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PAPÀ, "TENTATO SUICIDIO?" (parte 2)

Prima leggi: PAPÀ, “TENTATOSUICIDIO?” (parte 1)

Avevo pranzato a casa. Quel venerdì pomeriggio non lavoravo. Poco prima di cena sarei partito per Nizza con Guendalina e il pomeriggio a casa mi serviva per prepararmi la borsa e sbrigare alcune incombenze. Dopo pranzo stavo chiacchierando con la mamma, seduti sulle poltrone di vimini del terrazzino del salotto. Un posto ambitissimo. Le poltrone comode come troni. Il terrazzo costantemente battuto da una brezza delicatissima. D’estate era il luogo più fresco dell’appartamento. E, aprendo le vetrate, il terrazzo diventava un’estensione del salotto.
Lo scorgo con la coda dell’occhio. “Papà! – urlo, mentre scatto verso la libreria bianca dall’altra parte del salotto – cosa cazzo stai facendo!?”. Lo raggiungo di fronte al vassoio delle bottiglie di superalcolici che, in casa nostra, hanno sempre avuto una funzione ornamentale.

“Metti giù quel bicchiere!”. Le mani indebolite dalla CIDP mi impediscono di strappargli il bicchiere di whisky, come vorrei fare. “Metti giù quel cazzo di bicchiere!”. Sto urlando tutta la mia frustrazione. Voleva che lo vedessimo. I superalcolici e il fumo. Stava alzando il livello del ricatto.
Papà mi fissa con aria di sfida. “Sennò…”.
“Codardo”. La mia voce è un sibilo. “Affronta il problema da uomo, invece di ricorrere a questi ricattini”. Sottolineo con enfasi la parola “uomo” per dirgli che si sta comportando da tutt’altro.
Poi, tutto avviene al rallentatore. Papà arretra il braccio destro, teso. Carica la spalla. Sta per partire la sberla più poderosa che mi abbia mai dato. Potrei tranquillamente pararla. Oppure fare un passo indietro e schivarla. Scelgo di rimanere immobile. Di prenderla. Di ricevere il colpo per dire a papà che la partita si è chiusa. Non abbiamo più paura della sua prepotenza. A scanso di equivoci metto le mani in tasca. Nel caso l’istinto mi dovesse far reagire come era capitato alcuni anni prima quando aveva colpito Marta. Mentre il braccio sta fiondando verso la mia guancia sinistra, fletto le ginocchia leggermente per assorbire meglio il colpo.

La sberla è perfetta. La botta è potentissima. Pesantissima. Occhio, guancia e orecchio in un solo colpo. Barcollo leggermente. L’occhio sinistro lacrima, l’orecchio fischia. Lo sguardo è rimasto fisso su papà. La mamma poco lontana esterrefatta. Riprendo sibilando.

“Bravo. Cosa hai ottenuto? Niente”. Papà si siede sul divano. “Sai cosa mi fa incazzare? Mi fa incazzare che sono due mesi che mi rompi i coglioni per cercare di convincermi a dire alla mamma di smettere di lavorare. E invece di sforzarti di capire o quanto meno accettare che la mamma fa bene a lavorare per lei, perché ne ha bisogno, non sai far altro che ricattarci con il pericolo di un nuovo infarto”.
“Cosa?”. È la mamma ad intervenire. “Cosa hai fatto negli ultimi due mesi?”. È sorpresa e delusa allo stesso tempo.
Papà guarda la mamma con aria di sufficienza.
“Diglielo”. La sorpresa della mamma sta virando lentamente verso la rabbia.
Papà la guarda quasi indifferente.
“Diglielo, o glielo dico io”, intima la mamma.
Sono confuso. Non capisco cosa stia succedendo. Sicuramente non una cosa buona.
Papà rimane impassibile.
La mamma mi guarda. “Quando ho incominciato a lavorare e lui ha incominciato tutte le notti a parlarmi per convincermi a smettere, mi ha detto anche che non dovevamo coinvolgerti perché con la tua malattia hai bisogno di serenità…”.

