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L’ULTIMA SCIATA

Prima leggi: L’INIZIO… Qualcosa non va
L’INIZIO…Ricky non si deve stancare

Windsurf e sci. Così coprivo tutti e dodici i mesi dell’anno. Windsurf e sci. Gli sport che più mi hanno appassionato dopo il Judo. La CIDP mi ha privato del windsurf abbastanza rapidamente. Complice il fatto che le mani sono state le prime vittime del mio sistema immunitario. Privato del windsurf mi rimaneva lo sci.
Novembre 1992. La storia con Daria è appena cominciata e cerco di districarmi tra le incertezze. Quelle emozionanti di ogni inizio e quelle meno piacevoli dovute al fatto che Daria si sta separando. È ossessionata. Teme che il marito la stia facendo pedinare. Per questo ci vediamo spesso ma sempre in compagnia di amici. Amici comuni che hanno prenotato un fine settimana lungo per il ponte di Sant’Ambrogio in Val Thorens nelle Alpi francesi. Mi aggrego all’ultimo momento. Daria e io prenotiamo per tutta la settimana.
La neve è caduta abbondante. Le piste sono battute magistralmente. Le loro condizioni rasentano la perfezione. Ogni notte nevica. Senza esagerare. 10-15 cm. Quanto basta per la migliore manutenzione. E per i fuori pista di neve sempre polverosa.
Non scio da due anni. L’inverno precedente è stato avaro di neve. La stagione è saltata. Riprendo gli sci tra l’incertezza. Soprattutto sulla tenuta delle gambe. In due anni le mani sono peggiorate al punto che le racchette da sci sono diventate inutili. Riesco ad afferrarle. Ma i polsi non hanno più la forza necessaria per tenerle in posizione. Ciondolano. Scierò senza. Mi viene in mente Urs Kaelin, uno straordinario gigantista della nazionale svizzera. Ha una tecnica sopraffina tanto da usare le racchette solo come bilancieri. Quando scende non le punta mai. Ho imparato a sciare molto bene. Tecnicamente sono bene impostato. Mi ispirerò a Kaelin. Parto senza racchette. Dopo le prime curve modifico leggermente l’assetto. Senza le racchette ho la costante sensazione di perdere l’equilibrio. Allargo leggermente le braccia per amplificare l’effetto bilanciere. Provo due curve. La sensazione di perdita dell’equilibrio è svanita. Posso andare all’attacco. Sciare come piace a me. Aggredendo la pista.
Quattro, cinque curve consecutive. Caviglie piegate. Peso centrale. Piegamento e distensione funzionano. Ad ogni curva aumento la velocità. L’inclinazione sempre più estrema. Mi fermo. Le gambe tengono. Il fiato un po’ meno. Sono passati due anni ma tutto è come prima. Posso lanciarmi. Cinque giorni a divorare le piste e i fuori pista. Cinque giorni a sciare come se fosse la prima volta. Cinque giorni a sciare con l’entusiasmo dell’ultima volta. Non ne ero consapevole. Ma sotto, la parte più inconscia, sapeva che sarebbe stata l’ultima volta. Come quando ho passato l’ultima estate sul windsurf, non c’era malinconia. L’entusiasmo era il catalizzatore di emozioni che mi ha fatto assaporare pienamente ogni sensazione fissandola in un modo indelebile. Quella settimana ho sciato facendo il pieno per il resto della mia vita.
Gianni e io ci conosciamo da alcuni anni. Ma sono state le discese sulle piste della Val Thorens a trasformare una buona conoscenza in una grande amicizia.
(Dicembre 1993)

PAPÀ, "TENTATO SUICIDIO?" (parte 2)

Prima leggi: PAPÀ, “TENTATOSUICIDIO?” (parte 1)

Avevo pranzato a casa. Quel venerdì pomeriggio non lavoravo. Poco prima di cena sarei partito per Nizza con Guendalina e il pomeriggio a casa mi serviva per prepararmi la borsa e sbrigare alcune incombenze. Dopo pranzo stavo chiacchierando con la mamma, seduti sulle poltrone di vimini del terrazzino del salotto. Un posto ambitissimo. Le poltrone comode come troni. Il terrazzo costantemente battuto da una brezza delicatissima. D’estate era il luogo più fresco dell’appartamento. E, aprendo le vetrate, il terrazzo diventava un’estensione del salotto.
Lo scorgo con la coda dell’occhio. “Papà! – urlo, mentre scatto verso la libreria bianca dall’altra parte del salotto – cosa cazzo stai facendo!?”. Lo raggiungo di fronte al vassoio delle bottiglie di superalcolici che, in casa nostra, hanno sempre avuto una funzione ornamentale.

