Archivio dell'autore: Riccardo Taverna

GRAZIE!

L’avventura di “Badavo ai Badanti” è nata anni fa’. Con Ricky, un amico di vecchissima data, stavamo attraversando la città per andare a cena su i navigli. Cercando di sfuggire all’afa meneghina di luglio. A quei tempi camminavo tranquillamente. Le mani cominciavano a cedere. L’Istituto Neurologico Besta era già entrato nella mia vita. “Affronti la malattia con un coraggio fuori dal comune. Dovresti scrivere un libro raccontando la tua storia”. Ero pieno di dubbi. Non pensavo di avere né la credibilità né l’autorevolezza sufficienti. L’unica idea che mi convinceva era che se quello che avrei mai scritto avrebbe potuto aiutare anche una sola persona, allora ne sarebbe valsa la pena.

In questi ultimi mesi, dopo 63 post e più di 4.600 visualizzazioni di pagine, ho ricevuto molti consensi. Ognuno è stato prezioso. Come preziosa è la presenza di chi ogni giorno legge il blog. Ringrazio tutti. Per esserci e per darmi l’energia per continuare.
Grazie!

IL PERICOLO: INCROCIARE UN DECOLLETÈ

Fine maggio 2002. O inizio giugno. Non è importante. È importante che a due anni dal trapianto di midollo cammino sempre meglio. E sempre più a lungo. Sei o sette kilometri. La fiducia nei miei mezzi è assoluta. Effetto della prova Paola Valenti. Cado raramente. E le volte che mi capita di cadere mi rialzo. A fatica. Lentamente. Ma lo faccio da solo. Rifiuto qualsiasi aiuto. Devo farcela sempre da solo. E cadendo, quelle poche volte che mi è capitato, qualcuno si è sempre precipitato ad aiutarmi. Ma l’ho sempre dovuto deludere. È importante che questa mattina l’aria è strepitosa, pungente. Il cielo ha un colore vivo, un azzurro che Milano vede raramente. Tutto mi invita a camminare. È importante che per la prima volta dopo cinque anni di vita da single mi sento predisposto ad avere una storia. Se capita…

Guardo fuori dalla finestra della cucina per l’ultima volta.

“Ivan, vado in ufficio a piedi. Da solo”. È una comunicazione di servizio. Non voglio il parere di Ivan. La sua opinione pesa. E se avesse anche una sola perplessità …. Esco di casa evitando accuratamente i suoi occhi blu e trasparenti.
“Quando arrivo ti do un colpo di telefono”.

Da via Mac Mahon cammino verso piazza Firenze. Prendo Corso Sempione e scendo verso l’Arco della Pace sul marciapiede di destra. Cammino concentrato. Pensando ad ogni movimento della gamba destra. Poi della sinistra. La fatica psicologica si fa sentire. Aumento il livello di concentrazione. A metà di corso Sempione giro a destra in via Ferruccio. Cento metri e sono arrivato. Alzo l’asticella della concentrazione. La rivista del traguardo di solito tende a rilassare. Sono al massimo. Cammino pensando ai movimenti delle gambe. Guardando il marciapiede un metro e mezzo davanti ai miei piedi. Tutto è sotto controllo. Ci sto riuscendo.
Alzo gli occhi per verificare la posizione del cancello. Tre metri. Ci sono. Sto per controllare per terra quando mi chiama. Il decolletè mi sta camminando incontro. La camicia bianca con i primi bottoni elegantemente slacciati lascia intravedere il pizzo del reggiseno. Il petto, leggermente compresso, esibisce la prima abbronzatura dell’anno. Sopra il decolletè il viso abbronzato incornicia gli occhi profondi pronti ad affrontare la giornata, il naso diritto e sicuro come la camminata, le labbra carnose e decise. Gli angoli si inarcano e mi rivolgono un sorriso accennato. Due strade si stanno per incrociare. Ma non posso fermarmi. Se mi fermo cado. Accenno un sorriso di risposta. Entro nel portone. E mi dimentico di alzare la gamba. La punta del piede colpisce la traversina di ferro. Sono per terra in un attimo. Con uno schianto e un’imprecazione.
Mi inginocchio. Passi dietro di me si fermano al mio fianco. Le gambe abbronzate del decolletè.

“Ti sei fatto male?”
“No, non penso … No, tutto bene”.
“Posso aiutarti?”
“Grazie volentieri”.
Se l’avessi programmata non sarebbe mai venuta così bene. Mi alzo. Mi mette il braccio sinistro intorno alla vita. Il mio destro intorno alla sua spalla. Saliamo i sette gradini della scala E. Attraversiamo la porta di vetro. Ci rassicuriamo a vicenda. Apro la porta dell’ufficio ed entriamo nella mia stanza. Mi siedo al tavolino delle riunioni pensando che ogni lasciata è persa.
“Posso offrirti un caffè?”
“Grazie, più che volentieri”, risponde illuminando il viso.
Chiacchieriamo amabilmente per il tempo della tazzina. Il clima della giornata, la caduta, i nostri lavori. Ci scambiamo i numeri di telefono. E due sere dopo è sotto casa mia in via Mac Mahon. Usciamo a cena.