Avrei preferito ricevere un’altra sberla perfetta. La potenza con cui mi colpisce la notizia è devastante. Chiedo serenità in famiglia, soprattutto a papà, da quando sono stato aggredito dalla CIDP. Nulla. Ho appena scoperto che proprio mio papà ha usato la mia malattia per raggiungere un suo scopo. Per allontanarmi dalla mamma ha messo sul campo da gioco la mia serenità. Mi ha usato. Ha usato la mia malattia.

“Mi hai usato. Hai usato la mia malattia”. L’incredulità si sta trasformando in rabbia.
Papà tace. Guardando fisso davanti a se.
“Dimmi qualcosa…”.
Tace. Mi avvicino.
“Devi dirmi qualcosa!”. L’urlo lo fa sobbalzare.
Continua a tacere.
Parte d’istinto. Il braccio destro scatta verso il viso di papà. Un movimento goffo. Lo colpisco con la mano ciondolante, morbida e leggera. Colpisco. Colpisco. E colpisco. Ogni colpo accompagnato da un urlo: “Hai usato la mia malattia!”. Papà non si difende. A quello ci pensa la CIDP. Subisce passivamente.

Sto per uscire. Destinazione Nizza. Papà è ancora seduto sul divano. Mamma è già uscita. Raggiungerà sua sorella sul lago di Como per il fine settimana. Alessandro e Marta sono fuori per il weekend già dalla mattina. “Per tutta la nostra vita ci hai puniti con i tuoi silenzi. Ora capirai cosa significa. Con me hai chiuso. Non ti sto punendo. Non riconosco un padre che per tornaconto usa la malattia del figlio contro la propria moglie”. Ed esco.
Lunedì mattina arrivo in ufficio direttamente da Nizza. La signora Duncan mi avvisa di chiamare casa. Risponde la mamma.

“Papà è al pronto soccorso per problemi al cuore”.
“Infarto?”
“No”.
“Bene. Siamo al terzo livello del ricatto”.

L’infarto arriva all’alba di martedì. Passo la mattina rincorso dai dubbi. Ricatto? Realtà? Vado? Lo ignoro? Decido di andarlo a trovare. Prima di entrare spiego la situazione tra me e il papà al cardiologo. Non vorrei che l’emozione di vedermi entrare gli provocasse qualcosa. Il cardiologo mi precede. E mi annuncia. Entro. Nel letto l’ombra di mio padre. L’uomo grande e grosso, prepotente e sicuro non c’è. I suoi occhi grigi sono smarriti. Si aggrappano ai miei. Gli prendo la mano.

“Sono un uomo finito”. La sua voce è un sussurro.
“Non ci pensare neanche. Rimettiti che ci rifacciamo il Passo della Forcola”.
“Va bene”.
Stiamo mentendo entrambi. Ed entrambi lo sappiamo.

Mercoledì. Sono da poco passate le due. Il silenzio della notte è squarciato dallo squillo dirompente del telefono di bachelite. Apro gli occhi. Ci siamo. Risponde la mamma. Dall’altra parte l’unità coronarica dell’ospedale San Raffaele: “Venite in ospedale, ci sono delle complicazioni”. È il messaggio in codice. Un quarto d’ora dopo siamo tutti in reparto. E papà se ne è già andato.

Se ne è andato come era vissuto. In conflitto.

—————————
Maggio 2010. L’Inter vince la Champions League dopo oltre quaranta anni di attesa. Nei quarti di finale l’Inter batte 3 a 1 il Barcellona, la squadra più forte del mondo, in una partita epica. Uscendo dallo stadio non riesco a non pensare a papà, alla sua immensa passione per i colori nerazzurri. “Cazzo! Dovevi esserci…”. Compro la sciarpa commemorativa della partita. E dopo la vittoria finale la porto al cimitero. Nelly la annoda alla tomba mentre fisso la lastra di granito: “Cazzo, papà! È stato fantastico”.
(Luglio 1992)

PAPÀ, "TENTATO SUICIDIO?" (parte 1)

