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COME HO AFFRONTATO LA CIDP (EP. 2)… accoglienza

Essere onesto. Con me stesso prima. Con gli altri di conseguenza. Nessun alibi. La CIDP non mi può impedire di vivere. La CIDP non mi piace. Non piace a chi ce l’ha. Non piace a chi vive intorno a chi ce l’ha. Considerazioni ovvie che non cambiano la realtà. Anzi, la sottolineano. La realtà è che la CIDP c’è. E va affrontata accogliendola. Comprendendola. Quasi dialogando. In alcuni momenti combattendo ferocemente, mettendo tutto in gioco. Chi sei? Cosa vuoi da me? Dove stiamo andando? Come ci arriveremo? Domande che si fanno ad un compagno di viaggio la prima volta che lo si incontra. Risposte che vanno sentite. Risposte che entrano dal cuore per arrivare nelle pieghe più impenetrabili dell’anima. Risposte che vanno accettate. “Vivremo insieme per sempre”. La verità è questa: che ti piaccia o no la CIDP c’è. E ci devi vivere.
Vivere. C’è chi lo fa senza la CIDP. C’è chi lo fa con la CIDP. Ho imparato a vivere con la CIDP. Lentamente. Perché una malattia degenerativa ti concede il lusso della lentezza. Almeno a me lo ha concesso. La CIDP ti mangia i nervi lentamente. E lentamente ti offre il privilegio di adattarti all’incapacità. Non scrivi più. Tanto c’è il computer. Non riesci più ad afferrare il bicchierino del caffè. Lo puoi fare con la bocca. Fai fatica a camminare. Ti appoggi al badante. Non riesci più a passeggiare con Nelly. Lo fai su una seggiola a rotelle. Intanto sono passati 25 anni. Ho vissuto. Vivo. Grazie alla mente, la macchina straordinaria e alla sua fenomenale capacità di adattarsi. Di trovare soluzioni creative ai limiti quotidiani. Gli ostacoli che la CIDP ti impone. Gli ostacoli che da piccoli piccoli diventano sempre più invalicabili.
Ho accolto la CIDP. L’ho accettata come parte di me. Non l’ho nascosta. Né a me. Né agli altri. Vivo la vita con la CIDP come se non ci fosse. Così ho trovato la strada per vivere una vita piena. Ispirandomi ad alcuni valori: essere il più onesto possibile, lottare per ciò in cui credo, cavarmela da solo nei limiti del possibile, non rinunciare alla dignità, assumermi le mie responsabilità, riconoscere gli altri sempre.
Non è stato sempre facile. Ho vissuto giorni bui, in cui ho rimesso in discussione tutto ciò in cui credevo. Giorni in cui la tentazione di vivere la vita da “disabile”, cedere per sempre all’autocommiserazione, è stata forte. Tutte le volte, anche nei momenti in cui il vortice che mi inghiottiva sembrava invincibile, ho scelto di vivere. Per onorare la vita.
Non sono stato solo. Gli amici mi hanno dato energia accogliendomi con la CIDP. Il lavoro, le strade che ho scelto e molte delle persone che ho incontrato hanno dato un senso alla mia esistenza. È mancata solo la mia famiglia.

