L’EREDITÀ DI PAPÀ: LA DISGREGAZIONE DELLA FAMIGLIA

Prima leggi: PAPÀ, IL FUNERALE

L’abbraccio al cimitero, davanti alla tomba di papà, ci avvolge per pochissimi mesi. La morte era piombata improvvisamente nella nostra vita. Aveva attraversato la nostra famiglia falciando papà. Un pilastro. Controverso, pieno di contraddizioni e incapace di vivere un rapporto equilibrato con chiunque. Passava da un eccesso all’altro. Silenzi lunghissimi seguiti da improvvise fiammate di allegria. Rifiuto del dialogo che diventava negazione dei figli con cui era in conflitto seguiti da improvvisi atti di generosità, purtroppo sempre materiale. Aveva affrontato la mia CIDP con le stesse contraddizioni. Non mi dava la serenità di cui avevo bisogno. Giurava di starmi vicino sempre. Una promessa che aveva il sapore amaro di una condanna ad un vita di tensioni.
Controverso, contraddittorio e depresso. Concepiva la vita solo a modo suo. E si aspettava che tutti si adeguassero. Non concepiva che potessimo avere idee, aspirazioni e sogni che non fossero i suoi. Controverso e contraddittorio. Pur sempre un pilastro.
Abbattuto il pilastro, privati della sua ombra inquietante e vagamente rassicurante, ci sentiamo destabilizzati. E ci stringiamo l’uno all’altro alla ricerca di nuovi punti di riferimento. Ma avvicinandoci non troviamo nulla negli altri. Perché negli anni non abbiamo costruito nulla. Eravamo stati educati a distruggerci. Riprendiamo a litigare. La mamma che continua nella sua missione: fare da cuscinetto.
Siamo sempre stati lontani. La perdita di papà provoca la disgregazione. Marta si trasferisce sul Lago d’Iseo a casa di Paolo, il suo compagno. Si erano conosciuti a New York. Paolo vi lavorava come rappresentante dell’azienda di famiglia. Marta studiava grafica pubblicitaria alla Parson’s School of Art. Rientrati in Italia si erano messi insieme.
Alessandro lascia la famiglia per cercare la sua strada. Rimarrà a Milano. Lo vedremo raramente. Mamma e io rimaniamo a Milano 2. La CIDP non mi permette di essere totalmente autosufficiente. Immersi nei ricordi il nostro legame si rafforza. E, inconsapevolmente, sviluppiamo il meccanismo di protezione dell’altro. Io non le racconto dei peggioramenti della CIDP. Almeno fino a quando non diventano palesi. Mamma cerca di leggere nel futuro della malattia. Di come condizionerà la mia vita. E la sua. Senza dirmi niente. Dei fatti negativi ci raccontiamo poco. Il minimo sufficiente. Anche perché riconosciamo nell’altro la forza di affrontarli. E la forza della mamma era straordinaria.
Io continuo a vivere con la CIDP. Senza farmi condizionare. La sera torno a casa dall’ufficio e ci raccontiamo la giornata. La mamma comincia a tossire. Una tosse dura, dolorosa. Che diventa più intensa con il passare delle settimane. Mamma non racconta. Io non chiedo. Va bene così, per adesso.
(1992-1995)

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