È lì. In fondo al braccio. È sempre lì. Presente. Affidabile. Sempre pronta. 27 ossa, muscoli, nervi, tendini, pelle. Tutto assemblato nello strumento più straordinario che la natura abbia concepito: la mano. È lì, in fondo al braccio, alla periferia dell’io, ai confini della consapevolezza. Quasi una appendice. Eppure non si può far altro che arrendersi all’evidenza. La mano è un miracolo. Afferra, accarezza, costruisce, scrive, parla, scopre, vede, sente, ama, legge, crea, difende, attacca, trasporta, dipinge, scolpisce. E non ci accorgiamo di lei.
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ELETTROMIOGRAFIA: L’ESAME DEI "FASCISTI".
Prima leggi: POLINEUROPATIA DEMIELINIZZANTE INFIAMMATORIA CRONICA (CIDP): la mia malattia
Prima leggi: IL GRANDE IVAN (EP.1): il colloquio
“Tenga fermo il braccio”. Il tono del neurologo è quasi distratto, meccanico. Non nasconde un rimprovero.
“Ci provi lei con le sberle che mi sta tirando”. Rispondo con il tono di chi si rivolge a un idiota.
Scossa. Il braccio salta. La curva è sufficiente. Il dolore forte.
Altro tronco nervoso. Altro giro.
“Spinga giù il ginocchio”, comanda il neurologo.
Eseguo. La coscia si contrae. L’ago mi da fastidio. Un fastidio tremendo. E il neurologo muove l’ago per meglio intercettare l’attività elettrica. Il fastidio diventa dolore.
“Sono sicuramente fascisti”, mi dice di Ivan mentre mi aiuta a vestirmi.
“Perché?”.
“Perché per scegliere di fare un esame come questo devi essere per forza fascista”. Ivan è categorico. “E poi hai visto che facce? Nasi appuntiti, magre, guance scavate. Fascisti. E poi, non mi piace chi ti fa male”.
PSICANALISI: INCOMINCIARE A SCAVARE
Prima leggi: L’EREDITÀ DI DARIA
“No, dottoressa. Lei sarà la mia analista”.
“Perché? Come mai ne è così convinto?”
“Quando Dalila mi ha dato il suo numero di telefono l’ho memorizzato con una tecnica di memoria che trasforma i numeri in immagini. Ebbene, l’immagine è del caos che si organizza. Di solito non credo nei segni, ma a questo voglio credere. Lei è la mia analista e con lei andrò fino in fondo”.
CRONACA DELL’INFARTO (EP.8) … I retroscena.
La mattina dell’infarto Valeria, la mia collaboratrice, aveva un raffreddore fortissimo. Il naso colava come un rubinetto aperto.
“Se rispondo e le spiego che Ricky è grave, Nelly riparte subito per Milano. E se poi tutto si risolve in una bolla di sapone ci vado di mezzo io. Se le dico che non c’è nulla di grave e poi succede una tragedia, ci vado ancora di mezzo io. Meglio aspettare”. Ineccepibile. Così Nelly si era convinta che fossi in riunione.
“Ciao mon amour”.
“No signora, sono Stepan”.
“Ah, me lo passi?”
“Non posso, siamo in ospedale”.
“Ah, state ritirando il farmaco?” domanda a Nelly convinta che sono al San Raffaele.
“No signora”. La tensione rende le risposte di Stepan particolarmente essenziali.
“Allora dove siete?”
“Al San Paolo”.
“Allora passamelo…”.
“Non posso”.
Nelly comincia a innervosirsi. “Stepan, in che reparto siete?”
“Aspetti che chiedo ………… Unità coronarica signora”.
“Passamelo!”
“Non posso, ma sta bene”.
“Ma cosa ha avuto?!”
“Non lo so, ma sta bene”.
“Bbuoondo”, risponde Valeria tirando su con il naso due volte.
Per Nelly è tutto chiaro: sta piangendo. È successo il peggio.
Valeria racconta a Nelly come sono uscito dall’ufficio. Nelly si rassicura appena appena. E incomincia a telefonare a tutti gli amici per mandarli al San Paolo.
“A proposito – Max riprende la parola prima di salutare Nelly – l’ospedale San Paolo è nell’Area C?”
“Max! Che domanda!? Cosa fai? Se è nell’Area C non vai?”
Max è meticoloso. Sempre.
DALL’INTERFERONE AL TRAPIANTO DI MIDOLLO
Prima leggi: L’INTERFERONE, GIOVENALE E IL NEGOZIATO CON IL PROF.
“Il Prof. ti sta aspettando negli ambulatori. Corri. Non è per niente è abituato ad aspettare”. Il rimprovero di Raffaella è secco.
Non rispondo e mi avvio con il passo più spedito che mi posso permettere. Raffaella mi segue.
“Ok”, sentenzia.
Gli ho portato interferon Avonex beta 1A. Quello giusto.
Raffaella me lo inietta subito.
“Le ho trovato un letto – mi comunica Il Prof. – La ricovero in un giorno in osservazione per gli effetti collaterali”.
Effetti collaterali che mi assalgono puntualmente dopo poche ore. Febbre oltre i 38°, brividi fortissimi, dolori alle ossa. La mattina seguente mi sveglio senza sintomi. La sera vengo dimesso. L’interferone sarà il mio nuovo compagno.
DEDO: IL MIO FIL ROUGE E L’IMPORTANZA DEI MIEI AMICI
Prima leggi: PRIMA DELLA CIDP (EP. 3)… 10 anni di judo
“Ricky, starti vicino è semplice. Affronti la malattia in un modo che non la fai pesare”.
