L’avventura di “Badavo ai Badanti” è nata anni fa’. Con Ricky, un amico di vecchissima data, stavamo attraversando la città per andare a cena su i navigli. Cercando di sfuggire all’afa meneghina di luglio. A quei tempi camminavo tranquillamente. Le mani cominciavano a cedere. L’Istituto Neurologico Besta era già entrato nella mia vita. “Affronti la malattia con un coraggio fuori dal comune. Dovresti scrivere un libro raccontando la tua storia”. Ero pieno di dubbi. Non pensavo di avere né la credibilità né l’autorevolezza sufficienti. L’unica idea che mi convinceva era che se quello che avrei mai scritto avrebbe potuto aiutare anche una sola persona, allora ne sarebbe valsa la pena.
Archivio dell'autore: Riccardo Taverna
IL PERICOLO: INCROCIARE UN DECOLLETÈ
Fine maggio 2002. O inizio giugno. Non è importante. È importante che a due anni dal trapianto di midollo cammino sempre meglio. E sempre più a lungo. Sei o sette kilometri. La fiducia nei miei mezzi è assoluta. Effetto della prova Paola Valenti. Cado raramente. E le volte che mi capita di cadere mi rialzo. A fatica. Lentamente. Ma lo faccio da solo. Rifiuto qualsiasi aiuto. Devo farcela sempre da solo. E cadendo, quelle poche volte che mi è capitato, qualcuno si è sempre precipitato ad aiutarmi. Ma l’ho sempre dovuto deludere. È importante che questa mattina l’aria è strepitosa, pungente. Il cielo ha un colore vivo, un azzurro che Milano vede raramente. Tutto mi invita a camminare. È importante che per la prima volta dopo cinque anni di vita da single mi sento predisposto ad avere una storia. Se capita…
“Ivan, vado in ufficio a piedi. Da solo”. È una comunicazione di servizio. Non voglio il parere di Ivan. La sua opinione pesa. E se avesse anche una sola perplessità …. Esco di casa evitando accuratamente i suoi occhi blu e trasparenti.
“Quando arrivo ti do un colpo di telefono”.
“Ti sei fatto male?”
“No, non penso … No, tutto bene”.
“Posso aiutarti?”
“Grazie volentieri”.
Se l’avessi programmata non sarebbe mai venuta così bene. Mi alzo. Mi mette il braccio sinistro intorno alla vita. Il mio destro intorno alla sua spalla. Saliamo i sette gradini della scala E. Attraversiamo la porta di vetro. Ci rassicuriamo a vicenda. Apro la porta dell’ufficio ed entriamo nella mia stanza. Mi siedo al tavolino delle riunioni pensando che ogni lasciata è persa.
“Posso offrirti un caffè?”
“Grazie, più che volentieri”, risponde illuminando il viso.
Chiacchieriamo amabilmente per il tempo della tazzina. Il clima della giornata, la caduta, i nostri lavori. Ci scambiamo i numeri di telefono. E due sere dopo è sotto casa mia in via Mac Mahon. Usciamo a cena.
“Tutto bene? Posso aiutarti?”
“Tutto ok, grazie. Faccio da solo”
“Sicuro?”
“Sicuro. Devo cavarmela da solo. Grazie mille”.
Salgo i sette gradini. Da solo. Entro in ufficio. Da solo. Ce l’ho fatta. Da solo. Solo. Mi siedo alla mia postazione. Mi faccio portare un caffè e penso a quello che è appena accaduto.
“Pirla! Pirla! Pirla!”
MAI SCHERZARE CON LA MALATTIA (parte 2)
PRIMA LEGGI: MAI GIOCARE CON LA MALATTIA (parte 1)
Sabato mattina entro nel reparto di neurologia al DIMER. Mi stanno aspettando. Incominciamo immediatamente. Ago in vena. Immunoglobuline in circolo. Io sono inchiodato a letto. Mi guardo intorno. La stanza del pronto soccorso è più spoglia delle altre. È una camera singola. Poco male. Anzi meglio. Leggerò indisturbato. Incrocio la mensola della TV sul muro di fronte al letto. Vuota. Il sabato non si prenotano né la televisione né il telefono. Addio Gran Premio di Montecarlo. Da quando sono stato contagiato dalla passione per la Formula 1 non ne ho mai perso uno.
“Cosa cazzo ci fai qui alle 11:00?”.
Risponde con un ghigno di soddisfazione e compiacimento mentre mi mostra un borsone con la cerniera aperta e coperta dal suo giubbotto di renna. Guardo cercando di capire.
“E secondo te ti lascio chiuso qui dentro due giorni senza vedere il Gran Premio di Montecarlo?”. La televisione! Ugo mi ha portato la sua televisione che, combinazione, è identica a quelle che il San Raffaele affitta. La installa sulla mensola. Collega i cavi. La accende. Funziona. Sul muro, alla destra della televisione, campeggia un cartello con su scritto:
“Se lo dici un’altra volta ti becchi un vaffa …”, Il nostro modo di dirci grazie.