Prima leggi: PAPÀ, IL FUNERALE

Se ne è andato come aveva vissuto: in conflitto con tutti e tentando di fare leva sui nostri sensi di colpa. Un anno prima papà era stato travolto da un evento che per lui aveva la portata di uno tsunami. A cinquantaquattro anni, mamma aveva deciso di tornare a lavorare. A dire la verità mi aspettavo che lo facesse prima. Noi figli eravamo fuori da mattina a sera. Con il marito non c’era dialogo. Stava appassendo. Papà non era in grado di capire i perché della mamma. Il suo unico orizzonte era che spettava a lui portare i soldi a casa. Per lui era così ovvio che non si capacitava della nostra incapacità di accettare la sua posizione. Non gli rimaneva che chiudersi nel suo classico silenzio ricattatorio.
Purtroppo per lui, in quel periodo la CIDP faceva un balzo. Peggiorando. Papà, di fronte al peggioramento del suo prediletto, era costretto al dialogo. E mise in atto una strategia diversa. La sera, quando rientravo dall’ufficio, mi chiamava nel superattico dove aveva lo studio. Uscivamo sul terrazzo dove incominciava a cercare di convincermi a convincere la mamma a smettere di lavorare. Ascoltavo. Spiegavo che la mamma stava facendo la cosa giusta per se stessa. E che per nulla al mondo avrei mai cercato di convincerla a fare il contrario. Ogni sera, quasi tutte le sere, papà replicava. Sempre in terrazzo. Lontano da orecchie indiscrete, quelle della mamma.
Dopo alcune settimane papà aveva finalmente compreso che avevo una posizione irremovibile. Ed era passato al ricatto. Non più i silenzi lunghi e grossolani. Questa volta aveva elaborato un’opzione più sottile. Sofisticata. Una sera, mentre mi stava ripetendo il discorso che mi raccontava da settimane, improvvisamente, si mise una sigaretta in bocca. Dieci anni dopo il suo infarto. Dieci anni dopo aver smesso di fumare.

“Cazzo stai facendo?”. Glielo domandai con aria di sufficienza. Come si parla a un bambino che sa benissimo che sta facendo una stupidaggine.
“Con tutto lo stress che la mamma mi sta provocando, almeno così mi rilasso un po’”. La voce puerile. La testa abbassata. Ma gli occhi erano rivolti verso l’alto. Scrutavano i miei per vedere se stavo abboccando.
“E il cuore?”.
Un sospiro. La risposta era tutta in quello sbuffo d’aria che tradotto in italiano significava solo: “pazienza…”.
“Non pensare minimamente di farmi cambiare idea con questi ricatti. Abituati. E se hai intenzione di ricattarmi con il suicidio fammi una cortesia. Lanciati da qui che con sotto la corsia dei box fanno otto piani… Almeno ci risparmi la lenta agonia”.

Imperterrito papà continuava a cercare di convincermi. Rientravo dall’ufficio. Mi chiamava dal superattico. Uscivamo sul terrazzo. Accendeva la sigaretta. E attaccava con la sua opera di convincimento dialettico come se fosse la prima volta. Imperterrito lo ascoltavo. Dal giorno in cui aveva acceso la sigaretta davanti a me per la prima volta, ascoltarlo era anche un modo di controllarlo. Per scrupolo. In fondo era sempre mio padre. Puntualmente lo deludevo: non avrei cercato di convincere mamma a smettere di lavorare.

Poi, un venerdì pomeriggio…

(Maggio 1992, circa)

PAPÀ, IL FUNERALE

Prima leggi: PAPÀ, I CONFLITTI INCASA

La lastra di granito chiude lentamente la tomba. Tengo gli occhi fissi sulla bara. Che lentamente viene inghiottita dal buio man mano che la lastra avanza. Gli addetti del cimitero terminano e si allontanano con discrezione. È finita. Papà non c’è proprio più. Nell’occhio si forma una lacrima. Scivola lentamente sulle ciglia. Si tuffa sulla guancia e rotola via. Seguita da un’altra lacrima. E da un’altra ancora. Le lacrime diventano un rivolo che rompe la tensione che ho accumulato negli ultimi mesi. Il respiro si rompe. Piango sommessamente davanti a quella lastra che ha reciso definitivamente il legame materiale con mio padre. Due braccia mi avvolgono le spalle da dietro. Ugo. L’abbraccio dell’amico che c’è passato alcuni anni prima. L’abbraccio che sta dicendo: “tranquillo, ci sono”.
Alessandro mi vede. Sta singhiozzando. Si avvicina senza parlare e mi abbraccia. Ugo si allontana. Si avvicina anche Marta. Ci abbracciamo tutti e tre mentre le nostre lacrime si mescolano. Non vedo la mamma. Ha perso il suo compagno di vita e sta soffrendo. Ma da un altro lato è libera dall’uomo che aveva reso la sua vita e quella dei figli simile a un girone dell’inferno dove la punizione era la violenza psicologica.
Essere vicini, in un momento estremo come il funerale del proprio padre, dopo aver passato anni a litigare, è piuttosto ipocrita. Credere che sia possibile è come confondere geografia e spirito. Infatti, passano solo poche settimane e torniamo sulle barricate fatte di silenzi, recriminazioni utili solo a rinfacciare, come nella migliore tradizione familiare, un passato che sta diventando una zavorra così pesante da impedire qualsiasi tentativo di guardare al futuro. Papà non c’è più. Ma la sua presenza è più ingombrante che mai.
(Luglio 1992)

