Archivi categoria: Vivere con la CIDP

TRAPIANTO DI MIDOLLO: LA CADUTA

PRIMA LEGGI: Trapianto dimidollo, razionale terapeutico e probabilità di morte

Strike sta definendo la sua nuova dimensione. In attesa di ricevere incarichi come consulenti di comunicazione, ricerchiamo sponsor. Romana si divide tra l’agenzia e l’associazione culturale che dirige. Sua cugina ci aiuta mezza giornata. La sede è nel super attico dell’appartamento di Milano 2.
La mattina mi sveglio, faccio la doccia, faccio colazione e mi arrampico verso l’ufficio. Ogni giorno compio la scalata almeno quattro volte. Mattino, pranzo, pomeriggio e sera, dopo cena. La CIDP sta vivendo un momento di gloria. Gli anticorpi stanno prendendo il sopravvento. E con il passare dei mesi le condizioni delle gambe sono peggiorate ad una velocità sconcertante. Le gambe deboli mi impongono di camminare appoggiandomi ai muri. Barcollando raggiungo la scala.
La scala è di muratura. I gradini rivestiti di boiserie, protetta da una passatoia di moquette. La prima rampa è di pochi gradini. Salendo, il muro è sulla sinistra. Il lato destro è scoperto. Mi inginocchio. E gattono fino al pianerottolo. La rampa continua a sinistra. Il muro su entrambi i lati. Continuo a gattonare. Sette gradini e affronto il tornante. I gradini diventano triangolari. Li affronto all’esterno dove sono più larghi. Il triangolo prima dell’ultima rampa è largo. Mi alzo in piedi e mi appoggio al muro dietro di me. Gli ultimi gradini mi aspettano. Appoggio le mani su i muriccioli ai lati. Devo concentrarmi al massimo. La CIDP ha reso insensibili i palmi delle mani. Non sento il muricciolo. Ogni volta che le sposto le guardo attentamente. E le posiziono meticolosamente al centro. Cinque gradini e sbarco nel super attico. La mia postazione è a destra, oltre il muretto. Affronto il momento più pericoloso. Faccio perno sulla mano destra. Ruoto verso destra e mi infilo tra tavolo e muretto. Gli occhi piantati sulla mano d’appoggio. Se scivola piombo nella scala e mi ammazzo. Così. Tutti i giorni. Sette giorni alla settimana.
“Buongiorno”.

“Buongiorno”, rispondo a Enza, la signora che tre volte alla settimana fa i mestieri in casa. Sono appena sbarcato nel super attico. Prendo i tempi per la rotazione sulla mano destra, il mio perno. La fisso per controllarla. Stacco la mano sinistra dal suo muricciolo. Nello stesso istante i miei occhi vengono catturati da un post-it sulla mia tastiera. Un messaggio della cugina di Romana. La mano destra, il mio perno, scivola indietro verso la scala. Non me ne accorgo. Perdo l’equilibrio. Poi, tutto succede in un attimo. Un lungo, tremendo attimo.

Cado nella scala. Di testa e di schiena. Ragiono. Mi irrigidisco come una tavola. Così, dopo l’inevitabile schianto, dovrei scivolare sui gradini. L’istinto del judo è ancora forte in me. Il mento si appoggia al petto. Nei combattimenti serve per non battere la testa quando si cade all’indietro. Si evita lo stordimento della botta e si è più pronti a riprendere lo scontro. Ragiono. Così scopro le vertebre cervicali e le espongo ai colpi sugli spigoli dei gradini. Meglio la testa. E allontano la testa dal mento spingendola il più indietro possibile. Appena in tempo. Lo schianto è terribile. Colpisco i gradini con violenza. Sento il rumore, non il dolore. Riesco a mantenermi rigido. Tutti i muscoli tesi. E, come avevo sperato, scivolo sui gradini. I piedi in alto e la testa in basso. Così mi fermo sul pianerottolo. Enza, che mi ha aveva seguito, sta per prendermi i piedi. Marta, che si è precipitata sentendo il rumore, sta cercando di sollevarmi la testa.

“Ferme!”. Urlo l’ordine secco.
“Ferme – continuo persuasivo – non toccatemi. Lasciatemi capire come sto”.
Ascolto il mio corpo. Osso dopo osso. Muscolo dopo muscolo. Nessun dolore. Mi muovo lentamente. Prima una gamba. Poi l’altra. Un braccio. Poi l’altro. Il busto. Le spalle. Il collo. La testa. Ancora nessun dolore. Sono stato fortunato. O bravo. O bravo e fortunato. Non importa. Spiego a Marta e alla signora come aiutarmi. Mi siedo sul pianerottolo. Sospiro. Mi appoggio ai gradini della seconda rampa. E gattono verso il super attico.

