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IL ROMPISCATOLE (IO), IL BADANTE E L’ELETTRODO

Parto da una premessa. Stepan, il mio badante da quasi due anni, è generoso e quando ho avuto l’infarto ha contribuito sostanzialmente a salvarmi la vita. Questi sono valori che creano legami forti. Stepan non ha metodo. E il suo tasso di imprevedibilità è alto. Devo concentrarmi in una incessante  ed estenuante attività di controllo. O di prevenzione. Spiegare, ogni volta come deve fare una cosa che ha già fatto decine di volte.  Ogni tanto, anzi sempre più spesso, sono io stesso a darmi del rompiscatole.
È sera e sono appena rientrato dall’ufficio.  Seduto sul divano nello spogliatoio aspetto che Stepan incominci a cambiarmi. Mi sfila il maglione. Mi toglie la camicia. Mi ero dimenticato degli elettrodi. Sono sette, ben attaccati al petto.
Questa mattina sono stato all’Ospedale San Paolo, quello dove mi hanno salvato dall’infarto, per  una scintigrafia al cuore sotto sforzo. Un’ora e mezza per trovare l’accesso venoso. 15 minuti per la prova sotto  sforzo indotto da un farmaco. 25 minuti per la scintigrafia. Il tutto con il cuore monitorato dall’elettrocardiogramma.  “Dopo tutto quello che ti abbiamo fatto passare con le vene non ho il coraggio di staccarti gli elettrodi, pensaci tu”, mi implora l’infermiera. Accetto di buon grado. Mi dispiace sempre vedere la loro frustrazione di fronte alle mie vene e il senso di colpa che provano mano a mano che continuano a bucarmi invano.
Guardo Stepan.
“Toglio”, mi domanda.
“Si dice tolgo, Stepan, comunque si”, rispondo dal fondo di una voragine di  stanchezza. Ma l’esperienza mi consiglia di stare all’erta. Sempre.
Stepan incomincia ad eseguire il compito meticolosamente. Con la punta dell’indice comincia a staccare leggermente  l’adesivo del primo elettrodo. Lentamente, dall’alto verso il basso. Quando l’adesivo è staccato a sufficienza per essere afferrato, lo strappa con un movimento veloce e deciso. Poco male. Io vigilo.  Ripete l’operazione con il secondo elettrodotto. Stacca il lembo dell’adesivo. Lo afferra. Lo strappa. Poco male. Vigilo. Terzo elettrodo. Stacca. Afferra. Strappa. Poco male. Mi rilasso. Stepan sa come fare.
Mi rilasso e mi abbandono all’abbraccio del cuscino del divano. Lascio uscire la stanchezza di un dura giornata. Stepan passa al quarto elettrodo. Me ne accorgo all’ultimo momento. Troppo tardi. Urlo. Cerco di urlare ma Stepan è più veloce. Strappa. Contro pelo. La sensazione di essere scorticato. Urlo dal dolore.
“Cazzo! Contro pelo no! – urlo – perché!?”.
“Non lo so, non l’ho mai fatto”, risponde trattenendo una risata.
“Perché?”, mi verrebbe da insistere. Uno sprazzo di saggezza si fa largo tra il bruciore della pelle e  l’incazzatura. Sapere perché sarà peggio.
Con i badanti bisogna vigilare sempre. Mai abbassare la guardia. Appena ti rilassi, sbagliano. Un riflesso condizionato. Meglio rompiscatole che scorticato.
(gennaio 2013)