“Metti giù quel bicchiere!”. Le mani indebolite dalla CIDP mi impediscono di strappargli il bicchiere di whisky, come vorrei fare. “Metti giù quel cazzo di bicchiere!”. Sto urlando tutta la mia frustrazione. Voleva che lo vedessimo. I superalcolici e il fumo. Stava alzando il livello del ricatto.
Papà mi fissa con aria di sfida. “Sennò…”.
“Codardo”. La mia voce è un sibilo. “Affronta il problema da uomo, invece di ricorrere a questi ricattini”. Sottolineo con enfasi la parola “uomo” per dirgli che si sta comportando da tutt’altro.
Poi, tutto avviene al rallentatore. Papà arretra il braccio destro, teso. Carica la spalla. Sta per partire la sberla più poderosa che mi abbia mai dato. Potrei tranquillamente pararla. Oppure fare un passo indietro e schivarla. Scelgo di rimanere immobile. Di prenderla. Di ricevere il colpo per dire a papà che la partita si è chiusa. Non abbiamo più paura della sua prepotenza. A scanso di equivoci metto le mani in tasca. Nel caso l’istinto mi dovesse far reagire come era capitato alcuni anni prima quando aveva colpito Marta. Mentre il braccio sta fiondando verso la mia guancia sinistra, fletto le ginocchia leggermente per assorbire meglio il colpo.

La sberla è perfetta. La botta è potentissima. Pesantissima. Occhio, guancia e orecchio in un solo colpo. Barcollo leggermente. L’occhio sinistro lacrima, l’orecchio fischia. Lo sguardo è rimasto fisso su papà. La mamma poco lontana esterrefatta. Riprendo sibilando.

“Bravo. Cosa hai ottenuto? Niente”. Papà si siede sul divano. “Sai cosa mi fa incazzare? Mi fa incazzare che sono due mesi che mi rompi i coglioni per cercare di convincermi a dire alla mamma di smettere di lavorare. E invece di sforzarti di capire o quanto meno accettare che la mamma fa bene a lavorare per lei, perché ne ha bisogno, non sai far altro che ricattarci con il pericolo di un nuovo infarto”.
“Cosa?”. È la mamma ad intervenire. “Cosa hai fatto negli ultimi due mesi?”. È sorpresa e delusa allo stesso tempo.
Papà guarda la mamma con aria di sufficienza.
“Diglielo”. La sorpresa della mamma sta virando lentamente verso la rabbia.
Papà la guarda quasi indifferente.
“Diglielo, o glielo dico io”, intima la mamma.
Sono confuso. Non capisco cosa stia succedendo. Sicuramente non una cosa buona.
Papà rimane impassibile.
La mamma mi guarda. “Quando ho incominciato a lavorare e lui ha incominciato tutte le notti a parlarmi per convincermi a smettere, mi ha detto anche che non dovevamo coinvolgerti perché con la tua malattia hai bisogno di serenità…”.

Avrei preferito ricevere un’altra sberla perfetta. La potenza con cui mi colpisce la notizia è devastante. Chiedo serenità in famiglia, soprattutto a papà, da quando sono stato aggredito dalla CIDP. Nulla. Ho appena scoperto che proprio mio papà ha usato la mia malattia per raggiungere un suo scopo. Per allontanarmi dalla mamma ha messo sul campo da gioco la mia serenità. Mi ha usato. Ha usato la mia malattia.

