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NELLY, RICKY E IL TERRORE IN CASA

(Da dieci anni viviamo in un loft in fondo a via Ripamonti. È a pian terreno. Soffitto di 5 metri con vetrate di 3 metri e mezzo su i tre lati del giardino).

Il passerotto che cinguetta sull’albero evoca suggestioni e sentimenti carichi di energia positiva. Appollaiato sul ramo, il batuffolo di piume fischietta contaminando chi lo ascolta con la sua allegria. Annuncia la primavera, una giornata limpida o, più semplicemente, la sua felicità. Ma la gioia di vedere un uccellino non è per tutti. Per Nelly il cinguettio è un segnale d’allarme, la vista fonte di preoccupazione. Preoccupazione che entri in casa. E quando il passerotto è in casa a Nelly evoca un solo sentimento, nitido e netto: terrore.
Inutile cercare spiegazioni. Non ce ne sono. Il fatto certo è che quando un pennuto varca la soglia di casa o entra dalla finestra Nelly perde il lume della ragione. Urla in preda al terrore correndo in giro per l’appartamento. Gli occhi sbarrati come se fosse inseguita da una tigre a digiuno da settimane. Anzi, Nelly preferirebbe di gran lunga il felino. Corre fino a che approda da me in cerca di aiuto e protezione. Il terrore in casa è anche quello del povero pennuto che all’improvviso si trova prigioniero in una gabbia che, seppur grande, è abitata da uno strano mammifero bipede con una grossa criniera castana. E che corre in modo inconsulto da un lato all’altro lanciando stridii acuti e assordanti.
Nelly mi guarda implorandomi di fare qualcosa. Che io sia disabile e non mi regga in piedi non conta. Devo risolvere il problema. Senza alternative. Perché il passerotto vola in casa quando il badante non c’è. Il fine settimana o quando è in ferie. Non ho scampo.
La prima volta è successo di domenica pomeriggio. Io sul divano spaparanzato a guardare lo sport in televisione, Nelly a sistemare il giardino. Fuori una giornata straordinariamente limpida. Il passerotto entra dalla porta della cucina e plana in salone arrampicandosi su un tenda a cinque metri d’altezza. È un periodo difficile. La CIDP mi sta attaccando vigorosamente e le gambe sono debolissime. Tendo l’orecchio verso il giardino. Nessun urlo. Nelly non se ne è accorta. L’uccellino immobile. Ci provo.
“Mon amour?”

“Dimmi!”. Nelly risponde con il suo solito squillo carico di energia e allegria. Bene.
“Fammi un favore. Mi apri le finestre per fare girare un po’ d’aria, sto scoppiando”.
“C’è un uccello in casa!”. Non lo sta dicendo. Lo sta affermando come se ce l’avesse di fronte.
“Dove?”. Provo una manovra di elusione. Inutilmente.
“C’è un uccello in casa!!!”. L’urlo selvaggio squarcia la giornata limpida. Il passerotto vola in cerchio sotto il soffitto.
“Come cazzo ha fatto…”, mormoro mentre mi trascino gattonando verso la finestra. Mi appoggio al mobile della televisione per tirarmi in piedi. Mi appoggio alla colonnina tra due finestre. Tiro su la tenda afferrando e tirando la corda con la bocca. L’equilibrio è precario. Riesco a colpire la maniglia della finestra fino a metterla in posizione “aperto”. Incastro l’avambraccio tra la maniglia e il vetro. Tiro. E la finestra si apre. Mi trascino sul divano e aspetto. L’uccellino allunga il collo verso la libertà. Ma non si muove. Teme che il mammifero bipede urlante si palesi nuovamente. Dopo alcuni minuti prende coraggio e si lancia nella apertura. Problema risolto.

La seconda volta Nelly è in casa. La condizione peggiore. Sta lavorando sul soppalco. Ed è più vicina al soffitto. Il passerotto entra da una finestra e plana verso la libreria dove Nelly ha la postazione. Io sono sempre sul divano preda di un abbiocco. Le urla di Nelly mi riportano alla realtà e stordiscono il pennuto che si mette a volare ossessivamente in cerchio. Nelly, a sua volta, plana al piano inferiore. E si avvicina al divano con gli occhi imploranti aiuto. Questa volta mi sorprende. Invece di sdraiarsi a fianco a me, in cerca di protezione, sale sul divano in piedi.

