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IL SENSO DELL’EDUCAZIONE

Stepan è parte della nostra vita. Averlo in giro è diventata più di una piacevole consuetudine. È quotidianità. È il sapore rassicurante della famiglia. Chiedergli se vuole venire al cinema con noi è istintivo, naturale. Come oggi pomeriggio.

Andiamo al multisala di Rozzano a vedere Elysium. Ci godiamo lo spettacolo. Usciamo soddisfatti. In ascensore commentiamo il trailer di Rush. Nelly ha cambiato idea. Vuole vederlo.
Usciamo dalla ascensore parlando della colonna sonora. Ci dirigiamo verso l’entrata principale. Stepan spinge la seggiola a rotelle. Nelly alla nostra sinistra. Passiamo attraverso la folla di ragazzini che affollano l’atrio intorno alle casse. Ci avviciniamo alle porte che si aprono verso l’interno. Con un’intesa perfetta Nelly accelera verso la più vicina. La apre e la tiene aperta. Fuori un gruppo di sei adolescenti. Sei ragazzi appena rientrati dalle vacanze. Tutto accade in un battito di ciglia. I due giovani più vicini alla porta guardano Nelly distrattamente. Buttano un occhio altrettanto distratto alla mia carrozzina. E entrano. Seguiti dagli altri quattro.

“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
“Grazie…”
Siamo assorti dal film, in parte. E in parte zittiti dall’incredulità.

Passato il sesto, finalmente usciamo nel buio del piazzale. Ci dirigiamo verso il parcheggio. Ognuno con i propri pensieri. Stepan rompe il silenzio con un commento incisivo come una massima: “educazione non è dire grazie. Educazione è fare passare”.
(2 settembre 2013)

100 DI QUESTI POST! "STEPAN E IL BLOG"

(100! 100º post! Quando ho cominciato nel novembre del 2011 non avrei mai pensato di raggiungere questo traguardo. Pensare che mi sembra di avere raccontato così poco. E di avere ancora tanto da raccontare. I traguardi si celebrano con le dediche. Non mi sottraggo al dovere. Dedico il 100º post a Stepan che con grande pazienza si è guadagnato il mio affetto e il mio rispetto. Non c’era post migliore di questo per festeggiare il numero 100: “il” badante che parla del blog)

La mattina ho bisogno di carburare. E Stepan lo ha imparato molto bene. Prima di rivolgermi domande impegnative aspetta che abbia fatto la doccia, lo spartiacque della mia giornata. Dopo la doccia la maggioranza dei miei neuroni attiva: sono operativo.
Ma stamattina Stepan non riesce a resistere. Non trattiene la voglia di raccontare.

“Ieri sera tornavo a casa leggendo il post delle corna sul mio BlackBerry. Morivo dal ridere e la gente mi guardava come se ero matto. Bellissimo”.
Mentre mi racconta continua a ridere di gusto. Si piega. Imita il gesto delle corna non volute. E ride. Ride fino a contagiarmi. Poi continua a raccontare.
“Sa, Ricky, ogni tanto devo leggere una frase più volte per capirla bene, perché cerco di immedesimarmi.Per esempio, il post dell’infarto, quello di lei sul divano, è stato un post dabrividi. L’ho dovuto leggere quattro o cinque volte. Poi l’ho capito. E mi sono detto: questo voleva morire. E se moriva cosa facevo?” Stepan si è fatto serio. Quasi.
“Perciò volevo chiederle una cosa…”
“Dimmi Stepan…”
“La prossima volta che vuole morire può farlo quando non ci sono? Ho già tanti problemi…”
Sorrido. Come posso non volere bene a tanto candore?

(19 giugno 2013)

VLAD, IL BADANTE CHE SI "AUTOGESTISCE".

Alto. Massiccio. Capelli già bianchissimi. Espressione perennemente allegra. Occhi azzurrissimi. Vlad è ucraino. Amico di Ivan il grande. Tanti indizi che portano nella direzione giusta. Con Vlad le prospettive sono ottime.