“Mi hai usato. Hai usato la mia malattia”. L’incredulità si sta trasformando in rabbia.
Papà tace. Guardando fisso davanti a se.
“Dimmi qualcosa…”.
Tace. Mi avvicino.
“Devi dirmi qualcosa!”. L’urlo lo fa sobbalzare.
Continua a tacere.
Parte d’istinto. Il braccio destro scatta verso il viso di papà. Un movimento goffo. Lo colpisco con la mano ciondolante, morbida e leggera. Colpisco. Colpisco. E colpisco. Ogni colpo accompagnato da un urlo: “Hai usato la mia malattia!”. Papà non si difende. A quello ci pensa la CIDP. Subisce passivamente.

Sto per uscire. Destinazione Nizza. Papà è ancora seduto sul divano. Mamma è già uscita. Raggiungerà sua sorella sul lago di Como per il fine settimana. Alessandro e Marta sono fuori per il weekend già dalla mattina. “Per tutta la nostra vita ci hai puniti con i tuoi silenzi. Ora capirai cosa significa. Con me hai chiuso. Non ti sto punendo. Non riconosco un padre che per tornaconto usa la malattia del figlio contro la propria moglie”. Ed esco.
Lunedì mattina arrivo in ufficio direttamente da Nizza. La signora Duncan mi avvisa di chiamare casa. Risponde la mamma.

“Papà è al pronto soccorso per problemi al cuore”.
“Infarto?”
“No”.
“Bene. Siamo al terzo livello del ricatto”.

L’infarto arriva all’alba di martedì. Passo la mattina rincorso dai dubbi. Ricatto? Realtà? Vado? Lo ignoro? Decido di andarlo a trovare. Prima di entrare spiego la situazione tra me e il papà al cardiologo. Non vorrei che l’emozione di vedermi entrare gli provocasse qualcosa. Il cardiologo mi precede. E mi annuncia. Entro. Nel letto l’ombra di mio padre. L’uomo grande e grosso, prepotente e sicuro non c’è. I suoi occhi grigi sono smarriti. Si aggrappano ai miei. Gli prendo la mano.

“Sono un uomo finito”. La sua voce è un sussurro.
“Non ci pensare neanche. Rimettiti che ci rifacciamo il Passo della Forcola”.
“Va bene”.
Stiamo mentendo entrambi. Ed entrambi lo sappiamo.

Mercoledì. Sono da poco passate le due. Il silenzio della notte è squarciato dallo squillo dirompente del telefono di bachelite. Apro gli occhi. Ci siamo. Risponde la mamma. Dall’altra parte l’unità coronarica dell’ospedale San Raffaele: “Venite in ospedale, ci sono delle complicazioni”. È il messaggio in codice. Un quarto d’ora dopo siamo tutti in reparto. E papà se ne è già andato.

Se ne è andato come era vissuto. In conflitto.

—————————
Maggio 2010. L’Inter vince la Champions League dopo oltre quaranta anni di attesa. Nei quarti di finale l’Inter batte 3 a 1 il Barcellona, la squadra più forte del mondo, in una partita epica. Uscendo dallo stadio non riesco a non pensare a papà, alla sua immensa passione per i colori nerazzurri. “Cazzo! Dovevi esserci…”. Compro la sciarpa commemorativa della partita. E dopo la vittoria finale la porto al cimitero. Nelly la annoda alla tomba mentre fisso la lastra di granito: “Cazzo, papà! È stato fantastico”.
(Luglio 1992)

PAPÀ, "TENTATO SUICIDIO?" (parte 1)