NELLY (EP. 2)… La donna della mia vita

(Ho conosciuto Nelly mentre all’apice del miglioramento post trapianto di midollo. Camminavo in piena autonomia per 10 km. Facevo fatica sulle scale, quando la strada era in discesa. Avevo ripreso a guidare la macchina con l’unico limite che non riuscivo a girare la chiave nel quadro. Le braccia si erano rafforzate. Le mani concedevano un supporto minimo. Vivevo da solo da più di un anno).
La piazza di Greve in Chianti è uno spettacolo. Anche con il cielo di novembre carico d’acqua. Non c’è anima viva. I negozi sono chiusi. I locali pure. Addio aperitivo. Mi appoggio a un tavolone da esterni della trattoria e continuo a chiacchierare con Nelly.
Stiamo insieme da meno di un mese. Stiamo vivendo l’entusiasmo degli inizi. Le emozioni del solo guardarsi negli occhi. E gli occhi di Nelly sono straordinari. Grandi, aperti, profondi e sinceri. Sono il suo specchio. Parliamo. Scherziamo. Ridiamo. Stiamo aspettando che Moira, una tra le amiche più care di Nelly che siamo venuti a trovare per il ponte dei morti, rientri dalla cavalcata.
C’è qualcosa che mi sta spiazzando. Una sensazione. Mai provata e tanto meno plausibile per due persone che stanno insieme da tre settimane.
La strada statale 222 taglia in due il Chianti da Firenze a Siena. Attraversa un paesaggio indescrivibile. Unico al mondo. Meta degli amanti del buono e del bello. Quello semplice e sincero. L’eredità di una cultura millenaria che non poteva che nascere all’ombra dei campanili che punteggiano le colline della Toscana. Ci stiamo dirigendo verso Siena. Non ho mai visto Piazza del Campo.
“Nelly, di qua non scendo”. Lo dico con serenità e decisione. Yuri, il badante venuto dopo Ivan, è rimasto a Milano. Non voglio rischiare di cadere e farmi male. Soprattutto non voglio rovinare il primo weekend con Nelly inciampando in uno dei gradini che portano alla piazza.
“Perché?” È una domanda retorica. Ma rassicurante.
Con decisione e delicatezza mi mette il braccio sinistro intorno alla vita. Non faccio in tempo a rendermi conto di quello che sta succedendo che sono seduto al tavolino di un bar nella piazza del Palio.
Parliamo. Ridiamo. Scherziamo. Nessun accenno a quello che è appena successo. Non ce n’è bisogno.
E con estrema naturalezza stiamo camminando abbracciati lungo la discesa di Piazza del Campo. Che è ripida. Molto ripida. Almeno lo è per me. In quel momento non me ne accorgo. Quasi.
Continuo a sentire quel “qualche cosa” che mi spiazza. Lentamente la sensazione fa capolino nella mia coscienza. Diventa palese. Straordinaria nella sua semplicità. È la familiarità. Quell’alchimia che si crea solo negli anni. Con Nelly le cose stanno accadendo come se fosse così da sempre. È il suo miracolo. Nelly ti entra nella vita. Sotto la pelle. Con delicatezza. Leggerezza. Discrezione. Semplicità. Come se fosse sempre stata lì. E quando te ne accorgi ti guarda con gli occhi profondi e il sorriso allegro che ti stanno dicendo: “io ci sono”. Più di una promessa. In quel momento la stai già amando.
Con Nelly sono andato dappertutto. Con Nelly ho fatto cose che pensavo impossibili. Nelly mi ispira. Con Nelly do il meglio.
Sono passati 10 anni. Ridiamo. Parliamo. Scherziamo. E siamo una famiglia.
(Novembre 2002)
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“Dottor Taverna, io e lei abbiamo in comune una cosa rara”, mi dice il capo del personale di Sai8, il gestore del servizio idrico integrato per il quale sto gestendo la Reputazione.
“Cosa?”
“Siamo tra i pochi ad amare ancora le nostre mogli”.
Oggi, Roberto è un amico insostituibile. Per questo e per altri motivi.
(Luglio 2010)

BREVI DAI COLLOQUI

“Signor Riccardo, ma lo sa che proprio un bell’uomo?” mi dice il candidato badante mentre attende l’inizio del colloquio. Lo dice così. Dal nulla.
“Signor Riccardo, è un uomo proprio affascinante”. È un altro candidato badante. Il colloquio deve ancora cominciare e si svolge in un’altra occasione. Comuni denominatori. La nazionalità dei candidati: filippini. Il loro sorriso: tra il viscido e il “lecchino”. La mia risposta: “grazie, il colloquio è finito”.
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Sto parlando da cinque minuti. Sto spiegando al candidato badante ciò di cui ho bisogno. Si è presentato in un italiano discreto. Uso termini semplici. Esempi banali. Ogni tanto il candidato badante interloquisce con un deciso “sì”. C’è qualcosa che mi lascia perplesso. Forse il fatto che sorrida sempre. Qualsiasi cosa io dica. Termino.
“Quindi, ha capito cosa deve fare?”
“No”, risponde sorridendo. Ovviamente.