E invece no! Non è andata così. Mi sono inginocchiato. Le gambe abbronzate del decolletè si sono fermate al mio fianco.

“Tutto bene? Posso aiutarti?”
“Tutto ok, grazie. Faccio da solo”
“Sicuro?”
“Sicuro. Devo cavarmela da solo. Grazie mille”.
Salgo i sette gradini. Da solo. Entro in ufficio. Da solo. Ce l’ho fatta. Da solo. Solo. Mi siedo alla mia postazione. Mi faccio portare un caffè e penso a quello che è appena accaduto.
“Pirla! Pirla! Pirla!”

A settembre incrocio la strada di Nelly.
(Maggio 2002, circa)

MAI SCHERZARE CON LA MALATTIA (parte 2)

PRIMA LEGGI: MAI GIOCARE CON LA MALATTIA (parte 1)

Sabato mattina entro nel reparto di neurologia al DIMER. Mi stanno aspettando. Incominciamo immediatamente. Ago in vena. Immunoglobuline in circolo. Io sono inchiodato a letto. Mi guardo intorno. La stanza del pronto soccorso è più spoglia delle altre. È una camera singola. Poco male. Anzi meglio. Leggerò indisturbato. Incrocio la mensola della TV sul muro di fronte al letto. Vuota. Il sabato non si prenotano né la televisione né il telefono. Addio Gran Premio di Montecarlo. Da quando sono stato contagiato dalla passione per la Formula 1 non ne ho mai perso uno.

La porta della camera si apre con discrezione. Ugo!

“Cosa cazzo ci fai qui alle 11:00?”.
Risponde con un ghigno di soddisfazione e compiacimento mentre mi mostra un borsone con la cerniera aperta e coperta dal suo giubbotto di renna. Guardo cercando di capire.
“E secondo te ti lascio chiuso qui dentro due giorni senza vedere il Gran Premio di Montecarlo?”. La televisione! Ugo mi ha portato la sua televisione che, combinazione, è identica a quelle che il San Raffaele affitta. La installa sulla mensola. Collega i cavi. La accende. Funziona. Sul muro, alla destra della televisione, campeggia un cartello con su scritto:

“È severamente vietato utilizzare apparecchi televisivi privati”.
Ugo passerà tutto il fine settimana in ospedale a farmi compagnia. Naturalmente ci siamo goduti il Gran Premio di Montecarlo.
Domenica sera, verso le 19:00, ad orario di ricevimento abbondantemente scaduto, la mia attenzione, impigrita dal letto, è attratta da una persona che si aggira in via Olgettina studiando l’inferriata di cinta del DIMER. Dedo!
Lancia un sacchetto di plastica oltre l’inferriata. Si arrampica agilmente. È nel perimetro del DIMER. Un attimo ed è in camera. “Ciao vecchio”. Gelato! Dal sacchetto materializza una confezione di gelato da mezzo chilo. Fragola e limone. Per andare sul sicuro. “Non sono riuscito a venire prima perché avevo organizzato un fine settimana fuori Milano già da tempo”.

“Se lo dici un’altra volta ti becchi un vaffa …”, Il nostro modo di dirci grazie.

Non so se ci sia una relazione tra i due eventi. Mi piace pensare che Ugo e Dedo mi abbiano restituito ciò che io ho dato a Giovenale e Dalila. La certezza è che ciò che diamo torna. Da qualche parte torna.
“Tranquillo”, mi avevano detto Ugo e Dedo due sere prima. Più di una promessa. Un impegno. La rete degli amici si era stretta per non farmi cadere. C’erano. Oggi Dedo c’è ancora. C’è in un modo tanto profondo da avermi insegnato che “la fortuna va divisa con chi ne ha bisogno”. E io sono fortunato.
(Maggio 1997, circa)

MAI GIOCARE CON LA MALATTIA (parte 1)

“Ricky, sono molto preoccupata per Giovenale!”. La voce di Dalila tradisce l’ansia e l’amore per il marito. Sono alcune settimane che ogni tanto mi chiama. Apparentemente per chiacchierare di tutto e di nulla, in realtà per sfogarsi.