Prima leggi: PAPÀ, IL FUNERALE

Se ne è andato come aveva vissuto: in conflitto con tutti e tentando di fare leva sui nostri sensi di colpa. Un anno prima papà era stato travolto da un evento che per lui aveva la portata di uno tsunami. A cinquantaquattro anni, mamma aveva deciso di tornare a lavorare. A dire la verità mi aspettavo che lo facesse prima. Noi figli eravamo fuori da mattina a sera. Con il marito non c’era dialogo. Stava appassendo. Papà non era in grado di capire i perché della mamma. Il suo unico orizzonte era che spettava a lui portare i soldi a casa. Per lui era così ovvio che non si capacitava della nostra incapacità di accettare la sua posizione. Non gli rimaneva che chiudersi nel suo classico silenzio ricattatorio.
Purtroppo per lui, in quel periodo la CIDP faceva un balzo. Peggiorando. Papà, di fronte al peggioramento del suo prediletto, era costretto al dialogo. E mise in atto una strategia diversa. La sera, quando rientravo dall’ufficio, mi chiamava nel superattico dove aveva lo studio. Uscivamo sul terrazzo dove incominciava a cercare di convincermi a convincere la mamma a smettere di lavorare. Ascoltavo. Spiegavo che la mamma stava facendo la cosa giusta per se stessa. E che per nulla al mondo avrei mai cercato di convincerla a fare il contrario. Ogni sera, quasi tutte le sere, papà replicava. Sempre in terrazzo. Lontano da orecchie indiscrete, quelle della mamma.
Dopo alcune settimane papà aveva finalmente compreso che avevo una posizione irremovibile. Ed era passato al ricatto. Non più i silenzi lunghi e grossolani. Questa volta aveva elaborato un’opzione più sottile. Sofisticata. Una sera, mentre mi stava ripetendo il discorso che mi raccontava da settimane, improvvisamente, si mise una sigaretta in bocca. Dieci anni dopo il suo infarto. Dieci anni dopo aver smesso di fumare.

“Cazzo stai facendo?”. Glielo domandai con aria di sufficienza. Come si parla a un bambino che sa benissimo che sta facendo una stupidaggine.
“Con tutto lo stress che la mamma mi sta provocando, almeno così mi rilasso un po’”. La voce puerile. La testa abbassata. Ma gli occhi erano rivolti verso l’alto. Scrutavano i miei per vedere se stavo abboccando.
“E il cuore?”.
Un sospiro. La risposta era tutta in quello sbuffo d’aria che tradotto in italiano significava solo: “pazienza…”.
“Non pensare minimamente di farmi cambiare idea con questi ricatti. Abituati. E se hai intenzione di ricattarmi con il suicidio fammi una cortesia. Lanciati da qui che con sotto la corsia dei box fanno otto piani… Almeno ci risparmi la lenta agonia”.

Imperterrito papà continuava a cercare di convincermi. Rientravo dall’ufficio. Mi chiamava dal superattico. Uscivamo sul terrazzo. Accendeva la sigaretta. E attaccava con la sua opera di convincimento dialettico come se fosse la prima volta. Imperterrito lo ascoltavo. Dal giorno in cui aveva acceso la sigaretta davanti a me per la prima volta, ascoltarlo era anche un modo di controllarlo. Per scrupolo. In fondo era sempre mio padre. Puntualmente lo deludevo: non avrei cercato di convincere mamma a smettere di lavorare.

Poi, un venerdì pomeriggio…

(Maggio 1992, circa)

PAPÀ, IL FUNERALE

Prima leggi: PAPÀ, I CONFLITTI INCASA

La lastra di granito chiude lentamente la tomba. Tengo gli occhi fissi sulla bara. Che lentamente viene inghiottita dal buio man mano che la lastra avanza. Gli addetti del cimitero terminano e si allontanano con discrezione. È finita. Papà non c’è proprio più. Nell’occhio si forma una lacrima. Scivola lentamente sulle ciglia. Si tuffa sulla guancia e rotola via. Seguita da un’altra lacrima. E da un’altra ancora. Le lacrime diventano un rivolo che rompe la tensione che ho accumulato negli ultimi mesi. Il respiro si rompe. Piango sommessamente davanti a quella lastra che ha reciso definitivamente il legame materiale con mio padre. Due braccia mi avvolgono le spalle da dietro. Ugo. L’abbraccio dell’amico che c’è passato alcuni anni prima. L’abbraccio che sta dicendo: “tranquillo, ci sono”.
Alessandro mi vede. Sta singhiozzando. Si avvicina senza parlare e mi abbraccia. Ugo si allontana. Si avvicina anche Marta. Ci abbracciamo tutti e tre mentre le nostre lacrime si mescolano. Non vedo la mamma. Ha perso il suo compagno di vita e sta soffrendo. Ma da un altro lato è libera dall’uomo che aveva reso la sua vita e quella dei figli simile a un girone dell’inferno dove la punizione era la violenza psicologica.
Essere vicini, in un momento estremo come il funerale del proprio padre, dopo aver passato anni a litigare, è piuttosto ipocrita. Credere che sia possibile è come confondere geografia e spirito. Infatti, passano solo poche settimane e torniamo sulle barricate fatte di silenzi, recriminazioni utili solo a rinfacciare, come nella migliore tradizione familiare, un passato che sta diventando una zavorra così pesante da impedire qualsiasi tentativo di guardare al futuro. Papà non c’è più. Ma la sua presenza è più ingombrante che mai.
(Luglio 1992)