IL PRIMO BADANTE … ovvero una body guard

Maurizio. Così si chiamava il primo badante. Italiano. Sposato con una ragazza delle Filippine. Due figli piccoli. I suoi compiti erano stati spiegati con estrema chiarezza: assistermi e fare il domestico. In quel periodo assistermi era un esercizio semplice. In confronto ad oggi, quasi banale. Guidare la macchina, vestirmi: allacciare bottoni, infilare calze e scarpe. Ogni tanto il nodo alla cravatta. Che  avesse  capito le sue mansioni era una quasi certezza. La lingua e il suo curriculum garantivano un eccellente livello di comprensione. Maurizio era una guardia del corpo. E  seguiva le istruzioni con tremenda serietà. Troppa.
Aveva un difetto. Visibile. Senza possibilità di essere celato. Era zoppo. Non mi ricordo per quale motivo ma quando camminava e stendeva il ginocchio destro, la gamba gli scattava tesa verso l’esterno. Di difetti ne aveva un altro. Invisibile al colloquio. Fin troppo palese la prima volta che mi avrebbe accompagnato con la macchina. Per Maurizio la guardia del corpo non era una professione. Era uno stato mentale. Le sue azioni, i suoi comportamenti erano  intrisi degli atteggiamenti della body guard, quelli più ridicoli dell’immaginario collettivo.
Terzo giorno di lavoro.  Maurizio mi accompagna fuori in macchina per la prima volta. L’ho avvertito il giorno prima. La mattina si presenta in doppio petto grigio, camicia bianca, cravatta nera, Ray Ban a goccia con le lenti a specchio. Manca l’auricolare e la caricatura è completa. Sono sicuro che dietro una delle lenti una delle sopracciglia è alzata in una smorfia alla Clint Eastwood.
Arriviamo a destinazione. Via Santa Maria Fulcorina è in pieno centro storico. Stretta, a senso unico, senza marciapiedi. Pietre al posto dell’asfalto: la vecchia Milano. Maurizio parcheggia rasente il muro. Arresta il motore. Appoggia il braccio destro sullo schienale del mio sedile e si gira. Controlla attentamente cosa succede dietro di noi. In tutta la via siamo l’unica macchina parcheggiata. Anche perché parcheggiare non è permesso. Passano delle auto. Maurizio fa un respiro profondo. Calca gli occhiali sul naso. Si sta concentrando. Un ultimo controllo nello specchietto retrovisore. Mi comanda di non scendere. Sorpreso ubbidisco.
Apre la portiera e salta fuori. Zoppicando. Fa il giro della macchina dalla parte posteriore. Zoppicando. Ad ogni passo la gamba destra si stende tesa l’esterno. La mano sinistra di Maurizio appoggiata al suo fianco destro. Atteggiamento o l’abitudine a tenere ferma una pistola. Meglio non pensarci. Zoppicando, stendendo la gamba destra tesa verso l’esterno, raggiunge la mia portiera. La apre guardando a destra e a sinistra. Non sta  controllando. Sta cercando minacce. Dal fondo della via si sente un rumore. Sta arrivando una macchina. Maurizio fa un passo verso il centro della strada. E con un gesto autoritario ma discreto allo stesso tempo impone  al guidatore di fermarsi. Esegue diligentemente con un leggero stridore di pneumatici.
Maurizio tiene la portiera aperta. Scendo. Cammino verso il portone. Barcollando. Maurizio mi scorta. Zoppicando, la gamba destra che si stende tesa verso l’esterno ad ogni passo. Il conducente dell’auto aggrotta le sopracciglia perplesso. Trattiene una risata. Mi immedesimo in lui e scoppio a ridere. Un disabile assistito da un badante zoppo che si atteggia da  guardia del corpo. Ridicolo. Comico. O tutte e due. Continuo a ridere. Maurizio non fa una  piega. Continua a scortarmi.
L’ottavo giorno Maurizio non si presenta. Non mi avvisa. Nel pomeriggio lo raggiungo al telefono. Ha trovato un lavoro nella sicurezza personale. Dice.
(giugno 1997, circa)