MIO FRATELLO, INCONTRO DIECI ANNI DOPO

Prima leggi: L’EREDITÀDELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 2)

Il citofono mi fa sobbalzare sul divano. Sto cercando di ricordare i miei atteggiamenti che hanno sempre infastidito, per usare un eufemismo, Alessandro. E sono teso. Chissà se fanno ancora parte di me. Sta arrivando. Cerco di focalizzare l’emozione mentre mi trasferisco sulla seggiola a rotelle. Intercetto incertezza, piacere, curiosità, tensione. Allora per distrarmi mi focalizzo sull’obiettivo. Avvertirlo della familiarità della cardiopatia e dell’importanza che faccia degli esami è la priorità. Poi tutto quello che verrà dopo sarà un regalo.
Il citofono della seconda porta aumenta la mia tensione. Chissà come sarà? Nelly apre la porta e, dopo dieci anni di matrimonio, conosce suo cognato. Ci guardiamo e sorridiamo. Allungo la mano per dargliela. L’ultima volta che ci siamo visti mi ha salutato così. Meglio riprendere da lì. Invece, Ale mi sorprende ancora. Mi dà la mano, appoggia l’altra sulla mia spalla, si piega e mi bacia sulla guancia. Con discrezione.
Per rompere la tensione esclamo: “Ti presento tua cognata!”. Nelly mi guarda e controbatte: “Dai…! Siamo mica a Carramba che sorpresa!”. Siamo tesi, tutti e tre. Chi più, chi meno. Inconsapevolmente o meno Alessandro scardina l’attimo di tensione: “Che bella  casa!”. Parte il tour mentre raccontiamo la storia di come l’abbiamo trovata e di come Nelly l’ha pensata. Il ghiaccio è rotto. Passiamo tutta la sera a raccontarci di amici, parenti, nostra sorella, la vita a Milano, i suoi amici inglesi. E naturalmente delle mie condizioni di salute saltando da CIDP, infarto e il Parkinson. Faccio solo domande poco impegnative. Pochissimi commenti. Gli chiedo che lavoro fa. Me ne parlerà e mi sorprenderà. La tensione accenna a salire. Ho toccato un nervo scoperto. Allora butto la palla in calcio d’angolo. Parliamo dell’Inter. Dopo cena, mentre sto facendo la terapia, ci salutiamo.
Nei mesi successivi ci sentiamo poco e solo formalmente. Per i nostri compleanni. Per Natale. Brevi telefonate. Qualche SMS. Poi tutto accelera. Ci incontriamo sempre più spesso. Per vedere una partita. Semplicemente per cenare. Lentamente Ale si apre. Racconta dei suoi amici, del suo lavoro. Delle sue aspirazioni. Aveva ragione. Mi ha sorpreso. Ma poi neanche tanto. Quando avevamo costituito Strike mi aveva sorpreso per il talento che aveva. Non glielo ho mai detto.
Erano lunghi chiarimenti notturni. Più che un chiarimento per comprendere i sentimenti dell’altro, era un momento di recriminazione. Una resa dei conti dialettica che costruiva le premesse per la lite successiva. Andavamo a dormire giurando di avere capito, promettendo che non sarebbe più successo, più incazzati di quando avevamo incominciato il confronto qualche ora prima. Un’incazzatura repressa e compressa da una promessa di pace che, fatta anche in buona fede, portava con sé il germe della lite successiva. Che puntualmente esplodeva di li a poco. In famiglia accadeva così.
Dieci anni cambiano i caratteri. In alcuni casi smussano gli angoli. In altri li rendono più spigolosi. Il tempo e la vita rendono più saggio chi è disposto ad ascoltarsi. Da quando ci siamo incontrati a settembre, Ale e io abbiamo raggiunto un tacito accordo. Non ripartire dal passato. Voltare le spalle a venticinque anni di sofferenza e guardare avanti. Senza aspettative. Accogliendo ciò che l’uno dà all’altro senza giudicare. Sta funzionando. Fino ad oggi.
Noi Taverna siamo proprio coglioni. Ci voleva proprio un infarto per farci ritrovare. L’infarto che mi ha già restituito Flavio, mi sta restituendo mio fratello. Sono sempre più fortunato.
(Settembre 2012 – luglio 2013)

