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L’INIZIO (EP. 4)… chiropratica e il problema è risolto.

Punto della situazione: le braccia si stanno indebolendo, la sensibilità delle mani sta diminuendo. Potrebbe essere un nervo. O meglio. Potrebbe essere una vertebra schiacciata. Ne sto parlando con Antonello. È stato un mio allievo dei corsi di apprendimento efficace (memoria e lettura rapida). Siamo diventati amici. E ora io sono un suo allievo di kung fu, stile Wing tsun. Antonello è, ancora oggi, una persona speciale. E un maestro straordinario. Meticoloso e osservatore sensibile, si accorge quasi subito dei miei deficit seppur non siano ancora evidenti. Parliamo. Ci confrontiamo. Arriviamo all’ipotesi della vertebra schiacciata. Spiegazione facile. Comoda. Razionale. Che prevede una soluzione immediata: sbloccare la vertebra.
La visita con il chiropratico è stata più che positiva. Ha riscontrato vertebre schiacciate, vertebre spostate di lato, vertebre spostate in avanti. Insomma, una colonna vertebrale piuttosto malconcia, molto probabilmente l’eredità di 10 anni di judo. Ottimo! È la conferma che il problema non è grave! Un ciclo di sedute dal chiropratico e tornerò come nuovo.
Sedute dal chiropratico e intervento alle otturazioni. La forza torna. La sensibilità pure. Passo l’estate sul windsurf. “Mamma! Sto tornando come prima! È passato tutto!” grido nel telefono da Hyeres. Mamma si commuove. Ho passato tutto il giorno sulla tavola. Ho planato. Ho strambato. Fatica: poca . Pochissima. Si. Il problema è risolto. Sto tornando come prima.
(Maggio-agosto 1987)

BASILIO L’INCUDINE (EP. 2)… badare a quello che succede dietro

Pausa pranzo. Esco dall’agenzia per fare il giro dell’isolato a piedi. Basilio mi accompagna. È il secondo giorno che sostituisce Ivan .
È passato un anno e mezzo dal trapianto di midollo. Cammino sempre meglio e più a lungo. La “prova Paola”, che faccio tutti i sabato pomeriggio, mi rende più tranquillo e sicuro di me. Delle mie gambe. Il passo rimane incerto. Ed è palese. Ma non troppo. Le gambe leggermente divaricate per avere una migliore base d’appoggio. Le braccia leggermente lontane dai fianchi per aiutare l’equilibrio. L’andatura leggermente ciondolante. Riesco comunque a camminare per 4 km. Ho chiesto a Ivan, in questo caso a Basilio, di camminare poco più indietro. Voglio avere la sensazione di essere da solo. Perché prima o poi camminerò ancora da solo.
L’andatura è ciondolante. Leggermente. Chi mi incrocia se ne accorge. Non subito.
Camminiamo per la strada distrattamente. Un filo sottile ci guida verso la destinazione verso la quale ci muoviamo con il pilota automatico. La mente invece insegue la quotidianità. Programmi, scadenze, lavoro, problemi, stanchezza. Prevalgono sulle gioie, seppur piccole, che ogni giornata ci offre e che fatichiamo a riconoscere. Siamo prigionieri inconsapevoli dei nostri schemi. Un’andatura ciondolante è una perturbazione dello schema. Da lontano non la riconosciamo. La interpretiamo. La riconduciamo ad uno schema che ci rassicuri. Ma ora che la stiamo incrociando ci trascina nel momento. Nel “adesso”. Dobbiamo capire. Guardiamo rapidamente per terra per vedere se ci sono asperità. No. Cerchiamo i suoi occhi per conoscerlo. Osserviamo le sue gambe per avere la conferma: ha dei problemi. Lo sguardo iniziale di leggera sorpresa diventa una smorfia discreta. Tra il sorriso di solidarietà e la tristezza per la compassione. Rapidamente torniamo ad inseguire la quotidianità.
Non sono certo che accada così. Ma non ci devo essere lontano. Ieri però succedeva in modo diverso. Chi mi incrociava non era “leggermente sorpreso”. Era assolutamente basito. Strabuzzava gli occhi. E la discreta smorfia, un ghigno di compartimento e di divertita perplessità. Per indurre questa reazione devo proprio camminare male. Forse l’effetto del trapianto di midollo sta passando e sto incominciando una nuova regressione. Pazienza. La affronterò. Intanto oggi mi concentro per rendere l’andatura la più fluida possibile.
“Strabuzzano gli occhi! Sto camminando da tre minuti. Avrò fatto 300 m. Sono risposato. E strabuzzano gli occhi! Cazzo! Un momento … . Non stanno guardando me. Non guardano le mie gambe, almeno non subito. Guardano dietro di me. Cosa cazzo…? Cammino. Penso. Penso camminando… . No! Non è possibile! Non può essere che…”.
Continuando a camminare mi sposto verso il muro alla mia destra. Lo tocco. Faccio un passo più lungo con la gamba destra. Avvicino la gamba sinistra al muro. Ruoto verso sinistra appoggiando la schiena e le braccia aperte al muro per mantenere l’equilibrio. È lì. Basilio è lì! Che mi sta seguendo accasciato. Le braccia aperte pronte a prendermi. Come un portiere prima di parare un rigore.
“Basilio, che cazzo stai facendo?” Gli domando trattenendo a stento una risata fragorosa, un urlo di biasimo, la sorpresa… .
“Se cadi…”, mi risponde guardandomi dal basso verso l’alto con l’espressione di chi viene sorpreso sul water .
“Ma ieri hai fatto il giro dell’isolato camminando così?” Domando temendo la risposta.
“Si…”
Eppure gli ho spiegato che se cado non si deve assolutamente preoccupare.
“Cazzo Basilio – continuo rassegnandomi all’ineluttabilità della situazione grottesca -come ti è venuto in mente? Chi cazzo te l’ha detto?”.
“Ivan mi ha detto che se ti fai male mi ammazza” mi spiega incominciando a preoccuparsi.
Ivan torna tra un mese. Sarà un mese lungo. Molto lungo.
(Luglio 2001)