Mentre mi arrampico mi ricordo della visita di controllo con il Prof. È prevista per domani pomeriggio. Porterò a casa il trapianto di midollo.
(Novembre 1998, circa)
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MARTA: IL MATRIMONIO

“Vai subito a dire qualcosa a tua sorella. Fatti dire cosa ha combinato e dille qualcosa”. Mamma ci aveva cresciuti con le urla. E le sue erano proverbiali. Acute. Nitide. Assordanti. Quando eravamo piccoli la sola minaccia di urlare era sufficiente a ricondurci all’ordine.

Questa sera le urla sono accompagnate da frustrazione e disperazione che le contorcono i lineamenti. Gli occhi sono stanchi. Della stanchezza di chi è stato per anni sulle barricate e ha appena imparato che deve sopportare un altro peso.

“Vai da tua sorella”. L’urlo della mamma si deforma in uno strillo stridulo.
“Mamma…”.
“Vai!”. Il tono è imperativo. Come quando avevo dieci anni. A dieci anni scattavo. A trenta sorrido. Sorrido rassicurante. “Ora vado, ma fammi entrare”. Sono appena rientrato dall’ufficio. La giornata è stata estenuante. Varco la soglia ed entro nello spogliatoio. Mi levo i guanti lentamente. Il cappotto. La sciarpa. La giacca. La cravatta. Tutto lentamente. Volutamente. Prendo tempo per riflettere. Il mio rapporto con Marta è migliore di quello con Alessandro, complice il fatto che negli ultimi anni, tra gli studi a New York e il trasferimento a Sarnico da Paolo, ha vissuto in famiglia poco tempo. Non che con lei non ci fossero conflitti. Anzi. Erano meno frequenti. Più aspri. Ma tutto sommato riuscivano a dialogare.

La mamma sta aspettando sulla porta dello spogliatoio. Appena mi volto sibila un ennesimo “vai”. Le prendo l’avambraccio e la trascino gentilmente verso il salone. Marta è seduta in mezzo al divano sulla punta del cuscino. Del suo metro e 78 cm non c’è nulla. Le spalle basse e stanche. La testa abbassata. Tutto la rende piccola. C’è anche la zia Tere. Seduta alla destra di Marta le tiene delicatamente la mano tra le sue. Saluto cercando di dare al mio “ciao” un tono che affermi la mia indipendenza. Il ciao di Marta è vuoto. È esausta.
Senza preavviso devio verso la cucina continuando a trascinarmi dietro la mamma. Chiudo la porta dell’anticamera. Chiudo la porta della cucina.

“Vai da lei e…”, riprende la mamma. La interrompo bruscamente. Pianto i miei occhi nei suoi. Allungo la testa verso la sua. E sottovoce incomincio.
“Dimmi quello che è successo. Se non me lo dici vado di là, saluto, accendo la televisione e non rivolgo la parola a nessuno… Prima che tu dica qualsiasi cosa sappi che dirò quello che penso io, non quello che tu vorresti che dicessi. È chiaro?”
Mamma fa una lunga pausa. Poi, con un solo fiato, lancia il carico.
“È incinta non vuole abortire vuole sposare quello là io non voglio che abbia un figlio da quello là e che sposi quello là”.
Mamma non aveva mai sopportato Paolo, quello là. E non aveva torto.

Ha ancora la testa bassa. Gli occhi rivolti verso l’alto mi osservano timorosi mentre mi avvicino al divano. Mi siedo alla sua sinistra. E le appoggio la mano sul ginocchio.

“Ho saputo tutto”. Sussurro. Sono calmo e desidero che Marta se ne accorga bene. “Come stai?”.
“Così”. La voce flebile flebile. Gli occhi che fissano le ginocchia.
“Sei sicura di volerlo tenere?”
“Si”. La voce è più piena.
“Sei sicura di voler sposare Paolo?”
“Si”. Il viso che lentamente si rivolge verso il mio.
Sospiro. “Senti Marta, ascoltami bene. Io non sono nessuno per dirti cosa devi o non devi fare in una situazione come questa. Quindi non ti dirò niente. Ti chiedo solo una cosa. Pensa attentamente a quello che fai, alle conseguenze delle decisioni che stai per prendere perché segneranno tutta la tua vita. Pesa bene Paolo. Conosci i suoi pregi, ricordati dei suoi difetti. Ricordati anche che qualsiasi decisione prenderai sarò al tuo fianco”.

