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MOMENTI DI DEBOLEZZA

Lo specchio non mi tradisce mai. Ogni mattina, quando ci incontriamo, mi scruta con discrezione, mi guarda dentro e formula la sua sentenza. Freddo, cinico, onesto. Lo specchio del bagno mi restituisce quello che sono, dentro. E lo fa con un gesto semplice e profondo. Mi guarda negli occhi. Se abbasso lo sguardo, se sfuggo a me stesso, e mi capita, il significato è inequivocabile: devo porre rimedio.

Ho scelto di affrontare la malattia. Con coraggio, determinazione e serenità. Senza recriminare. Senza cercare compassione. Senza approfittare della mia debolezza per aggirare gli ostacoli. Assumendomi le mie responsabilità. Sempre. La malattia è diventata così parte della mia vita. Non la mia vita. Sono convinto di esserci riuscito. E ci sono riuscito nonostante la vita mi abbia sfidato continuamente: il tradimento di un amico, la slealtà di un socio, la cattiveria di chi mi fidavo, la truffa di un infame, l’infarto, il Parkinson. Ho risposto ad ogni sfida. Ne ho vinte. Ne ho perse.
Alcune sconfitte mi hanno fatto mettere in dubbio le mie scelte. Ho il diritto di mollare? Si. Ho il diritto di smettere di combattere? Si. Ho il diritto di fermarmi, sedermi, e in virtù di una malattia invalidante far ruotare il mio universo intorno a me? Si. La gente ha il diritto di criticare la mia resa? No. Ho il diritto di riposare? Ogni risposta è legittima. E lentamente i dubbi diventano una certezza: Ricky è arrivato il momento della resa.
La mattina dopo l’incontro con lo specchio è inesorabile: abbasso lo sguardo. Sorrido. Fuggire da me stesso è impossibile. Respiro profondamente. La vita è un dono ineguagliabile e io ho il dovere di viverla. Comunque e in qualsiasi condizione. La vita vissuta senza dignità è un dono rifiutato, rispedito al mittente. Esco dal bagno e riprendo la sfida. Fino al prossimo momento di debolezza che affronterò sapendo già come andrà a finire.
(Mentre finisco di scrivere sento dal soppalco il tamburellare delle dita di Nelly sulla tastiera. Il rumore dei tasti mi ricorda il dono straordinario che la vita mi ha fatto: mia moglie, l’altro motivo per affrontare le giornate con dignità).
(13 giugno 2013, ore 00:24)

L’INIZIO (EP. 9)… Il cortisone e l’abbandono della medicina tradizionale.

Analisi del sangue, elettromiografia, puntura lombare. Sono gli esami principali del primo ricovero al Besta. L’acronimo CIDP non era ancora stato inventato. E la diagnosi era radicolo nevrite periferica a carattere infiammatorio ai quattro arti oppure polineuropatia periferica infiammatoria. Oppure una combinazione delle due. In pratica la malattia veniva definita con la descrizione dei sintomi. Un segnale di resa, in quel periodo, di fronte alla causa e alla sostanza della malattia. E la terapia non era da meno: il cortisone. Il farmaco per tutte le stagioni. Un antiinfiammatorio per l’infiammazione al mio sistema nervoso.

Il cortisone comporta due problemi: una serie interminabile di effetti collaterali e l’assuefazione. Perché continui ad essere efficace va somministrato in dosi crescenti con un inevitabile ripercussione sulla pesantezza degli effetti collaterali. Osteoporosi, azzeramento del potassio (il mattone dei muscoli), ritenzione idrica, acidità di stomaco, problemi alle reni. Reagisco alla terapia. I sintomi della radicolo nevrite arretrano. Mentre avanzano gli effetti collaterali. In incognito, perché nessuno me li racconta. Dopo due anni il dosaggio è altissimo. L’effetto sui sintomi minimo.
Per caso, parlando con un’amica, mi viene in mente di capire meglio il farmaco che mi sta lentamente lasciando per strada. E scopro gli effetti collaterali. Il dosaggio che mi stanno somministrando mi espone seriamente al rischio di osteoporosi. Rido. Pochi giorni prima ho fatto una visita di controllo. Il primario mi ha dato l’ok per l’inverno sciistico. Grottesco. Grottesco nella misura in cui mi sento mandato allo sbaraglio. Grottesco perché sto distruggendo il mio corpo per salvare il sistema nervoso. Grottesco perché mi rendo conto di quanto il medico tratti il paziente con sufficienza. Grottesco perché il primario è lo zio della mia fidanzata. È il momento in cui decido di assumere il controllo. La prima decisione: lasciare la medicina tradizionale. E affidarmi all’agopuntura.