Mi viene da ridere ma riesco a trattenermi. “Mon amour, cosa sali sul divano? C’è un uccello in casa, mica un topo”.
“Cosa devo fare?”. La voce di Nelly trema. La scena piena di risvolti che tendono al ridicolo. E io contribuisco.
“Mettere la testa sotto il tavolino della televisione”. Libero la prima baggianata che mi è passata per la testa, certo di prendermi un bel vaffanculo. Invece Nelly mi sorprende per la seconda volta.
Alza la testa con circospezione. Cerca di localizzare il pennuto. Non lo vede. Scende dal divano guardinga. Si avvicina alla televisione in punta di piedi. Si inginocchia. E mette la testa sotto il tavolino.

Un episodio rimarrà indimenticabile. È capitato nel periodo in cui la produzione mondiale di immunoglobuline è stata scarsa. E i cicli di terapia si erano fatti meno frequenti dando libertà d’azione al mio sistema immunitario. Nelle gambe la forza latitava. Al divano ero quasi inchiodato.

Quando entra l’uccellino Nelly reagisce come sempre, urlando e correndo verso di me in cerca di aiuto. Ma questa volta non ce la faccio. Comincio a parlarle per rassicurarla. Il respiro le si fa meno affannoso. È il momento giusto per farle capire che tocca a lei risolvere il problema. Aprire la finestra mantenendo il più ferreo autocontrollo per non spaventare il pennuto. Ce la fa. Apre la finestra. Mantiene la calma. L’uccellino vola in cerchio sotto il soffitto ed esce. Nelly non lo vede e si convince che è entrato in camera da letto al piano di sopra. E mi sorprende per la terza volta. Domina il terrore ed entra in camera a controllare. Esce trionfante. Vederla salire la scala verso il soppalco con un coraggio da gladiatore, come se fosse costretta ad affrontare un orso ferito, mi riempie di orgoglio. È mia moglie!

(2003-2010)

UNA VERITÀ SI FA STRADA

Prima leggi:  PSICANALISI: INCOMINCIARE A SCAVARE

Una verità è inconfutabile: la CIDP è una malattia autoimmune. Il mio sistema immunitario non riconosce la mia mielina. Anzi, la riconosce come un corpo estraneo. E la aggredisce.
La psicanalisi ha dei risvolti affascinanti. Entro nel vivo della terapia dopo pochi mesi e mi sorprendo a osservare i miei tentativi di eludere i pezzi di verità che cominciano ad affiorare dal subconscio, di deviare dai percorsi illuminati dalle riflessioni, di resistere alle conclusioni. Anche a quelle più ovvie. Tentativi goffi. Come aprire subordinate per intralciare un ragionamento. Mettermi a raccontare un aneddoto inutile. Smettere di ascoltare. E nei periodi più intensi dimenticarmi di un appuntamento o, addirittura sbagliare arrivando in anticipo di ventiquattro ore. Tentativi goffi e grossolani che imparo a riconoscere immediatamente. E li affronto. Mi affronto. La Zav assiste osservando la sfida quasi con tenerezza.
Oggi la reazione è inaspettata. Mi prende lo stomaco. Crampi. Leggeri e fastidiosi. Stiamo parlando della autoimmunità della CIDP. Può essere la manifestazione fisica di un malessere psicologico? All’inizio rifiuto l’idea. Ma proprio perché la sto rifiutando so che devo, se non altro, prenderla in considerazione: ho una parte autodistruttiva. Possibile? È assurdo. Talmente assurdo da rifletterci. E se così fosse, perché? Perché una parte di me deve voler annientare l’altra? Cosa è successo nella mia vita da scatenarmi contro me stesso? Quando è successo? I crampi si fanno più acuti. È la strada giusta? Si, forse. È una verità che più prendo l’idea in considerazione, più lo stomaco si rilassa. Confrontandomi con la Zav lentamente si fa strada una verità. Una parte di me si è impegnata diligentemente a distruggere l’altra.
(1997)