 Sperare che non sposi Paolo è pura utopia. Tanto meno con un figlio in arrivo. Mettermi di traverso come la mamma, vuol dire consegnare Marta a Paolo tagliando i ponti. Vuol dire abbandonarla e consegnarla a Paolo definitivamente. Allora ho pensato ad una famiglia normale. A come avrebbe affrontato questo momento. E ho pensato che una famiglia normale avrebbe sperato che Paolo cambiasse lasciando a Marta un ponte solido per tornare se fosse andata male. Una famiglia normale avrebbe sofferto ma vigilato. Da lontano. E poi mamma stava per diventare nonna. Non avrebbe resistito lontano dal suo primo nipote. Le stavo risparmiando la fatica di ricucire lo strappo. Starò al fianco di Marta.
Marta non mi risponde. O non mi ricordo che l’abbia fatto. Non mi dirà mai se ci ha pensato e cosa ha pensato. Non era tenuta a farlo. Sposerà Paolo. Darà alla luce Giorgia, una bambina straordinaria. Paolo non cambierà. E il matrimonio finisce. Alla fine mamma aveva ragione. Ma nessuno ha mai detto a Marta il fatidico: “te l’avevo detto”.
(1995, circa)

L’EREDITÀ DI PAPÀ: LA DISGREGAZIONE DELLA FAMIGLIA

Prima leggi: PAPÀ, IL FUNERALE

L’abbraccio al cimitero, davanti alla tomba di papà, ci avvolge per pochissimi mesi. La morte era piombata improvvisamente nella nostra vita. Aveva attraversato la nostra famiglia falciando papà. Un pilastro. Controverso, pieno di contraddizioni e incapace di vivere un rapporto equilibrato con chiunque. Passava da un eccesso all’altro. Silenzi lunghissimi seguiti da improvvise fiammate di allegria. Rifiuto del dialogo che diventava negazione dei figli con cui era in conflitto seguiti da improvvisi atti di generosità, purtroppo sempre materiale. Aveva affrontato la mia CIDP con le stesse contraddizioni. Non mi dava la serenità di cui avevo bisogno. Giurava di starmi vicino sempre. Una promessa che aveva il sapore amaro di una condanna ad un vita di tensioni.
Controverso, contraddittorio e depresso. Concepiva la vita solo a modo suo. E si aspettava che tutti si adeguassero. Non concepiva che potessimo avere idee, aspirazioni e sogni che non fossero i suoi. Controverso e contraddittorio. Pur sempre un pilastro.
Abbattuto il pilastro, privati della sua ombra inquietante e vagamente rassicurante, ci sentiamo destabilizzati. E ci stringiamo l’uno all’altro alla ricerca di nuovi punti di riferimento. Ma avvicinandoci non troviamo nulla negli altri. Perché negli anni non abbiamo costruito nulla. Eravamo stati educati a distruggerci. Riprendiamo a litigare. La mamma che continua nella sua missione: fare da cuscinetto.
Siamo sempre stati lontani. La perdita di papà provoca la disgregazione. Marta si trasferisce sul Lago d’Iseo a casa di Paolo, il suo compagno. Si erano conosciuti a New York. Paolo vi lavorava come rappresentante dell’azienda di famiglia. Marta studiava grafica pubblicitaria alla Parson’s School of Art. Rientrati in Italia si erano messi insieme.
Alessandro lascia la famiglia per cercare la sua strada. Rimarrà a Milano. Lo vedremo raramente. Mamma e io rimaniamo a Milano 2. La CIDP non mi permette di essere totalmente autosufficiente. Immersi nei ricordi il nostro legame si rafforza. E, inconsapevolmente, sviluppiamo il meccanismo di protezione dell’altro. Io non le racconto dei peggioramenti della CIDP. Almeno fino a quando non diventano palesi. Mamma cerca di leggere nel futuro della malattia. Di come condizionerà la mia vita. E la sua. Senza dirmi niente. Dei fatti negativi ci raccontiamo poco. Il minimo sufficiente. Anche perché riconosciamo nell’altro la forza di affrontarli. E la forza della mamma era straordinaria.
Io continuo a vivere con la CIDP. Senza farmi condizionare. La sera torno a casa dall’ufficio e ci raccontiamo la giornata. La mamma comincia a tossire. Una tosse dura, dolorosa. Che diventa più intensa con il passare delle settimane. Mamma non racconta. Io non chiedo. Va bene così, per adesso.
(1992-1995)

ROMANA ENTRA IN STRIKE

Prima leggi: ROMANA

“Romana, è giunto il momento”. A decidere ci ho messo poco.
L’idea sulla quale Strike era nata era innovativa, geniale. La visione che la sosteneva immaginava già il Web 2.0 accessibile da telefoni cellulari. L’obiettivo era fornire un servizio di informazione contemporaneamente agli esercizi commerciali e ai consumatori. Bacheche informative sarebbero state installate in luoghi ad alto passaggio. Il perimetro della bacheca era dedicato a spazi pubblicitari a disposizione degli esercizi commerciali della zona. I negozi inserzionisti sarebbero entrati in un database che comprendeva le referenze in vendita. Il database sarebbe stato accessibile attraverso un sito consultabile da telefoni cellulari di una generazione forse ancora da pensare. Infine, un sistema di localizzazione avrebbe segnalato ai consumatori i negozi della zona con il prodotto che stavano cercando. Era solo il 1995. E insieme all’idea, scoprivo il talento di mio fratello che l’aveva pensata.
Ale e io eravamo ancora in una fase della nostra vita in cui lo strato di cenere sotto il quale giacevano le ragioni dei nostri problemi era troppo sottile. Lavorare insieme, discutere dell’organizzazione dei processi, confrontarsi, è stato come soffiare sulle braci. I conflitti divampano. Prima sulla gestione dell’azienda. Subito dopo rinfacciandoci il passato.
Il bivio si stende di fronte a me invitandomi a prendere una strada. La tensione con Ale cresce esponenzialmente. Ogni giorno. O chiudo la società. O faccio rilevare a Romana le quote di mio fratello. Scelgo il secondo sentiero. Salvo l’avviamento di Strike e, nonostante mi fossi impegnato a far rientrare Ale nell’asse societario quando saremmo riusciti a convivere lavorando, perdo mio fratello.
L’entrata di Romana cambia la natura di Strike. Il progetto delle bacheche viene abbandonato. E Strike diventa una società di consulenza in marketing e comunicazione.
(1997, circa)