GRILLO E L’ESAME DI MATEMATICA

Prima leggi: GRILLO E L’ESAME DI PROGRAMMAZIONE E CONTROLLO

Inizio l’anno sabbatico con grande determinazione. Per arrivare alla laurea devo passare quattro esami. Con il vincolo di matematica, la materia che mi ha sempre fatto dannare. Se non lo passo non posso sostenere Statistica, Economia Politica Due, Politica Economica e Scienza delle Finanze. Sono passati tre anni dall’esame di Pianificazione e Controllo. Allora a scrivere ero lento. Oggi non ci riesco proprio. Le dita della mano destra mi hanno abbandonato. Torno dal dottor Grillo.
L’incontro è cordialissimo. Sempre a modo suo. Linguaggio colorito e metafore sopra le righe, una passione straordinaria per l’università e gli studenti. I suoi studenti. Telefona all’Istituto di metodi quantitativi e mi presenta. Mezz’ora dopo sto spiegando le mie condizioni di salute al direttore dell’istituto.

“Quindi non riesce a scrivere”, conclude il direttore togliendosi gli occhiali e sfregandosi gli occhi. Un modo per prendere tempo e trovare una soluzione.
Annuisco per non distogliere la sua attenzione. Sembra impegnato a risolvere la teoria della relatività.
“Bene. Se non riesce a scrivere non darà l’esame scritto. Si presenti all’orale”, mi spiega il direttore con tono solenne e conclusivo.
“E come lo sosterrò”, domando candidamente. Ho il forte sospetto che non abbia afferrato il problema.
“Come tutti gli altri”, risponde il direttore con tono ovvio.
“Con gli esercizi?”
“Certamente”. Il tono del direttore ancora più ovvio. Omette di dire “ma che domanda…”, ma l’espressione sorpresa lo tradisce.
“Professore”. Faccio una pausa per assicurarmi la sua attenzione. “Non riesco a scrivere…”. Lo dico sottolineando ogni parola, perando che il concetto si sedimenti nella sua memoria.
“Già”, annuisce come se avessi inserito una nuova variabile nella teoria. Il direttore è assorto. “Non farà gli esercizi”.
“E le dimostrazioni dei teoremi?”.
Questa volta me lo chiede. “Scusi cosa c’entrano dei dimostrazioni dei teoremi?”.
La risposta è prevedibile quanto la domanda: “Professore, lei mi insegna che per dimostrare un teorema bisogna scriverlo”. Cerco di non essere impertinente.
“È vero – continua il direttore – faccia così, dimostri di aver capito il senso generale della matematica”.
Sono perplesso. Molto perplesso. Devo capire cos’è il senso generale della matematica. Anche se temo che un’altra domanda faccia saltare il banco. “Professore, abbia pazienza per cortesia. Come mi preparo?”.
Pensava di essersela cavata. Invece è in difficoltà. Si affanna a cercare una risposta. Una risposta qualsiasi. Più per levarmi di torno. “Ce l’ha il testo della teoria?”
“L’Avondo Bodino Guerraggio, si”.
“Impari a memoria gli enunciati dei teoremi”. Problema risolto.

“Si accomodi”. La professoressa mi invita a sedermi mentre allontana gli altri studenti. Meglio che non assistano al mio esame, pena una sollevazione di massa. Non riesco a scrivere. Ma se non le si osservano attentamente le mani sembrano normali.
Ho cercato di prepararmi. Ma ho scoperto che le motivazioni sono basse. Bassissime. Tre anni e mezzo senza studiare, a lavorare producendo risultati e divertendomi, mi hanno fatto perdere il “passo” dell’apprendimento meccanico. Esco di casa sapendo di espormi al ridicolo.
La professoressa mi chiede di enunciare un teorema nel quale dovrei pronunciare la formula “retta tangente ad una circonferenza”. Non ci riesco. Pensavo che mi sarei reso ridicolo ma non fino al punto di dire “riga che tocca un cerchio”. Enuncio il teorema reinterpretandolo con parole mie. Mentre parlo la professoressa fissa un punto sul foglio di fronte a lei. Quando finisco alza la testa lentamente. I miei occhi perplessi incrociano il suo sopracciglio talmente inarquato da urlare: “macché cazzo sta facendo?”. Sto violentando la matematica e il mio sorriso di scuse le sta dicendo sommessamente: “sono mortificato”.