ROMANA

Prima leggi: “TI PORTO IN VACANZA” – PAROS

Era tutto organizzato. Già da Paros. Fabri, Dani, Federica, Andrea, Gaia e Barbara, che avevamo conosciuto un pomeriggio a Pounda Beach, se ne erano convinti quasi subito. Ugo e Romana erano fatti l’uno per l’altra. Quella sera, entrando nel ristorante della discoteca a Milano, Ugo e io non sapevamo che la cena era stata combinata per farli incontrare. L’avremmo scoperto anni dopo.
Minuta, sorridente, pacata e vivace allo stesso tempo, gli occhi di Romana sono lo specchio trasparente della sua personalità. Determinata, di buon senso e, soprattutto, paziente. Poche settimane dopo la cena la storia di Romana e Ugo si avviava lungo sentiero tortuoso che continua ancora oggi. Romana e io diventiamo presto amici. Leali, trasparenti e solidali.
Un paio d’anni dopo, alla vigilia della laurea in giurisprudenza, Romana mi chiama. Mi deve parlare. Ci riserviamo poche sere dopo. “Ricky, tra un po’ mi laureo in giurisprudenza. Voglia di fare l’avvocato non ne ho. Però sto imparando in fretta a organizzare eventi. Perché non costituiamo una società di comunicazione, prima o poi. Io ho i contatti, tu hai le competenze”.
La proposta mi sorprende e passiamo tutta la sera ad approfondire il progetto. A prescindere dalle idee ho la sensazione che con Romana potremmo costruire qualcosa di bello e interessante: “Romana, prima o poi la costituiremo”.
(Settembre, 1992)

IL PROF.… UN RICOVERO QUASI NORMALE.

Il modello è consolidato. Ricovero nel tardo pomeriggio del venerdì. Dimissioni la domenica sera. In mezzo due giorni di immunoglobuline endovena. Tutto procede. Anzi no. La domenica pomeriggio ho uno sbalzo di pressione. Me dimettono lunedì mattina.