L’INIZIO (EP. 6)… durante il primo ricovero

Mamma e papà sono appena usciti dalla stanza. È sera e sono stato ricoverato. I miei due compagni di stanza e io siamo rimasti soli. Antonio e io cominciamo a conoscerci. Cioè, sono io a conoscere lui. È inarrestabile. Non smette di parlare. Racconta.
“Otto anni fa ho fatto un incidente. Ho battuto la testa e mi hanno asportato un pezzo di cranio. In questo ricovero finalmente mi metteranno una placca per chiudere il buco. Così riacquisterò la piena funzionalità del lato sinistro. Sono stato ricoverato in questo reparto un sacco di volte. Conosco tutti. E, capiscimi, conto qualche cosa. Se hai bisogno di qualcosa dillo a me. La chiederò io per te. Così le cose accadono più in fretta”.
La mattina dopo, fatto il prelievo con l’infermiere strabico, fatta la colazione sono a letto ad aspettare. Sarebbe bello riuscire a fare tutti gli esami in tre o quattro giorni. La caposala entra in stanza e mi vede. Trasecola.
“Taverna. Cosa fa ancora in stanza?” domanda guardandomi con gli occhi sbarrati.
Blocca un infermiere che passa in corridoio. Lo convoca in camera.
“Vi ho detto – sibila la caposala – che Taverna deve fare tutti gli esami entro la mattinata”.
“Se non ci sbrighiamo questo sì dimette” strilla la caposala allontanandosi.
Antonio mi guarda confuso. Entro l’una ho finito gli esami: due prelievi di sangue, la visita neurologica, l’anamnesi, l’elettromiografia, la puntura lombare. Ci doveva essere anche la biopsia del nervo ma mi sono opposto.
Nel pomeriggio sono sdraiato nel letto. Dopo la puntura lombare consigliano di rimanere coricati per 48 ore e bere tanto per evitare il mal di testa. Ho finito l’acqua. Chiamo un infermiere. Mi risponde che me la porterà subito. Antonio sospira: “era meglio che la chiedessi io. Questo è lento”.
Cinque minuti dopo l’infermiere torna con l’acqua. Antonio non si raccapezza. La confusione gli sta scavando il volto di rughe. Si sporge verso di me con fare carbonaro.
“Scusa Ricky – mi domanda con discrezione – ma tu chi sei?”
La mia fidanzata Diane è la nipote del primario” rispondo come se nulla fosse, soffocando una risata.
Antonio mormora. Le rughe si rilassano. Mi guarda: “quando ho bisogno puoi chiedere tu per me?”
“Con piacere Antonio”.
(Dopo l’inserimento della placca Antonio ha recuperato la funzionalità del lato sinistro)
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 “Ricky… ma sei scemo!? Ti ricordi che dall’altra parte del corridoio c’è la chirurgia (neurologica)!”.
La voce di Ugo, in quel momento forse l’amico più importante, mi raggiunge da dietro le spalle. Sono seduto sul bordo del letto con la schiena rivolta verso la porta. Chiunque entri viene ricevuto da un cervello che indossa un paio di Ray-Ban Wayfarer sopra la scritta “La mattina vorresti non avere un cervello”. È la campagna di marketing della Lobotomy Beer.
A luglio, a New York, non ero riuscito a resistere. La maglietta mi ricordava il DIMER. E il primo grottesco ricovero. Averla comprata era come avere esorcizzato quei giorni. E se mi avessero ricoverato nuovamente…
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Negli orari di ricevimento c’era una folla. Un pezzo del bar dell’università si mescolava con il gruppo dei corsi di apprendimento efficace. Quel pomeriggio saremo stati più di 15.
“Attenzione prego. Il signor Pierluigi Ratti per favore” comanda l’infermiera dal centro della sala mentre toglie con enfasi il cappuccio dall’ago della siringa.
Pierluigi sbianca. Ha il terrore delle punture. Entrare in un ospedale è un’impresa epica. L’idea che un ago stia per violare una delle sue natiche lo paralizza: fissa in silenzio la mano dell’infermiera. Sempre più pallido. Forse ho esagerato. “Pierluigi! Pierluigi, è uno scherzo… è uno scherzo!”
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(Dicembre 1987)

PICCOLI ACCORGIMENTI (EP. 1)