Voglio bene a Giovenale e Dalila. Sono tra gli amici più veri. Ci siamo conosciuti tre anni prima quando stavo con Daria. Fin dall’inizio della nostra storia mi aveva raccontato dei suoi migliori amici, una coppia brillante e inossidabile, un esempio. Giovenale leale e spigoloso. Dalila un vulcano di allegria, intelligente. Un punto di riferimento per come “gestire” un uomo. Quando finalmente ci siamo conosciuti non potevamo che andare d’accordo. E così accadde.
Quando, pochi mesi dopo la storia con Daria finiva, come d’abitudine tagliai ponti con i suoi giri rinunciando a malincuore a Giovenale e Dalila. Fu Giovenale a cercarmi. “Ricky, comunque sia andata, fatti sentire”, mi disse nella brevissima telefonata alcuni mesi dopo Daria. Poche sere dopo ero a cena da loro. Stava nascendo una grande amicizia.
La preoccupazione e l’ansia di Dalila per Giovenale questa sera mi inquieta. “Non vuole uscire, non chiama più nessuno, in agenzia è più irascibile del solito. Anche con me parla a stento. Non so cosa fare. Ricky, cosa posso fare?”. Non ho mai tradito il richiamo d’aiuto di un amico. Giovenale doveva uscire di casa. E per convincerlo dovevo trovare un motivo che lo colpisse forte. Se era vero che avevamo nello stesso senso dell’amicizia avevo trovato il pretesto. Io. La mia malattia. “Dali, di a Giovenale che ci siamo sentiti. Che sto peggiorando e che sono depresso. Digli che dovete starmi vicino”. Mi dà piuttosto fastidio prendere in giro un amico. Prenderlo in giro sulla mia salute è detestabile. Oltre tutto da quando, un paio d’anni fa’, sono rientrato al DIMER le mani stanno migliorando costantemente. Ma sentire l’entusiasmo di Dalila all’idea che possiamo farcela mi convince che ho fatto la cosa giusta. Il lunedì dopo siamo alla Ringhiera. Dalila è raggiante. Giovenale brontola tutta la sera. Non sta bene. Devo stargli più vicino. Conoscendolo, devo stargli più vicino con discrezione.
Mercoledì mattina mi sveglio con le mani intorpidite stranamente. Inaspettatamente. Perdo nettamente funzionalità alle dita della mano destra. Giovedì mattina la perdita di funzionalità è costante. Così rapidamente non mi è mai capitato. Chiamo il DIMER. E venerdì pomeriggio sono in ambulatorio davanti a Vittorio, il primo assistente del Prof. Mi visita. Chiama il reparto. “Abbiamo un letto p.s. (pronto soccorso) libero?”. Attende la risposta. Ascolta. Mi guarda: “domani mattina sei ricoverato. Presentati in reparto alle nove che incominciamo subito con le immunoglobuline”. Non sono ancora passati i tre mesi canonici tra un ricovero e l’altro. Per la prima volta da quando sono comparsi i sintomi anni fa sono preoccupato. Più per il ricovero d’urgenza che per il torpore.
La sera, come tutte le sere, vado alla Ringhiera. Ugo e Dedo sono già arrivati. Stanno vivendo una birra al bancone. Li raggiungo e racconto tutto.

“Come ti senti?”, mi chiede Ugo guardandomi dritto negli occhi.
“Sinceramente?”. Ugo e Dedo mi rispondono con un silenzio rumorosissimo, guardandomi negli occhi come solo chi in quel momento non ha altra preoccupazione.
“Ho paura. Questo fatto del ricovero d’urgenza. Non vorrei che nascondesse qualcos’altro”.
Ugo e Dedo mi abbracciano forte. Contemporaneamente. “Tranquillo”.
“E poi c’è una cosa che mi fa incazzare. Entrando di sabato non posso affittare la televisione. Così domenica mi perdo il Gran Premio di Montecarlo”. Lo dico perché mi fa incazzare veramente e per mandare il momento in vacca. È venerdì sera. E siamo alla Ringhiera per divertirci.

La mattina dopo sono nel letto del p.s. della neurologia del DIMER. Con un ago nel braccio e le immunoglobuline che stanno entrando in circolo.

Ho giocato con la mia salute per aiutare un amico. E due giorni dopo ho incominciato a peggiorare. Mah …

(Maggio 1997, circa)