Lunedì mattina. Fatico a svegliarmi. Fatico a tenere gli occhi aperti. Continuo a riaddormentarmi nonostante i rumori del reparto che si anima. Ho passato due notti infernali. Il mio compagno di stanza, un anziano signore di circa settanta anni, ha russato incessantemente come un bue impestato di catarro. Tra un sonno e un risveglio aspetto che passi Giuseppe con la lettera di dimissioni. Che arriva puntualmente con il giro dei medici.
“Stamattina c’è Il Prof. – esordisce Giuseppe – ti vuole vedere. Appena finisce ti passa a visitare”.
Annuisco. Incontrare Il Prof. è un piacere al quale non mi sottraggo mai. Giuseppe esce dalla stanza. Io mi riaddormento.
Mi risveglio nel primissimo pomeriggio. La frenesia del reparto è cessata. I rumori di carrelli, di barelle, di infermiere che coordinano l’attività e che impartiscono ordini sono svaniti dal corridoio, sostituiti dal chiacchiericcio dei pazienti. Mi alzo e mi avvicino alla porta della camera. L’orologio del posto infermieri segna le quattordici appena passate.
“Porca miseria – il pensiero mi schizza attraverso la mente – rischio di passare un’altra notte in ospedale”. Mi avvicino a Maurizio, un infermiere gigantesco di una bontà incommensurabile, e gli chiedo del Prof. Chiama l’ambulatorio. “Quando termina le visite ambulatoriali arriva”. Ok. È ancora nel DIMER. Torno a letto. E cerco di leggere. Dopo pochi secondi sto dormendo.
Mi risveglio che l’orologio sul muro segna le 16.00. Alle 17.00 scade il tempo per le dimissioni. Salto giù dal letto e irrompo nel corridoio mentre sta passando Giuseppe.
“Il Prof.?”. Cerco di contenere l’irritazione.
“È in ambulatorio…”.
“Lo so dove è, Giuseppe. Potresti ricordargli che lo sto aspettando?”
“Meglio di no, Riccardo. Porta pazienza”.
“Giuseppe, è tutto il giorno che porto pazienza. Fammi questa cortesia, avvisalo. Anche perché non ho intenzione di passare un’altra notte in ospedale, a costo di dimettermi sotto la mia responsabilità. Diglielo pure”.
“Ok, Riccardo. Io lo faccio. Ricordati però che ti ho avvertito, conosci il suo carattere”. E si avvia lungo il corridoio verso la porta in fondo.
Mentre Giuseppe diventa sempre più piccolo, un paziente che ha sfacciatamente ascoltato il nostro scambio si avvicina. E mi ammonisce. Mi spiega di quanto bene conosca Il Prof. Di quanto abbia un brutto carattere. Di quanto non si presti a simili ricatti.
“Anzi, sai cosa rischi?”.
“Cosa rischio?”. Non so perché glielo sto domandando. Lo sto ascoltando a mala pena. E quel poco che percepisco non solletica in alcun modo il mio interesse.
“Rischi che per ripicca ti faccia aspettare fino a domani. Lo conosco troppo bene”. Siamo uno a fianco all’altro eppure la sua voce mi sembra lontanissima.
Pochi minuti dopo che la porta del reparto si è chiusa dietro le spalle di Giuseppe si riapre di fronte a Il Prof. Che avanza deciso lungo il corridoio. L’espressione concentrata. Tesa. Come sempre. Con le quattro rughe sulla fronte che manifestano la sua missione: “sto pensando a voi”. Gli occhi di ghiaccio fissati sul pavimento di linoleum color carta da zucchero sono un messaggio: “non mi disturbate, sto lavorando per voi”. Sembra sempre tra l’incazzato e l’assorto. Io sono sempre stato convinto che invece sta pensando ad un’elettromiografia, a un paziente particolare, a una terapia. Insomma la neurologia è il suo centro di gravità.
“Ora sono cazzi tuoi”, mi sussurra il paziente. Non riesco a capire se il mio “compagno di reparto” sia divertito o mi stia mettendo in guardia. Troppo tardi. Il Prof. ci ha raggiunti. Alza lo sguardo dal pavimento. I nostri occhi si incrociano. Sorride. E destabilizza il paziente.
Mi visita sommariamente. Mi chiede come mi sento. “Tutto bene Prof.”.
“Bene, vada pure a casa”, mi dice dandomi una pacca sulla spalla. Sono passati pochi istanti da quando siamo entrati in camera.
Esco dalla camera con lo zaino in spalla. Saluto gli infermieri. E anche il paziente che è rimasto davanti alla mia porta ad assistere quasi impietrito dalla cordialità del Prof. “Scusa, ma tu, chi cazzo sei?”, mi domanda scrutandomi come se cercasse la risposta prima di sentirla. “Io? Uno…”.
(1995 circa)
dimer

LAVARMI I DENTI

“Cazzo…”. Incomincio a perdere la pazienza. È il quarto tentativo. Fallito. Come i precedenti. Tutte le volte lo spazzolino da denti è caduto sul fianco. Urtato dal tubetto del dentifricio.