ANTONIO, IL BADANTE IMPEGNATO

Ore 18.15. Rientro a casa dall’ufficio dopo una giornata di duro lavoro. Il traffico in uscita su via Ripamonti è caotico, come tutte le sere. Procediamo in coda lentamente. In silenzio.
“Oggi ho stirato tantissimo”. Antonio, 37 anni, colombiano di ceppo ispanico, portamento nobile, cerca di fare un po’ di conversazione. È il suo quarto giorno di lavoro.
“Bene”.  La risposta è carica di tutta la stanchezza accumulata in una giornata densa di progettazione, analisi,  soluzione di problemi. Quattro lettere, pesanti come piombo.
Antonio comprende.
“Oggi ho stirato tantissimo”. Antonio cerca di riprendere la conversazione dal punto di caduta di ieri sera.
“Bene, grazie”. Rispondo mettendoci un tono di entusiasmo.
Il traffico è sempre più caotico. Il solito guidatore irresponsabile avrà parcheggiato approssimativamente bloccando il solito tram.
“Strano personaggio Antonio. Deve avere un repertorio limitatissimo se non trova altro argomento per fare  quattro chiacchiere”. Il pensiero si accende nella mente come una luce fioca. E svanisce istantaneamente.
“Oggi ho stirato tantissimo”. Antonio riprende. Inesorabile come il traffico.
“Ok, c’è sotto qualcosa … ci risiamo”. Il pensiero, la luce fioca, divampa.
Entro nella cameretta al pianterreno dove mi cambio e dove i badanti stirano. La pila dei panni da stirare non mi sembra si sia abbassata un granche.  Mi trasferisco in salone appoggiato ad Antonio.  In piedi davanti al divano i miei occhi vengono attratti da un’irregolarità del copri divano. Qualcuno si è seduto. E a lungo. E non è Nelly che in campagna vendite e rientra tutte le sere dopo le nove. Accendo la televisione. Strano, è sintonizzata su Raitre.
“A proposito signor Antonio, quando stira lasci gli indumenti sul divano della cameretta, ci pensa mia moglie a metterli a posto”.
“Problemi Signor Ricky?”
“Nulla di importante signor Antonio, è che ogni tanto Nelly non trova qualcosa”.
Il dado è tratto.
Sono passati tre giorni. Antonio “stira tantissimo”. La pila dei panni diminuisce lentamente, molto lentamente. Gli indumenti stirati sul divano sono pochi, troppo pochi. L’irregolarità sul copri divano è lì tutte le sere, nessuna esclusa. E la televisione è sempre sintonizzata su Raitre.
“Scusi signor Antonio, ci sono dei problemi con lo stirare?”
“Guardi che ho capito perché mi fa lasciare  gli indumenti stirati sul divano –  sbotta Antonio – lo fa per controllarmi”.
“E anche se fosse? “
“Signor Riccardo guardi che il mio è un lavoro molto impegnativo… mica come la signorina Alessia in ufficio…”. Antonio sta perdendo il controllo.
“Se lo dice lei”. Rispondo abbassando il livello della tensione.
“A proposito – continuo imponendomi di sembrare distratto – chi ha vinto la tappa del giro di Francia?”
Antonio si illumina. “Un francese, è stata bellissima…”. È un attimo. Come trafitto da uno stiletto ammutolisce e sbarra gli occhi: ha capito. Cerca una via d’uscita:” non ho guardato la televisione!”.
“Io non l’ho detto, signor Antonio. Le do i 15 giorni di preavviso”.
(luglio 2006, circa)

BREVI DAI COLLOQUI

“Signor Riccardo, ma lo sa che proprio un bell’uomo?” mi dice il candidato badante mentre attende l’inizio del colloquio. Lo dice così. Dal nulla.
“Signor Riccardo, è un uomo proprio affascinante”. È un altro candidato badante. Il colloquio deve ancora cominciare e si svolge in un’altra occasione. Comuni denominatori. La nazionalità dei candidati: filippini. Il loro sorriso: tra il viscido e il “lecchino”. La mia risposta: “grazie, il colloquio è finito”.
———-
Sto parlando da cinque minuti. Sto spiegando al candidato badante ciò di cui ho bisogno. Si è presentato in un italiano discreto. Uso termini semplici. Esempi banali. Ogni tanto il candidato badante interloquisce con un deciso “sì”. C’è qualcosa che mi lascia perplesso. Forse il fatto che sorrida sempre. Qualsiasi cosa io dica. Termino.
“Quindi, ha capito cosa deve fare?”
“No”, risponde sorridendo. Ovviamente.