MIO FRATELLO, INCONTRO DIECI ANNI DOPO

Prima leggi: L’EREDITÀDELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 2)

Il citofono mi fa sobbalzare sul divano. Sto cercando di ricordare i miei atteggiamenti che hanno sempre infastidito, per usare un eufemismo, Alessandro. E sono teso. Chissà se fanno ancora parte di me. Sta arrivando. Cerco di focalizzare l’emozione mentre mi trasferisco sulla seggiola a rotelle. Intercetto incertezza, piacere, curiosità, tensione. Allora per distrarmi mi focalizzo sull’obiettivo. Avvertirlo della familiarità della cardiopatia e dell’importanza che faccia degli esami è la priorità. Poi tutto quello che verrà dopo sarà un regalo.
Il citofono della seconda porta aumenta la mia tensione. Chissà come sarà? Nelly apre la porta e, dopo dieci anni di matrimonio, conosce suo cognato. Ci guardiamo e sorridiamo. Allungo la mano per dargliela. L’ultima volta che ci siamo visti mi ha salutato così. Meglio riprendere da lì. Invece, Ale mi sorprende ancora. Mi dà la mano, appoggia l’altra sulla mia spalla, si piega e mi bacia sulla guancia. Con discrezione.
Per rompere la tensione esclamo: “Ti presento tua cognata!”. Nelly mi guarda e controbatte: “Dai…! Siamo mica a Carramba che sorpresa!”. Siamo tesi, tutti e tre. Chi più, chi meno. Inconsapevolmente o meno Alessandro scardina l’attimo di tensione: “Che bella  casa!”. Parte il tour mentre raccontiamo la storia di come l’abbiamo trovata e di come Nelly l’ha pensata. Il ghiaccio è rotto. Passiamo tutta la sera a raccontarci di amici, parenti, nostra sorella, la vita a Milano, i suoi amici inglesi. E naturalmente delle mie condizioni di salute saltando da CIDP, infarto e il Parkinson. Faccio solo domande poco impegnative. Pochissimi commenti. Gli chiedo che lavoro fa. Me ne parlerà e mi sorprenderà. La tensione accenna a salire. Ho toccato un nervo scoperto. Allora butto la palla in calcio d’angolo. Parliamo dell’Inter. Dopo cena, mentre sto facendo la terapia, ci salutiamo.
Nei mesi successivi ci sentiamo poco e solo formalmente. Per i nostri compleanni. Per Natale. Brevi telefonate. Qualche SMS. Poi tutto accelera. Ci incontriamo sempre più spesso. Per vedere una partita. Semplicemente per cenare. Lentamente Ale si apre. Racconta dei suoi amici, del suo lavoro. Delle sue aspirazioni. Aveva ragione. Mi ha sorpreso. Ma poi neanche tanto. Quando avevamo costituito Strike mi aveva sorpreso per il talento che aveva. Non glielo ho mai detto.
Erano lunghi chiarimenti notturni. Più che un chiarimento per comprendere i sentimenti dell’altro, era un momento di recriminazione. Una resa dei conti dialettica che costruiva le premesse per la lite successiva. Andavamo a dormire giurando di avere capito, promettendo che non sarebbe più successo, più incazzati di quando avevamo incominciato il confronto qualche ora prima. Un’incazzatura repressa e compressa da una promessa di pace che, fatta anche in buona fede, portava con sé il germe della lite successiva. Che puntualmente esplodeva di li a poco. In famiglia accadeva così.
Dieci anni cambiano i caratteri. In alcuni casi smussano gli angoli. In altri li rendono più spigolosi. Il tempo e la vita rendono più saggio chi è disposto ad ascoltarsi. Da quando ci siamo incontrati a settembre, Ale e io abbiamo raggiunto un tacito accordo. Non ripartire dal passato. Voltare le spalle a venticinque anni di sofferenza e guardare avanti. Senza aspettative. Accogliendo ciò che l’uno dà all’altro senza giudicare. Sta funzionando. Fino ad oggi.
Noi Taverna siamo proprio coglioni. Ci voleva proprio un infarto per farci ritrovare. L’infarto che mi ha già restituito Flavio, mi sta restituendo mio fratello. Sono sempre più fortunato.
(Settembre 2012 – luglio 2013)