“Se riesco ad affrontare la malattia in questo modo è solo grazie a voi. Al fatto che mi accettate comunque”.
“Ricky, ti assicuro che sei tu che lo rende possibile”.
“Vecchio, non può capire quanto siete importanti”.
E continuiamo così nella riedizione della discussione aristotelica dell’uovo e la gallina. Senza che l’uno convinca l’altro.
L’INTERFERONE, GIOVENALE E IL NEGOZIATO CON IL PROF.
Prima leggi: MIGLIORO, PEGGIORO, MIGLIORO, PEGGIORO: LA PRIMA CADUTA E L’INTERFERONE
“Professore, con tutto il rispetto, sabato sera farò la prima dose di interferone. Con lei o senza di lei”.
Una lunga pausa sembra allontanarci.
“Va bene. Sabato vada a ritirare il farmaco e venga subito al DIMER. La aspetto entro mezzogiorno”.
Ce l’ho fatta. Il Prof. e io, sempre in squadra.
GRILLO E L’ESAME DI PROGRAMMAZIONE E CONTROLLO
“Riccardo, vieni su”. Papà mi chiama dal suo studio sull’attico.
Scatto. Arrivo. Ci salutiamo.
“Ha chiamato un certo Grillo della Bocconi, vuole vederti domani mattina. Mi ha chiesto come mai sei arrivato al quarto fuori corso e gli ho spiegato delle tue mani”.
Grillo che si preoccupa per gli studenti è roba da fantascienza. Sono curioso e inquieto.
“Ecco il grand’uomo. Quello che pensa di farcela da solo”.
Sono interdetto. Non poteva esserci esordio peggiore. Mi sta sfottendo e rimproverando. Il brivido arriva allo stomaco. Dopo una pausa Grillo si lancia.
“Io so cosa pensate voi stronzi di me. Che sono qui per rompervi i coglioni, quasi per il gusto di farlo. Io ho dedicato la vita a questa università. Mi sono laureato quì e non me ne sono più andato. Cazzo. Io sono qui per voi coglioni. A Natale, se uno stronzo come te aveva bisogno di me per risolvere un problema, entrava da quella cazzo di porta e mi trovava su questa cazzo di poltrona”.
La tensione si sta sciogliendo. Grillo sta trasudando passione.
“Lavoro tutto il giorno come uno stronzo per voi coglioni – continua Grillo, sempre più infervorato – E quando ho un momento di pausa sai cosa faccio? Metto una mano in quella scatola e tiro fuori una scheda di un deficiente fuori corso. Sai cosa faccio dopo? Gli rompo i coglioni. Lo metto in croce perché devo capire perché è fuori corso. Ieri mi è capitata la tua scheda e mi sono detto di romperti i coglioni. La prima cosa che faccio sempre è avvisare casa perché nella stragrande maggioranza dei casi i vostri genitori non sanno a che punto siete. Ho cercato tuo padre che mi ha spiegato della tua salute e delle tue mani e che fai fatica a scrivere. E del problema dello scritto di programmazione e controllo. Bene, il fatto è semplice. Fai fatica a scrivere. Non fai lo scritto”.
“Guardi che non voglio trattamenti di riguardo. Mi basta avere mezz’ora in più”.
“Lo vedi che sei proprio coglione. Se fai fatica a scrivere, non fai lo scritto. E basta”.
La decisione è perentoria. Grillo si allunga verso il telefono per chiamare il capo dell’istituto di programmazione e controllo. Si sono laureati insieme. Pochi convenevoli e poi dritto al punto.
“… senti, c’è uno studente che ha un grave problema. Non può dare gli esami scritti, un caso umano. Te lo mando subito lì che ti spiega. Aiutiamolo”.
“Matematica”.
” Passa l’orale di programmazione e controllo e torna da me”.
Mi accompagna alla porta e mi saluta con un incoraggiante “non fare il pirla”.
L’EREDITÀ DI DARIA
Prima leggi: IL TRAUMA PRODOTTO DA DARIA
IL TRAUMA PRODOTTO DA DARIA
Un colpo di una violenza inaudita. Arriva all’improvviso, come una coltellata nel buio diretta allo stomaco. Impossibile prevederla, impossibile schivarla. Una pugnalata che taglia il fiato. Che stordisce.
“Ti lascio”. Daria è stranamente indecisa. Non è da lei.
Indago meticoloso come un inquisitore mentre maschero grossolanamente la preoccupazione.
È strano, non sono sorpreso più di tanto. Nell’ultimo mese e mezzo sono effettivamente peggiorato. Piccole cose ma sensibili. Non riesco più a firmare, a tirare su le calze. Da Daria ho percepito un fastidio leggero. Impercettibile ma persistente. Lo riconosco adesso dopo averlo rifiutato nel momento in cui il suo sopracciglio si piegava. Ho la coscienza per rispettare la consapevolezza di Daria di non avere la forza per affrontare una storia difficile. Mi fa male. Ma rispetto la sua onestà. Non ci sono cunei da mettere. Rispondo con un “capisco”. E una lunga pausa. Rotta ancora da Daria.
È un pugnalata. Il fiato si blocca. Lo stomaco si contorce. Il cervello ragiona a intermittenza. Un unico pensiero mi pulsa in testa: “come dipendesse da me”. Quanti cunei potrei mettere, ma non ha senso. Non ha più alcun senso. Per lei sono diventato un prodotto: soddisfatta o rimborsata.
“Non so se mai ti renderai conto di quello che hai detto. Io non ti voglio più”. E la invito a scendere dall’auto.