OMAR (EP. 4)… recriminazioni!? A me!?

È sera e sto tornando verso casa seduto sulla carrozzina. La via sempre buia. Sempre bucata. Omar sempre lento. Sempre pacato.
Il buco è lì. Davanti a noi. Saranno 5 metri.
“Omar, stia attento al buco”, lo informo.
“Sì, signor Riccardo”. Pacato come al solito.
Non devia…
“Omar, stia attento al buco”. Insisto.
“Sì, signor Riccardo”. Pacato.
Non devia.
“Omar. Il buco. Spostiamoci”. È un’intimazione.
” Si”. Risponde pacato e infastidito. Forse sospirando.
Non devia! Non devia!!
“Il buco! Cazzo! …”. Trattengo un’imprecazione.
È un attimo. La ruota anteriore della carrozzina, quella piccola, si incastra nel buco. L’inerzia mi fa scivolare sul sedile. Riesco a non cadere. La borsa del computer si inclina. La trattengo. Il monitor scivola. Scivola. E cade. Omar lo guarda. Poi guarda me. Gli sibilo di sollevarlo e di farmelo vedere. Scheggiato.
“Signor Omar, mi paga anche questo”, annuncio.
“Senta – mi risponde alzando gli occhi al cielo e perdendo tutta la sua pacatezza – non posso mica pagare tutto…”.
” No! Senta lei – taglio corto – se lei rompe le mie cose me le paga. E non discute. Se ha delle recriminazioni da fare le faccia a Satana”.
(Dicembre 2009)

BASILIO L’INCUDINE (EP. 2)… badare a quello che succede dietro

Pausa pranzo. Esco dall’agenzia per fare il giro dell’isolato a piedi. Basilio mi accompagna. È il secondo giorno che sostituisce Ivan .
È passato un anno e mezzo dal trapianto di midollo. Cammino sempre meglio e più a lungo. La “prova Paola”, che faccio tutti i sabato pomeriggio, mi rende più tranquillo e sicuro di me. Delle mie gambe. Il passo rimane incerto. Ed è palese. Ma non troppo. Le gambe leggermente divaricate per avere una migliore base d’appoggio. Le braccia leggermente lontane dai fianchi per aiutare l’equilibrio. L’andatura leggermente ciondolante. Riesco comunque a camminare per 4 km. Ho chiesto a Ivan, in questo caso a Basilio, di camminare poco più indietro. Voglio avere la sensazione di essere da solo. Perché prima o poi camminerò ancora da solo.
L’andatura è ciondolante. Leggermente. Chi mi incrocia se ne accorge. Non subito.
Camminiamo per la strada distrattamente. Un filo sottile ci guida verso la destinazione verso la quale ci muoviamo con il pilota automatico. La mente invece insegue la quotidianità. Programmi, scadenze, lavoro, problemi, stanchezza. Prevalgono sulle gioie, seppur piccole, che ogni giornata ci offre e che fatichiamo a riconoscere. Siamo prigionieri inconsapevoli dei nostri schemi. Un’andatura ciondolante