È un periodo molto difficile. Sto cambiando badanti come le camice. Durano poco. Molto poco. Vlad arriva in un momento di emergenza. Il badante di turno se ne è andato senza preavviso. B2 Comunicazione, la mia società di consulenza sulla gestione della reputazione, dopo un lungo periodo di preparazione sta per spiccare il volo. Sono pieno di incontri con le aziende. Alcuni di questi a Roma. Lo stress e l’ansia si avvicinano ai livelli di guardia. Mi aggrappo a Ivan. In mezza giornata trova Vlad.
Trovo una risposta alle mie aspettative. Con Vlad vado d’accordissimo fin da subito. Mi diverto anche.
Interrompo una delle rare pause tra Nelly e me. Quando ceniamo la conversazione è incessante.

“Troppo forte Vlad…”. Lo dico quasi per dare un’alternativa al silenzio.
“mmm…”. Nelly accompagna il mugolio con una smorfia impercettibile. Segnali di pericolo.
“Qualcosa non va?”. La domanda è retorica. È un invito ad aprire la cataratta. Che esplode.
“Forte?! Qui in casa fa quello che vuole, quando vuole. La mattina entra in casa e si siede al tavolo a leggere il giornale placidamente. Poi, quando gli do le istruzioni per la giornata mi risponde “dopo”, senza alzare gli occhi dal giornale”.
“Da quando succede?”, domando interdetto.
“Da almeno un mese”. Praticamente da sempre.

La mattina dopo comunico il preavviso a Vlad. Altro giro.
(2005, circa)

LA MANO, DARE LE COSE PER SCONTATE

È lì. In fondo al braccio. È sempre lì. Presente. Affidabile. Sempre pronta. 27 ossa, muscoli, nervi, tendini, pelle. Tutto assemblato nello strumento più straordinario che la natura abbia concepito: la mano. È lì, in fondo al braccio, alla periferia dell’io, ai confini della consapevolezza. Quasi una appendice. Eppure non si può far altro che arrendersi all’evidenza. La mano è un miracolo. Afferra, accarezza, costruisce, scrive, parla, scopre, vede, sente, ama, legge, crea, difende, attacca, trasporta, dipinge, scolpisce. E non ci accorgiamo di lei.

Comincio a perdere la funzionalità delle mani. Lentamente. E mentre elaboro strategie alternative per compensare la loro progressiva latitanza, cresce la consapevolezza di loro. Altrettanto lentamente. Più si allontanano, più le riconosco. Riconosco le tenaglie con le quali sfidavo il vento di Hyeres nella Francia meridionale. A L’Almanarre, la spiaggia del windsurf, domavo un quasi-Mistral senza agganciare il trapezio. Tenevo il boma con le mani fino a quando la pelle sui palmi cominciava a bruciare. Riconosco lo strumento di precisione. Penso alle volte che ho tenuto un uovo con due dita. Senza farlo cadere. Senza schiacciarlo. E penso a tutte le piccole operazioni quotidiane che le mani compiono. E sono quasi ignorate.
Grazie alla mano, la vera meraviglia del mondo, le idee diventano realtà. I più grandi capolavori come tante altre “opere di ingegno” si materializzano così. E tra i capolavori riconosciuti, le “opere di ingegno” quotidiane. I piccoli tesori che si realizzano ogni giorno. Una lettera, una  carezza, un piatto di pasta. Tutto ciò che facciamo e che diamo per scontato. Come diamo per scontata la mano, lì in fondo al braccio. E quando la perdiamo, ci ricordiamo di che capolavoro sia.
Le mie mani sono diventate delle vere appendici. Non le uso più. Sono il lontano ricordo di un capolavoro. Mi hanno insegnato a non andare nulla per scontato. Una sfida che ogni tanto perdo. Allora guardo le mani e vedo il mondo da un’altra prospettiva. Più piena. Completa.
Il badante ha sostituito le mie mani. Stepan è il capolavoro.

ELETTROMIOGRAFIA: L’ESAME DEI "FASCISTI".