La professoressa prende la parola. “Senta, se le do diciotto finiamo questa farsa?”.

Due settimane dopo aver passato l’esame di matematica Emmanuelle mi chiamava per propormi di entrare in Dow Jones.
(1995, circa)

L’INCUBO CHE MI DENUDA

Il suono è sordo. Lento. Esce a stento. Articolo la mandibola per far esplodere un urlo. Provo. La mandibola è impastata. Si muove a velocità ridottissima, come anestetizzata. Emetto un mugolio. Goffo e inutile. Ho paura. Nessun mi sentirà. Nessuno correrà ad aiutarmi. La paura diventa terrore.

La guardo fluttuare. È sopra ai piedi del letto, appena sotto al soffitto. La linea mi sta minacciando. Grigia. Cupa. Un alone poco più chiaro e tremolante la rende più inquietante. Si sdoppia e si ricompone. Ogni volta sussulto dallo spavento. Alzo il braccio per difendermi. Per allontanarla. Ci provo. Faccio una fatica immane. Il braccio sembra anestetizzato. Trattenuto da elastici. Continuo a emettere mugolii sordi e inutili. Tentativi frustrati per sfogare il terrore, di chiedere aiuto.
Sono consapevole dell’incubo. Tra le pieghe della paura una piccola parte di me compie uno sforzo sovrumano per mantenere il controllo. Ma non riesce ad avere il sopravvento. La paura per quella presenza, per la linea, domina. Entra sotto la pelle. Arriva fino alle ossa. E lì si annida.
Nonostante il tumulto raccapricciante che mi sta attraversando, noto una differenza. Quando sogno sono sano. Scrivo, corro, salto. Non ho sintomi. Adesso, in questo incubo, sono legato da maledetti elastici invisibili che mi danno l’illusione del movimento, della libertà. La metafora di quello che non sono ancora, che presto sarò. Le due facce del futuro. Il mio futuro. Quello al quale aspiro. Quello che sarà. Quello che temo, anzi mi terrorizza. L’incubo mi mette a nudo. Scopre la genuinità delle mie emozioni: speranza contro condanna. Sono più vicino a me stesso. Più consapevole. Pronto a continuare la lotta.
Poi tutto svanisce. La linea. Il terrore. Le urla sempre castrate.
Sono passati pochi mesi dall’inizio della psicanalisi.
(1997, circa)

UGO, L’AMICIZIA VOLUTA E STUDIARE FINANZA AL BESTA.

Prima leggi: Ricky non si devestancare.

“Perché non sei mio amico, come sei amico di Albert?”. La domanda improvvisa è accompagnata da un pesante carico di frustrazione.

Sono prigioniero della risposta. Non posso voltarmi e andare come vorrei fare. La domanda è detestabile. Chiunque me la rivolga. Le amicizie crescono naturalmente. Non si pianificano a tavolino. Ugo ha scelto il momento giusto. La risalita in seggiovia, quella più lunga.
“Guarda Ugo. Albert ed io siamo amici perché lo siamo diventati, non perché l’abbiamo programmato. Se noi diventeremo amici lo saremo in modo diverso, cerca di capire questo semplice fatto. Comunque non so se lo diventeremo, ce lo dirà il tempo. E a prescindere da tutto la tua domanda è contraria a qualsiasi mia idea di amicizia”. Restituisco la frustrazione che è prossima all’incazzatura per il pensiero di essere stato intrappolato.