Ho cominciato a bere il caffè in ufficio. Durante la pausa pranzo avevo il mio rito. Seduto alla scrivania, dopo avere mangiato i panini preparati dalla signora Duncan, aspettavo l’arrivo del bicchierino. Mezzo bicchierino di caffè. Due bustine di zucchero. Guai a mescolare. Il caffè mi piace così. Il primo sorso amaro. Amarissimo. Secco e liquido. Poi, lento e inarrestabile, arriva il dolce mentre la consistenza diventa sempre più densa. È la lunga attesa prima della apoteosi: lo zucchero all’aroma di caffè che invade delicatamente la bocca e prende possesso delle papille gustative. Adoro questo rito di passaggio. Dall’amaro al dolce estremo. L’esaltazione delle differenze. La celebrazione del cambiamento.
Anche Noelle, il cane di Guendalina, straordinario incrocio tra un pastore belga e un pastore tedesco, adora il mio caffè. Ha imparato ad attendere con pazienza il compimento del rito. Poi si insinua sotto la scrivania fino al cestino. Afferra il bicchierino con la bocca. Lo porta nell’angolo dell’ufficio. Lo apre in due. E fa razzia del residuo di zucchero.
Sto peggiorando lentamente. Inesorabilmente. Cammino. Ma comincio a zoppicare leggermente. Le dita della mano destra, la mia mano, danno chiari segni di inutilità. Il bicchierino è lì. Sulla scrivania davanti a me. Sta aspettando. Anche Noelle sta aspettando. Devo riuscire a prendere quel caffè da solo. Provo. Rischio il disastro. Guardo il bicchierino. Che continua ad aspettare. Noelle perde la pazienza. Sbuffa. E va a caccia di bicchierini negli altri cestini dell’ufficio. Riprovo. Il disastro è dietro l’angolo. Ok. Ci vuole buon senso. Meglio chiamare qualcuno che mi tenga il bicchierino.
La caccia di Noelle è stata fruttuosa. Entra nel mio ufficio trottando verso il suo angolo. Il bicchierino del caffè in bocca. In bocca. In bocca! È un attimo. In un istante salta lo schema mentale. Quello del bicchierino preso con la mano. Posso usare la bocca. Mi piego verso il bicchierino. Lo afferro con i denti. E che il rito abbia inizio.
Sono passati quasi vent’anni. Continuo a prendere il bicchierino con la bocca.
Una cagnolina mi ha insegnato che le nostre abitudini sono i nostri limiti.
(1994, circa)

IL PROF (EP. 2)… l’incontro. La presa di coscienza della morte.