è una perturbazione dello schema. Da lontano non la riconosciamo. La interpretiamo. La riconduciamo ad uno schema che ci rassicuri. Ma ora che la stiamo incrociando ci trascina nel momento. Nel “adesso”. Dobbiamo capire. Guardiamo rapidamente per terra per vedere se ci sono asperità. No. Cerchiamo i suoi occhi per conoscerlo. Osserviamo le sue gambe per avere la conferma: ha dei problemi. Lo sguardo iniziale di leggera sorpresa diventa una smorfia discreta. Tra il sorriso di solidarietà e la tristezza per la compassione. Rapidamente torniamo ad inseguire la quotidianità.
Non sono certo che accada così. Ma non ci devo essere lontano. Ieri però succedeva in modo diverso. Chi mi incrociava non era “leggermente sorpreso”. Era assolutamente basito. Strabuzzava gli occhi. E la discreta smorfia, un ghigno di compartimento e di divertita perplessità. Per indurre questa reazione devo proprio camminare male. Forse l’effetto del trapianto di midollo sta passando e sto incominciando una nuova regressione. Pazienza. La affronterò. Intanto oggi mi concentro per rendere l’andatura la più fluida possibile.
“Strabuzzano gli occhi! Sto camminando da tre minuti. Avrò fatto 300 m. Sono risposato. E strabuzzano gli occhi! Cazzo! Un momento … . Non stanno guardando me. Non guardano le mie gambe, almeno non subito. Guardano dietro di me. Cosa cazzo…? Cammino. Penso. Penso camminando… . No! Non è possibile! Non può essere che…”.
Continuando a camminare mi sposto verso il muro alla mia destra. Lo tocco. Faccio un passo più lungo con la gamba destra. Avvicino la gamba sinistra al muro. Ruoto verso sinistra appoggiando la schiena e le braccia aperte al muro per mantenere l’equilibrio. È lì. Basilio è lì! Che mi sta seguendo accasciato. Le braccia aperte pronte a prendermi. Come un portiere prima di parare un rigore.
“Basilio, che cazzo stai facendo?” Gli domando trattenendo a stento una risata fragorosa, un urlo di biasimo, la sorpresa… .
“Se cadi…”, mi risponde guardandomi dal basso verso l’alto con l’espressione di chi viene sorpreso sul water .
“Ma ieri hai fatto il giro dell’isolato camminando così?” Domando temendo la risposta.
“Si…”
Eppure gli ho spiegato che se cado non si deve assolutamente preoccupare.
“Cazzo Basilio – continuo rassegnandomi all’ineluttabilità della situazione grottesca -come ti è venuto in mente? Chi cazzo te l’ha detto?”.
“Ivan mi ha detto che se ti fai male mi ammazza” mi spiega incominciando a preoccuparsi.
Ivan torna tra un mese. Sarà un mese lungo. Molto lungo.
(Luglio 2001)