PRIMA DELLA CIDP (EP.4)… cadere, rialzarsi, andare avanti: l’eredità del judo.

Proiettare (far volare) l’avversario è una questione di tecnica. Se la si applica correttamente funziona. Non importa che l’avversario sia più alto, più basso, più grasso, più forte. Se lo sbilanci e fai i movimenti giusti l’avversario vola. Se non vola hai sbagliato qualcosa. Non ci sono alibi. Questo vale quando l’avversario è fermo, in allenamento. In combattimento l’avversario si difende, contrattacca, attacca, schiva. Alla tecnica bisogna aggiungere scelta di tempo, per attaccare o schivare al momento giusto. Sensibilità per  “sentire” l’avversario, i suoi movimenti. Per anticiparlo. Se cerchi di “vedere” sei sempre in ritardo. Se perdi è probabile che tu abbia sbagliato qualcosa. Non ci sono alibi.
Facendo judo ho imparato una cosa: il judo non ti mente. E non ti permette di mentire. Non ti permette di mentire agli altri. E tanto meno a te stesso: il prerequisito. Ogni volta che attacchi o ti difendi, in allenamento o in gara, è un confronto con te stesso. Con come ti sei applicato, quanto ti sei allenato. Quanto ti stai concentrando. Ogni attacco, ogni difesa ti dice chi sei. A te il compito di capirlo e, se vuoi, di accettarlo.
Nel Judo Club Milano Due eravamo in tanti e bravi. Il maestro ci preparava bene tecnicamente. Molto bene. E ogni torneo le medaglie fioccavano. Categoria di peso per categoria di peso. Davamo fastidio alle palestre storiche dell’associazione. Tanto fastidio che, se potevano, gli arbitri ci giocavano contro. È capitato anche a me. Era naturale lamentarsi. Scaricare la colpa faceva bene allo spirito. Arrivato al Judo Club Sumo ho sbattuto contro la verità. Aveva le sembianze di Tomomasa Okamoto, il mio nuovo maestro. Giapponese. E come nella migliore tradizione diceva poco. Quasi nulla. Ma era incisivo.
Passato al Judo Club Sumo ho partecipato a quattro tornei nei primi due mesi. Quattro eliminazioni al primo turno. Non mi era mai capitato. La sera successiva alla quarta sconfitta, durante l’allenamento, il maestro mi chiama.
“Che risultato hai ottenuto ieri?” esordisce a bruciapelo, secco.
“Eliminato al primo turno” rispondo mortificato.
“Sei bravo. Perché hai perso?” continua il maestro, sempre più secco.
“L’arbitro…”, provo ad abbozzare la risposta. Il maestro mi interrompe bruscamente.
“Ippon!” esclama scavando nei miei occhi con i suoi.
“Ma maestro, l’arbit…”, provo a insistere.
“Ippon!”. È una lapide. Con un gesto deciso mi invita ad allontanarmi.
(L’ippon è il massimo risultato conseguibile in un incontro di judo, e attribuisce la vittoria immediata. Viene attribuito quando si proietta l’avversario con velocità, destrezza e decisione determinandone la caduta sulla schiena, oppure immobilizzandolo a terra, sulla schiena, per 30 secondi. O, infine, per resa dell’avversario come conseguenza di uno strangolamento o di una leva articolare)
