agli arti. Prima le braccia. Lentamente. Poi, altrettanto lentamente, le gambe. È successo sempre così. Al Besta. Con l’agopuntura. Al DIMER. Gli interventi correttivi sono dei classici. Aumento del dosaggio del farmaco del momento. Maggiore frequenza della terapia. Al DIMER, invece, con Il Prof., abbiamo innovato. L’innovazione si rincorre nei momenti più critici. Per esempio di fronte alla prima caduta.

Romana ha scelto il parka blu. È il suo regalo di Natale per Ugo. Siamo al piano interrato del “Metropolitan Museum”, il “mio” negozio di abbigliamento. Antonio, il padrone che è riuscito a creare questo gioiello di qualità, passione, prezzo e simpatia, e Giuseppe, l’assistente che meglio ne incarna lo spirito, si avviano lungo la scala verso la cassa al piano superiore. Romana li segue. Io chiudo la fila.
Le gambe hanno ripreso a peggiorare da un po’ di mesi. Le immunoglobuline stanno perdendo progressivamente la loro efficacia. Abbiamo provato con un cocktail di immunoglobuline e cortisone ma senza risultati. Tanto che Il Prof. sta pensando ad alzare il tiro somministrandomi l’interferone. È un esperimento che richiede l’autorizzazione del comitato etico del San Raffaele; l’interferone è un farmaco contro la sclerosi multipla. Non è previsto per contrastare la CIDP. Siamo in attesa della delibera. Nonostante il calo delle prestazioni mi muovo ancora decorosamente. Cammino, guido, faccio le scale. Sono ancora autonomo.
Mi avvicino alla scala del “Museum”. Automaticamente appoggio il piede sinistro sul primo gradino. Automaticamente stendo la gamba sinistra. Automaticamente stacco il piede destro e lo appoggio sul secondo gradino. Automaticamente stendo la gamba destra e stacco il piede sinistro portandolo verso il terzo gradino. Lo appoggio e inizio a stendere la gamba sinistra. Ma. Ma la gamba destra non si è stesa. Spingo. Nulla. Ferma. Come sono fermo io, sospeso tra due gradini, con entrambe le gambe piegate. Anzi. La gamba destra cede. Lentamente. Faccio forza. Nulla. Cede sempre di più. Sempre più velocemente. Mi sbilancio all’indietro. In un attimo, un attimo lunghissimo, sono per terra. Con uno schianto. Sperimento la durezza del pavimento in cotto. E sento due piccoli “crack”. Al gomito destro. Alla mano destra.
Romana, Giuseppe e Antonio mi sono subito intorno. Freno il loro entusiasmo nel volermi aiutare. Li rassicuro. Ma prima di alzarmi voglio controllare l’entità dei danni. Sono minimi. Il dolore è sopportabile. Meno sopportabile se premo. Pazienza. Comunque niente pronto soccorso.
La prima caduta non mi preoccupa molto. Inconsciamente la stavo aspettando. Forse è per questo che non sono sorpreso. Forse il fatto di essere già al lavoro per poter prendere l’interferone mi conforta. Anzi. Bisogna accelerare. Arrivo a casa e chiamo Il Prof. Gli faccio un resoconto dettagliato. Domani chiamerà il comitato etico.
(Novembre 1997, circa)