Da alcuni mesi le mani hanno ripreso ad indebolirsi. Tanto da non consentirmi di tenere in mano oggetti come una penna, una posata, lo spazzolino da denti. Un’operazione banale come spremere il tubetto del dentifricio con la mano destra sulle setole dello spazzolino che tengo con la mano sinistra è diventata impossibile mesi fa. La soluzione è stata semplice. Intuitiva. Prima appoggio lo spazzolino sul lavandino. Poi afferro il tubetto del dentifricio con due mani. Avvicino la bocca del tubetto alle setole. Spremo la pasta schiacciando il tubetto tra le mani. Poi passo allo spazzolino. Lo afferro, sempre con due mani. Lo infilo in bocca. E, ancora con due mani, spazzolo i denti. L’operazione è meno complessa di quanto sembra. Il risultato finale decente.
Stamattina non ci riesco. Non riesco a controllare il movimento delle braccia. Avvicino la bocca del tubetto allo spazzolino e, un attimo prima di spremere la pasta, urto le setole. Lo spazzolino cade sul fianco. E ricomincio. Sono nel bagno dell’appartamento numero quattro di Villa Manos a Naoussa. Isola di Paros. Ugo è in piedi alla mia destra. Si sta già lavando i denti. Con la coda dell’occhio mi scruta senza intervenire. Se non riesco a controllare le braccia dovrò chiedergli di intervenire. Ugo lo sa ma aspetta. Giustamente.
Quinto tentativo. Fallito. Osservo lo spazzolino appoggiato sul suo fianco sinistro. La frustrazione monta. Mi guardo allo specchio. Sto per cedere e chiedere aiuto a Ugo. Un’occhiata al tubetto. Sospiro rassegnato. Poi, un lampo. Guardo le setole pigramente adagiate sul bordo del lavandino con aria di rivalsa. Infilo il tubetto in bocca. Spremo il dentifricio. Afferro lo spazzolino con due mani. Lo infilo in bocca. E spazzolo vigorosamente per quanto la CIDP mi consente. Trionfo!
Ugo è sorpreso e divertito. “Cazzo! Grande!… Volevo proprio vedere come te la saresti cavata! Non ci sarei mai arrivato”.
(Quando Ronan mi intervista per il rinnovo della consulenza in Dow Jones Markets Italia mi chiede della mia attitudine al problem solving. La mia attitudine? Quella che ha risolto il problema di lavarmi i denti).
(Luglio, 1992)

"TI PORTO IN VACANZA" – PAROS

“Quest’estate ti porto in vacanza. Andiamo a Paros”. L’espressione irremovibile di chi ha preso una decisione irrevocabile. “Non puoi continuare a passare le estati a Milano… E non mi rompere i coglioni con il fatto che non riesci a vestirti, ti aiuto io”. Gli occhi di Ugo sono piantati nei miei, pronti ad aggredire la minima contestazione. Che non mi azzardo a pronunciare.

Un gesto di straordinaria generosità che va oltre l’amicizia. Per come concepisco i rapporti tra le persone il gesto trascende lo spazio e il tempo. Anche perché la generosità di Ugo è totale. Ha scelto Paros, l’isola dove ho passato le estati più belle. L’isola dove ho passato così tanto tempo sul windsurf da arrivare sfinito a fine giornata. L’isola dove ho trovato amici greci indimenticabili. Paros non tradisce neanche questa volta.
Partiamo in quattro: Ugo, Marcone, Andrea e io. E tra gli alti e bassi delle convivenze forzate passo un’estate indimenticabile. Ugo passa la sua estate più bella di sempre senza sapere che grazie a Paros, dopo poche settimane dal rientro a Milano, incontrerà Romana. Per me quell’estate a Paros oggi significa Fabri e Dani.
(Luglio 1992)

100 DI QUESTI POST! "STEPAN E IL BLOG"

(100! 100º post! Quando ho cominciato nel novembre del 2011 non avrei mai pensato di raggiungere questo traguardo. Pensare che mi sembra di avere raccontato così poco. E di avere ancora tanto da raccontare. I traguardi si celebrano con le dediche. Non mi sottraggo al dovere. Dedico il 100º post a Stepan che con grande pazienza si è guadagnato il mio affetto e il mio rispetto. Non c’era post migliore di questo per festeggiare il numero 100: “il” badante che parla del blog)

La mattina ho bisogno di carburare. E Stepan lo ha imparato molto bene. Prima di rivolgermi domande impegnative aspetta che abbia fatto la doccia, lo spartiacque della mia giornata. Dopo la doccia la maggioranza dei miei neuroni attiva: sono operativo.
Ma stamattina Stepan non riesce a resistere. Non trattiene la voglia di raccontare.

