Analisi del sangue, elettromiografia, puntura lombare. Sono gli esami principali del primo ricovero al Besta. L’acronimo CIDP non era ancora stato inventato. E la diagnosi era radicolo nevrite periferica a carattere infiammatorio ai quattro arti oppure polineuropatia periferica infiammatoria. Oppure una combinazione delle due. In pratica la malattia veniva definita con la descrizione dei sintomi. Un segnale di resa, in quel periodo, di fronte alla causa e alla sostanza della malattia. E la terapia non era da meno: il cortisone. Il farmaco per tutte le stagioni. Un antiinfiammatorio per l’infiammazione al mio sistema nervoso.
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GRILLO E L’ESAME DI MATEMATICA
Prima leggi: GRILLO E L’ESAME DI PROGRAMMAZIONE E CONTROLLO
“Quindi non riesce a scrivere”, conclude il direttore togliendosi gli occhiali e sfregandosi gli occhi. Un modo per prendere tempo e trovare una soluzione.
Annuisco per non distogliere la sua attenzione. Sembra impegnato a risolvere la teoria della relatività.
“Bene. Se non riesce a scrivere non darà l’esame scritto. Si presenti all’orale”, mi spiega il direttore con tono solenne e conclusivo.
“E come lo sosterrò”, domando candidamente. Ho il forte sospetto che non abbia afferrato il problema.
“Come tutti gli altri”, risponde il direttore con tono ovvio.
“Con gli esercizi?”
“Certamente”. Il tono del direttore ancora più ovvio. Omette di dire “ma che domanda…”, ma l’espressione sorpresa lo tradisce.
“Professore”. Faccio una pausa per assicurarmi la sua attenzione. “Non riesco a scrivere…”. Lo dico sottolineando ogni parola, perando che il concetto si sedimenti nella sua memoria.
“Già”, annuisce come se avessi inserito una nuova variabile nella teoria. Il direttore è assorto. “Non farà gli esercizi”.
“E le dimostrazioni dei teoremi?”.
Questa volta me lo chiede. “Scusi cosa c’entrano dei dimostrazioni dei teoremi?”.
La risposta è prevedibile quanto la domanda: “Professore, lei mi insegna che per dimostrare un teorema bisogna scriverlo”. Cerco di non essere impertinente.
“È vero – continua il direttore – faccia così, dimostri di aver capito il senso generale della matematica”.
Sono perplesso. Molto perplesso. Devo capire cos’è il senso generale della matematica. Anche se temo che un’altra domanda faccia saltare il banco. “Professore, abbia pazienza per cortesia. Come mi preparo?”.
Pensava di essersela cavata. Invece è in difficoltà. Si affanna a cercare una risposta. Una risposta qualsiasi. Più per levarmi di torno. “Ce l’ha il testo della teoria?”
“L’Avondo Bodino Guerraggio, si”.
“Impari a memoria gli enunciati dei teoremi”. Problema risolto.
La professoressa prende la parola. “Senta, se le do diciotto finiamo questa farsa?”.
TRAPIANTO DI MIDOLLO: RAZIONALE TERAPEUTICO E L’OMBRA DELLA MORTE
Prima leggi: DALL’INTERFERONE AL TRAPIANTO DI MIDOLLO
Prima leggi: IL PROF. (EP.1)… non farti visitare da quello
“Quanto alte?” domando per nulla intimorito.
“Il 2%”.
Io credo fermamente nella logica, nel razionale terapeutico. Non temo l’esperimento. Non temo la morte, tanto meno il 2% di probabilità. Ho una sola certezza. Se sopravviverò, migliorerò.
LA MANO, DARE LE COSE PER SCONTATE
È lì. In fondo al braccio. È sempre lì. Presente. Affidabile. Sempre pronta. 27 ossa, muscoli, nervi, tendini, pelle. Tutto assemblato nello strumento più straordinario che la natura abbia concepito: la mano. È lì, in fondo al braccio, alla periferia dell’io, ai confini della consapevolezza. Quasi una appendice. Eppure non si può far altro che arrendersi all’evidenza. La mano è un miracolo. Afferra, accarezza, costruisce, scrive, parla, scopre, vede, sente, ama, legge, crea, difende, attacca, trasporta, dipinge, scolpisce. E non ci accorgiamo di lei.
DALL’INTERFERONE AL TRAPIANTO DI MIDOLLO
Prima leggi: L’INTERFERONE, GIOVENALE E IL NEGOZIATO CON IL PROF.
“Il Prof. ti sta aspettando negli ambulatori. Corri. Non è per niente è abituato ad aspettare”. Il rimprovero di Raffaella è secco.
Non rispondo e mi avvio con il passo più spedito che mi posso permettere. Raffaella mi segue.
“Ok”, sentenzia.
Gli ho portato interferon Avonex beta 1A. Quello giusto.
Raffaella me lo inietta subito.
“Le ho trovato un letto – mi comunica Il Prof. – La ricovero in un giorno in osservazione per gli effetti collaterali”.