Non avevo particolari aspettative. Ero curioso di incontrare questo “stronzo”, come la mamma lo aveva definito. Non mi ero preparato all’appuntamento. O meglio, mi ero posto l’obiettivo di concentrarmi sull’uomo . Non sul medico o sullo scienziato. Mi interessava la relazione. Comunque, rispetto alle premesse il quadro era abbastanza chiaro. Alla peggio ci saremmo mandati reciprocamente a fare in culo. Alla meglio… al meglio non ponevo limiti.
Vengo ricevuto da uno sguardo di ghiaccio. Gli occhi di un colore indefinibile tra il grigio e l’azzurro. Gli angoli della bocca si piegano in un sorriso appena accennato. È il suo benvenuto. Misuro il mio sorriso mentre mi siedo di fronte a lui.
(Più o meno è andata così)
L’esordio è un classico.
“Si svesta e si sdrai sul lettino. La visito”. È una comunicazione di servizio.
Non ci siamo. Se mi sdraio su quel lettino il pallino sarà e resterà sempre nelle sue mani. Devo provare a tenerlo io.
“Mi permetta Professore. Io sono venuto qui per conoscerla. Vorrei parlare con lei in modo diretto e trasparente. Poi se lei vorrà visitarmi ancora, mi visiterà”.
La tensione incomincia a crescere.
Prende la parola piantando i suoi occhi nei miei come fossero due picchetti: “Lei sa che cos’ha? Lei sa quali sono le conseguenze se non si fa ricoverare?”
Sta cercando di intimorirmi. Mantengo inaspettatamente la calma.
“Certo professore. So esattamente quello che ho e quali sono le conseguenze se non si arresta il peggioramento. Ci sono arrivato da solo un paio di mesi fa”.
Nessuno dei due l’ha pronunciata. Forse per timore. Forse per cortesia. O forse per pudore. Nessuno dei due ha pronunciato la parola “morire”. L’eventualità che quello fosse il capolinea della CIDP l’avevo capito da solo due mesi prima. Di fronte ad un nuovo peggioramento dopo quasi tre anni di miglioramento grazie, forse, all’agopuntura, avevo cominciato a prendere in considerazione l’ipotesi che questo non si arrestasse. Cosa sarebbe successo se la mielina dei nervi avesse continuato a consumarsi? Avevo visualizzato il sistema nervoso periferico liberarsi della mielina. Ero partito dall’indice della mano destra. Su. Sempre più su. Oltre il gomito. Fino alla spalla. E così per l’altro braccio e le gambe. Prima avrei perso la sensibilità. Poi la forza e la mobilità. E qualsiasi fosse la causa della perdita della mielina non si sarebbe arrestata al sistema nervoso periferico. Avrebbe continuato al centro. Nella mia logica il capolinea sarebbe stato l’arresto della respirazione. La consapevolezza della morte non mi aveva sconvolto. Mi aveva rafforzato. Reso più sereno. Avevo preso coscienza del nome del “gioco”. Non più “guarire-ammalarsi” o “migliorare-peggiorare”. Il gioco era più alto. Il suo nome era “vivere”. Non avevo scoperto nulla di nuovo. Avevo preso coscienza della vita e della morte. Che il capolinea si poteva avvicinare più rapidamente . Ineluttabilmente. E di fronte all’ineluttabilità volevo “giocare” con le mie regole.
Spiego al Prof. i problemi che erano sorti al Besta che mi avevano allontanato dalla medicina tradizionale. La mia posizione sul cortisone: lo avrei rifiutato. Come avrei rifiutato un’altra puntura lombare. O una biopsia del nervo. La tensione era scemata. Ci stavamo confrontando tranquillamente.
“Professore – i picchetti nei suoi occhi li sto mettendo io – se mi faccio ricoverare da lei lo faccio ad un’unica condizione. Io voglio sapere tutto. Nel bene e, soprattutto, nel male. Voglio sapere esattamente come stanno le cose. Né più, né meno. La verità. Sempre. Lei si occupa del mio sistema nervoso senza preoccuparsi del mio equilibrio emotivo. Di quello me ne occupo io. E voglio essere il primo a sapere. Non accetterò che si dicano le cose prima alla mia famiglia, a chicchessia”.
Ci allunghiamo l’uno verso l’altro e ci stringiamo la mano. Dello “stronzo” non ho mai visto traccia. Determinazione. Straordinaria determinazione. È quello che l’uomo fa percepire. E onestà intellettuale. Bene. Allora siamo in due. Improvvisamente mi rendo conto che sto per prendere una decisione che potrebbe cambiare il mio futuro.
“Per correttezza nei suoi confronti mi dia 48 ore per decidere” gli comunico salutando.
24 ore dopo chiamo il Prof. per dirgli che sarò felice di essere un suo paziente. Pochi giorni dopo, a distanza di otto anni, rientro al DIMER dell’ospedale San Raffaele.
(Febbraio 1995, circa)

IL PROBLEMA DELLE VENE (EP. 1)…

“ Cosa è questo rumore ai piedi del letto?” mi domando nel dormiveglia.
Il tintinnio di bicchieri si fa sempre più forte. Esco dal sonno e mi ricordo. Sono in ospedale, al Besta. È il secondo ricovero. Altro che tintinnio di bicchieri, sono provette.
La luce si accende sopra al mio letto.
“Prelievo”. Voce di uomo. Decisa. Apro gli occhi.
“Cazzo!- esclamo nella mente – e questo come cazzo fa a trovarmi la vena?”
L’infermiere avrà superato abbondantemente i 40 anni. È esperto. Spero. Ed è strabico! Tremendamente strabico!! L’occhio destro rivolto a destra. L’occhio sinistro rivolto a sinistra.
È tutto pronto. Il laccio emostatico stringe il mio bicipite destro. Le vene in bella vista nell’incavo del gomito. Ci siamo.
“Oh cazzo!” mormoro nella testa. Il suo viso è rivolto verso la mia mano. E l’ago si sta avvicinando all’incavo del gomito.
Perfetto. È stato tutto perfetto. Ed è stato l’inizio della sfida tra le mie vene e gli infermieri. Una sfida che continua ancora oggi.
(Dicembre 1987)

COME HO AFFRONTATO LA CIDP (EP.1)… la vita sa prendere per il culo.