L’ULTIMA SCIATA

Prima leggi: L’INIZIO… Qualcosa non va
L’INIZIO…Ricky non si deve stancare

Windsurf e sci. Così coprivo tutti e dodici i mesi dell’anno. Windsurf e sci. Gli sport che più mi hanno appassionato dopo il Judo. La CIDP mi ha privato del windsurf abbastanza rapidamente. Complice il fatto che le mani sono state le prime vittime del mio sistema immunitario. Privato del windsurf mi rimaneva lo sci.
Novembre 1992. La storia con Daria è appena cominciata e cerco di districarmi tra le incertezze. Quelle emozionanti di ogni inizio e quelle meno piacevoli dovute al fatto che Daria si sta separando. È ossessionata. Teme che il marito la stia facendo pedinare. Per questo ci vediamo spesso ma sempre in compagnia di amici. Amici comuni che hanno prenotato un fine settimana lungo per il ponte di Sant’Ambrogio in Val Thorens nelle Alpi francesi. Mi aggrego all’ultimo momento. Daria e io prenotiamo per tutta la settimana.
La neve è caduta abbondante. Le piste sono battute magistralmente. Le loro condizioni rasentano la perfezione. Ogni notte nevica. Senza esagerare. 10-15 cm. Quanto basta per la migliore manutenzione. E per i fuori pista di neve sempre polverosa.
Non scio da due anni. L’inverno precedente è stato avaro di neve. La stagione è saltata. Riprendo gli sci tra l’incertezza. Soprattutto sulla tenuta delle gambe. In due anni le mani sono peggiorate al punto che le racchette da sci sono diventate inutili. Riesco ad afferrarle. Ma i polsi non hanno più la forza necessaria per tenerle in posizione. Ciondolano. Scierò senza. Mi viene in mente Urs Kaelin, uno straordinario gigantista della nazionale svizzera. Ha una tecnica sopraffina tanto da usare le racchette solo come bilancieri. Quando scende non le punta mai. Ho imparato a sciare molto bene. Tecnicamente sono bene impostato. Mi ispirerò a Kaelin. Parto senza racchette. Dopo le prime curve modifico leggermente l’assetto. Senza le racchette ho la costante sensazione di perdere l’equilibrio. Allargo leggermente le braccia per amplificare l’effetto bilanciere. Provo due curve. La sensazione di perdita dell’equilibrio è svanita. Posso andare all’attacco. Sciare come piace a me. Aggredendo la pista.
Quattro, cinque curve consecutive. Caviglie piegate. Peso centrale. Piegamento e distensione funzionano. Ad ogni curva aumento la velocità. L’inclinazione sempre più estrema. Mi fermo. Le gambe tengono. Il fiato un po’ meno. Sono passati due anni ma tutto è come prima. Posso lanciarmi. Cinque giorni a divorare le piste e i fuori pista. Cinque giorni a sciare come se fosse la prima volta. Cinque giorni a sciare con l’entusiasmo dell’ultima volta. Non ne ero consapevole. Ma sotto, la parte più inconscia, sapeva che sarebbe stata l’ultima volta. Come quando ho passato l’ultima estate sul windsurf, non c’era malinconia. L’entusiasmo era il catalizzatore di emozioni che mi ha fatto assaporare pienamente ogni sensazione fissandola in un modo indelebile. Quella settimana ho sciato facendo il pieno per il resto della mia vita.
Gianni e io ci conosciamo da alcuni anni. Ma sono state le discese sulle piste della Val Thorens a trasformare una buona conoscenza in una grande amicizia.
(Dicembre 1993)

PAPÀ, "TENTATO SUICIDIO?" (parte 2)

Prima leggi: PAPÀ, “TENTATOSUICIDIO?” (parte 1)