L’EREDITÀ DELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 2)

Prima leggi: L’EREDITÀDELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 1)

“Buongiorno, sono Riccardo Taverna. Sto cercando Alessandro Taverna”. Ricky, il mio omonimo dal quale ho avuto il numero, l’ha avuto da Alessandro tre anni prima. Potrebbe non essere più suo. Per questo ho scelto la linea formale. La linea è disturbata. Dall’altra parte il silenzio. Insisto.

“Pronto?”
“Pronto?”. Una risposta. Non riconosco la voce.
“Sono Riccardo Taverna, sto cercando Alessandro Taverna”.
“Chi è che parla?”. La domanda è vagamente inquisitoria. Apparentemente sorpresa. Riconosco la voce di mio fratello.
“Ciao Ale, sono Ricky, tuo fratello”.
“Mio fratello non ha questa voce”.
“Questa è la voce di tuo fratello dopo un infarto, Ale”.
“Dimmi in che ospedale sei che vengo subito a trovarti”. Sono sorpreso. La risposta è inaspettata. Sincera e spontanea.
“Stai tranquillo Ale, l’infarto l’ho avuto sei mesi fa…”.
“… E me lo dici solo adesso…”. C’è qualcosa di diverso in questo scambio di battute. Qualcosa che tra noi non c’è mai stato. Il tono è di rimprovero. Un rimprovero delicato che nasconde un velo di preoccupazione. Forse affetto.
“Non avevo il tuo numero di telefono. L’ho recuperato solo ieri sera”.
“Ma non potevi chiederlo a David, il tuo amico inglese?”.
“Ale, David è morto poco dopo il mio infarto…”.
Alessandro metabolizza la notizia di David con una pausa. Poi continua.
“Comunque, dimmi dove sei che vengo a trovarti”.
“Ci vediamo alle sei, a casa mia, così ti presento mia moglie?”

Ale arriva alle sette. Dopo aver avvisato del ritardo. Non ho aspettative. Prenderò quello che viene. E qualsiasi cosa verrà sarà buona a prescindere. Dopo dieci anni sto per rivedere mio fratello.
(Settembre, 2012)

L’EREDITÀ DELL’INFARTO: MIO FRATELLO ALE (Ep. 1)