CRONACA DELL’INFARTO (EP. 7) … Gli amici

PRIMA LEGGI: CRONACA DELL’INFARTO (Ep. 6) … Unità coronarica e l’arrivo di Nelly

Rita. Ninfa. Sabina. Mario che è corso in ospedale. E nella sua immensa generosità ha fatto di tutto per aspettare che mi svegliassi dal sonno in cui sono piombato dopo l’arrivo di Nelly. Lo sentivo lontano, lontano, mentre parlava con Nelly. Pensavo fosse un sogno. Gianni una presenza irrinunciabile. Patrizia.
Marco Fiorentini. Da anni ci chiamiamo reciprocamente “fratello”. Non è un caso che abbia fatto di tutto per starmi vicino. Fabrizio, che c’è sempre. Febo, che ha la fobia degli ospedali. E tutte le volte che viene a trovarmi mi sorprende. Corrado.
Dedo. L’impegnatissimo Dedo. Riesce a trovare il tempo per venire a trovarmi. L’amicizia nata sul tatami. Da adolescenti. Trent’anni dopo ci siamo ancora. Dedo, tra gli amici quello più diretto. La persona che più mi ha fatto da specchio nei primi anni della malattia.
Gli SMS che Nelly ha ricevuto. Quello di Ugo. Non ci sentiamo dalla sua crisi con Romana. Risolta la crisi Ugo non ha trovato di meglio che ribaltare responsabilità su di noi. Sono passati cinque anni e l’SMS è laconico: “è vero che Ricky ha avuto un problema al cuore?”. Nelly, schiacciata dalla tensione dell’infarto, dalla consapevolezza della gravità del rischio che ho corso, trova l’energia di andare a vedere. Invece di un’altrettanto laconico “si”, risponde: “il ragazzaccio, non contento di tutti i problemi che ha già, ha voluto farci prendere un bello spavento. È riuscito a prenderlo in tempo e adesso sta bene…”. Un invito. Nessuna risposta.
Le telefonate che Nelly ha ricevuto. Bucc. “Flavio mi ha chiamato quasi alle lacrime”. Nelly mi racconta della chiamata di Bucc. Ascolto. Sono distrutto dalla stanchezza. Vorrei rimandare qualsiasi cosa. Anche questa telefonata. Ne ho tutti i diritti. Invece non ho alcuna esitazione. “Chiamalo, per favore”. Non ci sentiamo da 2 anni per orgoglio. L’orgoglio, il cuneo più subdolo che si insinua tra due amici. L’infarto mia ha restituito Flavio. Fosse solo per questo, ne è valsa la pena.
La rete degli amici si è messa in moto. Nelly e gli amici. Sono fortunato.
(16-21 marzo 2012)

CRONACA DELL’INFARTO (Ep. 6) … Unità coronarica e l’arrivo di Nelly

PRIMA LEGGI: Cronaca dell’infarto (parte 5)

“Riiiickyyyyyyyy!”. È uno squillo. Lo squillo di Rita. La nostra adorabile Rita.
Sono uscito dalla sala operatoria con il cuore ripulito. Indebolito. La coronaria rinforzata da uno stent. Gli occhi svuotati dalle lacrime. Giuseppe, l’infermiere, ha spinto la barella in ascensore. Le porte si sono aperte al 4º piano: unità coronarica. La terapia intensiva del cuore.
“Riiiickyyyyyyyy!”. Lo squillo di Rita sa di famiglia. Quotidianità. Mi riempie di vita. Troppa. Le lacrime sgorgano. Mi sistemano nel letto. Mi fasciano l’arteria femorale sinistra. Stretta. Molto stretta. C’è il rischio di emorragie con gli anti coagulanti. Mi applicano gli elettrodi per tenere il cuore sotto controllo. Punture. Pastiglie. Poi Rita. Ci abbracciamo. Un abbraccio carico di significato: Ricky non potevi andartene. Rita non potevo andarmene. Mi rassicura.

“Nelly sa tutto. È aggiornatissima e tranquilla. Sta arrivando. Atterra a Linate intorno alle 16”.
“Rita, stavo per non vedere più Nelly…”.

Poi arriva Ninfa. Passo veloce. Leggero. Sfiora il pavimento fino al mio letto. Arriva con il suo sorriso più rassicurante. Ci abbracciamo.

“Nelly sta arrivando…”.
“Stavo per non vedere più Nelly, Ninfa. Il solo pensiero di non rivederla più mi ha fatto combattere”.
Ninfa si commuove. E io la seguo a ruota.
“Dov’è Stepan?”

“Sì Ricky?”. Stepan è pronto ad eseguire.