Avevo pranzato a casa. Quel venerdì pomeriggio non lavoravo. Poco prima di cena sarei partito per Nizza con Guendalina e il pomeriggio a casa mi serviva per prepararmi la borsa e sbrigare alcune incombenze. Dopo pranzo stavo chiacchierando con la mamma, seduti sulle poltrone di vimini del terrazzino del salotto. Un posto ambitissimo. Le poltrone comode come troni. Il terrazzo costantemente battuto da una brezza delicatissima. D’estate era il luogo più fresco dell’appartamento. E, aprendo le vetrate, il terrazzo diventava un’estensione del salotto.
Lo scorgo con la coda dell’occhio. “Papà! – urlo, mentre scatto verso la libreria bianca dall’altra parte del salotto – cosa cazzo stai facendo!?”. Lo raggiungo di fronte al vassoio delle bottiglie di superalcolici che, in casa nostra, hanno sempre avuto una funzione ornamentale.

“Metti giù quel bicchiere!”. Le mani indebolite dalla CIDP mi impediscono di strappargli il bicchiere di whisky, come vorrei fare. “Metti giù quel cazzo di bicchiere!”. Sto urlando tutta la mia frustrazione. Voleva che lo vedessimo. I superalcolici e il fumo. Stava alzando il livello del ricatto.
Papà mi fissa con aria di sfida. “Sennò…”.
“Codardo”. La mia voce è un sibilo. “Affronta il problema da uomo, invece di ricorrere a questi ricattini”. Sottolineo con enfasi la parola “uomo” per dirgli che si sta comportando da tutt’altro.
Poi, tutto avviene al rallentatore. Papà arretra il braccio destro, teso. Carica la spalla. Sta per partire la sberla più poderosa che mi abbia mai dato. Potrei tranquillamente pararla. Oppure fare un passo indietro e schivarla. Scelgo di rimanere immobile. Di prenderla. Di ricevere il colpo per dire a papà che la partita si è chiusa. Non abbiamo più paura della sua prepotenza. A scanso di equivoci metto le mani in tasca. Nel caso l’istinto mi dovesse far reagire come era capitato alcuni anni prima quando aveva colpito Marta. Mentre il braccio sta fiondando verso la mia guancia sinistra, fletto le ginocchia leggermente per assorbire meglio il colpo.

La sberla è perfetta. La botta è potentissima. Pesantissima. Occhio, guancia e orecchio in un solo colpo. Barcollo leggermente. L’occhio sinistro lacrima, l’orecchio fischia. Lo sguardo è rimasto fisso su papà. La mamma poco lontana esterrefatta. Riprendo sibilando.

“Bravo. Cosa hai ottenuto? Niente”. Papà si siede sul divano. “Sai cosa mi fa incazzare? Mi fa incazzare che sono due mesi che mi rompi i coglioni per cercare di convincermi a dire alla mamma di smettere di lavorare. E invece di sforzarti di capire o quanto meno accettare che la mamma fa bene a lavorare per lei, perché ne ha bisogno, non sai far altro che ricattarci con il pericolo di un nuovo infarto”.
“Cosa?”. È la mamma ad intervenire. “Cosa hai fatto negli ultimi due mesi?”. È sorpresa e delusa allo stesso tempo.
Papà guarda la mamma con aria di sufficienza.
“Diglielo”. La sorpresa della mamma sta virando lentamente verso la rabbia.
Papà la guarda quasi indifferente.
“Diglielo, o glielo dico io”, intima la mamma.
Sono confuso. Non capisco cosa stia succedendo. Sicuramente non una cosa buona.
Papà rimane impassibile.
La mamma mi guarda. “Quando ho incominciato a lavorare e lui ha incominciato tutte le notti a parlarmi per convincermi a smettere, mi ha detto anche che non dovevamo coinvolgerti perché con la tua malattia hai bisogno di serenità…”.

Avrei preferito ricevere un’altra sberla perfetta. La potenza con cui mi colpisce la notizia è devastante. Chiedo serenità in famiglia, soprattutto a papà, da quando sono stato aggredito dalla CIDP. Nulla. Ho appena scoperto che proprio mio papà ha usato la mia malattia per raggiungere un suo scopo. Per allontanarmi dalla mamma ha messo sul campo da gioco la mia serenità. Mi ha usato. Ha usato la mia malattia.

“Mi hai usato. Hai usato la mia malattia”. L’incredulità si sta trasformando in rabbia.
Papà tace. Guardando fisso davanti a se.
“Dimmi qualcosa…”.
Tace. Mi avvicino.
“Devi dirmi qualcosa!”. L’urlo lo fa sobbalzare.
Continua a tacere.
Parte d’istinto. Il braccio destro scatta verso il viso di papà. Un movimento goffo. Lo colpisco con la mano ciondolante, morbida e leggera. Colpisco. Colpisco. E colpisco. Ogni colpo accompagnato da un urlo: “Hai usato la mia malattia!”. Papà non si difende. A quello ci pensa la CIDP. Subisce passivamente.