Prima leggi: POLINEUROPATIA DEMIELINIZZANTE INFIAMMATORIA CRONICA (CIDP): la mia malattia
Prima leggi: IL GRANDE IVAN (EP.1): il colloquio

L’Elettromiografia è un esame strumentale che studia il sistema nervoso periferico costituito da nervi e muscoli. Misura l’attività elettrica dei muscoli e la conduzione elettrica dei nervi. Con la CIDP non si scampa all’elettromiografia perché è l’esame che misura le performance di gambe e braccia. Il loro peggioramento, spesso. Il loro miglioramento, qualche volta.
Protagonista dell’esame: l’elettricità. Per misurare la conduzione dei nervi il neurologo identifica il tronco nervoso, applica un elettrodo a un’estremità, per esempio un dito, e un elettrodo all’altra estremità, per esempio il gomito. Poi, fa partire una scossa. La macchina a cui sono collegati gli elettrodi misura il tempo che l’impulso elettrico impiega a percorrere la distanza. Il neurologo misura la distanza tra gli elettrodi, il gioco è fatto. Per misurare l’attività elettrica dei muscoli il neurologo inserisce un ago, con un elettrodo all’estremità, nel muscolo. Poi chiede al paziente di contrarre il muscolo. E così registra l’attività elettrica.
Arrivo nell’ambulatorio. Mi spoglio e rimango in boxer. La stanza fredda e spoglia. Un lettino. Una sedia. Un attaccapanni. Una scrivania che sembra li per caso. L’elettromiografo. Sul muro un poster del corpo umano con il sistema nervoso in evidenza.
Mi accomodo sul lettino con il lato destro verso l’elettromiografo. Braccio destro e gamba destra, il lato che, dall’esordio della CIDP è sempre stato più debole. Da un certo punto di vista è una fortuna. Non esamineranno il lato sinistro. Elettrodo intorno a un dito. Elettrodo appoggiato sotto il gomito. Scossa. Il braccio destro sussulta. Il monitor disegna una leggera curva. Insufficiente per la valutazione. Aumentano la potenza. Scossa. Il braccio destro sussulta di più. E questa volta fa male. Curva insufficiente. Aumentano la potenza. Scossa. Il braccio salta.

“Tenga fermo il braccio”. Il tono del neurologo è quasi distratto, meccanico. Non nasconde un rimprovero.
“Ci provi lei con le sberle che mi sta tirando”. Rispondo con il tono di chi si rivolge a un idiota.
Scossa. Il braccio salta. La curva è sufficiente. Il dolore forte.
Altro tronco nervoso. Altro giro.

Un colpo secco. E l’ago è nella coscia destra.

“Spinga giù il ginocchio”, comanda il neurologo.
Eseguo. La coscia si contrae. L’ago mi da fastidio. Un fastidio tremendo. E il neurologo muove l’ago per meglio intercettare l’attività elettrica. Il fastidio diventa dolore.

L’esame è finito. Il neurologo e l’assistente escono. Ivan e io rimaniamo soli.

“Sono sicuramente fascisti”, mi dice di Ivan mentre mi aiuta a vestirmi.
“Perché?”.
“Perché per scegliere di fare un esame come questo devi essere per forza fascista”. Ivan è categorico. “E poi hai visto che facce? Nasi appuntiti, magre, guance scavate. Fascisti. E poi, non mi piace chi ti fa male”.

C’è stato un periodo in cui facevo due elettromiografie all’anno.

CRONACA DELL’INFARTO (EP.8) … I retroscena.

La mattina dell’infarto Valeria, la mia collaboratrice, aveva un raffreddore fortissimo. Il naso colava come un rubinetto aperto.

Al pronto soccorso nessuno aveva avvisato Stepan che ero stato colpito da un infarto. Aveva percepito chiaramente che c’era un problema serio. Ma ignorava che fosse il cuore.
Nelly mi stava chiamando dall’Inghilterra per augurarmi una buon giornata. Ne avevo proprio bisogno! Comunque, Stepan che tiene sempre in tasca il mio BlackBerry vedeva le telefonate. E, seguendo una logica ineccepibile, non rispondeva.

“Se rispondo e le spiego che Ricky è grave, Nelly riparte subito per Milano. E se poi tutto si risolve in una bolla di sapone ci vado di mezzo io. Se le dico che non c’è nulla di grave e poi succede una tragedia, ci vado ancora di mezzo io. Meglio aspettare”. Ineccepibile. Così Nelly si era convinta che fossi in riunione.