“Grazie Stepan…”.
“Per cosa?”
“Per essere stato bravissimo”.
“Non ho fatto niente…”.
Allungo il braccio sinistro verso la testa di Stepan. E la tiro delicatamente verso la mia. Lo abbraccio forte. Stepan piegato verso il letto si lascia abbracciare, sorpreso.
“No Stepan, mi hai salvato la vita…”. Ricomincio a piangere.
“No Ricky. Ha fatto tutto lei. Io ho fatto solo quello che lei mi ha detto di fare”. Anche in un momento come questo Stepan non riesce a resistere. Deve puntualizzare.
“Stepan stai qui e non parlare. Sono vivo perché c’eri tu. Perché sei stato bravo. Non lo dimenticherò mai”.
Restiamo lì. Fermi. Abbracciati. Poi Stepan non ce la fa più.
“Non deve piangere Ricky. Il suo tempo sulla terra non ancora finito. Ha ancora tante cose da fare”.

Poi arriva Max. Il mio adorabile cognato. Una presenza inaspettata. Una sorpresa straordinaria. Max ha un cinismo leggero e affettuoso. Unico. È passata poco più di un’ora dall’uscita dalla sala operatoria. E Max è la prima persona che riesce a strapparmi una risata.
Poi arriva Sabina. Il suo “Uick”, il modo di chiamarmi che ha resistito per 25 anni nel solo clan Bucciarelli, mi fa riappropriare del senso di un’amicizia più solida del tempo. Anche a Sabina racconto come è andata. Dei sintomi. Della consapevolezza dell’infarto. Della scelta di non chiamare l’ambulanza. Della bravura di Stepan.
Sento i suoi passi nel corridoio. Il battito ritmato dei tacchi sul pavimento. Quel ritmo inconfondibile. Lo riconoscerei ovunque. Sentirlo mi emoziona. Sta arrivando. Nelly sta arrivando. Rivolgo gli occhi verso la porta della stanza. Pochi momenti e la vedo. Gli occhi provati. Il viso tirato. È bellissima. La ragione della mia vita. E da oggi non è più una metafora. Mi sorride. Il viso le si illumina nonostante la tensione.

“La prossima volta che vuoi che torni, dimmelo. Non farti venire un infarto”. E mi abbraccia. Ce l’ho fatta. La sto guardando. Con Nelly posso vincere qualsiasi sfida.

(16 marzo 2012)

RICKY? MEGLIO EVITARLO

Vent’anni di vita alla Residenza TreFili-scala 8. Si sono stretti dei legami. Annamaria del pian terreno. Gli Schnellinger del secondo piano. I Cerrini del primo piano. I Nicotra del quarto piano. Gli americani che ruotano al quinto piano. Noi Taverna al sesto e ultimo piano. Le famiglie si conoscono. Con il tempo si legano. Chi più, chi meno. I figli crescono sotto gli occhi di tutti. In vent’anni tutti imparano degli altri. Tutti sanno dei miei problemi. Ognuno, a proprio modo, li condivide.

La CIDP comincia a sfiorare le gambe. Mi costringe a smettere di andare a correre. E per continuare ad esercitare gli arti inferiori rinuncio all’ascensore. Uso le scale. Sei piani a scendere ogni mattina. Sei piani a salire ogni sera al rientro dall’ufficio. Funziona. Il tono muscolare si mantiene. La forza, purtroppo, non dipende dall’esercizio.
Dal parcheggio esterno all’entrata della scala 8, cento metri di giardino. Alle volte ci incrociamo. Altre volte arriviamo insieme. Altre ancora qualcuno precede l’altro. O arriva dal giardino. Come capita una sera a Paola Nicotra.
Paola si ferma all’incrocio dei vialetti. Mi guarda mentre mi avvicino. Il sorriso è esplicito: “ti aspetto”. Facciamo l’ultimo tratto insieme raccontando le nostre giornate in ufficio in poche battute. Arriviamo di fronte all’ascensore. Paola si ferma e lo chiama. Mentre io afferro la maniglia della porta che dà sulla tromba delle scale.

“Dove vai?”, Mi chiede Paola istintivamente.
“Faccio le scale. Per esercitarmi”.
Paola esita. Starà contando i gradini. Mi segue.

Usci sta infilando la chiave nella toppa della porta di vetro. Mi scorge con la coda dell’occhio. Mi aspetta. Arriviamo all’ascensore. E un attimo dopo siamo sulle scale. Usci mi ha seguito.
Cortesia. Senso di inadeguatezza nel prendere l’ascensore. Non è importante il motivo per cui mi hanno accompagnato. Nel condominio le storie corrono. Come, dopo un po’ di giorni, corrono i condomini quando mi vedono arrivare lungo il vialetto.