OMAR (EP. 3)… rompi? Paghi!

Procedeva imperterrito. A rompere oggetti e da un po’ non solo quelli. Anche quella mattina, come tutte le mattine, ormai da un mese, ripone il mio portatile e i vari accessori dalla tavola da pranzo nella borsa. Pronto per essere riattivato in ufficio. Faccio colazione. Mi lavo. Mi veste. Mi posiziono sulla seggiola a rotelle. Mi appoggia la borsa del portatile sulle gambe. Andiamo in ufficio. 150 m di trasferta!
Sobbalzo…
“Signor Omar, stia attento alle buche… per favore…”, raccomando rassegnato. In un mese l’avrò detto 30 volte.
“Si Signor Riccardo…”, risponde. Le parole che viaggiano più lente di un bradipo.
Sono in ufficio. Bevo il caffè con Alessia e Boris. Omar prepara il mio portatile. In questo è diligente.
“Tutto pronto. Vado”. Omar esce dall’ufficio.
No!!!! Lo schermo del portatile è scheggiato. Inutilizzabile.
“Omar, torni in ufficio”, scandisco nel cellulare trattenendo un attacco d’ira. So cosa è successo!
“Non so cosa è successo”, mi spiega Omar.
“Glielo dico io cosa è successo, signor Omar. Non ha rimosso il coperchio della chiave USB del ricevitore del software di riconoscimento vocale che appoggia in cima alla tastiera del portatile tutte le volte che lo prepara. Lo fa tutte le mattine e da un mese. Questa mattina invece no! Oltretutto per chiudere il portatile ha dovuto forzare. Non se ne è accorto?”
“No” risponde Omar pacatamente.
“Mi dispiace, questa volta paga il danno”. Glielo dico serenamente.
“Ok” continua Omar sempre pacatamente.
Non polemizza?! Merita rispetto..
La stessa sera. Mi sta cambiando. Omar “rompe” il silenzio.
“Signor Riccardo, le devo spiegare… “, esordisce pacatamente, monotono.
“Mi dica…”, rispondo distrattamente.
“In questo mese ho rotto tante cose…”
“Si…”, interloquisco, un po’ meno distratto.
“Vede… in realtà, non sono io che rompo gli oggetti”, incomincia a spiegare con estrema serietà.
“E chi sarebbe mai?” Chiedo. Sta incominciando ad attirare la mia attenzione. Anche se in un angolo remoto della mia mente temo la piega che potrebbe prendere il discorso.
“Si ricorda che le ho detto che suono”, Omar riprende pacatamente.
“Si”.
“… e che suono durante le messe dove succedono cose strane… dove le persone guariscono…”, continua Omar, sempre pacatamente.
“Sii…”, il timore vago sta diventando una realtà grottesca.
“Vede… io ho un nemico – va avanti pacatamente Omar – che mi attacca quando le persone guariscono”.
Lo so. Dovrei troncare. Chi sia il nemico è chiaro. Ma è più forte di me…
“E chi sarebbe questo suo nemico”, sono tra l’irritato, il divertito e, ammetto, lo sfottente.
“Satana, signor Riccardo, Satana”, annuncia Omar … pacatamente.
L’ha detto! Ha proprio detto Satana! Non ci posso credere…!
“In pratica – spiega Omar, pacatamente -per vendicarsi Satana mi fa rompere le cose…”.
“Aspetti. Aspetti – interrompo – quindi, lei guarisce delle persone, fa arrabbiare Satana che per vendicarsi le fa rompere le mie cose?!” Non posso credere che stia capitando a me. Omar è serissimo.
” È così!”, esclama Omar. Riesce a esclamare pacatamente…
“Senta signor Omar – taglio corto – ammesso che io ci creda, e io non ci credo, si inventi delle scuse più credibili per giustificare la sua distrazione. Oppure la smetta di guarire le persone. Oppure dica a Satana di vendicarsi in qualche altro modo… ma la smetta di rompermi la casa!”.
“Ma signor Riccardo … non funziona mica così… Satana…”, mi dice Omar con aria di compatimento.
“OMAR!!” Esclamo, alzando decisamente la voce.
Ci vediamo domani mattina.
Non pensate che sia finita qui.
(Dicembre 2010)

IL GRANDE IVAN (EP. 2)… riprendere a camminare e la "prova Paola"