Dopo avere firmato il consenso all’intervento al cuore in endoscopia e avere visto la barella precipitarsi verso l’unità coronarica, Stepan aveva le informazioni corrette per chiamare Nelly. Che vede comparire il mio numero e…

“Ciao mon amour”.
“No signora, sono Stepan”.
“Ah, me lo passi?”
“Non posso, siamo in ospedale”.
“Ah, state ritirando il farmaco?” domanda a Nelly convinta che sono al San Raffaele.
“No signora”. La tensione rende le risposte di Stepan particolarmente essenziali.
“Allora dove siete?”
“Al San Paolo”.
“Allora passamelo…”.
“Non posso”.
Nelly comincia a innervosirsi. “Stepan, in che reparto siete?”
“Aspetti che chiedo ………… Unità coronarica signora”.
“Passamelo!”
“Non posso, ma sta bene”.
“Ma cosa ha avuto?!”
“Non lo so, ma sta bene”.

A questo punto Nelly è ovviamente preoccupata. Ricky ha avuto un problema al cuore. Ma quello che la spaventa è che non le dicano la verità per farla rientrare in Italia con moderata tranquillità. Chiama in ufficio per vedere se Valeria ne sa qualcosa di più.

“Bbuoondo”, risponde Valeria tirando su con il naso due volte.
Per Nelly è tutto chiaro: sta piangendo. È successo il peggio.
Valeria racconta a Nelly come sono uscito dall’ufficio. Nelly si rassicura appena appena. E incomincia a telefonare a tutti gli amici per mandarli al San Paolo.

Riesce a rintracciare anche Max, suo fratello. Che da Novara si deve precipitare a Milano.

“A proposito – Max riprende la parola prima di salutare Nelly – l’ospedale San Paolo è nell’Area C?”
“Max! Che domanda!? Cosa fai? Se è nell’Area C non vai?”
Max è meticoloso. Sempre.

(16 marzo 2012)

L’INCUBO DI STEPAN

“Ricky, ieri notte l’ho sognata”. Stepan rompe il silenzio mentre sta rimettendo il computer nella borsa. La giornata è finita. Siamo pronti per trasferirci a casa.
“Sì?”. Sono curioso.
“Si!”. Il mio interesse entusiasma Stepan. Che si lancia nel racconto.

“Eravamo in giro io e lei con la carrozzina. A dire la verità c’era anche una mia amica”. Ascolto mentre il racconto di Stepan prende quota. “Improvvisamente lei frena la carrozzina senza dirmi niente e si alza e improvvisamente si mette a camminare così”. E mi mostra come mi aveva sognato camminare. Le gambe tese e le braccia pure. Sull’orlo della caduta ad ogni passo. “Io non sapevo cosa fare – continua Stepan – ho provato a seguirla e lei mi ha detto: cosa fai?” Imitando il mio tono seccato. “Io non sapevo cosa fare. Se seguirla o obbedire… Ero preoccupato che cadeva… Avevo paura che si faceva male… Poi come facevamo… Poi cosa raccontavo a Nelly… Mi sono svegliato tutto agitato, tutto sudato”.

“Accidenti, un incubo Stepan!”, intervengo.
“Cosa significa?”
“Un brutto sogno”.
“Giusto, un incubo”, approva Stepan.

Stepan è parte della nostra vita. Un pezzo della nostra famiglia. Ho imparato a volergli bene.
(Marzo 2013)

I BADANTI: L’IDIOSINCRASIA PER IL RIFORNIMENTO DI BENZINA

Non esistono logiche universali. Pensarlo è una trappola micidiale. Anche di fronte ai nessi causa effetto più ovvi. È ovvio fermarsi a fare rifornimento quando si accende la spia della benzina. Non è ovvio per il badante. Di conseguenza non è ovvio per me.

Autostrada Milano Bologna. Stiamo tornando da Siena. Dall’appuntamento al Monte dei Paschi. La spia del rifornimento si è accesa alcuni kilometri prima. La stazione di servizio è appena transitata.