Sto per uscire. Destinazione Nizza. Papà è ancora seduto sul divano. Mamma è già uscita. Raggiungerà sua sorella sul lago di Como per il fine settimana. Alessandro e Marta sono fuori per il weekend già dalla mattina. “Per tutta la nostra vita ci hai puniti con i tuoi silenzi. Ora capirai cosa significa. Con me hai chiuso. Non ti sto punendo. Non riconosco un padre che per tornaconto usa la malattia del figlio contro la propria moglie”. Ed esco.
Lunedì mattina arrivo in ufficio direttamente da Nizza. La signora Duncan mi avvisa di chiamare casa. Risponde la mamma.

“Papà è al pronto soccorso per problemi al cuore”.
“Infarto?”
“No”.
“Bene. Siamo al terzo livello del ricatto”.

L’infarto arriva all’alba di martedì. Passo la mattina rincorso dai dubbi. Ricatto? Realtà? Vado? Lo ignoro? Decido di andarlo a trovare. Prima di entrare spiego la situazione tra me e il papà al cardiologo. Non vorrei che l’emozione di vedermi entrare gli provocasse qualcosa. Il cardiologo mi precede. E mi annuncia. Entro. Nel letto l’ombra di mio padre. L’uomo grande e grosso, prepotente e sicuro non c’è. I suoi occhi grigi sono smarriti. Si aggrappano ai miei. Gli prendo la mano.

“Sono un uomo finito”. La sua voce è un sussurro.
“Non ci pensare neanche. Rimettiti che ci rifacciamo il Passo della Forcola”.
“Va bene”.
Stiamo mentendo entrambi. Ed entrambi lo sappiamo.

Mercoledì. Sono da poco passate le due. Il silenzio della notte è squarciato dallo squillo dirompente del telefono di bachelite. Apro gli occhi. Ci siamo. Risponde la mamma. Dall’altra parte l’unità coronarica dell’ospedale San Raffaele: “Venite in ospedale, ci sono delle complicazioni”. È il messaggio in codice. Un quarto d’ora dopo siamo tutti in reparto. E papà se ne è già andato.

Se ne è andato come era vissuto. In conflitto.

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Maggio 2010. L’Inter vince la Champions League dopo oltre quaranta anni di attesa. Nei quarti di finale l’Inter batte 3 a 1 il Barcellona, la squadra più forte del mondo, in una partita epica. Uscendo dallo stadio non riesco a non pensare a papà, alla sua immensa passione per i colori nerazzurri. “Cazzo! Dovevi esserci…”. Compro la sciarpa commemorativa della partita. E dopo la vittoria finale la porto al cimitero. Nelly la annoda alla tomba mentre fisso la lastra di granito: “Cazzo, papà! È stato fantastico”.
(Luglio 1992)

PAPÀ, "TENTATO SUICIDIO?" (parte 1)

Prima leggi: PAPÀ, IL FUNERALE

Se ne è andato come aveva vissuto: in conflitto con tutti e tentando di fare leva sui nostri sensi di colpa. Un anno prima papà era stato travolto da un evento che per lui aveva la portata di uno tsunami. A cinquantaquattro anni, mamma aveva deciso di tornare a lavorare. A dire la verità mi aspettavo che lo facesse prima. Noi figli eravamo fuori da mattina a sera. Con il marito non c’era dialogo. Stava appassendo. Papà non era in grado di capire i perché della mamma. Il suo unico orizzonte era che spettava a lui portare i soldi a casa. Per lui era così ovvio che non si capacitava della nostra incapacità di accettare la sua posizione. Non gli rimaneva che chiudersi nel suo classico silenzio ricattatorio.
Purtroppo per lui, in quel periodo la CIDP faceva un balzo. Peggiorando. Papà, di fronte al peggioramento del suo prediletto, era costretto al dialogo. E mise in atto una strategia diversa. La sera, quando rientravo dall’ufficio, mi chiamava nel superattico dove aveva lo studio. Uscivamo sul terrazzo dove incominciava a cercare di convincermi a convincere la mamma a smettere di lavorare. Ascoltavo. Spiegavo che la mamma stava facendo la cosa giusta per se stessa. E che per nulla al mondo avrei mai cercato di convincerla a fare il contrario. Ogni sera, quasi tutte le sere, papà replicava. Sempre in terrazzo. Lontano da orecchie indiscrete, quelle della mamma.
Dopo alcune settimane papà aveva finalmente compreso che avevo una posizione irremovibile. Ed era passato al ricatto. Non più i silenzi lunghi e grossolani. Questa volta aveva elaborato un’opzione più sottile. Sofisticata. Una sera, mentre mi stava ripetendo il discorso che mi raccontava da settimane, improvvisamente, si mise una sigaretta in bocca. Dieci anni dopo il suo infarto. Dieci anni dopo aver smesso di fumare.

