Lo specchio non mi tradisce mai. Ogni mattina, quando ci incontriamo, mi scruta con discrezione, mi guarda dentro e formula la sua sentenza. Freddo, cinico, onesto. Lo specchio del bagno mi restituisce quello che sono, dentro. E lo fa con un gesto semplice e profondo. Mi guarda negli occhi. Se abbasso lo sguardo, se sfuggo a me stesso, e mi capita, il significato è inequivocabile: devo porre rimedio.
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L’INIZIO (EP. 9)… Il cortisone e l’abbandono della medicina tradizionale.
Analisi del sangue, elettromiografia, puntura lombare. Sono gli esami principali del primo ricovero al Besta. L’acronimo CIDP non era ancora stato inventato. E la diagnosi era radicolo nevrite periferica a carattere infiammatorio ai quattro arti oppure polineuropatia periferica infiammatoria. Oppure una combinazione delle due. In pratica la malattia veniva definita con la descrizione dei sintomi. Un segnale di resa, in quel periodo, di fronte alla causa e alla sostanza della malattia. E la terapia non era da meno: il cortisone. Il farmaco per tutte le stagioni. Un antiinfiammatorio per l’infiammazione al mio sistema nervoso.
GRILLO E L’ESAME DI MATEMATICA
Prima leggi: GRILLO E L’ESAME DI PROGRAMMAZIONE E CONTROLLO
“Quindi non riesce a scrivere”, conclude il direttore togliendosi gli occhiali e sfregandosi gli occhi. Un modo per prendere tempo e trovare una soluzione.
Annuisco per non distogliere la sua attenzione. Sembra impegnato a risolvere la teoria della relatività.
“Bene. Se non riesce a scrivere non darà l’esame scritto. Si presenti all’orale”, mi spiega il direttore con tono solenne e conclusivo.
“E come lo sosterrò”, domando candidamente. Ho il forte sospetto che non abbia afferrato il problema.
“Come tutti gli altri”, risponde il direttore con tono ovvio.
“Con gli esercizi?”
“Certamente”. Il tono del direttore ancora più ovvio. Omette di dire “ma che domanda…”, ma l’espressione sorpresa lo tradisce.
“Professore”. Faccio una pausa per assicurarmi la sua attenzione. “Non riesco a scrivere…”. Lo dico sottolineando ogni parola, perando che il concetto si sedimenti nella sua memoria.
“Già”, annuisce come se avessi inserito una nuova variabile nella teoria. Il direttore è assorto. “Non farà gli esercizi”.
“E le dimostrazioni dei teoremi?”.
Questa volta me lo chiede. “Scusi cosa c’entrano dei dimostrazioni dei teoremi?”.
La risposta è prevedibile quanto la domanda: “Professore, lei mi insegna che per dimostrare un teorema bisogna scriverlo”. Cerco di non essere impertinente.
“È vero – continua il direttore – faccia così, dimostri di aver capito il senso generale della matematica”.
Sono perplesso. Molto perplesso. Devo capire cos’è il senso generale della matematica. Anche se temo che un’altra domanda faccia saltare il banco. “Professore, abbia pazienza per cortesia. Come mi preparo?”.
Pensava di essersela cavata. Invece è in difficoltà. Si affanna a cercare una risposta. Una risposta qualsiasi. Più per levarmi di torno. “Ce l’ha il testo della teoria?”
“L’Avondo Bodino Guerraggio, si”.
“Impari a memoria gli enunciati dei teoremi”. Problema risolto.
La professoressa prende la parola. “Senta, se le do diciotto finiamo questa farsa?”.
L’INCUBO CHE MI DENUDA
Il suono è sordo. Lento. Esce a stento. Articolo la mandibola per far esplodere un urlo. Provo. La mandibola è impastata. Si muove a velocità ridottissima, come anestetizzata. Emetto un mugolio. Goffo e inutile. Ho paura. Nessun mi sentirà. Nessuno correrà ad aiutarmi. La paura diventa terrore.
UGO, L’AMICIZIA VOLUTA E STUDIARE FINANZA AL BESTA.
Prima leggi: Ricky non si devestancare.
Sono prigioniero della risposta. Non posso voltarmi e andare come vorrei fare. La domanda è detestabile. Chiunque me la rivolga. Le amicizie crescono naturalmente. Non si pianificano a tavolino. Ugo ha scelto il momento giusto. La risalita in seggiovia, quella più lunga.
“Guarda Ugo. Albert ed io siamo amici perché lo siamo diventati, non perché l’abbiamo programmato. Se noi diventeremo amici lo saremo in modo diverso, cerca di capire questo semplice fatto. Comunque non so se lo diventeremo, ce lo dirà il tempo. E a prescindere da tutto la tua domanda è contraria a qualsiasi mia idea di amicizia”. Restituisco la frustrazione che è prossima all’incazzatura per il pensiero di essere stato intrappolato.
“Facciamo che ti aiuto a preparare finanza”. Finanza è l’indirizzo scelto da Ugo.
Mi siedo. Senza dire nulla. Iniziamo subito e lavoriamo fino all’orario di ricevimento.
TRAPIANTO DI MIDOLLO: RAZIONALE TERAPEUTICO E L’OMBRA DELLA MORTE
Prima leggi: DALL’INTERFERONE AL TRAPIANTO DI MIDOLLO
Prima leggi: IL PROF. (EP.1)… non farti visitare da quello
“Quanto alte?” domando per nulla intimorito.
“Il 2%”.
Io credo fermamente nella logica, nel razionale terapeutico. Non temo l’esperimento. Non temo la morte, tanto meno il 2% di probabilità. Ho una sola certezza. Se sopravviverò, migliorerò.