Ho capito poco tempo dopo. La vittoria, la sconfitta non dipendevano dall’arbitro. Dipendevano da me. E dal mio avversario. L’ippon è la strada verso la verità. Che tu vinca o che tu perda ti dice chi sei in quell’istante. Avevo 16 anni. È stato un colpo. Mi sono guardato dentro. Ho incontrato ciò che non funzionava. Ho cominciato a cambiarlo. A migliorare. La tecnica, la preparazione, l’atteggiamento e, inconsapevolmente, il carattere. Le prestazioni agonistiche migliorarono drasticamente. Non mi sono mai più lamentato di un arbitro.
Rimettersi in piedi. Nel corso di un combattimento l’avversario attacca. Se non ti difendi bene cadi. Che tu abbia subito un ippon o meno ti devi rialzare. E andare avanti. A combattere se non hai subito ippon. Ad affrontare te stesso se hai subito ippon. Cadere. Rialzarsi. Andare avanti. Andare avanti con l’opportunità di conoscerti un po’ di più. Avendo la possibilità di essere migliore.
Dopo 10 anni, di quel bambino, non era rimasta traccia. Onestà intellettuale. Responsabilità. Rispetto per me stesso e per il prossimo. Spirito di sacrificio. Lealtà. Trasparenza. Sono l’eredità che il judo mi ha lasciato. In tutta la mia vita ho fatto di tutto per coltivare questi valori al meglio. Riuscendoci più o meno bene.
La CIDP mi ha fatto cadere spesso. Inciampando. Neurologicamente. Moralmente. Mi sono sempre rialzato. Sempre.

PRENDI UNA FIDANZATA, TRATTALA…

(In quel periodo la CIDP stava facendo il suo corso. Ero in una delle fasi di miglioramento. Gli effetti erano poco visibili. L’impatto più significativo era nelle mani. Non facevo più i movimenti fini come allacciare un bottone o tirare su la cerniera lampo. Non riuscivo più a portare pesi).
Arrivo puntuale sotto casa di Daria. Mi sta già aspettando. La valigia e le borse allineate sul marciapiede. Stiamo partendo per la Grecia.
Scendo dalla macchina. Apro il bagagliaio. Daria lo svuota. Incominciamo a caricare le valigie e le borse con ordine. O meglio, Daria carica. Io do le istruzioni. Daria circa 1 e 70, esile. Io 1 e 87, robusto. Il fisico da palestra ancora evidente.
“Prendi quella e mettila lì”. “Ok, bene. Ora quella sacca in quell’angolo”. “Sposta quella borsa sopra la sacca… perfetto”.
Daria esegue diligentemente. Stiamo insieme da nove mesi e ha accettato i miei limiti dal primo giorno. Anche perché sono stato chiaro e trasparente. Le ho detto tutto della mia malattia e dei limiti che mi impone, fin da subito. Con grande onestà.
Abbiamo quasi finito di caricare la macchina. Un coppia passa sul marciapiede dietro di noi. Lui si rivolge a lei.  “Hai visto?  – le chiede con un vago tono di ammirazione  –  quello lì ha capito tutto della vita!”
(Luglio 1993, circa)