Penso a “Lui” e risento l’eco dei suoi passi che rimbomba nella notte nel corridoio del reparto di neurologia dell’istituto Neurologico Besta. Rivedo i suoi occhi. Buoni. Tristi. Spaventati. C’era qualcosa in lui che mi inquietava. Che mi teneva lontano. Aveva la mia età. Più o meno.
Era il mio secondo ricovero. Avevo preso coscienza del fatto che “il problema” era serio. O lo stava diventando. Rientrato dalle vacanze estive, quello in cui tutto sembrava essere tornato come prima, avevo ripreso a peggiorare. Piuttosto rapidamente. Lo zio di Diane, la mia fidanzata, era primario del reparto. Il letto era stato trovato quasi subito. E mi aveva garantito che non avrei perso tempo.
Il peggioramento mi aveva colto di sorpresa. E stava incominciando a tracciarmi un solco nell’anima. Era come ricevere una sberla secca. Improvvisa quanto inaspettata. La vita mi aveva afferrato per le caviglie e mi aveva riportato a terra con uno strattone violento. Violentissimo. Sogni, aspirazioni, progetti di vita erano messi improvvisamente in discussione. Tutti insieme. Tutti nello stesso istante. Il solco nell’anima diventava ogni giorno un po’ più profondo. Stavo perdendo i riferimenti dentro di me. La debolezza dei muscoli stava incrinando anche il carattere. Cominciavo a recriminare. A piangermi addosso. La notte mi svegliavo e venivo assalito da domande inutili: perché? Perché a me? Cosa ho fatto per meritarmi questo? Cosa sarà di me? Erano il sintomo della mia debolezza interiore. Alla luce del sole indossavo la divisa dell’uomo duro. Inscalfibile. Mi trovavo ad affrontare l’incertezza per la prima volta. E non sapevo come.
“Come mai sei qui?”. È la prima domanda che ci si fa tra ricoverati.
Fu lui a farmela per primo. Si era seduto alla mia destra nel corridoio del reparto. Non me ne ero accorto.
“Controlli” , risposi senza pensare. Più concentrato a trattenere sorpresa e un po’ di disagio. “Tu?” Gli chiesi a mia volta.
Mi raccontò la sua storia.
Fin da piccolo aveva avuto problemi alla vista. Problemi che aveva mitigato con delle lenti dello spessore dei “fondi di bottiglia”. Poi, improvvisamente, il miracolo. Un mese prima la sua vista aveva preso a migliorare drasticamente. In pochi giorni aveva smesso gli occhiali. Si era fatto visitare dal suo oculista che aveva confermato il miracolo. E gli aveva proposto di fare una risonanza magnetica per scoprire la fisiologia dell’evento. Più che altro per curiosità. La causa del  miglioramento: una massa tumorale maligna che stava crescendo dietro gli occhi migliorandone la “messa a fuoco”. L’indomani mattina sarebbe stato sottoposto ad una lobotomia. Non sapeva se si sarebbe risvegliato e, nel caso, come si sarebbe risvegliato.
Fece una lunga pausa.
“In un mese da miracolato a condannato”. Furono le sue ultime parole. Avevano il sapore di un epitaffio.
Ci chiamarono per la cena. Non lo vidi più. Ne venni mai a sapere com’era andato l’intervento.
Mi aveva salvato. “Lui” e il suo racconto erano stati più di una sberla. Erano stati un pugno nello stomaco. Assestato perfettamente. Perché il dolore di quel racconto mi svegliasse. Mi sentivo pieno di vergogna. Come potevo lamentarmi? Camminavo, guidavo, studiavo, uscivo la sera. Avevo degli amici straordinari e una fidanzata speciale. Vivevo. Come potevo lamentarmi di ciò che la vita mi stava riservando? Non mi stava prendendo in giro come stava facendo con lui. Era questo ad imbestialirmi per lui. Non il tumore. Ma il miracolo prima del tumore. Perché? Chi può meritare una simile presa per il culo? “Io, in confronto, sono fortunato”. Fu la mia conclusione.
Vivere. Per affrontare la CIDP dovevo vivere. Semplicemente. La malattia degenerativa una parte di me. Come l’altezza, il peso, il colore degli occhi, la personalità, da quel giorno io avevo anche la CIDP.
(Dicembre 1987)