MAI GIOCARE CON LA MALATTIA (parte 1)
“Ricky, sono molto preoccupata per Giovenale!”. La voce di Dalila tradisce l’ansia e l’amore per il marito. Sono alcune settimane che ogni tanto mi chiama. Apparentemente per chiacchierare di tutto e di nulla, in realtà per sfogarsi.
“Come ti senti?”, mi chiede Ugo guardandomi dritto negli occhi.
“Sinceramente?”. Ugo e Dedo mi rispondono con un silenzio rumorosissimo, guardandomi negli occhi come solo chi in quel momento non ha altra preoccupazione.
“Ho paura. Questo fatto del ricovero d’urgenza. Non vorrei che nascondesse qualcos’altro”.
Ugo e Dedo mi abbracciano forte. Contemporaneamente. “Tranquillo”.
“E poi c’è una cosa che mi fa incazzare. Entrando di sabato non posso affittare la televisione. Così domenica mi perdo il Gran Premio di Montecarlo”. Lo dico perché mi fa incazzare veramente e per mandare il momento in vacca. È venerdì sera. E siamo alla Ringhiera per divertirci.
Ho giocato con la mia salute per aiutare un amico. E due giorni dopo ho incominciato a peggiorare. Mah …
L’INIZIO (EP. 8) … Uick (Io) non si deve stancare e il sesso
PRIMA LEGGI: L’INIZIO (EP.7) … Ricky non si deve stancare
Pagina è in alto “Guardi come muovere le mani, se si stanca prima, se dorme meno”. Il Dottor Greblo, il nostro medico della mutua, da alla mamma una serie di indicazioni puntuali.
“Grazie dottore”, conclude la mamma.
“Si figuri. Buona sera …. Aspetti! L’ultima volta che Riccardo è venuto a farsi visitare mi sono dimenticato di chiedere una cosa. Lo faccia lei per me, per favore”.
“Mi dica”.
“Gli chiede se le sue prestazioni sessuali sono peggiorate?”.
“Certamente”.
Certamente!? La mamma è estroversa, chiacchierona, parla di tante cose. Ma parlare di sesso no. Non ci riesce. A parole è una madre moderna. E per alcuni aspetti lo è. Ma il sesso fa emergere il suo lato borghese. Non me lo chiederà mai. A costo di non saperlo. Però la pulce è entrata nell’orecchio. E ogni giorno si insinua sempre più in profondità.
“Sì c’è, Diane. Come stai?”
“Bene grazie. Lei?”
“Io sto bene Diane, come va l’università?”
“Insomma signora, sto faticando con diritto penale”.
“So che è duro. Anche il figlio di …”. E la mamma racconta l’aneddoto del figlio di un’amica con la sua solita maestria. Diane domanda. Ride. Scherza.
“Comunque signora, io mi impegno al massimo”.
“Lo so Diane, hai un gran carattere. Sono proprio contenta anche per il Rick”.
“Anch’io sono fortunata”. Diane risponde sempre a un complimento con un complimento.
“Ormai sono due anni …”
“Sì …”
“Siete proprio una bella coppia, e non lo dico da mamma”.
“Si, … e poi il Rick è sempre gentile”.
Diane incomincia a cercare di capire dove stia puntando la mamma. La mamma sta prendendo la rincorsa.
“Sai Diane, sono un po’ preoccupata per la sua malattia”.
“Anch’io un po’. Ma stia tranquilla sono molto innamorata e gli sto vicina”. Diane rassicura la mamma, pensando di aver capito.
“Lo so Diane, sei proprio una brava ragazza. … A proposito … quando … siete soli … fate …”. La mamma fa una pausa sperando che Diane capisca.
Diane afferra il passaggio: “certo signora. D’altra parte abbiamo 25 anni …”.
“Certo, certo …”, interloquisce la mamma mettendosi sulla difensiva. E le pause si allungano.
“E … e … – cerca di continuare la mamma – tu … tu … come … come ti trovi?”. La mamma riesce a concludere tutto d’un fiato.
“Ah, benissimo”. Risponde Diane per nulla intimorita.
La mamma prende coraggio.
“Non è che il Rick … con la malattia …”. La mamma si lancia.
“Oh signora, guardi, non potrei essere più soddisfatta”, risponde Diane di botto.
La mamma vede il traguardo. E si carica.
“Ecco Diane, non farlo stancare”. Missione compiuta. Ha scoperto delle mie prestazioni sessuali e si è liberata del fardello della protezione del figlio. Ora è tranquilla. Rilassata. Ma non conosce Diane fino in fondo che risponde con la velocità del fulmine.
“Non si preoccupi signora, se si stanca vado sopra io”, rassicura con assoluta decisione.
La risposta è inaspettata quanto destabilizzante.
“Vai sopra tu … ?”. La domanda della mamma è istintiva. Domanda scandendo le parole lentamente. Contemporaneamente cercando la risposta.
“Sii signora, sto sopra io”, spiega Diana tranquillamente.