PRIMA DELLA CIDP (EP. 3)… 10 anni di judo

Non ricordo quando sia scoppiato l’amore con il judo. Mi ricordo che non perdevo una lezione. A un certo punto non ne potevo più fare a meno. Imparavo in fretta. Con naturalezza. E altrettanto rapidamente entravo nella squadra agonistica. Le lezioni diventarono allenamenti. E i risultati nei tornei incominciarono ad arrivare con sempre maggiore regolarità. Ero bravo. Tecnicamente preparato. Sufficientemente forte. Più preparato nel combattimento a terra che in quello in piedi.
Arrivarono le prime vittorie, che mi spartivo con Dedo: compagno di allenamenti prima. Grande amico poi. Le nostre vittorie divennero la regola. Più le sue. All’inizio era divertente. Ma presto incominciai ad “annoiarmi”. Anche perché non stavo più imparando. Tanto meno migliorando. Nei tornei gli avversari erano pochi. Come poche erano le palestre affiliate alla “Amici del judo”, un’associazione non riconosciuta dal CONI. Complice un contrasto con il maestro cambiai palestra ed entrai nel Judo Club Sumo, affiliato alla federazione nazionale. Avevo 16 anni. Fu la mia prima decisione di cambiamento.
Primo torneo: sconfitta al primo turno. Incredibile. Quasi impossibile. Un bel bagno di umiltà. Era importante reagire. Muovermi nella direzione giusta. Tecnicamente ero all’altezza dei miei avversari. Ma potevo migliorare. Dovevo migliorare. Soprattutto nel combattimento in piedi. Fisicamente avevo meno forza e meno resistenza. Dovevo allenarmi di più. Corsa: 7 km quattro volte alla settimana. Pesi: quattro volte alla settimana. Allenamento di judo: quattro volte alla settimana. Avevo 16 anni ed ero quasi un professionista! Sei mesi dopo vincevo il mio primo torneo. Un anno dopo il mio piazzamento minimo era la semifinale. A 19 anni mi classificai terzo ai campionati italiani per cinture marroni, categoria juniores.
A 20 anni dovevo passare tra i seniores. Un bel salto di qualità. Andava fatto con consapevolezza. Le difficoltà sarebbero cresciute. Avevo già combattuto in alcuni tornei open. E me l’ero cavata bene. Avevo vinto anche una medaglia di bronzo. Fare parte della categoria stabilmente era diverso. Ancora più  impegnativo. Avrei dovuto allenarmi di più. Ero abituato a gareggiare ai vertici. E al vertice volevo rimanere. Ma era giunto il momento di guardarmi dentro onestamente. Compresi che non avevo il talento judoistico per mantenere quel livello. Vincevo perché avevo più resistenza alla fatica dei miei avversari. Sembravo un fenomeno. In realtà li prendevo per stanchezza. Tra i seniores la preparazione fisica dei combattenti era mediamente superiore. Era giunto il momento di smettere. Chiusi con il judo.
10 anni di combattimenti, di disciplina. Ho vinto tanto quanto meritavo. Qualche piccola soddisfazione come la vittoria in un torneo internazionale. O come quella volta in cui entrai in sala peso nell’ultimo minuto valido e sentii avversari mai visti prima bisbigliare: “noooo… c’è anche Taverna”.