DAL PRIMO AL SECONDO IL BADANTE… IL CONTATTO CON I FILIPPINI

PRIMA LEGGI: IL PRIMO BADANTE …ovvero una body guard

Sono furioso. Sono seduto alla mia postazione nell’ufficio di Strike Communications, nel superattico dell’appartamento di Milano 2. Riesco a trattenere uno scatto di ira. Maurizio non è stato sfiorato minimamente dal pensiero di avvisare che non lavorava più. Per non parlare del preavviso. E quando mamma lo ha chiamato per sapere perché era in ritardo, non ha avuto il coraggio di parlare direttamente con me. Vigliacco.
Romana arriva in ufficio che mamma e io abbiamo appena incominciato a commentare la telefonata e la vigliaccata. Stiamo ascoltando il resoconto dettagliatissimo, parola per parola, della mamma quando squilla il telefono. Strappo la cornetta dal ricevitore.
“Pronto?”. Lo dico ricorrendo a tutto il mio autocontrollo.
“Pronto, sono Maurizio, vorrei parlare con Ricky”.
Non ci posso credere. Maurizio! Non me ne rendo conto. Sentire la parola “Maurizio” è come premere il tasto di un detonatore. Il detonatore della mia rabbia. Che esplode in un’eruzione di insulti. Urlo.
“Maurizio! Brutto bastardo figlio di puttana, cosa cazzo vuoi? Cosa cazzo mi chiami a fare? Ti sembra il modo di comportarti, brutto stronzo? Forse non ha mai abbastanza cervello in quella testa di merda e non ti sei reso conto che sono un disabile…”. Dall’altra parte del cavo c’è il silenzio più assoluto. Maurizio sta subendo passivamente. Non che abbia la possibilità di replicare, la mia colata di incazzatura è inarrestabile. “… cosa cazzo ti costava avvisare, vigliacco, pezzo di merda!”.
Prendo fiato. Mamma e Romana mi guardano con gli occhi sbarrati. Attonite. Non mi hanno mai visto cosi. Neanch’io. Maurizio prende coraggio. Dalla cornetta esce una voce flebile, guardinga.
“Ricky… sono Mauri… cosa sta succedendo?”.
Mauri! Che figura di merda. Mauri è un pilota. Corre in macchina. Ed è un nostro cliente. Passo i cinque minuti successivi a stracciarmi le vesti scusandomi. E raccontando il retroscena. Mauri comprende.
Intanto Romana ha proposto alla mamma una soluzione al problema del badante. La filippina che lavora in casa loro da anni è stata raggiunta dal marito. Florenzo è in Italia da una settimana. Parla inglese, ha la patente. Perfetto!

 

(Aprile 1998, circa)

L’EREDITÀ DELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 2)

Prima leggi: L’EREDITÀDELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 1)

“Buongiorno, sono Riccardo Taverna. Sto cercando Alessandro Taverna”. Ricky, il mio omonimo dal quale ho avuto il numero, l’ha avuto da Alessandro tre anni prima. Potrebbe non essere più suo. Per questo ho scelto la linea formale. La linea è disturbata. Dall’altra parte il silenzio. Insisto.