Prima leggi: FAMIGLIA

“Noi Taverna siamo proprio coglioni”. Ale lo dice mormorando. Forse qualcosa in più di un mormorio, giusto per farsi sentire.
“Scusa…?”, chiede Nelly che lo sta accompagnando a fare il giro del giardino.
“Dicevo che noi Taverna siamo proprio dei coglioni… Ci voleva un infarto per farci reincontrare”.
È stata una rincorsa. Lunga e incerta. Che inizia durante il ricovero in unità coronarica quando mi torna in mente che papà ha avuto il primo infarto a quarantotto anni. Diligentemente lo comunico all’equipe che mi segue. Che, altrettanto diligentemente, mi torchia di domande. “Ha un fratello di quarantacinque anni che fuma? Deve avvisarlo al più presto. Si deve sottoporre ad esami”. È il carico finale. Subito dopo le dimissioni, pieno di dubbi, mi metto in azione. Devo trovare Alessandro. Di fronte a un pericolo come la morte qualsiasi cosa deve passare inesorabilmente in secondo piano.
Ale e io non ci sentiamo da dieci anni. Dieci anni di silenzio sono il risultato di un rapporto reso impossibile da un conflitto perenne indotto, inconsapevolmente o meno, da nostro padre. Io, figlio maggiore, risposta ai desideri di papà di avere un primogenito maschio, ero il migliore per definizione. E papà non si lasciava sfuggire alcuna occasione per sottolinearlo. Soprattutto ad Ale. Astio, e forse odio, sono i sentimenti che Ale ha maturato nei miei confronti. Sentimenti che, in parte, ho contribuito ad alimentare. E che lo hanno portato ad assumere verso di me, persona con CIDP, atteggiamenti tanto discutibili quanto comprensibili. Dieci anni di lontananza possono far dimenticare una persona. Addirittura di avere un fratello. Invece ho ricordato e riflettuto. E ho capito tanti perché di Alessandro. Il suo astio, la sua sofferenza, la sua aggressività. E ho riconosciuto il suo talento e la sua onestà intellettuale.
Sono riuscito a rintracciare il suo numero di cellulare. Sono passati sei mesi dall’infarto. Il pollice sta per digitare l’ultima cifra sulla tastiera del BlackBerry. Tensione ed emozione si mescolano aumentando il tremore cronico del Parkinson. Il pollice si muove come impazzito sulla tastiera. Mi fermo e mi rilasso con un respiro profondo. Premo il tasto e aspetto. “Chissà se è ancora il suo numero?” “Chissà come reagirà?”. I miei pensieri sono interrotti da un “sì, pronto” deciso e stentoreo.
(Settembre 2012)

PAPÀ, I CONFLITTI IN CASA

Prima leggi: FAMIGLIA

Il conflitto era continuo. Con tutti. Quasi una rotazione naturale. Se non era in conflitto con mamma, lo era con Marta o con Alessandro. O con me, nonostante fossi il suo prediletto. Papà aveva bisogno del conflitto. Lo nutriva. Io ne venivo consumato. Ma non mi sottraevo. Anche dopo l’arrivo della CIDP, la cappa di tensione che avvolgeva la famiglia non si alzò. Le lotte non cessarono, né si alleggerirono. Si inasprirono. Io continuavo a non sottrarmi. Il Judo aveva forgiato il mio carattere, mi aveva affrancato da papà. Le sue prepotenze psicologiche erano intollerabili. E intervenivo.
Il silenzio era la punizione che ci infliggeva. Il suo silenzio. Il colpevole, il suo colpevole di turno, veniva ignorato per mesi. Non una parola. Non un saluto. Non uno sguardo. Se aveva qualcosa da dire al colpevole passava attraverso la mamma, il “cuscinetto”.
Questa volta tocca a me. Sono il colpevole. Non mi ricordo il motivo. Rientro a casa dall’università. La televisione è accesa. Papà sul divano che la sta guardando da’ le spalle alla porta d’entrata.
“Ciao”. Lo saluto freddamente. Le braci della discussione della notte precedente sono ancora calde. Non risponde. Forse non ha sentito.
“Ciao”. Il saluto è più deciso. Non risponde. Pazienza.
La sera successiva è una replica. Pazienza.
La terza sera al rientro dall’università, entro in casa, mi sfilo il giaccone. E vado in camera. Senza salutare papà. Mentre riordino gli appunti della lezione sento dei passi leggeri alle mie spalle.
“Ciao, come è andata?”.
“Ciao mamma, è andata bene. Lezione interessante…”.
“Senti Riccardo…”. Mi ha chiamato con il nome per esteso; sta preparando un discorso serio.
“… il papà vuole che lo saluti quando entri in casa”.
“E lui?”.
“Non ti saluterà”.
Non ci sto. Non ci posso stare. Mi alzo e vado in cucina, passando inevitabilmente dal salone. “Ciao papà”. Silenzio. Ritorno in camera. “Ciao papà”. Silenzio. Continuo così. Ogni volta che lo vedo: “ciao papà”. Voglio vedere chi cede.
Due giorni dopo la mamma mi raggiunge sul terrazzo.
“Il papà mi ha detto di dirti di non salutarlo più”.
Entro in casa e lo raggiungo in salone. “Non è che tra due giorni mi mandi la mamma a dirmi che devo salutarti?”. Silenzio.
Tutte le volte che rientro a casa lo saluto. Il suo silenzio durerà mesi.
Ho la CIDP da un paio d’anni. Nonostante abbia chiesto più serenità, nonostante abbia spiegato di avere bisogno di serenità, i conflitti in casa rimangono la norma. E i silenzi sono un modello di comportamento familiare. Tutti contro tutti. Con la mamma a fare da cuscinetto.