L’INIZIO (EP. 8) … Uick (Io) non si deve stancare e il sesso

PRIMA LEGGI: L’INIZIO (EP.7) … Ricky non si deve stancare

“Dottor Greblo, come faccio a capire come sta Riccardo, se peggiora?”. Per una madre, un figlio ammalato è una sfida in cui getta tutta se stessa. L’istinto di protezione, la voglia del suo bene la spingono oltre tutti i limiti di sopportazione fisica e psicologica. Deve farlo guarire. E ci riesce spesso. La malattia degenerativa è devastante. Per il figlio che la subisce. Per la madre che vede il figlio spegnersi lentamente. Il vigore della madre si infrange quotidianamente contro l’ineluttabilità della degenerazione. L’istinto di protezione, sistematicamente castrato dall’incapacità di far cambiare la rotta, cerca nuovi varchi. Trova nuovi modi di esprimersi.
Nonostante io non voglia, la mamma si muove dietro le quinte. Chiede, indaga, cerca di capire. Si batte nell’ombra. E nell’ombra sfoga la sua frustrazione. Le amiche che accolgono la sua tristezza. Con me invece non cambia. Almeno nei primi anni. Sorride. S’arrabbia. Come al solito. Della malattia con me parla il minimo indispensabile. Il suo modo di proteggermi. Il suo modo di lottare. Tenermi tranquillo.
“Come faccio a capire come sta Riccardo, se peggiora?”.

Pagina è in alto “Guardi come muovere le mani, se si stanca prima, se dorme meno”. Il Dottor Greblo, il nostro medico della mutua, da alla mamma una serie di indicazioni puntuali.
“Grazie dottore”, conclude la mamma.
“Si figuri. Buona sera …. Aspetti! L’ultima volta che Riccardo è venuto a farsi visitare mi sono dimenticato di chiedere una cosa. Lo faccia lei per me, per favore”.
“Mi dica”.
“Gli chiede se le sue prestazioni sessuali sono peggiorate?”.
“Certamente”.

Certamente!? La mamma è estroversa, chiacchierona, parla di tante cose. Ma parlare di sesso no. Non ci riesce. A parole è una madre moderna. E per alcuni aspetti lo è. Ma il sesso fa emergere il suo lato borghese. Non me lo chiederà mai. A costo di non saperlo. Però la pulce è entrata nell’orecchio. E ogni giorno si insinua sempre più in profondità.

Da due anni sono fidanzato con Diane. Francese per metà. Estroversa, brillante, arguta, a volte irriverente. Impossibile da mettere in imbarazzo. Diane e la mamma non potevano che andare d’accordo. Vanno tanto d’accordo che, alle volte, quando Diane mi telefona a casa e risponde la mamma possono passare minuti a chiacchierare prima che me la passi.
“Buongiorno signora, sono Diane, c’è il Uick”. La simpatia di Diane è accentuata da una “erre” così francese da uscire come “u”. In quegli anni sono stato Uick per quasi tutti. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, lo sono ancora per lo straordinario clan Bucciarelli.

“Sì c’è, Diane. Come stai?”
“Bene grazie. Lei?”
“Io sto bene Diane, come va l’università?”
“Insomma signora, sto faticando con diritto penale”.
“So che è duro. Anche il figlio di …”. E la mamma racconta l’aneddoto del figlio di un’amica con la sua solita maestria. Diane domanda. Ride. Scherza.
“Comunque signora, io mi impegno al massimo”.
“Lo so Diane, hai un gran carattere. Sono proprio contenta anche per il Rick”.
“Anch’io sono fortunata”. Diane risponde sempre a un complimento con un complimento.
“Ormai sono due anni …”
“Sì …”
“Siete proprio una bella coppia, e non lo dico da mamma”.
“Si, … e poi il Rick è sempre gentile”.
Diane incomincia a cercare di capire dove stia puntando la mamma. La mamma sta prendendo la rincorsa.
“Sai Diane, sono un po’ preoccupata per la sua malattia”.
“Anch’io un po’. Ma stia tranquilla sono molto innamorata e gli sto vicina”. Diane rassicura la mamma, pensando di aver capito.
“Lo so Diane, sei proprio una brava ragazza. … A proposito … quando … siete soli … fate …”. La mamma fa una pausa sperando che Diane capisca.
Diane afferra il passaggio: “certo signora. D’altra parte abbiamo 25 anni …”.
“Certo, certo …”, interloquisce la mamma mettendosi sulla difensiva. E le pause si allungano.
“E … e … – cerca di continuare la mamma – tu … tu … come … come ti trovi?”. La mamma riesce a concludere tutto d’un fiato.
“Ah, benissimo”. Risponde Diane per nulla intimorita.
La mamma prende coraggio.
“Non è che il Rick … con la malattia …”. La mamma si lancia.
“Oh signora, guardi, non potrei essere più soddisfatta”, risponde Diane di botto.
La mamma vede il traguardo. E si carica.
“Ecco Diane, non farlo stancare”. Missione compiuta. Ha scoperto delle mie prestazioni sessuali e si è liberata del fardello della protezione del figlio. Ora è tranquilla. Rilassata. Ma non conosce Diane fino in fondo che risponde con la velocità del fulmine.
“Non si preoccupi signora, se si stanca vado sopra io”, rassicura con assoluta decisione.
La risposta è inaspettata quanto destabilizzante.
“Vai sopra tu … ?”. La domanda della mamma è istintiva. Domanda scandendo le parole lentamente. Contemporaneamente cercando la risposta.
“Sii signora, sto sopra io”, spiega Diana tranquillamente.
“Ah già … si, si”, risponde la mamma cercando di darsi un tono e mal celando l’imbarazzo.
La mamma rompe il silenzio di una lunga pausa.
“Diane”
“Si”.
“Giurami che non dirai mai al Rick di questa telefonata”.