L’INIZIO (EP. 5)… il primo ricovero

È una sorpresa. Che io mi ricordi non è mai entrato nel bar della Bocconi. Albert si ferma sull’ultimo gradino e comincia a guardarsi intorno. Incrocia il mio sguardo. Sta cercando me, obiettivo raggiunto. Mi fa un cenno mentre mi viene incontro. L’espressione seria non gli si addice. Gli sorrido.
“Chiama casa, i tuoi ti stanno cercando… nulla di grave”. E mi accompagna al telefono pubblico.
” Vieni a casa – mi dice papà – devi andare in ospedale”.
Non ne sapevo niente. Discuto un po’. Non mi piace l’idea che mamma e papà abbiano agito alle mie spalle. Il letto all’Ospedale San Raffaele lo hanno trovato grazie a Monica, mia cugina, che lì fa l’oncologo. Cedo.
Sono al dipartimento di medicina riabilitativa, il DIMER, da otto giorni. Continuo a raccontare la storia della mia vita ai medici che vengono a interrogarmi. Non uno che mi abbia visitato. Non uno che mi abbia parlato di esami. Alle mie domande, risposte evasive. Vaghe. Sto perdendo tempo. Non ci sto. Tra 15 giorni, il 14 luglio, ho un appuntamento a New York con il vice presidente della Young & Rubicam per presentargli il progetto della mia tesi di laurea, e non posso né voglio rinviarlo. Ho ottenuto questo incontro con le mie sole forze. Senza aiuti, né spinte, né presentazioni. Non avrò una seconda possibilità. A prescindere, la sola idea di perdere tempo mi fa incazzare.
Meglio affrontare il problema direttamente. Fermo un infermiere. Gli chiedo chi è il medico che dovrebbe seguirmi, insomma quello che decide. Me lo faccio indicare. Lo raggiungo e mi presento. Soprattutto gli domando qual è il programma. Dopo l’iniziale stupore mi risponde con tono saccente come se fossi un cretino:
 “deve sapere …, non può capire…, la vengo a visitare settimana prossima, poi facciamo il primo esame, vediamo l’esito, poi facciamo il secondo esame…”.
Lo interrompo infastidito: ” ok!… ho capito!”.
Lo lascio lì nel corridoio, salutandolo a mala pena. E mi dirigo verso il telefono pubblico.
“Papà, vieni a prendermi, torno a casa”.
” Riccardo, ti hanno dimesso?” Mi domanda ingenuo.
“No! Mi sto per dimettere io”.
” Arrivo Riccardo. Aspettami e non fare il pirla…”.
Sto attraversando l’Atlantico. Destinazione New York. Mi sono dimesso quel pomeriggio giustificandomi con la storia della tesi di laurea: “capisce dottore, è un’opportunità unica… appena torno mi rifaccio vivo…”. Avrei preferito dire la verità. Che la gente non può perdere le giornate a guardare il soffitto di una camera d’ospedale. Scelgo la linea “diplomatica”. Anche per tutelare la reputazione di Monica che, in fondo, si è spesa per me.
Uscendo dall’ospedale ero convinto che non mi avrebbero più rivisto. Invece il DIMER sarebbe diventata una “seconda casa”.
(Giugno 1987)

OMAR (EP. 4)… recriminazioni!? A me!?

È sera e sto tornando verso casa seduto sulla carrozzina. La via sempre buia. Sempre bucata. Omar sempre lento. Sempre pacato.
Il buco è lì. Davanti a noi. Saranno 5 metri.
“Omar, stia attento al buco”, lo informo.
“Sì, signor Riccardo”. Pacato come al solito.
Non devia…
“Omar, stia attento al buco”. Insisto.
“Sì, signor Riccardo”. Pacato.
Non devia.
“Omar. Il buco. Spostiamoci”. È un’intimazione.
” Si”. Risponde pacato e infastidito. Forse sospirando.
Non devia! Non devia!!
“Il buco! Cazzo! …”. Trattengo un’imprecazione.
È un attimo. La ruota anteriore della carrozzina, quella piccola, si incastra nel buco. L’inerzia mi fa scivolare sul sedile. Riesco a non cadere. La borsa del computer si inclina. La trattengo. Il monitor scivola. Scivola. E cade. Omar lo guarda. Poi guarda me. Gli sibilo di sollevarlo e di farmelo vedere. Scheggiato.
“Signor Omar, mi paga anche questo”, annuncio.
“Senta – mi risponde alzando gli occhi al cielo e perdendo tutta la sua pacatezza – non posso mica pagare tutto…”.
” No! Senta lei – taglio corto – se lei rompe le mie cose me le paga. E non discute. Se ha delle recriminazioni da fare le faccia a Satana”.
(Dicembre 2009)