“Ho una cena, devo scappare”.
“Mi aspetta mia figlia”.

Una sera, tornando dall’ufficio, camminando lungo il vialetto, di fronte ad un’altra fuga, capisco. E non posso che sorridere. L’ascensore è decisamente più comodo delle scale.

(1994, circa)

I BADANTI: L’IDIOSINCRASIA PER IL RIFORNIMENTO DI BENZINA

Non esistono logiche universali. Pensarlo è una trappola micidiale. Anche di fronte ai nessi causa effetto più ovvi. È ovvio fermarsi a fare rifornimento quando si accende la spia della benzina. Non è ovvio per il badante. Di conseguenza non è ovvio per me.

Autostrada Milano Bologna. Stiamo tornando da Siena. Dall’appuntamento al Monte dei Paschi. La spia del rifornimento si è accesa alcuni kilometri prima. La stazione di servizio è appena transitata.

“Riccardo – domando al badante filippino – perché non si è fermato a fare benzina?”
“Perché lei non me lo ha detto”.
Sono interdetto. Mi sfugge la logica.
“Riccardo, quando lei guida da solo la sua macchina e sta finendo la benzina si ferma al distributore. Giusto?”
“Certo!”. Riccardo risponde con la gioia di chi ha appena dato la risposta esatta.
Sono sempre più interdetto. Meglio lasciar perdere.

Autostrada Milano Serravalle. Stiamo andando a Genova per una riunione in AISM. La spia incomincia a lampeggiare. Gioco d’anticipo.

“Fermiamoci al prossimo distributore”, ordino a Fernando, il badante dello Sri Lanka che sta sostituendo il suo omonimo cugino.
“Va bene signore”.
Il distributore si avvicina. È sempre più vicino. È passato. Fernando è andato oltre.
“Perché non si è fermato?”.
“Perché non mi ha detto di fermarmi”. Non ci posso credere. Sta succedendo ancora.
“Ha capito che doveva fermarsi al prossimo distributore?”
“Sì”, risponde Fernando seccato.
“Allora perché non lo ha fatto?”, domando trattenendo la rabbia.
“Perché lei non mi ha detto di fermarmi a quel distributore”.
Mi arrendo. Sto imparando a non discutere con gli idioti. Ally, che mi accompagna all’appuntamento, potrebbe non notare la differenza.

Milano, verso la tangenziale est. Sto andando a ritirare il farmaco al DIMER. È un momemto duro. Durissimo. Lavoro intensamente. Dormo poco e male. Appena mi siedo sul sedile del passeggero mi abbandono al sonno. Crollo. Tanto Stepan ha imparato la strada alla perfezione.

“Devo fare benzina quì?”. La voce giunge da lontano. Purtroppo non è un sogno. È Stepan.
“No…”. Rispondo per rispondere. Potevo dire sì. Cazzo. Possibile che mi debba svegliare per una simile ovvietà?
“Non me ne ero accorto”, mi risponderà Stepan. Non si era accorto che dormivo. Ciondolavo bloccato dalla cintura di sicurezza come un sacco vuoto. E non si era accorto che dormivo. Non discuto a prescindere.

Il badante prende servizio la mattina. E scatta un meccanismo misterioso. I distributori di benzina spariscono dal suo orizzonte mentale. E io bado. Alla spia del carburante. E al badante.

LA REGOLA D’ORO: PRIMA, CAVARMELA DA SOLO. POI CHIEDERE.

Allacciare un bottone. Allacciare una stringa. Scrivere. Prendere il portafogli dalla tasca. Tirare su la cerniera dei pantaloni. Versare l’acqua. Tagliare il cibo. Guidare. Infilare le calze. Afferrare il bicchiere. Aprire una lattina. Negli anni, tra alti e bassi, perdo progressivamente la capacità di compiere le piccole azioni della vita quotidiana. Quelle apparentemente insignificanti. Date per scontate. Fatte decine di volte ogni giorno. Inconsapevolmente. Non siamo consapevoli di compierle con me non lo siamo della loro importanza. Di quanto ognuno di quei gesti determina la nostra qualità di vita.