Ho saputo di questa conversazione da Diane. Non stavamo più insieme da alcuni anni. Non ho mai detto nulla alla mamma.
(1990 circa)

STORIE DEL DIMER (EP 1)… Il signor Corsaro (parte 4)

PRIMA LEGGI: STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 3)

Parla. Parla. Parla. Ininterrottamente. Non si ferma mai. Di giorno. La notte. Sempre. Ininterrottamente. Ieri notte sono riuscito a chiudere gli occhi e ad addormentarmi. Non so come. Improvvisamente vengo scosso dalle spalle. Apro gli occhi e il signor Corsaro è lì, alto e dinoccolato, in piedi, piegato verso di me. Le mani appoggiate alle mie spalle. Mi sta scuotendo lui. Appena apro gli occhi si ferma. Mi guarda fisso: “perché non mi autorizza a lasciare questo ospedale”. Tra il disperato e il risentito continua a fissarmi aspettando una risposta. Valuto le opzioni. Accarezzo l’idea di picchiarlo. Trattengo l’impulso di insultarlo. Ipotizzo di dargli una ditata nell’occhio. Scelgo di essere il capo di stato maggiore. Sospirando e sibilando: “si rimetta a dormire oppure la differisco alla corte marziale per ammutinamento”. Glielo dico con il tono più minaccioso che il sonno mi consente. “Guardi che non siamo per mare”, mi risponde prontamente. L’ammutinamento. Cosa mi è venuto in mente… Devo replicare. E in fretta. Non deve prendere il sopravvento. Invece, un istante dopo lascia le mie spalle e si corica. E comincia a parlare. Parlare. Parlare.

Sta passando il pomeriggio e non ha ancora smesso di parlare. La flebo di immunoglobuline mi tiene inchiodato al letto. Parla. Non riesco a leggere. La sua voce monocorde continua a disturbarmi. Ogni tanto lo guardo mentre è lì, sdraiato nel letto, tutto solo nel suo pigiama azzurro, che parla al soffitto guardandolo come se dovesse rispondergli da un momento all’altro. Vorrei detestarlo. Invece provo una profonda tenerezza.
Parla. Parla. Si alza. Viene verso di me. E si accomoda sulla sedia ai piedi del mio letto. Composto. La schiena dritta. Le gambe accavallate. Parla. Improvvisamente si ferma. Mi fissa. “Ci risiamo”, penso. Invece mi sorprende.

“Lei lo conosce il Petrarca?”.
Lo guardo con sospetto. Mi chiedo dove sta cercando di portarmi. Dove sarà la trappola?
Azzardo: “si. Lei cosa ne pensa?”.
“Dunque, il Petrarca …”. Continua a sorprendermi. Si ferma. Tace. Si alza, l’espressione triste. Torna verso il suo letto. Si sdraia continuando a tacere. Stende le braccia lungo i fianchi. E mi sorprende ancora. Piange. Un pianto discreto, trattenuto, composto. E non parla. Continua a non parlare. Dopo un pò, forse un’ora, non si è ancora ripreso. Non piange più. Guarda il soffitto e non parla.

Dopo cena riprende a parlare. Ininterrottamente. Camminando avanti e indietro. Dalla porta alla finestra. Sto cercando di finire un libro. Parla. Parla. Ininterrottamente. Improvvisamente un lampo. Ci provo: “mi dica del Petrarca”. Mi sorride. “Dunque, il Petrarca …”. E si ferma. Tace. Si sdraia sul letto e piange. Discretamente. Smette poco dopo. Ma continuerà a tacere a lungo. Ho trovato la chiave per la mia serenità: Francesco Petrarca.
Quando non c’è la facevo più a sentirlo parlare, gli chiedevo del Petrarca. Il signor Corsaro incominciava. Si fermava. Andava verso il letto. Si coricava. Piangeva. E taceva a lungo. Io mi godevo la pace sentendomi un pò stronzo.(Giugno 1995, circa)

Cronaca dell’infarto (parte 5)