Effetti collaterali che mi assalgono puntualmente dopo poche ore. Febbre oltre i 38°, brividi fortissimi, dolori alle ossa. La mattina seguente mi sveglio senza sintomi. La sera vengo dimesso. L’interferone sarà il mio nuovo compagno.
L’INTERFERONE, GIOVENALE E IL NEGOZIATO CON IL PROF.
Prima leggi: MIGLIORO, PEGGIORO, MIGLIORO, PEGGIORO: LA PRIMA CADUTA E L’INTERFERONE
“Professore, con tutto il rispetto, sabato sera farò la prima dose di interferone. Con lei o senza di lei”.
Una lunga pausa sembra allontanarci.
“Va bene. Sabato vada a ritirare il farmaco e venga subito al DIMER. La aspetto entro mezzogiorno”.
Ce l’ho fatta. Il Prof. e io, sempre in squadra.
L’UFFICIO, LO ZIP E LA PIPÌ
Arriva il momento in cui la CIDP mi presenta il primo conto: la debolezza delle dita. Comincio così a perdere i primi automatismi. E devo escogitare strategie alternative. Alcune sono immediate, come afferrare il bicchiere con due mani. In alcuni casi non esistono. Soprattutto quando non riesco più a compiere i movimenti fini come allacciare i bottoni o tirare su lo zip dei pantaloni. E questo è un problema quando vado in bagno. In un modo o nell’altro riesco a slacciare i pantaloni. Ma quando ho finito ho bisogno d’aiuto per allacciare i pantaloni e tirare su lo zip.
“Ciao! Come è andata?”
Non le do il tempo di finire. La spingo di lato e irrompo in casa. Corro verso il bagno. La vescica sta per cedere.
“Seguimi”.
Arriviamo in bagno. Sono salvo.
MIGLIORO, PEGGIORO, MIGLIORO, PEGGIORO: LA PRIMA CADUTA E L’INTERFERONE
Prima miglioro. Poi peggioro. Miglioro ancora. Riprendo a peggiorare. Tra una fase e l’altra passano mesi. È una costante. Come è una costante peggiorare sempre più di quanto sia migliorato. Così, inesorabilmente, perdo forza e funzionalità agli arti. Prima le braccia. Lentamente. Poi, altrettanto lentamente, le gambe. È successo sempre così. Al Besta. Con l’agopuntura. Al DIMER. Gli interventi correttivi sono dei classici. Aumento del dosaggio del farmaco del momento. Maggiore frequenza della terapia. Al DIMER, invece, con Il Prof., abbiamo innovato. L’innovazione si rincorre nei momenti più critici. Per esempio di fronte alla prima caduta.
RICKY? MEGLIO EVITARLO
Vent’anni di vita alla Residenza TreFili-scala 8. Si sono stretti dei legami. Annamaria del pian terreno. Gli Schnellinger del secondo piano. I Cerrini del primo piano. I Nicotra del quarto piano. Gli americani che ruotano al quinto piano. Noi Taverna al sesto e ultimo piano. Le famiglie si conoscono. Con il tempo si legano. Chi più, chi meno. I figli crescono sotto gli occhi di tutti. In vent’anni tutti imparano degli altri. Tutti sanno dei miei problemi. Ognuno, a proprio modo, li condivide.
“Dove vai?”, Mi chiede Paola istintivamente.
“Faccio le scale. Per esercitarmi”.
Paola esita. Starà contando i gradini. Mi segue.
“Ho una cena, devo scappare”.
“Mi aspetta mia figlia”.
Una sera, tornando dall’ufficio, camminando lungo il vialetto, di fronte ad un’altra fuga, capisco. E non posso che sorridere. L’ascensore è decisamente più comodo delle scale.
LA REGOLA D’ORO: PRIMA, CAVARMELA DA SOLO. POI CHIEDERE.
Allacciare un bottone. Allacciare una stringa. Scrivere. Prendere il portafogli dalla tasca. Tirare su la cerniera dei pantaloni. Versare l’acqua. Tagliare il cibo. Guidare. Infilare le calze. Afferrare il bicchiere. Aprire una lattina. Negli anni, tra alti e bassi, perdo progressivamente la capacità di compiere le piccole azioni della vita quotidiana. Quelle apparentemente insignificanti. Date per scontate. Fatte decine di volte ogni giorno. Inconsapevolmente. Non siamo consapevoli di compierle con me non lo siamo della loro importanza. Di quanto ognuno di quei gesti determina la nostra qualità di vita.
“Mi apri la lattina?”, chiedo spingendola verso Febo.
“Oh cazzo Riks, scusa, non ci ho pensato…”, risponde Febo mortificato mentre si affretta a tirare la linguetta.
“Febo, nessun problema”.
“È che non ti vedo come una persona ammalata, che ha bisogno d’aiuto”.
“Ogni volta che qualcuno mi dice così, caro Febone, per me è una vittoria. Conferma che il mio atteggiamento verso la malattia è giusto”.