Ugo ha voluto che diventassimo amici. Con una determinazione prossima alla testardaggine. La CIDP non lo ha frenato. Più la malattia progrediva, più Ugo era presente. Spesso in modo inaspettato. Come quando aveva passato l’intero fine settimana al DIMER inoccasione del ricovero d’urgenza. E per molti anni è stato un punto di riferimento.
Il primo ricovero ha avuto quasi la dimensione di un happening. Il pomeriggio il bar della Bocconi si trasferiva nella sala ricevimento del reparto di neurologia al primo piano. Sentirmi solo e abbandonato alle incognite di una malattia ignota era impossibile. Arrivavano le “squadre” della scopa d’assi, i compagni delle discussioni sulla assurdo. Il pomeriggio mi sentivo l’ospite di una festa, con l’obbligo di intrattenere tutti. Un lavoro. Un lavoro bellissimo.
I passi nel corridoio hanno un che di familiare. Non può essere Ugo, mancano due ore al ricevimento. Invece, un istante dopo, la sua sagoma riempie la porta della camera. Senza entrare mi fa cenno di seguirlo. Entro in sala di ricevimento. È deserta, silenziosa. Ugo è seduto a uno dei tavolini agli angoli della stanza. Sul tavolino, di fronte a lui, un libro: Ezra Solomon, l’autore del testo base  di “Istituzioni di finanza aziendale”, l’esame più ostico. Quello che non riesco a passare.

“Facciamo che ti aiuto a preparare finanza”. Finanza è l’indirizzo scelto da Ugo.
Mi siedo. Senza dire nulla. Iniziamo subito e lavoriamo fino all’orario di ricevimento.

Ugo arriva in ospedale due ore prima dell’orario di ricevimento. Per venti giorni. E mi prepara meticolosamente. Dopo il ricovero mi iscrivo al primo appello. Ventiquattro. In perfetta media.
(1991, circa)

TRAPIANTO DI MIDOLLO: RAZIONALE TERAPEUTICO E L’OMBRA DELLA MORTE

Prima leggi: DALL’INTERFERONE AL TRAPIANTO DI MIDOLLO
Prima leggi: IL PROF. (EP.1)… non farti visitare da quello

Le gambe si appesantiscono. Le braccia sembrano sotto anestesia. La mano destra quasi inutile. L’idea del Prof., il trapianto di midollo, è di una logica ineccepibile. Nella CIDP gli anticorpi deviati percepiscono la mielina come un intruso. E lo attaccano. Questo è avvenuto a un certo punto della mia vita. Intorno ai ventidue anni. Autotrapiantandomi il midollo il sangue viene riportato allo stato di origine. Quando tutto ebbe inizio, funzionava come doveva. La logica vuole che l’autotrapianto darà alla mielina un lungo periodo di tregua nel corso del quale si ricostruirà. E, per la stessa logica, io migliorerò.
L’autotrapianto del midollo in un caso di CIDP è sperimentazione pura. Nessuno ha mai provato. Il caso più simile è la sclerosi multipla. Alcuni pazienti sono stati sottoposti ad autotrapianto di midollo in alcuni centri mondiali. Ma i risultati tardano.
L’incertezza, forse l’innovazione troppo spinta, cominciano a frenare Il Prof. “E poi – mi spiega – le probabilità di morte sono troppo alte”.

“Quanto alte?” domando per nulla intimorito.
“Il 2%”.
Io credo fermamente nella logica, nel razionale terapeutico. Non temo l’esperimento. Non temo la morte, tanto meno il 2% di probabilità. Ho una sola certezza. Se sopravviverò, migliorerò.

È un tempo in cui Il Prof. e io ci incontriamo spesso. Una visita di controllo al mese. Una visita che aspetto sempre con ansia. La speranza che sia la volta in cui mi dirà “ok, partiamo con il trapianto” è fortissima. Ogni visita si trasforma in una sfida dialettica. Io che cerco di convincere uno dei neurologi più affermati del mondo a seguire una strada della quale non è convinto. Ho perso in partenza. Dovrei avere perso in partenza.
Le probabilità di morte, l’insormontabile e pericoloso 2%, sono il motivo di confronto con gli amici. La mia grande famiglia. Con la mamma ne parlo il minimo indispensabile. Parlare del trapianto le riempie gli occhi di tristezza e paura. E, pur provandoci, non riesce a nasconderlo.
Lo stallo si prolunga. Finché una mattina, il giorno prima di una visita di controllo,….
(1998, circa)

STRIKE COMMUNICATIONS, LA CONQUISTA DELL’AUTONOMIA.