Ho paura. Ho paura anche perché non ho il controllo di ciò che sta accadendo. Non posso intervenire in alcun modo. Non so quanto durerà l’intervento. So che sarò uno spettatore passivo. Totalmente. Il senso di impotenza amplificato dall’essere nudo. Totalmente. Non avere il controllo, per il carattere che ho, mi destabilizza. Non poter reagire mi destabilizza. E fa crescere l’ansia. Compenso portando i miei sensi al limite estremo: osservo tutto, ascolto tutto, sento tutto. È ingenuo, ne sono consapevole. Ma mi fa stare meglio. Poco, ma meglio.
“Incominciamo”. Incominciamo viene dalla mia destra. Da un camice operatorio blu, da una mascherina, da un paio di occhiali avvolgenti per proteggere gli occhi da eventuali schizzi di sangue, immagino, da una calottina mimetica. Mimetica. Come se il chirurgo protetto dalla divisa si stia accingendo a combattere. Combattere. Mi piace l’idea. Almeno c’è qualcosa di familiare in questa sala che so che non dimenticherò mai: l’idea della lotta per qualcosa. Cerco gli occhi dietro le lenti. Sono azzurri. Familiari. Marco Centola. Quel “incominciamo”, detta da Marco, diventa la parola più rassicurante dell’ultima ora.
Mi spiega tutto. Arriverà al cuore con delle sonde passando dall’arteria femorale. Darà un’occhiata in giro. Pulirà la coronaria dal colesterolo. La riparerà, e poi vediamo.
Si parte. Puntura di lidocaina all’inguine sinistro. Sento una leggera puntura. Dopo pochi secondi sento una leggera pressione. È il bisturi. È dentro. Da quell’istante assisto ad uno spettacolo per chi, come me, si occupa di gestione di crisi. L’equipe si muove con la sicurezza e l’agilità di un’orchestra collaudata. Protagonista Marco, che dirige con voce decisa anche se percepisco una leggera concitazione. Interviene controllando sul monitor, coordinando l’equipe, consultando l’equipe fuori dalla sala, spiegandomi quello che sta accadendo. Tutto contemporaneamente. Con ordine.

“Il Milan è stato sorteggiato con il Barcellona”, dice qualcuno. Forse Giuseppe.
“Verrà eliminato”, pronostico io. “Ibra nelle partite che contano non fa la differenza”.
“Ma va”, controbatte qualcun altro.

Non sono ancora passati 30 minuti. È tutto finito. Qualche punto di sutura all’inguine. L’equipe sistema la sala. Man mano escono. Marco e io rimaniamo soli. Abbassa la mascherina. Si toglie gli occhiali e la calottina mimetica. Mi riassume tutto. Dal primo istante in pronto soccorso, all’ultimo punto di sutura, passando per lo stent, la “molletta” che tiene aperta la coronaria. Sono stato in serio pericolo. Marco ha vinto la battaglia. Io sono vivo.
“Allora mi hai salvato la vita”. Le parole si formano lentamente. La gola si sta annodando. Gli occhi si stanno gonfiando. Le labbra stanno tremando. Per un lungo istante sono senza pensieri. “Ma no … ho solo …”, si schernisce tradendo un velo d’umanità. Esce dalla sala mentre la gola si sblocca, gli occhi esplodono. Piango. L’ansia e la paura si liberano. Tremo. Piango. Singhiozzo. Cerco di trattenermi ma è incontrollabile. Allora mi abbandono alle lacrime. Nelly, il primo pensiero che mi si accende nella mente. Nelly. Ho rischiato di non vederla più. Nelly. Rivedrò Nelly. Non mi trattengo più. Paura e gioia si mescolano. Sono vivo e rivedrò Nelly.

RIUNIONE AL MONTE DEI PASCHI DI SIENA … Chi va con il badante incomincia a …

Siena mi è entrata nel cuore con Nelly, in un fine settimana di novembre. È una città straordinaria e per me lo è ancora di più perché le sue contrade sono state testimoni della nascita del mio amore per Nelly. Tornare a Siena è più di un obiettivo, è un piacere immenso che va soddisfatto anche con un banale pretesto. Quando B2 Axioma, la mia società, elaborò e applicò BSQ, il modello per gestire la reputazione delle Società quotate, alle banche, un viaggio a Siena non era più un pretesto, era un obbligo. Un obbligo piacevole.
Rocca Salimbeni mi colpisce. Discreta quanto maestosa, varcando la soglia dell’entrata con “Monte dei Paschi” scolpito sull’arco che sovrasta la porta respiro il senso della tradizione. Sono nella banca più antica del mondo. È una giornata incantevole. Primaverile. Limpida. I colori della Toscana che stordiscono. Pierluigi e io arriviamo puntuali. Siamo accompagnati da Riccardo, un badante filippino. Ci facciamo annunciare e ci invitano ad attendere nella sala d’aspetto sulla destra dell’entrata. Chiudo gli occhi e li riapro immaginando come doveva essere nel 1500. I muri della sala hanno la mole di bastioni. Anelli di ferro pesantissimi del diametro di 30-40 centimetri sono inchiodati alle pareti. Probabilmente vi legavano i cavalli. “Buongiorno Sig. Taverna…”. L’assistente dell’Investor Relations officer ci invita a seguirlo.
Sono incantato dalla sede. Cammino appoggiato a Riccardo. Entriamo in ascensore. Appena si chiudono le porte veniamo tutti i colti dal “classico imbarazzo”. Ci guardiamo la punta delle scarpe. Studiamo la targhetta avvitata sopra i pulsanti. L’ascensore tremendamente lento. Decido di rompere il silenzio. Il luogo in cui ci troviamo offre infinite opportunità di conversazione non banale.