FAMIGLIA

(Scrivere o meno della mia famiglia è stata una scelta difficile. Ho deciso di farlo dopo essermi confrontato spesso con Nelly e avere riflettuto a lungo. Il luogo che mi avrebbe dovuto “formare”, nel quale ho vissuto i primi 10 anni di disabilità, non può non essere raccontato. Nel bene. Nel male. Cercherò di farlo attingendo alla più profonda onestà intellettuale. Naturalmente è la verità dal mio punto di vista. Gli altri punti di vista, quelli di mia sorella Marta e mio fratello Alessandro, sono verità diverse dalla mia, degne tanto quanto. Per quanto possibile racconterò solo ciò che può servire a comprendere la storia della mia vita da disabile. Decidere di scrivere questo lato più doloroso è stato reso più facile dal fatto che papà, e soprattutto mamma, non ci sono più).
Eravamo in cinque. Apparentemente. Papà se ne è andato nel 1994. Avevo già la CIDP. Mamma ci ha lasciati nel luglio del 2000. Da quel giorno le apparenze sono cadute: non eravamo più. Io avevo già capito da alcuni mesi che dovevo cavarmela da solo.
Tutte le volte che ho raccontato la mia famiglia l’ho raccontata così. Volenti o nolenti ruotava intorno a papà. Il suo sogno era avere una famiglia e un primogenito maschio. Scherzando, ma non troppo, alle volte ho pensato che il primo sogno fosse solo strumentale al primogenito maschio. Nel 1964 sono arrivato io. Da quel momento per lui non è contato più nulla. Non è contata Marta (1966). Alessandro (1967) è contato ancora meno.
Dopo il 13 novembre 1964 mio padre ha vissuto proiettando le sue aspettative, i suoi sogni in me. Dovevo fare nuoto perché da piccolo lui non c’era riuscito. Mi ha lasciato fare il judo solo perché da piccolo avrebbe voluto fare pugilato ma i nonni non glielo avevano permesso. Dovevo laurearmi solo perché lui avrebbe voluto laurearsi. Mi dava tutto, materialmente. Mi concedeva tutto. A pensarci oggi, per fortuna che mamma era più rigorosa. Ma avevo imparato in fretta che passando da papà ottenevo quello che volevo.
Mia sorella e mio fratello, no. Marta è stata più fortunata. Non aveva il confronto diretto con me. Alessandro non poteva eludere il confronto. Anche perché papà, oltre a disinteressarsi di Alessandro, non perdeva l’occasione di ricordargli il “confronto”.
Eravamo una famiglia problematica. Piena di conflitti. Tra i figli era una specie di “tutti contro tutti”. Papà e mamma avevano i loro problemi. Molti dei quali facevano capo a noi. E mamma faceva da “cuscinetto”. Mediava. Cercava di accomodare. Copriva. Dalla nostra adolescenza, il periodo che grazie al judo ho incominciato ad imparare dei valori che mi hanno portato ad “affrancarmi” da papà, i conflitti raggiungevano ogni anno il loro picco. Ed esplodevano in scenate, urlate, recriminazioni sul passato, induzione di sensi di colpa. Ma non si risolvevano mai. Mamma faceva da cuscinetto. E tutto si sopiva fino all’esplosione successiva. Spesso la rimproveravo per questo. Meglio tante piccole liti. Ma non la convincevo. D’altra parte anche lei inseguiva il suo sogno: una famiglia serena dove tutti si volevano bene. Noi eravamo il contrario.
Alessandro è quello che ha pagato di più. Io non so se ho pagato. Per chi crede nelle malattie psicosomatiche ho pagato con una malattia autoimmune (CIDP). Io ci credo relativamente. Certamente la mia famiglia non è stato l’ambiente migliore per affrontare una malattia del sistema nervoso.