“Riccardo – domando al badante filippino – perché non si è fermato a fare benzina?”
“Perché lei non me lo ha detto”.
Sono interdetto. Mi sfugge la logica.
“Riccardo, quando lei guida da solo la sua macchina e sta finendo la benzina si ferma al distributore. Giusto?”
“Certo!”. Riccardo risponde con la gioia di chi ha appena dato la risposta esatta.
Sono sempre più interdetto. Meglio lasciar perdere.

Autostrada Milano Serravalle. Stiamo andando a Genova per una riunione in AISM. La spia incomincia a lampeggiare. Gioco d’anticipo.

“Fermiamoci al prossimo distributore”, ordino a Fernando, il badante dello Sri Lanka che sta sostituendo il suo omonimo cugino.
“Va bene signore”.
Il distributore si avvicina. È sempre più vicino. È passato. Fernando è andato oltre.
“Perché non si è fermato?”.
“Perché non mi ha detto di fermarmi”. Non ci posso credere. Sta succedendo ancora.
“Ha capito che doveva fermarsi al prossimo distributore?”
“Sì”, risponde Fernando seccato.
“Allora perché non lo ha fatto?”, domando trattenendo la rabbia.
“Perché lei non mi ha detto di fermarmi a quel distributore”.
Mi arrendo. Sto imparando a non discutere con gli idioti. Ally, che mi accompagna all’appuntamento, potrebbe non notare la differenza.

Milano, verso la tangenziale est. Sto andando a ritirare il farmaco al DIMER. È un momemto duro. Durissimo. Lavoro intensamente. Dormo poco e male. Appena mi siedo sul sedile del passeggero mi abbandono al sonno. Crollo. Tanto Stepan ha imparato la strada alla perfezione.

“Devo fare benzina quì?”. La voce giunge da lontano. Purtroppo non è un sogno. È Stepan.
“No…”. Rispondo per rispondere. Potevo dire sì. Cazzo. Possibile che mi debba svegliare per una simile ovvietà?
“Non me ne ero accorto”, mi risponderà Stepan. Non si era accorto che dormivo. Ciondolavo bloccato dalla cintura di sicurezza come un sacco vuoto. E non si era accorto che dormivo. Non discuto a prescindere.

Il badante prende servizio la mattina. E scatta un meccanismo misterioso. I distributori di benzina spariscono dal suo orizzonte mentale. E io bado. Alla spia del carburante. E al badante.

IL BADANTE ITALIANO: LA MISCELA DI ARROGANZA E IGNORANZA

Sono disperato. Nelly è disperata. I badanti durano poche settimane. I limiti della lingua. Un menefreghismo alle volte ostentato. Un po’ di inettitudine. La presunzione di essere intelligenti. Combinate con la mia voglia, condivisa da Nelly, di non cadere mai sotto il loro ricatto non palese (“tu hai bisogno di me quindi sei in una posizione di debolezza”), fanno una miscela esplosiva. Alcuni badanti durano addirittura un giorno.