Improvvisamente, nove mesi dopo il trapianto di midollo (dicembre 1999), il mio fisico incomincia a reagire. Prima del trapianto ero “al limite” della seggiola a rotelle. Camminavo comunque, appoggiato a qualcuno. Per i primi nove mesi dopo il trapianto la situazione era rimasta invariata. Poi, una mattina, alzandomi dal letto mi sono quasi ribaltato in avanti. Troppa forza. Troppa forza!? La forza stava tornando nelle gambe e a una velocità imbarazzante.  
Decido di allungare le camminate appoggiato a Ivan. Devo riprendere confidenza sia con la forza che torna che con il “movimento” di camminare. O meglio, “i movimenti” del camminare. Lentamente riprendo confidenza con i movimenti delle gambe. Non devo più concentrarmi sull’alzare il ginocchio, lanciare la gamba in avanti, tenere sollevata la punta del piede, appoggiare il tallone, “cercare” di passare dal tallone alla punta del piede senza sbattere la pianta: stanno tornando ad essere movimenti naturali. Decido di incominciare a camminare “staccato” da Ivan.
Le distanze che percorro da solo si allungano: 20 m, 50 m, 100 m, 200 m, 500 m, 900 m. Presto supero il chilometro. La fatica è improba. E scopro che è una fatica psicologica. Ho paura di cadere. Ho paura di cadere e di rompermi un osso. Vorrebbe dire interrompere questo percorso di miglioramento che mi sta entusiasmando.
Ne parlo con Ivan e trovo la soluzione: devo cadere. O meglio, devo imparare a cadere. Capire quello che succede alle mie gambe e alle mie braccia, nelle condizioni deficitarie in cui si trovano, quando cado. Come si muovono. Come le controllo, se riesco a controllarle. Non posso essere io a decidere quando cadere. Inconsciamente preparerei la caduta. Devo ricreare le condizioni di una caduta imprevista, inaspettata. La soluzione finale: camminare, senza appoggiarmi a Ivan, fino a quando le gambe non mi reggono più. Devo svuotarle di energie. A quel punto cadrò senza preavviso. E imparerò a gestire la caduta.
Decidiamo di fare questo esercizio ogni sabato pomeriggio al Centro Sportivo 25 Aprile. Camminerò lungo la linea del fallo laterale del campo da calcio… almeno cadrò sul morbido. Ivan mi aspetterà seduto su un cuscino del salto in alto. E quando sarò caduto mi raggiungerà e mi aiuterà ad alzarmi.
Con il passare delle settimane arrivo rapidamente a superare i 2 km. Cado sul campo da calcio. E mi libero dalla paura di cadere. La camminata si fa sempre più sciolta. Il trapianto di midollo è un trionfo!
Improvvisamente, un sabato pomeriggio Ivan si stacca dal cuscino del salto in alto e incomincia a correre verso di me. Serio. Mi raggiunge. E incomincia a prendermi a spintoni sempre più decisi sul petto e sulle spalle.
“Ivan! Cosa cazzo stai facendo!” urlo in preda a un misto di rabbia e terrore.
“Vecio – mi risponde dolcemente con un ghigno sotto i baffetti – è la prova Paola”.
Il grande Ivan è un genio!
Paola è il direttore marketing di una Società Quotata per la quale stiamo facendo una consulenza in comunicazione al mercato finanziario. È una donna brillante, in gamba, estroversa, alta quasi quanto me. Diventiamo presto amici. Un’amicizia che dura tutt’oggi. Al termine delle riunioni mentre ci accompagna all’uscita parliamo del più e del meno. E Paola ha l’abitudine di gesticolare molto, fino a toccare l’interlocutore: sull’avambraccio, sul gomito, sopra la spalla. È pericolosa? Ivan ne è convinto.
“Vecio, dille di non spingerti. È pericoloso, può farti cadere” mi dice spesso Ivan, sinceramente preoccupato.
“Vecio – gli rispondo – va bene così. Non posso pretendere che tutto il mondo giri intorno a me. Se voglio che la gente mi percepisca come una persona che vive una vita normale non posso imporre delle limitazioni. Se Paola mi tocca quando parla, cosa che fa con tutti, vuol dire che non mi vede diverso dagli altri. E questo è un mio successo. E poi, in fondo, è come se fosse un esercizio!”
Da quel sabato pomeriggio la camminata sul campo da calcio del Centro Sportivo 25 Aprile si è sempre conclusa con “la prova Paola”. Smisi di cadere. Per svuotare le gambe di energie avrei dovuto camminare ore.
(Febbraio 2002, circa)