“Pronto?”
“Pronto?”. Una risposta. Non riconosco la voce.
“Sono Riccardo Taverna, sto cercando Alessandro Taverna”.
“Chi è che parla?”. La domanda è vagamente inquisitoria. Apparentemente sorpresa. Riconosco la voce di mio fratello.
“Ciao Ale, sono Ricky, tuo fratello”.
“Mio fratello non ha questa voce”.
“Questa è la voce di tuo fratello dopo un infarto, Ale”.
“Dimmi in che ospedale sei che vengo subito a trovarti”. Sono sorpreso. La risposta è inaspettata. Sincera e spontanea.
“Stai tranquillo Ale, l’infarto l’ho avuto sei mesi fa…”.
“… E me lo dici solo adesso…”. C’è qualcosa di diverso in questo scambio di battute. Qualcosa che tra noi non c’è mai stato. Il tono è di rimprovero. Un rimprovero delicato che nasconde un velo di preoccupazione. Forse affetto.
“Non avevo il tuo numero di telefono. L’ho recuperato solo ieri sera”.
“Ma non potevi chiederlo a David, il tuo amico inglese?”.
“Ale, David è morto poco dopo il mio infarto…”.
Alessandro metabolizza la notizia di David con una pausa. Poi continua.
“Comunque, dimmi dove sei che vengo a trovarti”.
“Ci vediamo alle sei, a casa mia, così ti presento mia moglie?”

Ale arriva alle sette. Dopo aver avvisato del ritardo. Non ho aspettative. Prenderò quello che viene. E qualsiasi cosa verrà sarà buona a prescindere. Dopo dieci anni sto per rivedere mio fratello.
(Settembre, 2012)

L’EREDITÀ DELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 1)

Prima leggi: FAMIGLIA

“Noi Taverna siamo proprio coglioni”. Ale lo dice mormorando. Forse qualcosa in più di un mormorio, giusto per farsi sentire.
“Scusa…?”, chiede Nelly che lo sta accompagnando a fare il giro del giardino.
“Dicevo che noi Taverna siamo proprio dei coglioni… Ci voleva un infarto per farci reincontrare”.
È stata una rincorsa. Lunga e incerta. Che inizia durante il ricovero in unità coronarica quando mi torna in mente che papà ha avuto il primo infarto a quarantotto anni. Diligentemente lo comunico all’equipe che mi segue. Che, altrettanto diligentemente, mi torchia di domande. “Ha un fratello di quarantacinque anni che fuma? Deve avvisarlo al più presto. Si deve sottoporre ad esami”. È il carico finale. Subito dopo le dimissioni, pieno di dubbi, mi metto in azione. Devo trovare Alessandro. Di fronte a un pericolo come la morte qualsiasi cosa deve passare inesorabilmente in secondo piano.
Ale e io non ci sentiamo da dieci anni. Dieci anni di silenzio sono il risultato di un rapporto reso impossibile da un conflitto perenne indotto, inconsapevolmente o meno, da nostro padre. Io, figlio maggiore, risposta ai desideri di papà di avere un primogenito maschio, ero il migliore per definizione. E papà non si lasciava sfuggire alcuna occasione per sottolinearlo. Soprattutto ad Ale. Astio, e forse odio, sono i sentimenti che Ale ha maturato nei miei confronti. Sentimenti che, in parte, ho contribuito ad alimentare. E che lo hanno portato ad assumere verso di me, persona con CIDP, atteggiamenti tanto discutibili quanto comprensibili. Dieci anni di lontananza possono far dimenticare una persona. Addirittura di avere un fratello. Invece ho ricordato e riflettuto. E ho capito tanti perché di Alessandro. Il suo astio, la sua sofferenza, la sua aggressività. E ho riconosciuto il suo talento e la sua onestà intellettuale.
Sono riuscito a rintracciare il suo numero di cellulare. Sono passati sei mesi dall’infarto. Il pollice sta per digitare l’ultima cifra sulla tastiera del BlackBerry. Tensione ed emozione si mescolano aumentando il tremore cronico del Parkinson. Il pollice si muove come impazzito sulla tastiera. Mi fermo e mi rilasso con un respiro profondo. Premo il tasto e aspetto. “Chissà se è ancora il suo numero?” “Chissà come reagirà?”. I miei pensieri sono interrotti da un “sì, pronto” deciso e stentoreo.
(Settembre 2012)

LA CILIEGINA SULLA TORTA

PRIMA LEGGI: Nelly… La donna della mia vita.