L’INIZIO (EP.2) … ci può essere qualcosa di serio

“Non è il cuore e non è la circolazione” afferma con sicurezza il dottor Greblo togliendosi lo stetoscopio. La pressione è regolare. Il cuore non da segnali preoccupanti.
“Quindi…” interloquisco tranquillo.
“Quindi dobbiamo escludere le ipotesi più gravi, tumore al cervello e sclerosi multipla” mi spiega il dottor Greblo. Mi è sempre piaciuto il dottor Greblo. Sempre diretto. Tranquillo e diretto.
“Come? ” domando con un velo di preoccupazione che scalfisce la superficie della mia tranquillità.
“Con una risonanza magnetica alla testa” conclude il dottor Greblo.
Non posso stare a pensarci troppo. Devo correre al San Raffaele a prenotare la risonanza magnetica. E, come avevo deciso il giorno prima, tornando da Marilleva dal fine settimana sciistico, coinvolgerò mamma e papà con l’esito dell’esame in mano. Non voglio che si preoccupino per niente. Arrivato al San Raffaele il mio piano ha dovuto subire una necessaria variazione. Risonanza magnetica con la mutua: nove mesi di attesa. “Faccio in tempo a morire”, penso sorridendo cinicamente. Risonanza magnetica a pagamento: 20-30 giorni per la modica cifra di ottocentomila lire. Sul conto corrente ne ho la metà. Devo coinvolgere mamma e papà subito.
“Mi date ottocentomila lire per fare una risonanza magnetica alla testa? Devo escludere tumore al cervello e sclerosi multipla”.
“Non fare il pirla” dice papà. Distrattamente quasi a voler negare ciò che aveva appena sentito.
“Cosaaaa!?” squilla la mamma sbarrando gli occhi.
Non avevo “studiato” un modo di dirlo. Tornando a casa mi ero concentrato sulle mie prospettive. E avevo concluso che prima di preoccuparmi di qualsiasi cosa era meglio aspettare il referto della risonanza. Il fatto è che entrando in casa me li ero trovati di fronte entrambi. E l’avevo detto loro così come era. Semplicemente. Avevo passato l’ora successiva a raccontare del fine settimana, del polso che cedeva, della lotta con Federica, della visita del dottor Greblo.
15 giorni dopo ero sdraiato in un tubo della risonanza magnetica all’ospedale San Raffaele. 10 giorni dopo avevo in mano l’esito: negativo. Niente tumore al cervello. Niente sclerosi multipla. Nulla.
“Nella testa non c’è niente” informo gli amici.
“Niente? Che tu non avessi il cervello noi lo sapevamo già!!” mi rispondono sarcasticamente. Il nostro modo di volerci bene.
Nulla. Non c’è proprio niente. E ora? Cosa faccio? La debolezza persiste. Ok. Si affronta come un problema. Non come una malattia. Bisogna capire qual è il problema. Trovare le soluzioni. Scegliere la più adatta. Applicarla. Semplicemente.
(Marzo 1987, circa)

LE MADRI SOFFRONO IN SILENZIO

Non mi ricordo il giorno. Non mi ricordo il periodo. Poteva essere il 1995 o il 1997. La mano destra faceva ormai poco. Le gambe incominciavano ad indebolirsi. Non mi ricordo molto.
Mi ricordo molto bene di aver passato la porta del corridoio e di essermela trovata di fronte. Mi ricordo il suo capo chino, i suoi occhi immersi in un mare di tristezza cercavano i miei. “Riccardo, scusami se sei ammalato, non volevo. Mi sento tanto in colpa. Non sono stata una brava mamma per questo. Non volevo…”. Le ho sorriso. “Mamma, se potessi tornare dentro di te all’attimo prima di nascere. Se in quel momento qualcuno mi raccontasse quello che mi sarebbe capitato venendo al mondo, comprese le prospettive che ho, e mi offrisse la possibilità di scegliere tra nascere o passare il turno, sceglierei di nascere tutte le volte. Perché la vita è bellissima”. Ci siamo abbracciati. “Lo pensi davvero?” “Sì”. “Grazie Riccardo, grazie”.
Mamma, ora non ci sei più. La mia salute è più compromessa. Confermerei la scelta un’altra volta, come la confermo tutte le mattine. Grazie Mamma.
(1995, circa)