Cronaca dell’infarto (parte 5)

Ho paura. Ho paura anche perché non ho il controllo di ciò che sta accadendo. Non posso intervenire in alcun modo. Non so quanto durerà l’intervento. So che sarò uno spettatore passivo. Totalmente. Il senso di impotenza amplificato dall’essere nudo. Totalmente. Non avere il controllo, per il carattere che ho, mi destabilizza. Non poter reagire mi destabilizza. E fa crescere l’ansia. Compenso portando i miei sensi al limite estremo: osservo tutto, ascolto tutto, sento tutto. È ingenuo, ne sono consapevole. Ma mi fa stare meglio. Poco, ma meglio.
“Incominciamo”. Incominciamo viene dalla mia destra. Da un camice operatorio blu, da una mascherina, da un paio di occhiali avvolgenti per proteggere gli occhi da eventuali schizzi di sangue, immagino, da una calottina mimetica. Mimetica. Come se il chirurgo protetto dalla divisa si stia accingendo a combattere. Combattere. Mi piace l’idea. Almeno c’è qualcosa di familiare in questa sala che so che non dimenticherò mai: l’idea della lotta per qualcosa. Cerco gli occhi dietro le lenti. Sono azzurri. Familiari. Marco Centola. Quel “incominciamo”, detta da Marco, diventa la parola più rassicurante dell’ultima ora.
Mi spiega tutto. Arriverà al cuore con delle sonde passando dall’arteria femorale. Darà un’occhiata in giro. Pulirà la coronaria dal colesterolo. La riparerà, e poi vediamo.
Si parte. Puntura di lidocaina all’inguine sinistro. Sento una leggera puntura. Dopo pochi secondi sento una leggera pressione. È il bisturi. È dentro. Da quell’istante assisto ad uno spettacolo per chi, come me, si occupa di gestione di crisi. L’equipe si muove con la sicurezza e l’agilità di un’orchestra collaudata. Protagonista Marco, che dirige con voce decisa anche se percepisco una leggera concitazione. Interviene controllando sul monitor, coordinando l’equipe, consultando l’equipe fuori dalla sala, spiegandomi quello che sta accadendo. Tutto contemporaneamente. Con ordine.

“Il Milan è stato sorteggiato con il Barcellona”, dice qualcuno. Forse Giuseppe.
“Verrà eliminato”, pronostico io. “Ibra nelle partite che contano non fa la differenza”.
“Ma va”, controbatte qualcun altro.

Non sono ancora passati 30 minuti. È tutto finito. Qualche punto di sutura all’inguine. L’equipe sistema la sala. Man mano escono. Marco e io rimaniamo soli. Abbassa la mascherina. Si toglie gli occhiali e la calottina mimetica. Mi riassume tutto. Dal primo istante in pronto soccorso, all’ultimo punto di sutura, passando per lo stent, la “molletta” che tiene aperta la coronaria. Sono stato in serio pericolo. Marco ha vinto la battaglia. Io sono vivo.
“Allora mi hai salvato la vita”. Le parole si formano lentamente. La gola si sta annodando. Gli occhi si stanno gonfiando. Le labbra stanno tremando. Per un lungo istante sono senza pensieri. “Ma no … ho solo …”, si schernisce tradendo un velo d’umanità. Esce dalla sala mentre la gola si sblocca, gli occhi esplodono. Piango. L’ansia e la paura si liberano. Tremo. Piango. Singhiozzo. Cerco di trattenermi ma è incontrollabile. Allora mi abbandono alle lacrime. Nelly, il primo pensiero che mi si accende nella mente. Nelly. Ho rischiato di non vederla più. Nelly. Rivedrò Nelly. Non mi trattengo più. Paura e gioia si mescolano. Sono vivo e rivedrò Nelly.

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