Prima leggi: LAVORO E DISABILITA’ (parte 1) … trasparenza a tutti i costi

Disabilità e lavoro. Il binomio non è dei migliori. La percezione è che il costo aziendale sia superiore al “rendimento”. A meno che il disabile venga garantito, trovare lavoro è difficile. Negli anni novanta era così. Oggi, l’opera di sensibilizzazione sul ruolo del disabile nella società sta cominciando a far passare l’idea che contribuisca ai risultati aziendali.
Sono alcuni mesi che in MGD le cose non funzionano. L’agenzia si sta perdendo smalto. Non riesce più a pensare in prospettiva. I rapporti personali rischiano di compromettersi. E dopo tre anni sto per passare di moda. È più di un sensazione. È arrivato il momento di andare, tagliare il cordone ombelicale con il mio primo vero lavoro, prima che nascano i conflitti. Mi affido a un cacciatore di teste. Le condizioni sono favorevoli. Le competenze ci sono: ufficio stampa, comunicazione al mercato finanziario, strategia, capacità di attrarre nuovi clienti. L’esperienza pure. E lo scenario è favorevole: le agenzie di relazioni pubbliche stanno creando o rafforzando le divisioni di comunicazione istituzionale e finanziaria.
I colloqui non si fanno attendere. Vengo ricevuto da un direttore che mi scandaglia e mi torchia. I problemi alle mani sono ancora difficili da cogliere al volo. Li nascondo facilmente e mi guardo bene dal renderli palesi. Nella settimana successiva sono seduto di fronte all’amministratore delegato. Il colloquio ha successo. Fino alla fatidica domanda:

“mi parli di un suo pregio e di un suo difetto”.
L’ho sempre trovata una domanda idiota. Chi, a parte pochi, ha la personalità per tirarsi una vera zappata sui piedi? Mi sono sempre chiesto quanto chi la pone crede alle risposte che si sente dare. Nella sua assurdità mi fa gioco perché la scelgo come il momento per essere trasparente sulla CIDP.Sui deficit che comporta al lavoro. Sul mio modo di affrontarla. Sul mio modo di lavorare. Da una assunzione quasi certa, l’agenzia non si fa più sentire. Capiterà tre volte. Con alcune tra le più prestigiose agenzie d’Italia. Il messaggio del mercato è chiaro: devo cavarmela da solo. Lascio MGD per un anno sabbatico. È arrivato il momento di prendere la laurea. Dopo quattro mesi mi chiama Emmanuelle. Incomincio inDow Jones.

I diciotto mesi di consulenza in Dow Jones come responsabile delle relazioni esterne stanno per terminare quando Bridge Information Systems ne annuncia l’acquisizione. Intuisco che il mio contratto non verrà rinnovato. Cosa che mi viene annunciata dall’amministratore delegato poche settimane dopo. Poco male. Ho già compiuto il salto.
Costituisco Strike Communications con mio fratello al quale, un anno dopo, subentrerà Romana. Il nome si ispira al soprannome che mi viene dato in Dow Jones da alcuni colleghi: Mr. Wolf. Perché risolvo i problemi. Come il personaggio di Pulp Fiction.
Strike è un’altra risposta alla vita. Alla CIDP. È l’annuncio che ci sono. Che non mi tiro indietro. Che tutto dipende da me. È l’affermazione della mia autonomia professionale e di vita.
(1996, circa)

L’INFERNO DELLE VENE

Prima leggi: IL PROBLEMA DELLE VENE (EP. 1)…

Venerdì pomeriggio. Varco la porta del reparto di neurologia al DIMER. Ho tutto. Libri, libri e libri. Sono pronto per i due giorni di flebo di immunoglobuline. Sono all’ennesimo ricovero. Dai tempi del signor Corsaro sono passati un paio d’anni. Forse di più. Sono di casa.
Cammino verso il posto degli infermieri, in fondo al lungo corridoio. Sbircio nelle camere alla mia sinistra cercando di indovinare quale sarà la mia.

“Ciao Ricky! … È arrivato Ricky!”. Saluto con un cenno della mano l’infermiere dietro il bancone. Che mi sorride mentre continuo la marcia di avvicinamento. Lentamente l’espressione dell’infermiere cambia. Il sorriso si trasforma. Gli zigomi si rilassano. Le labbra si serrano. La fronte si corruga.
“Sta cercando qualcosa nella memoria”, penso distrattamente mentre arrivo al posto infermieri.
Poi cambia ancora. Da pensieroso il viso si contorce in un’espressione tra la delusione e l’incazzatura. Torna a sorridere appena lo raggiungo.
“Domani mattina sei di turno e la mia camera è nel tuo settore”. Lo dico come fosse un dogma.
“Siii, Ricky”, mi risponde l’infermiere sbuffando e ridacchiando.
“Cazzi tuoi – ribatto ridendo e sfottendo -ti tocca, io ci metto il braccio…”.