RICKY OVVERO L’ASSICURAZIONE SULLA VITA

“Ricky, ti sei accorto che non sto parlando da 10 minuti?”
Porca miseria! È vero! Stefania non sta parlando da 10 minuti… fatto a dir poco eccezionale!
Stiamo tornando dal Lago di Neuchatel in provincia di Berna (Svizzera). Eravamo andati a fare un sopralluogo alle installazioni dell’Expo 2002. Stiamo organizzando il Media educational per  TC POS, il software gestionale per i punti vendita per il quale la mia agenzia di relazioni pubbliche gestisce l’immagine.
Siamo partiti la mattina presto. Ivan, senza passaporto né carta d’identità, non può accompagnarmi. Poco male. Basta organizzarsi. Stefania guida la mia macchina. A camminare ho pochi problemi. Dopo il trapianto di midollo di quasi due anni prima me la cavo egregiamente. Berrò poco. Non posso andare in bagno da solo. Questo non mi preoccupa affatto perché sono allenatissimo a “trattenerla”.
Stefania è l’ account con la quale gestisco i clienti istituzionali. Lavoriamo insieme da quasi due anni. E ci capiamo al volo. Con lei non ci si annoia mai. Ha sempre qualcosa da dire.
Sono le 20.00, è già buio. E siamo sulla strada del ritorno. Abbiamo lavorato bene. Abbiamo rispettato il programma. E il sole ci ha accompagnati tutto il giorno. Stiamo attraversando il tunnel del Gottardo. Usciamo dalla galleria.
“BRAAAM!!”
In un istante siamo proiettati in uno scenario apocalittico. Sbattiamo contro un muro d’acqua. Acqua da tutte le parti. Così fitta da sembrare in un acquario. Lampi. Così vicini. Così luminosi da sembrare in macchina. Tuoni. Così violenti che sembrano esplodere nelle orecchie. Uno scenario da apocalisse. Affascinante, quando i lampi illuminano a giorno le montagne. Sono quasi rapito.
“Ricky, ti sei accorto che non sto parlando da 10 minuti?”. Stefania interrompe il silenzio cercando di darsi un tono.
“È vero Stefina …!” Rispondo quasi esclamando. E riconoscendo l’eccezionalità del fatto.
“Devi sapere Ricky, che non parlo quando ho paura… e sono terrorizzata dai temporali”.
E adesso. Cosa le dico? Il primo autogrill a 10 km! Di fermarsi in discesa con questo tempo è da folli. È un attimo essere tamponati. Meglio razionalizzare…   .
“Vedi Stefina… finché sei con me sei in una botte di ferro. Non ti può succedere niente”, le rispondo con convinzione assoluta.
“Non mi può succedere niente, in che senso?” Interrompe Stefania mantenendo il controllo. In realtà sono sicuro che tra le righe intende dire: “Cazzo stai dicendo Ricky!? Ti rendi conto che ti sto dicendo che sono terrorizzata!? E che sto guidando la macchina!?”. Un “cazzo” di chiusura ci sta anche bene.
“È una questione logica Stefina – riprendo con maggiore convinzione – con tutte le sfighe che ho, la malattia neurologica, non ho più i genitori… è tutto quello che sai, è statisticamente improbabile che io venga colpito da un fulmine, che mi capiti un incidente automobilistico… o qualsiasi accidente del genere. Giusto?” Concludo piantando i miei occhi nei suoi.
“Giusto!” Risponde Stefania. La voce piena. Rotonda. Come se intendesse dire: “come ho fatto a non pensarci!”.
“Appunto. Di conseguenza, finché mi stai vicina le stesse cose non possano accadere a te!”.
Siamo arrivati a Milano senza problemi. Stefania non ha più smesso di parlare.
(Settembre 2002)