STRIKE COMMUNICATIONS, LA CONQUISTA DELL’AUTONOMIA.
Prima leggi: LAVORO E DISABILITA’ (parte 1) … trasparenza a tutti i costi
“mi parli di un suo pregio e di un suo difetto”.
L’ho sempre trovata una domanda idiota. Chi, a parte pochi, ha la personalità per tirarsi una vera zappata sui piedi? Mi sono sempre chiesto quanto chi la pone crede alle risposte che si sente dare. Nella sua assurdità mi fa gioco perché la scelgo come il momento per essere trasparente sulla CIDP.Sui deficit che comporta al lavoro. Sul mio modo di affrontarla. Sul mio modo di lavorare. Da una assunzione quasi certa, l’agenzia non si fa più sentire. Capiterà tre volte. Con alcune tra le più prestigiose agenzie d’Italia. Il messaggio del mercato è chiaro: devo cavarmela da solo. Lascio MGD per un anno sabbatico. È arrivato il momento di prendere la laurea. Dopo quattro mesi mi chiama Emmanuelle. Incomincio inDow Jones.
L’INFERNO DELLE VENE
Prima leggi: IL PROBLEMA DELLE VENE (EP. 1)…
“Ciao Ricky! … È arrivato Ricky!”. Saluto con un cenno della mano l’infermiere dietro il bancone. Che mi sorride mentre continuo la marcia di avvicinamento. Lentamente l’espressione dell’infermiere cambia. Il sorriso si trasforma. Gli zigomi si rilassano. Le labbra si serrano. La fronte si corruga.
“Sta cercando qualcosa nella memoria”, penso distrattamente mentre arrivo al posto infermieri.
Poi cambia ancora. Da pensieroso il viso si contorce in un’espressione tra la delusione e l’incazzatura. Torna a sorridere appena lo raggiungo.
“Domani mattina sei di turno e la mia camera è nel tuo settore”. Lo dico come fosse un dogma.
“Siii, Ricky”, mi risponde l’infermiere sbuffando e ridacchiando.
“Cazzi tuoi – ribatto ridendo e sfottendo -ti tocca, io ci metto il braccio…”.
“Faccio un ultimo tentativo, Ricky. Vige la regola del tre, poi non voglio continuare a farti del male”.
“Vai tranquillo. La fortuna è che con la CIDP ho pochissima sensibilità”.
Vedere un infermiere abbattersi, perdere i suoi punti di riferimento per le mie vene mi dispiace e mi fa sempre sentire un po’ in colpa. Per questo sopporto tutto. Non mi lamento mai. Per loro, che sono lì per me. Anche, come è capitato, quando mi hanno inserito l’abocat al dodicesimo buco, dopo quasi due ore di tentativi.
Chi, ogni tanto, becca la vena al primo colpo sfoga la tensione con un lungo sospiro per poi esultare come se avesse conquistato una vetta inviolata.
“Ho beccato Ricky al primo colpo!”. È il grido di liberazione. Un trofeo da vantare con i colleghi.
Dopo tre giorni di infusione l’abocat sta irritando la vena. Bisogna cambiarlo. Daniela è venuta a trovarmi. Lei e Fabrizio non sono mai mancati. Gavino, concentratissimo, prepara tutto il necessario sul letto. Cotone, cerotto, disinfettante, abocat di due misure, garza, forbici, laccio emostatico, rasoio per depilare. Non manca niente. Daniela non esce dalla stanza. Gavino si è dimenticato di invitarla ad aspettare fuori. Evidentemente non è un problema per nessuno.
Primo tentativo. Fallito.
Secondo tentativo. Fallito.
Terzo tentativo. Fallito. Gavino supera la regola del tre. Bene. Ci consultiamo.
“Ricky ce la fai? Vuoi che chiami un altro?”
“No. Vai tranquillo. Andiamo avanti”.
Gavino non risponde. Prende il laccio emostatico e riparte.
Quarto tentativo. Fallito.
Quinto tentativo. Fallito.
Sesto tentativo. Fallito.
Settimo tentativo. Fallito.
Gavino fa un respiro profondo. Espira lentamente. Temo che sia sul punto di cedere. Invece guarda Daniela con espressione professionale e assorta.
“Scusa, senza offesa, potresti uscire? Sei vestita tutta di nero, non vorrei che portassi sfiga”.
Daniela esce di buon grado. Ridendo. Gavino è concentratissimo. Afferra il laccio emostatico e si prepara all’ottavo tentativo.
Ottavo tentativo. Successo.
“Lo sapevo che portava sfiga”, esclama Gavino senza crederci troppo.
VLAD, IL BADANTE CHE SI "AUTOGESTISCE".
Alto. Massiccio. Capelli già bianchissimi. Espressione perennemente allegra. Occhi azzurrissimi. Vlad è ucraino. Amico di Ivan il grande. Tanti indizi che portano nella direzione giusta. Con Vlad le prospettive sono ottime.
“Troppo forte Vlad…”. Lo dico quasi per dare un’alternativa al silenzio.
“mmm…”. Nelly accompagna il mugolio con una smorfia impercettibile. Segnali di pericolo.
“Qualcosa non va?”. La domanda è retorica. È un invito ad aprire la cataratta. Che esplode.
“Forte?! Qui in casa fa quello che vuole, quando vuole. La mattina entra in casa e si siede al tavolo a leggere il giornale placidamente. Poi, quando gli do le istruzioni per la giornata mi risponde “dopo”, senza alzare gli occhi dal giornale”.
“Da quando succede?”, domando interdetto.
“Da almeno un mese”. Praticamente da sempre.
PAPÀ, I CONFLITTI IN CASA
Prima leggi: FAMIGLIA