Quando la qualità della mia vita comincia a retrocedere sposto la lotta anche sul terreno delle abitudini. Perdo la capacità di compiere un’azione progressivamente. A volte con una lentezza impercettibile. Altre volte quasi istantaneamente. Dalla sera alla mattina. Per poi recuperare quasi completamente. Perdere ancora. Prima della perdita completa, il gesto diventa lento, macchinoso. Quello che fino a ieri faccio distrattamente richiede sempre più attenzione. Cedere alla tentazione di chiedere subito aiuto è facilissimo. Il “problema” si risolve istantaneamente. E a portata c’è sempre qualcuno disponibile a prestare la propria mano. La famiglia (teoricamente), gli amici, il badante del momento, un passante. Così si sostituisce un’abitudine con un’altra. L’incapacità di compiere un gesto con la perdita immediata dell’indipendenza.
Decido razionalmente di combattere l’equazione. Perderò l’autonomia. È ineluttabile. La differenza la farò per come arriverò a perderla. Quella è una scelta. E dipende solo da me. Scelgo di combattere. Resistere all’assalto della disabilità. Resistere sapendo di essere sconfitto. Resistere sapendo che ogni giorno sottratto all’invalidità è una conquista per la mia dignità. Decido di provare a compiere ogni azione fino allo stremo. Quando non ci riuscirò con le mani studierò strategie alternative. Come per il bicchierino del caffè. Solo di fronte alla palese impossibilità chiederò aiuto.
“La Ringhiera”. IlNaviglio Grande. Il nostro punto di riferimento. Stiamo chiacchierando da quasi un’ora. La conversazione è brillante. Coinvolgente. Con Febo, il mio compagno delle “notti alla Ringhiera”, è sempre così. Qualsiasi sia l’argomento. La mia lattina di Coca-Cola, quella che ordino tutte le sere, è sul tavolo da un po’. È giunto il suo momento.

“Mi apri la lattina?”, chiedo spingendola verso Febo.
“Oh cazzo Riks, scusa, non ci ho pensato…”, risponde Febo mortificato mentre si affretta a tirare la linguetta.
“Febo, nessun problema”.
“È che non ti vedo come una persona ammalata, che ha bisogno d’aiuto”.
“Ogni volta che qualcuno mi dice così, caro Febone, per me è una vittoria. Conferma che il mio atteggiamento verso la malattia è giusto”.

(1980-1990)

LA PUNTURA LOMBARE

Della CIDP si parlerà tra po’ di anni. Adesso è un’infiammazione al sistema nervoso. L’origine è ignota. Bisogna indagare. La puntura lombare è l’esame per escludere o confermare l’origine virale. Con la puntura lombare si preleva il liquor spinale che nell’eventualità della presenza di un virus ne tiene traccia.
Della puntura lombare mi aveva raccontato Maurizia. “Un esame dolorosissimo. Un mal di testa incommensurabile. Per almeno due giorni”, mi aveva spiegato raccontando l’esperienza di un amico. Maurizia tendeva a rendere i racconti ipertrofici. Ma la premessa era oggettivamente inquietante. Il liquor si preleva inserendo un ago piuttosto grosso tra due vertebre lombari fino al canale midollare.
Sono seduto sulla barella dell’ambulatorio del reparto di neurologia al secondo piano del Besta. I piedi appoggiati a un trespolo. Le gambe rannicchiate. Abbraccio un cuscino. Il tutto espone nitidamente le vertebre lombari. Sono pronto. Un po’ preoccupato. Ma le emozioni sono sotto controllo. Do l’ok.
Sento il cotone imbevuto di disinfettante sui lombi. Freddo. Le gocce che scorrono verso le natiche. Sento lo spray anestetizzante. Gelato. Sento “un dito” premere tra le vertebre lombari. Deve essere l’ago che comincia a farsi strada. Non sento più nulla. L’ansia sale leggermente. Per precauzione inspiro ed espiro. Lungo e lento. “Incomincio ad aspirare”, mi informa il medico. Sento uno strappetto. Leggero. Strano. Sconosciuto. Uno strappetto all’interno della colonna vertebrale. Sotto il livello del lago. Il mal di testa incommensurabile. “Deve incominciare così”, penso. E l’ansia esplode. La testa mi gira.