OMAR (EP.2)… il badante evangelico che fa proselitismo

Mentre Omar  ci “cambiava” il servizio di piatti rompendo i pezzi con perizia, in ufficio incominciò ad accadere uno strano fenomeno. Una mattina, sulla mia postazione “apparve” l’immaginetta di un santo.
“Ally, Boris… sapete qualcosa dell’immaginetta alla mia postazione?” chiedo ai miei collaboratori con sufficienza. Li conosco molto bene. Non è da loro.
“No Ricky – rispondono in coro – tu sai qualcosa di quelle alle nostre postazioni?” chiedono ironici a loro volta.
“?!!??!”. Di badanti sono diventato un esperto. Mi sono solo distratto un momento. È tutto chiaro. Afferro il cellulare. “Signor Omar , può venire in ufficio per favore?”
Omar mi racconta di essere un evangelico e che ha voluto farmi da badante per darmi “assistenza spirituale”. Mi racconta di suonare in un gruppo latino-americano che è il protagonista di messe cantate dove succedono “cose strane”.
“Cosa succede di strano?” domando a Omar, immaginando la risposta.
“La gente guarisce, signor Riccardo – mi risponde con tono solenne – vuole venire?”
Proprio come temevo. E così si spiegano altri “fenomeni” come la sua proverbiale lentezza, un bradipo al confronto soffre di ipercinesi, e il rovistare nella pattumiera della cucina alla ricerca di pane secco da mangiare. Non per necessità ma, sono convinto, per dimostrare a se stesso di essere un asceta.
Sento il dovere essere estremamente chiaro, sincero e diretto.
“Signor Omar, io non credo in Dio – non sono stato a spiegargli la complessità dei miei pensieri – se ci credessi, non credo nella Chiesa, non credo nelle guarigioni miracolose. Lei è qui per aiutarmi là dove non arrivano le mie mani e le mie gambe. Il mio spirito non deve essere una sua preoccupazione. Se per lei questo rappresenta un problema me lo dica subito che cambiamo”.
Per Omar questo non rappresenta un problema, apparentemente. Convinto, non ho mai voluto sapere da chi, né l’ho mai chiesto, di avere una missione da compiere, ogni tanto “butta lì” un “domenica c’è una messa, vuole venire?”, “sapesse cos’è successo all’ultima messa”. Nei mesi sono passato dal rispondere educatamente “no grazie”, al ignorarlo completamente.
In ufficio non si è più permesso di “seminare” immaginette. Fargli capire che non era opportuno è stato arduo.
(Novembre 2009)

VICTOR… il badante ha da puzzà

Quarto giorno di lavoro. Mattina. Sono in bagno seduto sullo sgabello. Victor mi sta aiutando a svestirmi.
54 anni, rumeno, è in Italia da tre mesi. Nel corso del colloquio mi ha aveva fatto una discreta impressione. Alto poco meno di me, robusto, aveva risposto alle mie domande con estremo buon senso. I baffoni bianchi nascondevano un sorriso rassicurante. L’italiano discreto. Potenzialmente un ottimo badante.
“Signor Riccardo, lei deve essere un uomo un po’ pretenzioso” mi dice con tono serafico, come se stesse pensando ad alta voce.
“Signor Victor, cosa intende per pretenzioso? In italiano, a secondo di con me la usa, la parola può essere considerata un’offesa” gli rispondo tenendo sotto controllo la sorpresa e un pizzico di irritazione ma pensando anche al livello del suo italiano.
“Certo, signor Riccardo, pretenzioso – insiste – lei si lava e si cambia tutte le mattine” mi spiega parlando lentamente come a volersi assicurare che io capisca.
Sono sorpreso!! Per un attimo mi manca la parola!! Poi intuisco la “verità”.
“Scusi signor Victor, ma con questo lei quante volte si lava e si cambia?” domando temendo la risposta.
“Una volta alla settimana” mi risponde con il tono di chi sta dicendo la cosa più ovvia. (Nota per i lettori: io non sento gli odori!!!).
È sera. Sono in salotto con Nelly. Victor è appena andato a casa.
“Mon amour, a odore, come è messo Victor?” chiedo a Nelly con circospezione
Nelly strabuzza gli occhi in segno di disgusto (nota per i lettori: Nelly ha l’olfatto di un segugio!!!)
“Puzza a tal punto che quando finisce di pulire una stanza devo aprire le finestre per cambiare l’aria!”
Quinto giorno di lavoro. Mattina. Victor e io stiamo uscendo per andare in ufficio.
“Signor Victor, a proposito del discorso di ieri mattina, lei ha intenzione di cambiare le sue abitudini igieniche?” domando cercando di non essere offensivo.
“No signor Riccardo – risponde convinto – e siccome capisco che per lei sia un problema se è d’accordo continuo a lavorare sino a quando trova un sostituto”.
Altro badante, altro giro.
(Febbraio 2008, circa)