“Scegliamolo italiano questa volta”, propone Nelly. È più di una proposta. È tra una supplica e una speranza che il prossimo comprenda chiaramente ciò che gli diciamo e che per questo riesca a durare di più.
Arriva Amerigo. 48 anni. Siciliano. Ex meccanico. Si è trasferito da poco al Nord perché vuole lavorare per “quel grande uomo di Don Mazzi” dopo averlo visto in televisione. Gli spieghiamo dettagliatamente le sue mansioni di domestico di badante. Amerigo dimostra inequivocabilmente di aver ben compreso. Nelly e io ci scambiamo un’occhiata carica di aspettative.
Prima mattina di lavoro. Tutto procede per il meglio. La colazione, l’aiuto in bagno e per vestirmi, il camminare, il guidare, la preparazione della mia postazione in ufficio. Se il buon giorno si vede dal mattino, Nelly e io abbiamo di fronte un periodo luminoso. Aspetto che Nelly si risvegli e abbia fatto colazione. La chiamo prima che Amerigo sia rientrato e le riassumo gli eventi. Sospira un “speriamo…”.
Prima metà mattina di lavoro. Amerigo sta lavorando in salone. Nelly scende dallo studio sul soppalco verso la cucina. La cucina è stata pulita egregiamente. Ma sul tavolo, pulito, sono rimaste la tazzina, il bicchiere il cucchiaio della sua colazione.
“Amerigo”.
“Si signora”.
“Si è dimenticato di lavare le mie tre cose”, fa notare Nelly gentilmente indicando il tavolo.
“Non mi sono dimenticato”, risponde Amerigo per nulla sorpreso.
“Allora le pulisca ora così abbiamo finito la cucina”, continua Nelly ingenuamente.
“Ci mancherebbe altro. Io non le pulisco”, ribatte Amerigo con una mezza esclamazione.
“Cioè?”, esclama Nelly ordinandogli di pulire con un’occhiata più che esplicita.
Amerigo è prontissimo. “Ci mancherebbe altro! Le stoviglie sono sue. Le sue mani funzionano. Le pulisca lei”.
Prima pausa pranzo. Amerigo arriva in ufficio puntuale alle 13:00. Mi porta il pranzo. Mi aiuta in bagno. Alle le 13:10 è libero. “Grazie Amerigo, si goda la sua ora e mezza di pausa pranzo”. È un modo per ricordarglielo senza essere didascalico.
Alle 15:30 Nelly mi chiama.
“Amerigo è lì con te?”
“No, mon amour”.
“A che ora è entrato in pausa pranzo?”
“All’una e dieci, fai l’una e un quarto”
“È in ritardo di tre quarti d’ora”. Nelly è troppo seccata. È ai limiti dell’ira. Non è da lei. Per un ritardo il primo giorno poi. Le chiedo cosa è successo. Mi racconta della colazione. Sono talmente imbestialito che se Amerigo entrasse in questo momento lo ribalterei con un solo urlo.
Amerigo rientra a casa alle 16:00.
“Problemi?”. Nelly è ostentatamente inquisitoria.
“Nessuno”.
“Allora come spiega il ritardo di un’ora e un quarto?”
“Non sono in ritardo”. Amerigo comincia a essere strafottente. Racconta che uscito dall’ufficio è andato in piazza Duomo per pranzare. E spiega che il tempo della pausa pranzo si calcola a partire dal momento in cui si arriva al luogo di destinazione. Naturalmente i novanta minuti sono interamente dedicati al pranzo e al relax. Quindi passati si torna sul luogo di lavoro. L’arroganza di Amerigo meriterebbe un cazziatone colossale. Nelly invece si trattiene. Mi chiama e mi racconta tutto. Stasera lo ribalto.
Prima sera di lavoro. Arrivano puntuali alle 18:00. Nelly ha accompagnato Amerigo. Abbiamo scelto di affrontarlo in ufficio. Vado diretto al punto. Gli chiedo conto della colazione di Nelly.
“La signora ha le mani…”, spiega come se la questione fosse talmente ovvia da non meritare commenti. Se le mie funzionassero gli torcerei il collo.
“Come la mettiamo con le mansioni da domestico?”. La domanda mi esce come un latrato.
“Non ho intenzione di curare la casa”.
“Ieri ha accettato”.
“Non avevo capito”.
“Come non…!”. Controllo il volume. Un vecchio detto sulle discussioni fa capolino: “non discutere mai con un idiota, la gente potrebbe non notare la differenza”. Infatti, cambio discorso.
Gli chiedo conto della pausa pranzo. Amerigo, con l’arroganza tipica degli ignoranti che si credono più furbi, rispiega la sua versione personalizzata.
“Lo sa che lei è l’unica persona al mondo a pensarla così?”. La domanda retorica e ai limiti della derisione.
“È così dappertutto!”. La sicumera di Amerigo va piegata.
“Questo è un palazzo di uffici – gli dico a voce bassa, quasi un sibilo – adesso lei viene con me in ogni ufficio e racconta la sua versione. Alla fine del giro vediamo quanti le ridono in faccia”.
“No”, la risposta di Amerigo è di un uomo improvvisamente incerto.
Amerigo passerà i tre giorni successivi al bar dell’Esselunga sotto l’ufficio. Alla sera del terzo giorno avevamo selezionato il sostituto.
(Dicembre 2005).