“Sto per svenire”, comunico all’equipe.
“Cosa?” Il medico è sorpreso.
Alzo la voce: “sto per svenire”.
Due infermieri si piazzano ai miei lati. Ognuno mi tiene per una spalla. Un’infermiera mi si piazza davanti.
“Che lavoro fai?”. È il medico.
“Insegno metodologia di studio: tecniche di memorizzazione e lettura rapida”, rispondo mentre la testa continua a girare.
“Lettura rapida? – ribatte il medico – balle! Non funziona!”.
“Come non funziona?! Come fa a sapere?!”. La polemica mi da una botta di adrenalina.
Mi riprendo. Dura poco. La testa incomincia a vorticare.
“Cazzo… sto per svenire”.
Gli infermieri guardano il medico si fanno un cenno d’intesa. Delicatamente, mi coricano sul lato destro. Mentre l’ago è ancora tra le vertebre.

Terminata la puntura seguo pedissequamente le istruzioni. Un’ora sdraiato sulla pancia. Ventiquattro ore sdraiato senza cuscino. Il secondo giorno ancora sdraiato. Bere tantissimo. Del mal di testa incommensurabile neanche un accenno. L’analisi del liquor è negativa. Nessun virus.
Un anno dopo. Secondo ricovero. Seconda puntura lombare.

“Perché?”. L’idea non mi piace.
“Per verifica”. Mi spiegano.
Cedo.

Sono seduto sulla barella. Sto per prendere posizione quando il vice primario entra nell’ambulatorio.

“A proposito, l’ultima volta stavo per svenire”.
“Ma come? Un ragazzone come te”, interviene il vice primario, leggermente strafottente.
“Con tutte quelle che ho fatto io…”, continua il vice primario.
“Quante ne hanno fatte a lei?”. La mia domanda è secca. Improvvisa.
“Nessuna”, risponde tranquillamente il vice primario.
“Appunto. Allora cosa parla?”. Lo sto sfidando apertamente.
Il vice primario ordina che mi facciano una puntura per isolare il sistema nervoso simpatico. Quello dal quale dipendono le emozioni.

È andato tutto per il meglio. Non sono svenuto. Ho seguito la procedura. Nessun mal di testa. Il liquor negativo anche questa volta. Basta con la puntura lombare. Non la voglio più fare.

IL BADANTE ITALIANO: LA MISCELA DI ARROGANZA E IGNORANZA

Sono disperato. Nelly è disperata. I badanti durano poche settimane. I limiti della lingua. Un menefreghismo alle volte ostentato. Un po’ di inettitudine. La presunzione di essere intelligenti. Combinate con la mia voglia, condivisa da Nelly, di non cadere mai sotto il loro ricatto non palese (“tu hai bisogno di me quindi sei in una posizione di debolezza”), fanno una miscela esplosiva. Alcuni badanti durano addirittura un giorno.