“Ieri sera tornavo a casa leggendo il post delle corna sul mio BlackBerry. Morivo dal ridere e la gente mi guardava come se ero matto. Bellissimo”.
Mentre mi racconta continua a ridere di gusto. Si piega. Imita il gesto delle corna non volute. E ride. Ride fino a contagiarmi. Poi continua a raccontare.
“Sa, Ricky, ogni tanto devo leggere una frase più volte per capirla bene, perché cerco di immedesimarmi.Per esempio, il post dell’infarto, quello di lei sul divano, è stato un post dabrividi. L’ho dovuto leggere quattro o cinque volte. Poi l’ho capito. E mi sono detto: questo voleva morire. E se moriva cosa facevo?” Stepan si è fatto serio. Quasi.
“Perciò volevo chiederle una cosa…”
“Dimmi Stepan…”
“La prossima volta che vuole morire può farlo quando non ci sono? Ho già tanti problemi…”
Sorrido. Come posso non volere bene a tanto candore?

(19 giugno 2013)

CAVIA AL DIMER

Tendo ad essere tollerante. Tendo a contenere le incazzature. Al DIMER ci hanno messo poco ad accorgersene. La richiesta dell’infermiera quindi non mi sorprende.

“Buongiorno Signor Taverna”. È l’infermiera che non riesce a darmi del tu.
“Ciao”. Io insisto con il tu. Dietro l’infermiera fa capolino una ragazza con una divisa bianca e i profili blu. È una studentessa del corso di infermiera che sta facendo tirocinio in reparto.
“Signor Taverna, posso fare pratica con lei a infilare l’abocat?”
Accetto di buon grado. Tanto, sono a letto per la flebo di immunoglobuline e la sensibilità delle braccia è bassa. Le condizioni sono ideali. E ho il sospetto che l’infermiera abbia pensato la stessa cosa.
Espongo il braccio destro alla studentessa. Mi posiziona il laccio emostatico sotto il gomito. Esplora le vene sotto il polso. Sceglie il bersaglio. Appoggia l’ago guida. Spinge. Entra. È in vena. Lentamente estrae l’ago guida per lasciare la cannula in vena.
“Oh!” L’esclamazione della studentessa è contenuta. Come se avesse versato un po’ d’acqua.
La guardo. Mi restituisce un’occhiata imbarazzata.
“Penso che si sia rotta…”
“Cosa?”. Lo dico automaticamente conoscendo già la risposta.
“La cannula…”. La cannula si è rotta in vena.
La prossima volta che una studentessa entrerà in camera farò finta di dormire.
L’infermiera professionale prende il comando. In un quarto d’ora di discreta sofferenza estrae la cannula. La parte rotta attaccata per lo spessore di un cappello. La vena? Rotta anche lei.
(1993-1998)

L’AGGRESSIONE

Mi colpisce in piena guancia destra con una violenza inaudita. Il pugno è assestato alla perfezione. Con altrettanta maestria e violenza colpisce lo zigomo sinistro. E continua. Guancia destra. Zigomo sinistro. Non riesco a divincolarmi. Sono sdraiato e l’aggressore mi si è seduto sopra.

Cerco di coprirmi il volto con le braccia. Non riesco a muoverle. Anzi, si spostano lentamente al prezzo di uno sforzo sovrumano. Sembrano trattenute da elastici. Urlo. Non ci riesco. Riesco ad emettere un mugolio sordo e flebile. Comincio ad avere paura. E intanto comincio a percepire ciò che c’è intorno a me. Buio. Sono sdraiato nel mio letto. L’aggressore continua a colpire mentre cerco di muovere le braccia pesanti e di urlare per chiamare aiuto. Non mi sentirà nessuno. Riconosco le sensazioni dell’incubo della “linea”. La paura diventa terrore. Sono solo, indifeso. Con questo aggressore vestito di nero che mi colpisce incessantemente.
Le braccia si sollevano. Lentamente. Cerco di colpirlo in faccia. La sua faccia! Non ce l’ha. Non ha la faccia. Sotto il cappuccio c’è una testa. Un nulla grigio al posto del viso. Il terrore cresce. Si mescola all’ansia. Per l’ultima volta cerco di urlare. Niente. Non arriverà nessuno ad aiutarmi. Crollo nel sonno.
La mattina ripercorro l’incubo mentre un brivido mi scuote la schiena. È passato un mese dall’incubo della “linea”, pochi mesi da quando ho cominciato la psicanalisi. Le analogie tra i due incubi sono inquietanti. Affrontiamoli.
(1997, circa)