FAMIGLIA

(Scrivere o meno della mia famiglia è stata una scelta difficile. Ho deciso di farlo dopo essermi confrontato spesso con Nelly e avere riflettuto a lungo. Il luogo che mi avrebbe dovuto “formare”, nel quale ho vissuto i primi 10 anni di disabilità, non può non essere raccontato. Nel bene. Nel male. Cercherò di farlo attingendo alla più profonda onestà intellettuale. Naturalmente è la verità dal mio punto di vista. Gli altri punti di vista, quelli di mia sorella Marta e mio fratello Alessandro, sono verità diverse dalla mia, degne tanto quanto. Per quanto possibile racconterò solo ciò che può servire a comprendere la storia della mia vita da disabile. Decidere di scrivere questo lato più doloroso è stato reso più facile dal fatto che papà, e soprattutto mamma, non ci sono più).
Eravamo in cinque. Apparentemente. Papà se ne è andato nel 1994. Avevo già la CIDP. Mamma ci ha lasciati nel luglio del 2000. Da quel giorno le apparenze sono cadute: non eravamo più. Io avevo già capito da alcuni mesi che dovevo cavarmela da solo.
Tutte le volte che ho raccontato la mia famiglia l’ho raccontata così. Volenti o nolenti ruotava intorno a papà. Il suo sogno era avere una famiglia e un primogenito maschio. Scherzando, ma non troppo, alle volte ho pensato che il primo sogno fosse solo strumentale al primogenito maschio. Nel 1964 sono arrivato io. Da quel momento per lui non è contato più nulla. Non è contata Marta (1966). Alessandro (1967) è contato ancora meno.
Dopo il 13 novembre 1964 mio padre ha vissuto proiettando le sue aspettative, i suoi sogni in me. Dovevo fare nuoto perché da piccolo lui non c’era riuscito. Mi ha lasciato fare il judo solo perché da piccolo avrebbe voluto fare pugilato ma i nonni non glielo avevano permesso. Dovevo laurearmi solo perché lui avrebbe voluto laurearsi. Mi dava tutto, materialmente. Mi concedeva tutto. A pensarci oggi, per fortuna che mamma era più rigorosa. Ma avevo imparato in fretta che passando da papà ottenevo quello che volevo.
Mia sorella e mio fratello, no. Marta è stata più fortunata. Non aveva il confronto diretto con me. Alessandro non poteva eludere il confronto. Anche perché papà, oltre a disinteressarsi di Alessandro, non perdeva l’occasione di ricordargli il “confronto”.
Eravamo una famiglia problematica. Piena di conflitti. Tra i figli era una specie di “tutti contro tutti”. Papà e mamma avevano i loro problemi. Molti dei quali facevano capo a noi. E mamma faceva da “cuscinetto”. Mediava. Cercava di accomodare. Copriva. Dalla nostra adolescenza, il periodo che grazie al judo ho incominciato ad imparare dei valori che mi hanno portato ad “affrancarmi” da papà, i conflitti raggiungevano ogni anno il loro picco. Ed esplodevano in scenate, urlate, recriminazioni sul passato, induzione di sensi di colpa. Ma non si risolvevano mai. Mamma faceva da cuscinetto. E tutto si sopiva fino all’esplosione successiva. Spesso la rimproveravo per questo. Meglio tante piccole liti. Ma non la convincevo. D’altra parte anche lei inseguiva il suo sogno: una famiglia serena dove tutti si volevano bene. Noi eravamo il contrario.
Alessandro è quello che ha pagato di più. Io non so se ho pagato. Per chi crede nelle malattie psicosomatiche ho pagato con una malattia autoimmune (CIDP). Io ci credo relativamente. Certamente la mia famiglia non è stato l’ambiente migliore per affrontare una malattia del sistema nervoso.

PRIMA DELLA CIDP (EP. 2)… l’incontro con il judo..

Allo Sporting Club di Milano Due ogni anno, Alessandro, Marta e io, venivamo iscritti ad un corso. Per me c’era stato il periodo del nuoto. Sottostando ai desiderata di papà che voleva che mi venisse un fisico a “V”. In quegli anni facevo due lezioni alla settimana. Gli altri giorni facevo 100 vasche al giorno. Poi c’è stato l’anno del tennis. In montagna, a Marilleva, ero forse l’unico che non sapeva giocare. Mi stavo stufando di fare lo spettatore. Volevo partecipare. Tra lezioni private e corso ho imparato una cosa. Il tennis e io non eravamo fatti l’uno per l’altro. Più prendevo lezioni più peggioravo. Nonostante facessi di tutto per capire, sentire, imparare.
Meglio cambiare. Mi ha incuriosito il corso di judo. Mi hanno iscritto. Il corso non è partito per carenza di iscritti. Un pomeriggio la segretaria dello Sporting Club telefona a casa per dirci che a Milano Due c’è una scuola di judo. È il Judo Club Milano 2. Quella sera faccio la prima lezione. Ho 12 anni. Non smetterò per i successivi 10 anni.
Le arti marziali, il judo nel mio caso, cambiano la vita. Trasmettono valori. Formano la personalità. Plasmano l’identità. Io ne avevo bisogno. È stata la mia prima grande scuola di vita.
(1976)

OMAR (EP. 3)… rompi? Paghi!