“Scegliamolo italiano questa volta”, propone Nelly. È più di una proposta. È tra una supplica e una speranza che il prossimo comprenda chiaramente ciò che gli diciamo e che per questo riesca a durare di più.
Arriva Amerigo. 48 anni. Siciliano. Ex meccanico. Si è trasferito da poco al Nord perché vuole lavorare per “quel grande uomo di Don Mazzi” dopo averlo visto in televisione. Gli spieghiamo dettagliatamente le sue mansioni di domestico di badante. Amerigo dimostra inequivocabilmente di aver ben compreso. Nelly e io ci scambiamo un’occhiata carica di aspettative.
Prima mattina di lavoro. Tutto procede per il meglio. La colazione, l’aiuto in bagno e per vestirmi, il camminare, il guidare, la preparazione della mia postazione in ufficio. Se il buon giorno si vede dal mattino, Nelly e io abbiamo di fronte un periodo luminoso. Aspetto che Nelly si risvegli e abbia fatto colazione. La chiamo prima che Amerigo sia rientrato e le riassumo gli eventi. Sospira un “speriamo…”.
Prima metà mattina di lavoro. Amerigo sta lavorando in salone. Nelly scende dallo studio sul soppalco verso la cucina. La cucina è stata pulita egregiamente. Ma sul tavolo, pulito, sono rimaste la tazzina, il bicchiere il cucchiaio della sua colazione.
“Amerigo”.
“Si signora”.
“Si è dimenticato di lavare le mie tre cose”, fa notare Nelly gentilmente indicando il tavolo.
“Non mi sono dimenticato”, risponde Amerigo per nulla sorpreso.
“Allora le pulisca ora così abbiamo finito la cucina”, continua Nelly ingenuamente.
“Ci mancherebbe altro. Io non le pulisco”, ribatte Amerigo con una mezza esclamazione.
“Cioè?”, esclama Nelly ordinandogli di pulire con un’occhiata più che esplicita.
Amerigo è prontissimo. “Ci mancherebbe altro! Le stoviglie sono sue. Le sue mani funzionano. Le pulisca lei”.
Prima pausa pranzo. Amerigo arriva in ufficio puntuale alle 13:00. Mi porta il pranzo. Mi aiuta in bagno. Alle le 13:10 è libero. “Grazie Amerigo, si goda la sua ora e mezza di pausa pranzo”. È un modo per ricordarglielo senza essere didascalico.
Alle 15:30 Nelly mi chiama.
“Amerigo è lì con te?”
“No, mon amour”.
“A che ora è entrato in pausa pranzo?”
“All’una e dieci, fai l’una e un quarto”
“È in ritardo di tre quarti d’ora”. Nelly è troppo seccata. È ai limiti dell’ira. Non è da lei. Per un ritardo il primo giorno poi. Le chiedo cosa è successo. Mi racconta della colazione. Sono talmente imbestialito che se Amerigo entrasse in questo momento lo ribalterei con un solo urlo.
Amerigo rientra a casa alle 16:00.
“Problemi?”. Nelly è ostentatamente inquisitoria.
“Nessuno”.
“Allora come spiega il ritardo di un’ora e un quarto?”
“Non sono in ritardo”. Amerigo comincia a essere strafottente. Racconta che uscito dall’ufficio è andato in piazza Duomo per pranzare. E spiega che il tempo della pausa pranzo si calcola a partire dal momento in cui si arriva al luogo di destinazione. Naturalmente i novanta minuti sono interamente dedicati al pranzo e al relax. Quindi passati si torna sul luogo di lavoro. L’arroganza di Amerigo meriterebbe un cazziatone colossale. Nelly invece si trattiene. Mi chiama e mi racconta tutto. Stasera lo ribalto.
Prima sera di lavoro. Arrivano puntuali alle 18:00. Nelly ha accompagnato Amerigo. Abbiamo scelto di affrontarlo in ufficio. Vado diretto al punto. Gli chiedo conto della colazione di Nelly.
“La signora ha le mani…”, spiega come se la questione fosse talmente ovvia da non meritare commenti. Se le mie funzionassero gli torcerei il collo.
“Come la mettiamo con le mansioni da domestico?”. La domanda mi esce come un latrato.
“Non ho intenzione di curare la casa”.
“Ieri ha accettato”.
“Non avevo capito”.
“Come non…!”. Controllo il volume. Un vecchio detto sulle discussioni fa capolino: “non discutere mai con un idiota, la gente potrebbe non notare la differenza”. Infatti, cambio discorso.
Gli chiedo conto della pausa pranzo. Amerigo, con l’arroganza tipica degli ignoranti che si credono più furbi, rispiega la sua versione personalizzata.
“Lo sa che lei è l’unica persona al mondo a pensarla così?”. La domanda retorica e ai limiti della derisione.
“È così dappertutto!”. La sicumera di Amerigo va piegata.
“Questo è un palazzo di uffici – gli dico a voce bassa, quasi un sibilo – adesso lei viene con me in ogni ufficio e racconta la sua versione. Alla fine del giro vediamo quanti le ridono in faccia”.
“No”, la risposta di Amerigo è di un uomo improvvisamente incerto.
Amerigo passerà i tre giorni successivi al bar dell’Esselunga sotto l’ufficio. Alla sera del terzo giorno avevamo selezionato il sostituto.
(Dicembre 2005).