MALINTESI PERICOLOSI

L’orologio sul cruscotto segna “quasi mezzanotte”. La notte è uggiosa, malinconica come solo le notti milanesi di novembre sanno essere. Sto tornando a casa. Ho appena lasciato alle mie spalle la stazione Garibaldi. Mi avvicino al semaforo. Verde. Giallo. Rosso. Mi fermo ordinatamente sulla linea dello stop all’incrocio tra viale Sturzo e via Melchiorre Gioia. Mentre aspetto il verde abbandono le briglie della mente che si lascia trasportare dal susseguirsi dei pensieri. Sarà per la cena a base di stinco di maiale, sarà per l’ora, sarà per tutte e due ma mi sembra di sprofondare in una specie di rilassamento pre trance.

Il colpo di clacson mi riporta violentemente alla realtà. Lungo e insistito, da sfondarmi un timpano. Alzo gli occhi verso il semaforo. Verde. Nello specchietto retrovisore scorgo una Fiat Ritmo scura. Il conducente che mi urla di andare. Alzo la mano destra in segno di scuse. Inserisco la prima e imbocco viale Liberazione.
Mentre mi avvicino a via Galileo Galilei guardo distrattamente l’area ex Varesine alla mia destra mentre la memoria ripesca i ricordi di quando adolescente venivo quì al Luna Park. La Ritmo scura mi passa sulla destra. Mi affianca. E per la seconda volta in poche decine di metri mi riporta alla realtà: il conducente sta urlando come un ossesso. Sta urlando a me. La giugulare gonfia. Il viso rosso e deturpato dalla rabbia. La bocca che schizza saliva.
Non capisco. Cerco, nel limite del possibile, di interpretare il suo labiale. “Bastardo. Figlio di puttana. Fermati che ti faccio un culo così”. Continuo a non capire. Passo sul lato del Principe di Savoia. Attraverso piazza duca d’Aosta. Entro in viale Tunisia. Per fortuna tutti i semafori sono verdi. La Ritmo scura continua a seguirmi. Quando può mi affianca. E mi minaccia. Continuo a non capire. Faccio gesti condiscendenti. Affondo la testa nelle spalle come per chiedere cosa ho fatto. Il conducente si carica di nuova incazzatura.
Comincio a preoccuparmi delle conseguenze dell’inseguimento. Le conseguenze sono evidenti. L’uomo alla guida è grosso e massiccio. Se mi prende mi smonta. Un osso alla volta. All’incrocio con corso Buenos Aires giro a destra. Destinazione questura. Mi fermerò e spiegherò al piantone cosa sta accadendo. Sperando che sia un deterrente. La Ritmo scura non molla. Il semaforo in Porta Venezia è verde. Accelero controllando nello specchietto. Improvvisamente, come se mi avesse letto nel pensiero, il mio inseguitore desiste. La freccia sul lato destro della Ritmo lampeggia e prende per i bastioni di Porta Venezia. Arrivo in piazza San Babila. Sono solo e sollevato. La Ritmo è proprio sparita.
Torno verso Milano Due cercando di comprendere l’accaduto. Ricostruisco gli eventi. Il semaforo rosso di via Melchiorre Gioia. Il colpo di clacson di quello che sarebbe diventato una minaccia. “Non posso credere che sia tutto successo perché non sono scattato al verde “. Lo dico ad alta voce per farmi compagnia. Continuo a ricostruire. Il gesto di scuse. L’inserimento della prima marcia. La partenza. Proprio non…. Un sospetto si insinua velocemente: il gesto di scuse. Lo ripeto. Infatti! È stato il gesto!
La mano destra alzata. Tutte le dita stese tranne due: il medio e l’anulare. Provo a stenderle. Ci riesco a fatica. La CIDP sta progredendo e i muscoli estensori delle dita si stanno atrofizzando. Ho alzato la mano per scusarmi, invece gli ho mostrato le corna!
(1995, circa)