Muovo le braccia sempre meno e nei ricoveri al Besta la terapia era il cortisone a dosi massicce. La combinazione di questi due fenomeni ha indebolito e rimpicciolito le vene. Trovarle è una missione da speleologo. Prenderle con l’ago un’impresa. Inserire un abocat (il catetere in lattice che, inserito nella vena con un ago, viene lasciato in loco anche per tre giorni per avere un unico accesso nei casi, per esempio, di lunghe infusioni endovena) è un risultato epico.
Gli infermieri evitano le mie vene, se possono. Se non riescono ad evitarle, le affrontano. Entrano in camera. Chi con il piglio del samurai, pronto ad una sfida per la vita. Chi con fare circospetto come se si avvicinasse ad un cesto di serpi. Studiano le braccia. Tastano le vene. Trovano la candidata. Trattengono il fiato. Passano all’azione. L’ago buca la cute. Si avvicina alla vena. Tentativo fallito. Come accade troppo spesso la vena si rompe o porta troppo poco sangue. Di fronte al fallimento tutti gli infermieri diventano uguali. Sono perplessi. L’ansia si insinua. Secondo tentativo. Fallito.

“Faccio un ultimo tentativo, Ricky. Vige la regola del tre, poi non voglio continuare a farti del male”.
“Vai tranquillo. La fortuna è che con la CIDP ho pochissima sensibilità”.
Vedere un infermiere abbattersi, perdere i suoi punti di riferimento per le mie vene mi dispiace e mi fa sempre sentire un po’ in colpa. Per questo sopporto tutto. Non mi lamento mai. Per loro, che sono lì per me. Anche, come è capitato, quando mi hanno inserito l’abocat al dodicesimo buco, dopo quasi due ore di tentativi.
Chi, ogni tanto, becca la vena al primo colpo sfoga la tensione con un lungo sospiro per poi esultare come se avesse conquistato una vetta inviolata.
“Ho beccato Ricky al primo colpo!”. È il grido di liberazione. Un trofeo da vantare con i colleghi.

Di fronte alle mie vene ho visto infermieri trasformarsi. Come Gavino. Sardo. Ostinato. Pronto alle sfide.

Dopo tre giorni di infusione l’abocat sta irritando la vena. Bisogna cambiarlo. Daniela è venuta a trovarmi. Lei e Fabrizio non sono mai mancati. Gavino, concentratissimo, prepara tutto il necessario sul letto. Cotone, cerotto, disinfettante, abocat di due misure, garza, forbici, laccio emostatico, rasoio per depilare. Non manca niente. Daniela non esce dalla stanza. Gavino si è dimenticato di invitarla ad aspettare fuori. Evidentemente non è un problema per nessuno.
Primo tentativo. Fallito.
Secondo tentativo. Fallito.
Terzo tentativo. Fallito. Gavino supera la regola del tre. Bene. Ci consultiamo.
“Ricky ce la fai? Vuoi che chiami un altro?”
“No. Vai tranquillo. Andiamo avanti”.
Gavino non risponde. Prende il laccio emostatico e riparte.
Quarto tentativo. Fallito.
Quinto tentativo. Fallito.
Sesto tentativo. Fallito.
Settimo tentativo. Fallito.
Gavino fa un respiro profondo. Espira lentamente. Temo che sia sul punto di cedere. Invece guarda Daniela con espressione professionale e assorta.
“Scusa, senza offesa, potresti uscire? Sei vestita tutta di nero, non vorrei che portassi sfiga”.
Daniela esce di buon grado. Ridendo. Gavino è concentratissimo. Afferra il laccio emostatico e si prepara all’ottavo tentativo.
Ottavo tentativo. Successo.
“Lo sapevo che portava sfiga”, esclama Gavino senza crederci troppo.

VLAD, IL BADANTE CHE SI "AUTOGESTISCE".

Alto. Massiccio. Capelli già bianchissimi. Espressione perennemente allegra. Occhi azzurrissimi. Vlad è ucraino. Amico di Ivan il grande. Tanti indizi che portano nella direzione giusta. Con Vlad le prospettive sono ottime.