RIUNIONE AL MONTE DEI PASCHI DI SIENA … Chi va con il badante incomincia a …

Siena mi è entrata nel cuore con Nelly, in un fine settimana di novembre. È una città straordinaria e per me lo è ancora di più perché le sue contrade sono state testimoni della nascita del mio amore per Nelly. Tornare a Siena è più di un obiettivo, è un piacere immenso che va soddisfatto anche con un banale pretesto. Quando B2 Axioma, la mia società, elaborò e applicò BSQ, il modello per gestire la reputazione delle Società quotate, alle banche, un viaggio a Siena non era più un pretesto, era un obbligo. Un obbligo piacevole.
Rocca Salimbeni mi colpisce. Discreta quanto maestosa, varcando la soglia dell’entrata con “Monte dei Paschi” scolpito sull’arco che sovrasta la porta respiro il senso della tradizione. Sono nella banca più antica del mondo. È una giornata incantevole. Primaverile. Limpida. I colori della Toscana che stordiscono. Pierluigi e io arriviamo puntuali. Siamo accompagnati da Riccardo, un badante filippino. Ci facciamo annunciare e ci invitano ad attendere nella sala d’aspetto sulla destra dell’entrata. Chiudo gli occhi e li riapro immaginando come doveva essere nel 1500. I muri della sala hanno la mole di bastioni. Anelli di ferro pesantissimi del diametro di 30-40 centimetri sono inchiodati alle pareti. Probabilmente vi legavano i cavalli. “Buongiorno Sig. Taverna…”. L’assistente dell’Investor Relations officer ci invita a seguirlo.
Sono incantato dalla sede. Cammino appoggiato a Riccardo. Entriamo in ascensore. Appena si chiudono le porte veniamo tutti i colti dal “classico imbarazzo”. Ci guardiamo la punta delle scarpe. Studiamo la targhetta avvitata sopra i pulsanti. L’ascensore tremendamente lento. Decido di rompere il silenzio. Il luogo in cui ci troviamo offre infinite opportunità di conversazione non banale.

“Cos’era questo palazzo prima di diventare la sede della banca?”, domando all’assistente.
“La banca”.
“Si, ho capito, ma prima?” insisto pensando alla giovane età della assistente che probabilmente lo rende immune dal fascino della storia.
“La banca – replica deciso – La banca. Siamo la banca più antica del mondo. Il palazzo l’abbiamo costruito noi”.
“Già…”. Meglio che stia zitto.

In sala riunioni Pierluigi e io rimaniamo da soli pochi minuti. “Che figura di merda!”, ride sfottendomi, imitando il tono impegnato che mi ero dato. Non mi rimane che ridere e sfottermi.
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Riccardo e io siamo in macchina da soli. Lui al posto di guida, io sul sedile posteriore. Pierluigi è entrato nel comando dei vigili urbani per registrare la targa della macchina ed evitare così di prendere la multa per essere transitati nella zona a traffico limitato. Finito l’appuntamento al Monte dei Paschi, è l’ultima tappa prima di andare a pranzo a Greve in Chianti.
Riccardo alza lo sguardo verso lo specchietto retrovisore.

“Scusi signor Ricky”.
“Si”.
“Siamo a Siena?”.
“Si”, rispondo controllando il tono. Uscendo da Gaiole in Chianti gli avevo detto di seguire le indicazioni per Siena. Sono curioso. Chissà dove vuole arrivare?
“La città della famosa banca Monte dei Paschi di Siena?”
“Siii…”. Sono sempre più curioso.
“Lo sa che è così famosa che la conosciamo anche nelle Filippine?”
“Ma va?!” Fingo di essere sorpreso ma sono deluso. Tutto qui?
“Scusi signor Ricky”.
“Mi dica Riccardo”.
“Ma qui a Siena, dov’è il Monte dei Paschi di Siena?”
No! Non ci posso credere! Eppure è stato con me tutta la mattina! Cosa gli rispondo? Lo sfotto? Possibile che siano tutti storditi?
Sospiro rassegnato. “Riccardo, ci siamo stati dentro tutta la mattina”. Rispondo con grazia.
“Ah…”. Quell’ah, una persecuzione.

Siamo quasi a Milano. Ripenso alla giornata. Però… anche la mia domanda è stata degna del miglior badante. E il mio “già” è stato degno del miglior “ahh”.

(aprile 2007, circa)