“Ah già … si, si”, risponde la mamma cercando di darsi un tono e mal celando l’imbarazzo.
La mamma rompe il silenzio di una lunga pausa.
“Diane”
“Si”.
“Giurami che non dirai mai al Rick di questa telefonata”.
STORIE DEL DIMER (EP 1)… Il signor Corsaro (parte 4)
PRIMA LEGGI: STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 3)
Parla. Parla. Parla. Ininterrottamente. Non si ferma mai. Di giorno. La notte. Sempre. Ininterrottamente. Ieri notte sono riuscito a chiudere gli occhi e ad addormentarmi. Non so come. Improvvisamente vengo scosso dalle spalle. Apro gli occhi e il signor Corsaro è lì, alto e dinoccolato, in piedi, piegato verso di me. Le mani appoggiate alle mie spalle. Mi sta scuotendo lui. Appena apro gli occhi si ferma. Mi guarda fisso: “perché non mi autorizza a lasciare questo ospedale”. Tra il disperato e il risentito continua a fissarmi aspettando una risposta. Valuto le opzioni. Accarezzo l’idea di picchiarlo. Trattengo l’impulso di insultarlo. Ipotizzo di dargli una ditata nell’occhio. Scelgo di essere il capo di stato maggiore. Sospirando e sibilando: “si rimetta a dormire oppure la differisco alla corte marziale per ammutinamento”. Glielo dico con il tono più minaccioso che il sonno mi consente. “Guardi che non siamo per mare”, mi risponde prontamente. L’ammutinamento. Cosa mi è venuto in mente… Devo replicare. E in fretta. Non deve prendere il sopravvento. Invece, un istante dopo lascia le mie spalle e si corica. E comincia a parlare. Parlare. Parlare.
“Lei lo conosce il Petrarca?”.
Lo guardo con sospetto. Mi chiedo dove sta cercando di portarmi. Dove sarà la trappola?
Azzardo: “si. Lei cosa ne pensa?”.
“Dunque, il Petrarca …”. Continua a sorprendermi. Si ferma. Tace. Si alza, l’espressione triste. Torna verso il suo letto. Si sdraia continuando a tacere. Stende le braccia lungo i fianchi. E mi sorprende ancora. Piange. Un pianto discreto, trattenuto, composto. E non parla. Continua a non parlare. Dopo un pò, forse un’ora, non si è ancora ripreso. Non piange più. Guarda il soffitto e non parla.
Cronaca dell’infarto (parte 5)
“Il Milan è stato sorteggiato con il Barcellona”, dice qualcuno. Forse Giuseppe.
“Verrà eliminato”, pronostico io. “Ibra nelle partite che contano non fa la differenza”.
“Ma va”, controbatte qualcun altro.
RIUNIONE AL MONTE DEI PASCHI DI SIENA … Chi va con il badante incomincia a …
“Cos’era questo palazzo prima di diventare la sede della banca?”, domando all’assistente.
“La banca”.
“Si, ho capito, ma prima?” insisto pensando alla giovane età della assistente che probabilmente lo rende immune dal fascino della storia.
“La banca – replica deciso – La banca. Siamo la banca più antica del mondo. Il palazzo l’abbiamo costruito noi”.
“Già…”. Meglio che stia zitto.
“Scusi signor Ricky”.
“Si”.
“Siamo a Siena?”.
“Si”, rispondo controllando il tono. Uscendo da Gaiole in Chianti gli avevo detto di seguire le indicazioni per Siena. Sono curioso. Chissà dove vuole arrivare?
“La città della famosa banca Monte dei Paschi di Siena?”
“Siii…”. Sono sempre più curioso.
“Lo sa che è così famosa che la conosciamo anche nelle Filippine?”
“Ma va?!” Fingo di essere sorpreso ma sono deluso. Tutto qui?
“Scusi signor Ricky”.
“Mi dica Riccardo”.
“Ma qui a Siena, dov’è il Monte dei Paschi di Siena?”
No! Non ci posso credere! Eppure è stato con me tutta la mattina! Cosa gli rispondo? Lo sfotto? Possibile che siano tutti storditi?
Sospiro rassegnato. “Riccardo, ci siamo stati dentro tutta la mattina”. Rispondo con grazia.
“Ah…”. Quell’ah, una persecuzione.
Siamo quasi a Milano. Ripenso alla giornata. Però… anche la mia domanda è stata degna del miglior badante. E il mio “già” è stato degno del miglior “ahh”.
Cronaca dell’infarto (parte 4)
PRIMA LEGGI: Cronaca dell’infarto (parte 3)
“Lui ha un nome altoatesino…”, irrompe Giuseppe. L’ascensore ride.
“Mi chiamo Marco Centola”, risponde ridendo e fingendosi mortificato.
“Hai visto come è altoatesino?”, esclamano un paio di infermieri.
L’atmosfera è ai limiti della goliardia. E questo mi rassicura.
IL DITO … ovvero, piccoli imprevisti, piccoli segnali.
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