È un periodo molto difficile. Sto cambiando badanti come le camice. Durano poco. Molto poco. Vlad arriva in un momento di emergenza. Il badante di turno se ne è andato senza preavviso. B2 Comunicazione, la mia società di consulenza sulla gestione della reputazione, dopo un lungo periodo di preparazione sta per spiccare il volo. Sono pieno di incontri con le aziende. Alcuni di questi a Roma. Lo stress e l’ansia si avvicinano ai livelli di guardia. Mi aggrappo a Ivan. In mezza giornata trova Vlad.
Trovo una risposta alle mie aspettative. Con Vlad vado d’accordissimo fin da subito. Mi diverto anche.
Interrompo una delle rare pause tra Nelly e me. Quando ceniamo la conversazione è incessante.

“Troppo forte Vlad…”. Lo dico quasi per dare un’alternativa al silenzio.
“mmm…”. Nelly accompagna il mugolio con una smorfia impercettibile. Segnali di pericolo.
“Qualcosa non va?”. La domanda è retorica. È un invito ad aprire la cataratta. Che esplode.
“Forte?! Qui in casa fa quello che vuole, quando vuole. La mattina entra in casa e si siede al tavolo a leggere il giornale placidamente. Poi, quando gli do le istruzioni per la giornata mi risponde “dopo”, senza alzare gli occhi dal giornale”.
“Da quando succede?”, domando interdetto.
“Da almeno un mese”. Praticamente da sempre.

La mattina dopo comunico il preavviso a Vlad. Altro giro.
(2005, circa)

PAPÀ, I CONFLITTI IN CASA

Prima leggi: FAMIGLIA

Il conflitto era continuo. Con tutti. Quasi una rotazione naturale. Se non era in conflitto con mamma, lo era con Marta o con Alessandro. O con me, nonostante fossi il suo prediletto. Papà aveva bisogno del conflitto. Lo nutriva. Io ne venivo consumato. Ma non mi sottraevo. Anche dopo l’arrivo della CIDP, la cappa di tensione che avvolgeva la famiglia non si alzò. Le lotte non cessarono, né si alleggerirono. Si inasprirono. Io continuavo a non sottrarmi. Il Judo aveva forgiato il mio carattere, mi aveva affrancato da papà. Le sue prepotenze psicologiche erano intollerabili. E intervenivo.
Il silenzio era la punizione che ci infliggeva. Il suo silenzio. Il colpevole, il suo colpevole di turno, veniva ignorato per mesi. Non una parola. Non un saluto. Non uno sguardo. Se aveva qualcosa da dire al colpevole passava attraverso la mamma, il “cuscinetto”.
Questa volta tocca a me. Sono il colpevole. Non mi ricordo il motivo. Rientro a casa dall’università. La televisione è accesa. Papà sul divano che la sta guardando da’ le spalle alla porta d’entrata.
“Ciao”. Lo saluto freddamente. Le braci della discussione della notte precedente sono ancora calde. Non risponde. Forse non ha sentito.
“Ciao”. Il saluto è più deciso. Non risponde. Pazienza.
La sera successiva è una replica. Pazienza.
La terza sera al rientro dall’università, entro in casa, mi sfilo il giaccone. E vado in camera. Senza salutare papà. Mentre riordino gli appunti della lezione sento dei passi leggeri alle mie spalle.
“Ciao, come è andata?”.
“Ciao mamma, è andata bene. Lezione interessante…”.
“Senti Riccardo…”. Mi ha chiamato con il nome per esteso; sta preparando un discorso serio.
“… il papà vuole che lo saluti quando entri in casa”.
“E lui?”.
“Non ti saluterà”.
Non ci sto. Non ci posso stare. Mi alzo e vado in cucina, passando inevitabilmente dal salone. “Ciao papà”. Silenzio. Ritorno in camera. “Ciao papà”. Silenzio. Continuo così. Ogni volta che lo vedo: “ciao papà”. Voglio vedere chi cede.
Due giorni dopo la mamma mi raggiunge sul terrazzo.
“Il papà mi ha detto di dirti di non salutarlo più”.
Entro in casa e lo raggiungo in salone. “Non è che tra due giorni mi mandi la mamma a dirmi che devo salutarti?”. Silenzio.
Tutte le volte che rientro a casa lo saluto. Il suo silenzio durerà mesi.
Ho la CIDP da un paio d’anni. Nonostante abbia chiesto più serenità, nonostante abbia spiegato di avere bisogno di serenità, i conflitti in casa rimangono la norma. E i silenzi sono un modello di comportamento familiare. Tutti contro tutti. Con la mamma a fare da cuscinetto.