“Cazzo stai facendo?”. Glielo domandai con aria di sufficienza. Come si parla a un bambino che sa benissimo che sta facendo una stupidaggine.
“Con tutto lo stress che la mamma mi sta provocando, almeno così mi rilasso un po’”. La voce puerile. La testa abbassata. Ma gli occhi erano rivolti verso l’alto. Scrutavano i miei per vedere se stavo abboccando.
“E il cuore?”.
Un sospiro. La risposta era tutta in quello sbuffo d’aria che tradotto in italiano significava solo: “pazienza…”.
“Non pensare minimamente di farmi cambiare idea con questi ricatti. Abituati. E se hai intenzione di ricattarmi con il suicidio fammi una cortesia. Lanciati da qui che con sotto la corsia dei box fanno otto piani… Almeno ci risparmi la lenta agonia”.

Imperterrito papà continuava a cercare di convincermi. Rientravo dall’ufficio. Mi chiamava dal superattico. Uscivamo sul terrazzo. Accendeva la sigaretta. E attaccava con la sua opera di convincimento dialettico come se fosse la prima volta. Imperterrito lo ascoltavo. Dal giorno in cui aveva acceso la sigaretta davanti a me per la prima volta, ascoltarlo era anche un modo di controllarlo. Per scrupolo. In fondo era sempre mio padre. Puntualmente lo deludevo: non avrei cercato di convincere mamma a smettere di lavorare.

Poi, un venerdì pomeriggio…

(Maggio 1992, circa)

PAPÀ, IL FUNERALE

Prima leggi: PAPÀ, I CONFLITTI INCASA

La lastra di granito chiude lentamente la tomba. Tengo gli occhi fissi sulla bara. Che lentamente viene inghiottita dal buio man mano che la lastra avanza. Gli addetti del cimitero terminano e si allontanano con discrezione. È finita. Papà non c’è proprio più. Nell’occhio si forma una lacrima. Scivola lentamente sulle ciglia. Si tuffa sulla guancia e rotola via. Seguita da un’altra lacrima. E da un’altra ancora. Le lacrime diventano un rivolo che rompe la tensione che ho accumulato negli ultimi mesi. Il respiro si rompe. Piango sommessamente davanti a quella lastra che ha reciso definitivamente il legame materiale con mio padre. Due braccia mi avvolgono le spalle da dietro. Ugo. L’abbraccio dell’amico che c’è passato alcuni anni prima. L’abbraccio che sta dicendo: “tranquillo, ci sono”.
Alessandro mi vede. Sta singhiozzando. Si avvicina senza parlare e mi abbraccia. Ugo si allontana. Si avvicina anche Marta. Ci abbracciamo tutti e tre mentre le nostre lacrime si mescolano. Non vedo la mamma. Ha perso il suo compagno di vita e sta soffrendo. Ma da un altro lato è libera dall’uomo che aveva reso la sua vita e quella dei figli simile a un girone dell’inferno dove la punizione era la violenza psicologica.
Essere vicini, in un momento estremo come il funerale del proprio padre, dopo aver passato anni a litigare, è piuttosto ipocrita. Credere che sia possibile è come confondere geografia e spirito. Infatti, passano solo poche settimane e torniamo sulle barricate fatte di silenzi, recriminazioni utili solo a rinfacciare, come nella migliore tradizione familiare, un passato che sta diventando una zavorra così pesante da impedire qualsiasi tentativo di guardare al futuro. Papà non c’è più. Ma la sua presenza è più ingombrante che mai.
(Luglio 1992)

MIO FRATELLO, INCONTRO DIECI ANNI DOPO

Prima leggi: L’EREDITÀDELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 2)