“Cos’era questo palazzo prima di diventare la sede della banca?”, domando all’assistente.
“La banca”.
“Si, ho capito, ma prima?” insisto pensando alla giovane età della assistente che probabilmente lo rende immune dal fascino della storia.
“La banca – replica deciso – La banca. Siamo la banca più antica del mondo. Il palazzo l’abbiamo costruito noi”.
“Già…”. Meglio che stia zitto.

In sala riunioni Pierluigi e io rimaniamo da soli pochi minuti. “Che figura di merda!”, ride sfottendomi, imitando il tono impegnato che mi ero dato. Non mi rimane che ridere e sfottermi.
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Riccardo e io siamo in macchina da soli. Lui al posto di guida, io sul sedile posteriore. Pierluigi è entrato nel comando dei vigili urbani per registrare la targa della macchina ed evitare così di prendere la multa per essere transitati nella zona a traffico limitato. Finito l’appuntamento al Monte dei Paschi, è l’ultima tappa prima di andare a pranzo a Greve in Chianti.
Riccardo alza lo sguardo verso lo specchietto retrovisore.

“Scusi signor Ricky”.
“Si”.
“Siamo a Siena?”.
“Si”, rispondo controllando il tono. Uscendo da Gaiole in Chianti gli avevo detto di seguire le indicazioni per Siena. Sono curioso. Chissà dove vuole arrivare?
“La città della famosa banca Monte dei Paschi di Siena?”
“Siii…”. Sono sempre più curioso.
“Lo sa che è così famosa che la conosciamo anche nelle Filippine?”
“Ma va?!” Fingo di essere sorpreso ma sono deluso. Tutto qui?
“Scusi signor Ricky”.
“Mi dica Riccardo”.
“Ma qui a Siena, dov’è il Monte dei Paschi di Siena?”
No! Non ci posso credere! Eppure è stato con me tutta la mattina! Cosa gli rispondo? Lo sfotto? Possibile che siano tutti storditi?
Sospiro rassegnato. “Riccardo, ci siamo stati dentro tutta la mattina”. Rispondo con grazia.
“Ah…”. Quell’ah, una persecuzione.

Siamo quasi a Milano. Ripenso alla giornata. Però… anche la mia domanda è stata degna del miglior badante. E il mio “già” è stato degno del miglior “ahh”.

(aprile 2007, circa)

Cronaca dell’infarto (parte 4)

PRIMA LEGGI: Cronaca dell’infarto (parte 3)

La barella corre veloce lungo il corridoio del pronto soccorso accompagnata dal medico dagli occhi gelidi e un numero imprecisato di infermieri. Entra in ascensore.
“Come andiamo?”. La voce viene dal fondo della ascensore. Alzo la testa. Prospero?! Lascio cadere la testa sul cuscino. Cosa ci fa qui il mio compagno di ventura siracusano? Mi domando sorpreso. Come è possibile? Sono svenuto e sto sognando? Non avrei questo freddo. L’ansia cresce. Oppure sono… “Mi chiamo Giuseppe”, continua la voce. “Ciao” rispondo felice, rassicurato dal fatto che non sia il mio amico. Tutto come prima. Guardo il medico: “e tu come ti chiami?”.

“Lui ha un nome altoatesino…”, irrompe Giuseppe. L’ascensore ride.
“Mi chiamo Marco Centola”, risponde ridendo e fingendosi mortificato.
“Hai visto come è altoatesino?”, esclamano un paio di infermieri.
L’atmosfera è ai limiti della goliardia. E questo mi rassicura.