“Ti mancherò?”. La domanda è retorica e nasconde il bisogno di essere rassicurata. La mattina del giorno dopo Nelly partirà per New York per una vacanza progettata da prima che ci conoscessimo. Siamo insieme da poco più di due mesi e stiamo bene. Anzi, benissimo. Siamo innamorati e, cosa più straordinaria, l’affiatamento cresce ogni giorno. Un fenomeno meraviglioso, straordinariamente appagante. Sembriamo compagni da una vita eppure non sappiamo cosa sia la noia. Ci confrontiamo incessantemente, su qualsiasi cosa. Le colazioni della domenica mattina sono la nostra agorà dove le chiacchiere ci accompagnano quasi sempre fino all’ora di pranzo.
“Ti mancherò?”. Voglia di rassicurazione. Voglia di carezze e coccole. Bisogno di sentirsi importante. Rispondo alla domanda diretta. Stupidamente.

“No. Ho una strategia contro la malinconia. Non penso che mi mancherai”.
“Come non ti mancherò?”. Nelly ribatte fingendosi indignata anche se dalle pieghe della voce filtra una leggera delusione.
Imperterrito, approfondisco la spiegazione della strategia contro la malinconia basata sul condizionamento della mente: “Da domani mattina incomincerò a pensare al momento che ti rivedrò, solo a quello, e quel pensiero mi renderà felice”.
“Ma neanche un poco pochino?”
Insisto. “Sai, negli ultimi cinque anni vissuti da single sono riuscito a raggiungere un equilibrio come non mi è mai capitato. La mia vita è come una torta perfetta. Mancava la ciliegina fino al giorno in cui ci siamo messi insieme”.
“Ah, così io sarei solo un ciliegina!”. Nelly mi salta addosso mirando ai fianchi per farmi il solletico. Finge indignazione e delusione. Ride. Ma negli occhi per un attimo scorgo un lampo di determinazione.

Domenica Nelly è a New York. E io a colazione mi annoio mortalmente. Mi sta mancando. Capisco perché non ho voluto rassicurarla. Mi stavo schermando dietro una corazza. Nelly aveva sconvolto l’equilibrio che avevo faticosamente raggiunto con tanta delicatezza che non volevo rendermene conto. Ammettere che mi sarebbe mancata voleva dire ammettere che la mia vita stava cambiando. E nonostante il cambiamento fosse per il meglio, lo temevo. Nelly stava diventando la torta. O lo era già.

 

(Dicembre, 2002)

 

IL SENSO DELL’EDUCAZIONE

Stepan è parte della nostra vita. Averlo in giro è diventata più di una piacevole consuetudine. È quotidianità. È il sapore rassicurante della famiglia. Chiedergli se vuole venire al cinema con noi è istintivo, naturale. Come oggi pomeriggio.

Andiamo al multisala di Rozzano a vedere Elysium. Ci godiamo lo spettacolo. Usciamo soddisfatti. In ascensore commentiamo il trailer di Rush. Nelly ha cambiato idea. Vuole vederlo.
Usciamo dalla ascensore parlando della colonna sonora. Ci dirigiamo verso l’entrata principale. Stepan spinge la seggiola a rotelle. Nelly alla nostra sinistra. Passiamo attraverso la folla di ragazzini che affollano l’atrio intorno alle casse. Ci avviciniamo alle porte che si aprono verso l’interno. Con un’intesa perfetta Nelly accelera verso la più vicina. La apre e la tiene aperta. Fuori un gruppo di sei adolescenti. Sei ragazzi appena rientrati dalle vacanze. Tutto accade in un battito di ciglia. I due giovani più vicini alla porta guardano Nelly distrattamente. Buttano un occhio altrettanto distratto alla mia carrozzina. E entrano. Seguiti dagli altri quattro.

“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
Siamo assorti dal film, in parte. E in parte zittiti dall’incredulità.

Passato il sesto, finalmente usciamo nel buio del piazzale. Ci dirigiamo verso il parcheggio. Ognuno con i propri pensieri. Stepan rompe il silenzio con un commento incisivo come una massima: “educazione non è dire grazie. Educazione è fare passare”.
(2 settembre 2013)