L’INFERNO DELLE VENE

Prima leggi: IL PROBLEMA DELLE VENE (EP. 1)…

Venerdì pomeriggio. Varco la porta del reparto di neurologia al DIMER. Ho tutto. Libri, libri e libri. Sono pronto per i due giorni di flebo di immunoglobuline. Sono all’ennesimo ricovero. Dai tempi del signor Corsaro sono passati un paio d’anni. Forse di più. Sono di casa.
Cammino verso il posto degli infermieri, in fondo al lungo corridoio. Sbircio nelle camere alla mia sinistra cercando di indovinare quale sarà la mia.

“Ciao Ricky! … È arrivato Ricky!”. Saluto con un cenno della mano l’infermiere dietro il bancone. Che mi sorride mentre continuo la marcia di avvicinamento. Lentamente l’espressione dell’infermiere cambia. Il sorriso si trasforma. Gli zigomi si rilassano. Le labbra si serrano. La fronte si corruga.
“Sta cercando qualcosa nella memoria”, penso distrattamente mentre arrivo al posto infermieri.
Poi cambia ancora. Da pensieroso il viso si contorce in un’espressione tra la delusione e l’incazzatura. Torna a sorridere appena lo raggiungo.
“Domani mattina sei di turno e la mia camera è nel tuo settore”. Lo dico come fosse un dogma.
“Siii, Ricky”, mi risponde l’infermiere sbuffando e ridacchiando.
“Cazzi tuoi – ribatto ridendo e sfottendo -ti tocca, io ci metto il braccio…”.

Muovo le braccia sempre meno e nei ricoveri al Besta la terapia era il cortisone a dosi massicce. La combinazione di questi due fenomeni ha indebolito e rimpicciolito le vene. Trovarle è una missione da speleologo. Prenderle con l’ago un’impresa. Inserire un abocat (il catetere in lattice che, inserito nella vena con un ago, viene lasciato in loco anche per tre giorni per avere un unico accesso nei casi, per esempio, di lunghe infusioni endovena) è un risultato epico.
Gli infermieri evitano le mie vene, se possono. Se non riescono ad evitarle, le affrontano. Entrano in camera. Chi con il piglio del samurai, pronto ad una sfida per la vita. Chi con fare circospetto come se si avvicinasse ad un cesto di serpi. Studiano le braccia. Tastano le vene. Trovano la candidata. Trattengono il fiato. Passano all’azione. L’ago buca la cute. Si avvicina alla vena. Tentativo fallito. Come accade troppo spesso la vena si rompe o porta troppo poco sangue. Di fronte al fallimento tutti gli infermieri diventano uguali. Sono perplessi. L’ansia si insinua. Secondo tentativo. Fallito.

“Faccio un ultimo tentativo, Ricky. Vige la regola del tre, poi non voglio continuare a farti del male”.
“Vai tranquillo. La fortuna è che con la CIDP ho pochissima sensibilità”.
Vedere un infermiere abbattersi, perdere i suoi punti di riferimento per le mie vene mi dispiace e mi fa sempre sentire un po’ in colpa. Per questo sopporto tutto. Non mi lamento mai. Per loro, che sono lì per me. Anche, come è capitato, quando mi hanno inserito l’abocat al dodicesimo buco, dopo quasi due ore di tentativi.
Chi, ogni tanto, becca la vena al primo colpo sfoga la tensione con un lungo sospiro per poi esultare come se avesse conquistato una vetta inviolata.
“Ho beccato Ricky al primo colpo!”. È il grido di liberazione. Un trofeo da vantare con i colleghi.

Di fronte alle mie vene ho visto infermieri trasformarsi. Come Gavino. Sardo. Ostinato. Pronto alle sfide.

Dopo tre giorni di infusione l’abocat sta irritando la vena. Bisogna cambiarlo. Daniela è venuta a trovarmi. Lei e Fabrizio non sono mai mancati. Gavino, concentratissimo, prepara tutto il necessario sul letto. Cotone, cerotto, disinfettante, abocat di due misure, garza, forbici, laccio emostatico, rasoio per depilare. Non manca niente. Daniela non esce dalla stanza. Gavino si è dimenticato di invitarla ad aspettare fuori. Evidentemente non è un problema per nessuno.
Primo tentativo. Fallito.
Secondo tentativo. Fallito.
Terzo tentativo. Fallito. Gavino supera la regola del tre. Bene. Ci consultiamo.
“Ricky ce la fai? Vuoi che chiami un altro?”
“No. Vai tranquillo. Andiamo avanti”.
Gavino non risponde. Prende il laccio emostatico e riparte.
Quarto tentativo. Fallito.
Quinto tentativo. Fallito.
Sesto tentativo. Fallito.
Settimo tentativo. Fallito.
Gavino fa un respiro profondo. Espira lentamente. Temo che sia sul punto di cedere. Invece guarda Daniela con espressione professionale e assorta.
“Scusa, senza offesa, potresti uscire? Sei vestita tutta di nero, non vorrei che portassi sfiga”.
Daniela esce di buon grado. Ridendo. Gavino è concentratissimo. Afferra il laccio emostatico e si prepara all’ottavo tentativo.
Ottavo tentativo. Successo.
“Lo sapevo che portava sfiga”, esclama Gavino senza crederci troppo.


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