Procedeva imperterrito. A rompere oggetti e da un po’ non solo quelli. Anche quella mattina, come tutte le mattine, ormai da un mese, ripone il mio portatile e i vari accessori dalla tavola da pranzo nella borsa. Pronto per essere riattivato in ufficio. Faccio colazione. Mi lavo. Mi veste. Mi posiziono sulla seggiola a rotelle. Mi appoggia la borsa del portatile sulle gambe. Andiamo in ufficio. 150 m di trasferta!
Sobbalzo…
“Signor Omar, stia attento alle buche… per favore…”, raccomando rassegnato. In un mese l’avrò detto 30 volte.
“Si Signor Riccardo…”, risponde. Le parole che viaggiano più lente di un bradipo.
Sono in ufficio. Bevo il caffè con Alessia e Boris. Omar prepara il mio portatile. In questo è diligente.
“Tutto pronto. Vado”. Omar esce dall’ufficio.
No!!!! Lo schermo del portatile è scheggiato. Inutilizzabile.
“Omar, torni in ufficio”, scandisco nel cellulare trattenendo un attacco d’ira. So cosa è successo!
“Non so cosa è successo”, mi spiega Omar.
“Glielo dico io cosa è successo, signor Omar. Non ha rimosso il coperchio della chiave USB del ricevitore del software di riconoscimento vocale che appoggia in cima alla tastiera del portatile tutte le volte che lo prepara. Lo fa tutte le mattine e da un mese. Questa mattina invece no! Oltretutto per chiudere il portatile ha dovuto forzare. Non se ne è accorto?”
“No” risponde Omar pacatamente.
“Mi dispiace, questa volta paga il danno”. Glielo dico serenamente.
“Ok” continua Omar sempre pacatamente.
Non polemizza?! Merita rispetto..
La stessa sera. Mi sta cambiando. Omar “rompe” il silenzio.
“Signor Riccardo, le devo spiegare… “, esordisce pacatamente, monotono.
“Mi dica…”, rispondo distrattamente.
“In questo mese ho rotto tante cose…”
“Si…”, interloquisco, un po’ meno distratto.
“Vede… in realtà, non sono io che rompo gli oggetti”, incomincia a spiegare con estrema serietà.
“E chi sarebbe mai?” Chiedo. Sta incominciando ad attirare la mia attenzione. Anche se in un angolo remoto della mia mente temo la piega che potrebbe prendere il discorso.
“Si ricorda che le ho detto che suono”, Omar riprende pacatamente.
“Si”.
“… e che suono durante le messe dove succedono cose strane… dove le persone guariscono…”, continua Omar, sempre pacatamente.
“Sii…”, il timore vago sta diventando una realtà grottesca.
“Vede… io ho un nemico – va avanti pacatamente Omar – che mi attacca quando le persone guariscono”.
Lo so. Dovrei troncare. Chi sia il nemico è chiaro. Ma è più forte di me…
“E chi sarebbe questo suo nemico”, sono tra l’irritato, il divertito e, ammetto, lo sfottente.
“Satana, signor Riccardo, Satana”, annuncia Omar … pacatamente.
L’ha detto! Ha proprio detto Satana! Non ci posso credere…!
“In pratica – spiega Omar, pacatamente -per vendicarsi Satana mi fa rompere le cose…”.
“Aspetti. Aspetti – interrompo – quindi, lei guarisce delle persone, fa arrabbiare Satana che per vendicarsi le fa rompere le mie cose?!” Non posso credere che stia capitando a me. Omar è serissimo.
” È così!”, esclama Omar. Riesce a esclamare pacatamente…
“Senta signor Omar – taglio corto – ammesso che io ci creda, e io non ci credo, si inventi delle scuse più credibili per giustificare la sua distrazione. Oppure la smetta di guarire le persone. Oppure dica a Satana di vendicarsi in qualche altro modo… ma la smetta di rompermi la casa!”.
“Ma signor Riccardo … non funziona mica così… Satana…”, mi dice Omar con aria di compatimento.
“OMAR!!” Esclamo, alzando decisamente la voce.
Ci vediamo domani mattina.
Non pensate che sia finita qui.
(Dicembre 2010)