L’ascensore arriva al piano. Le porte si aprono e la barella accelera bruscamente. Corre veloce lungo il corridoio. Mi lascio trasportare. Sono sereno. Ho fatto quello che dovevo fare. Penso di averlo fatto al meglio. Ora nulla dipende più da me. Sono sereno, vigile e attento. Curioso a proposito di quello che sta per succedere.
A metà del corridoio, sulla sinistra, un infermiere tiene aperta una porta. L’emodinamica è pronta. Non vedo Marco. La barella entra nella sala operatoria. Non fa in tempo a fermarsi che vengo assalito da sette o otto infermieri o medici, non capisco. “Scusa se ti assaliamo – dice la voce dietro la mascherina – ma dobbiamo procedere urgentemente”. L’ansia scalza la serenità. Ma la verità è che il velo di serenità sotto il quale stavo proteggendo il mio equilibrio si dissolve lasciandomi preda di un oceano di ansia. “Fate quello che dovette senza formalizzarvi”, ribatto mentre 14 o 16 mani mi stanno togliendo tutto. Catenine, gilet, camicia, pantaloni, boxer, calze, scarpe. Sono tutti coordinati, un balletto. Il pit stop di una formula uno deve essere così. Pochi secondi. E mi trovo catapultato sul tavolo operatorio. Nudo. Corpo e anima. Sono nelle loro mani. Chissà Nelly? Ho paura.
(16 marzo 2012)

IL DITO … ovvero, piccoli imprevisti, piccoli segnali.

Il dolore è allucinante. Lancinante. La sensazione netta dello strappo. Del distacco. Anzi, dello sradicamento. Un dolore mai provato prima. Per di più improvviso. Talmente acuto e improvviso da mozzarmi il fiato. Per un istante vedo, come nella migliore tradizione, le stelle, tutte le galassie. Anzi, vedo il big bang. Una metafora più appropriata per descrivere la miscela dirompente di dolore e sorpresa. Dal profondo della mia gola sento partire l’urlo. Gli occhi spalancati. Gonfi. L’urlo arriva in bocca. È sul punto di esplodere. Ma viene soffocato dal panino meraviglioso che ho appena addentato.
Sono al bar di piazza Lodi durante la pausa pranzo di una tranquilla giornata di lavoro in MGD. Guendalina e io abbiamo deciso di concederci un pranzo frugale fuori dall’ufficio. Per rompere il ritmo. Per chiacchierare un po’. Da soli. Entrando ho ordinato un panino: pane francese, mozzarella di bufala e prosciutto crudo al coltello. Il prosciutto è straordinario. Entrando nel bar il suo profumo mi ha guidato fino al bancone. Era lì. Quasi ad aspettarmi. Rosso, dolce, la parte finale. La più saporita.
Il cameriere ha appena appoggiato i piatti sul tavolino. Guendalina prende il mio panino e sistema il tovagliolo. Lo stato attuale delle mani non mi permette di fare movimenti fini come sistemare un tovagliolo di carta. Ma un panino riesco ancora a gestirlo egregiamente. Basta che lo tenga con due mani. Lo afferro saldamente. Il pane è perfetto, leggermente tiepido. Portandolo verso la bocca pregusto il primo boccone. Lo morsicherò lentamente. E lentamente lo morsico. La crosta croccante si spezza. La mollica tiepida. La bufala fresca e morbida. Il prosciutto delicato e sottile. No. Non è sottile. Almeno una fetta deve essere piuttosto spessa. Tanto spessa da bloccare gli incisivi. E da interrompere lo stato di estasi culinaria nella quale mi stavo calando.
Istintivamente, rilasso leggermente i muscoli della mandibola e li contraggo con forza. Devo spezzare la resistenza della fetta di prosciutto. Un colpo secco mentre con le mani torco il panino verso sinistra. Per staccare tutto, subito. Voglio il boccone.
Il dolore è allucinante. Lancinante. La sensazione dello sradicamento. Ho provato tantissimo dolore in molte occasioni. Un dolore simile al dito e in assoluto non l’ho mai provato. Dito? Cosa ci fa l’indice della mia mano destra in bocca in insieme al panino? Perché non l’ho sentito al primo, leggero tentativo?
 Guardo Guendalina che ha appena capito. E sta goffamente trattenendo una risata. Il risvolto comico prende il sopravvento. Allontanano il dito dai denti. Lo osservo attentamente mentre gusto il boccone. Rido. Mentre il dito mi osserva.
Il dito indice della mano destra. Quello che non mi permetteva di abbattere l’elicottero al gioco nelBaby Bar quando ancora non sapevo nulla della mia malattia. Quando tutto stava per incominciare. Metaforicamente mi sento come se lo avessi punito per le tante partite perse. Meno metaforicamente il dito mi ha richiamato: “non ti sembrerà grave – dice – ma se non mi senti quando stai per morsicarmi, non dimenticarti che la questione è seria”.
Tutti gli eventi nascondono un significato. Anche quelli più piccoli. Sta a noi saperlo cogliere. Il dito mi ha aveva appena richiamato all’ordine per la seconda volta.
(marzo 1992, circa)

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