Il citofono mi fa sobbalzare sul divano. Sto cercando di ricordare i miei atteggiamenti che hanno sempre infastidito, per usare un eufemismo, Alessandro. E sono teso. Chissà se fanno ancora parte di me. Sta arrivando. Cerco di focalizzare l’emozione mentre mi trasferisco sulla seggiola a rotelle. Intercetto incertezza, piacere, curiosità, tensione. Allora per distrarmi mi focalizzo sull’obiettivo. Avvertirlo della familiarità della cardiopatia e dell’importanza che faccia degli esami è la priorità. Poi tutto quello che verrà dopo sarà un regalo.
Il citofono della seconda porta aumenta la mia tensione. Chissà come sarà? Nelly apre la porta e, dopo dieci anni di matrimonio, conosce suo cognato. Ci guardiamo e sorridiamo. Allungo la mano per dargliela. L’ultima volta che ci siamo visti mi ha salutato così. Meglio riprendere da lì. Invece, Ale mi sorprende ancora. Mi dà la mano, appoggia l’altra sulla mia spalla, si piega e mi bacia sulla guancia. Con discrezione.
Per rompere la tensione esclamo: “Ti presento tua cognata!”. Nelly mi guarda e controbatte: “Dai…! Siamo mica a Carramba che sorpresa!”. Siamo tesi, tutti e tre. Chi più, chi meno. Inconsapevolmente o meno Alessandro scardina l’attimo di tensione: “Che bella  casa!”. Parte il tour mentre raccontiamo la storia di come l’abbiamo trovata e di come Nelly l’ha pensata. Il ghiaccio è rotto. Passiamo tutta la sera a raccontarci di amici, parenti, nostra sorella, la vita a Milano, i suoi amici inglesi. E naturalmente delle mie condizioni di salute saltando da CIDP, infarto e il Parkinson. Faccio solo domande poco impegnative. Pochissimi commenti. Gli chiedo che lavoro fa. Me ne parlerà e mi sorprenderà. La tensione accenna a salire. Ho toccato un nervo scoperto. Allora butto la palla in calcio d’angolo. Parliamo dell’Inter. Dopo cena, mentre sto facendo la terapia, ci salutiamo.
Nei mesi successivi ci sentiamo poco e solo formalmente. Per i nostri compleanni. Per Natale. Brevi telefonate. Qualche SMS. Poi tutto accelera. Ci incontriamo sempre più spesso. Per vedere una partita. Semplicemente per cenare. Lentamente Ale si apre. Racconta dei suoi amici, del suo lavoro. Delle sue aspirazioni. Aveva ragione. Mi ha sorpreso. Ma poi neanche tanto. Quando avevamo costituito Strike mi aveva sorpreso per il talento che aveva. Non glielo ho mai detto.
Erano lunghi chiarimenti notturni. Più che un chiarimento per comprendere i sentimenti dell’altro, era un momento di recriminazione. Una resa dei conti dialettica che costruiva le premesse per la lite successiva. Andavamo a dormire giurando di avere capito, promettendo che non sarebbe più successo, più incazzati di quando avevamo incominciato il confronto qualche ora prima. Un’incazzatura repressa e compressa da una promessa di pace che, fatta anche in buona fede, portava con sé il germe della lite successiva. Che puntualmente esplodeva di li a poco. In famiglia accadeva così.
Dieci anni cambiano i caratteri. In alcuni casi smussano gli angoli. In altri li rendono più spigolosi. Il tempo e la vita rendono più saggio chi è disposto ad ascoltarsi. Da quando ci siamo incontrati a settembre, Ale e io abbiamo raggiunto un tacito accordo. Non ripartire dal passato. Voltare le spalle a venticinque anni di sofferenza e guardare avanti. Senza aspettative. Accogliendo ciò che l’uno dà all’altro senza giudicare. Sta funzionando. Fino ad oggi.
Noi Taverna siamo proprio coglioni. Ci voleva proprio un infarto per farci ritrovare. L’infarto che mi ha già restituito Flavio, mi sta restituendo mio fratello. Sono sempre più fortunato.
(Settembre 2012 – luglio 2013)

L’EREDITÀ DELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 2)

Prima leggi: L’EREDITÀDELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 1)

“Buongiorno, sono Riccardo Taverna. Sto cercando Alessandro Taverna”. Ricky, il mio omonimo dal quale ho avuto il numero, l’ha avuto da Alessandro tre anni prima. Potrebbe non essere più suo. Per questo ho scelto la linea formale. La linea è disturbata. Dall’altra parte il silenzio. Insisto.

“Pronto?”
“Pronto?”. Una risposta. Non riconosco la voce.
“Sono Riccardo Taverna, sto cercando Alessandro Taverna”.
“Chi è che parla?”. La domanda è vagamente inquisitoria. Apparentemente sorpresa. Riconosco la voce di mio fratello.
“Ciao Ale, sono Ricky, tuo fratello”.
“Mio fratello non ha questa voce”.
“Questa è la voce di tuo fratello dopo un infarto, Ale”.
“Dimmi in che ospedale sei che vengo subito a trovarti”. Sono sorpreso. La risposta è inaspettata. Sincera e spontanea.
“Stai tranquillo Ale, l’infarto l’ho avuto sei mesi fa…”.
“… E me lo dici solo adesso…”. C’è qualcosa di diverso in questo scambio di battute. Qualcosa che tra noi non c’è mai stato. Il tono è di rimprovero. Un rimprovero delicato che nasconde un velo di preoccupazione. Forse affetto.
“Non avevo il tuo numero di telefono. L’ho recuperato solo ieri sera”.
“Ma non potevi chiederlo a David, il tuo amico inglese?”.
“Ale, David è morto poco dopo il mio infarto…”.
Alessandro metabolizza la notizia di David con una pausa. Poi continua.
“Comunque, dimmi dove sei che vengo a trovarti”.
“Ci vediamo alle sei, a casa mia, così ti presento mia moglie?”

Ale arriva alle sette. Dopo aver avvisato del ritardo. Non ho aspettative. Prenderò quello che viene. E qualsiasi cosa verrà sarà buona a prescindere. Dopo dieci anni sto per rivedere mio fratello.
(Settembre, 2012)