L’INIZIO (EP. 3)… alla ricerca di una spiegazione

Che io abbia un “problema” è assodato. La forza sta calando e la sensibilità pure. Oggettivamente. Potevo accorgermene prima? Sicuramente. Prima del fine settimana sciistico c’erano stati dei segnali inequivocabili. Era sufficiente coglierli. Farsi le domande giuste. Darsi delle risposte oneste. Mettersi in discussione. Invece ha prevalso l’atteggiamento superficiale del  “figurati se mi può capitare qualche cosa di grave” che mi ha portato a dare spiegazioni di comodo a sintomi incontrovertibili. Insomma, era meglio non vedere. Soluzione: risolvere il “problema” ignorandolo. Tanto una mattina mi sveglierò e sarà tutto come prima.
La risonanza magnetica aveva dato esito negativo. Era incominciata “la caccia” alla spiegazione del problema. E contemporaneamente avevo incominciato a ricostruire il passato recente alla ricerca dei primi segnali, quelli che non avevo voluto vedere.
Segnale 1, il più antico.
In via Castelbarco, quasi all’angolo con via Sarfatti, c’era il Baby Bar. Era piccolo, ordinato, a conduzione familiare. Era la conduzione familiare vecchia maniera. Quella che sa rendere tutti importanti. Quella che si ricorda del tuo nome e del tuo panino preferito fin dalla prima volta. Ai tempi dell’università Giampaolo e io l’avevamo eletto il nostro ritrovo per il pranzo: per l’ambiente, per la bontà dell’hamburger e, soprattutto, per il videogioco “COMMANDO”, ispirato al film di Schwarzenegger. Giampaolo, una delle amicizie più belle nate nelle aule dell’Università, e io ci sfidavamo in continuazione.
Di per sé il gioco era stupido. Con il mitra attaccato al pianale dovevi fare secchi tutti i cattivi nascosti dietro le baracche del campo di prigionia o in mezzo alla foresta prima che loro ammazzassero te. Era importante arrivare al quadro finale con tutte le “vite”. Erano necessarie per vincere la sfida con l’ultimo “cattivone”: l’elicottero. Strategia: scaricare tutti i caricatori alla massima velocità. Giampaolo e io arrivavamo all’ultimo quadro sempre appaiati. Lui abbatteva sempre il suo elicottero. Io, quasi mai. Non sparavo abbastanza colpi. Non tiravo il grilletto abbastanza velocemente. Il mio dito indice della mano destra sembrava lento. Anzi, si stancava!!! Come cazzo può stancarsi un dito? Può! Se sei all’esordio di un problema neurologico al quale, in futuro, daranno il nome di CIDP, può!
Ignorando il segnale, incomincio a tirare il grilletto con il dito medio. Anche i miei elicotteri precipitano! Problema risolto!
Segnale 2, la panca e i pettorali
Nel  corso del periodo più intenso del Judo agonistico avevo smesso di fare pesi al Club Conti e mi ero costruito una piccola palestra in cantina. Risparmiavo tempo e… soldi. Avevo smesso di fare Judo da almeno due anni ma continuavo ad allenarmi in palestra. Alla panca, per allenare bene i pettorali, facevo tre serie da dieci ripetute con 90 kg, cinque in più del mio peso.
Ogni settembre, rientrando dalle vacanze ripartivo da 60 kg. Con calma. Alla fine di settembre ero sempre a pieno regime: 90 kg.
Quel settembre invece no. Non riesco a superare gli 85 kg. Pazienza, per cinque chili. A fine ottobre sono sceso a 70 kg. Per forza. Studio come un matto. Lavoro tanto. Dormo poco: quattro-cinque ore per notte. A fine novembre faccio la panca con 35-40 kg. Strano. Comunque è sicuramente stanchezza. Una comoda auto diagnosi. Dormirò un po’ di più. Dormo di più. I kg rimangono 35. Che strano ma… pazienza…
Segnale 3, i corsi di formazione e il pennarello
Improvvisamente si lancia dalla sedia in prima fila e si butta ai miei piedi!
“Cosa cazzo sta facendo – penso interdetto – il fascino dell’istruttore arriva a tanto?!”
“Tieni Ricky, ti è caduto il pennarello”, mi sorride l’allieva del corso di memoria e lettura rapida.
“Grazie…”.
Pennarello caduto. Moquette sul pavimento. Sono concentratissimo a gestire una parte motivazionale fondamentale per il successo del corso. È naturale che non me ne sia accorto. Tutto si spiega. Il pennarello cade ancora. Un’altra volta. E un’altra volta ancora. Diventa una gag.
“Ricky, hai le dita di burro…?”
“No! Sto misurando i vostri riflessi!”
Tre segnali. Nessun dubbio. Tre campanelli d’allarme inequivocabili. Nessun collegamento. Poche domande. Risposte rassicuranti. Tanto rassicuranti che non ne parlo con nessuno. Non che abbia scelto di tacere. Non c’è motivo di raccontare.
Intanto, quella che verrà chiamata CIDP, lavorava indisturbata. Lentamente, inesorabilmente il mio sistema immunitario mangiava la mielina del mio sistema nervoso periferico. Dal dito indice della mano destra. È partito tutto da lì.
(luglio-novembre 1987, circa)