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LA MANO, DARE LE COSE PER SCONTATE

È lì. In fondo al braccio. È sempre lì. Presente. Affidabile. Sempre pronta. 27 ossa, muscoli, nervi, tendini, pelle. Tutto assemblato nello strumento più straordinario che la natura abbia concepito: la mano. È lì, in fondo al braccio, alla periferia dell’io, ai confini della consapevolezza. Quasi una appendice. Eppure non si può far altro che arrendersi all’evidenza. La mano è un miracolo. Afferra, accarezza, costruisce, scrive, parla, scopre, vede, sente, ama, legge, crea, difende, attacca, trasporta, dipinge, scolpisce. E non ci accorgiamo di lei.

Comincio a perdere la funzionalità delle mani. Lentamente. E mentre elaboro strategie alternative per compensare la loro progressiva latitanza, cresce la consapevolezza di loro. Altrettanto lentamente. Più si allontanano, più le riconosco. Riconosco le tenaglie con le quali sfidavo il vento di Hyeres nella Francia meridionale. A L’Almanarre, la spiaggia del windsurf, domavo un quasi-Mistral senza agganciare il trapezio. Tenevo il boma con le mani fino a quando la pelle sui palmi cominciava a bruciare. Riconosco lo strumento di precisione. Penso alle volte che ho tenuto un uovo con due dita. Senza farlo cadere. Senza schiacciarlo. E penso a tutte le piccole operazioni quotidiane che le mani compiono. E sono quasi ignorate.
Grazie alla mano, la vera meraviglia del mondo, le idee diventano realtà. I più grandi capolavori come tante altre “opere di ingegno” si materializzano così. E tra i capolavori riconosciuti, le “opere di ingegno” quotidiane. I piccoli tesori che si realizzano ogni giorno. Una lettera, una  carezza, un piatto di pasta. Tutto ciò che facciamo e che diamo per scontato. Come diamo per scontata la mano, lì in fondo al braccio. E quando la perdiamo, ci ricordiamo di che capolavoro sia.
Le mie mani sono diventate delle vere appendici. Non le uso più. Sono il lontano ricordo di un capolavoro. Mi hanno insegnato a non andare nulla per scontato. Una sfida che ogni tanto perdo. Allora guardo le mani e vedo il mondo da un’altra prospettiva. Più piena. Completa.
Il badante ha sostituito le mie mani. Stepan è il capolavoro.

ELETTROMIOGRAFIA: L’ESAME DEI "FASCISTI".

Prima leggi: POLINEUROPATIA DEMIELINIZZANTE INFIAMMATORIA CRONICA (CIDP): la mia malattia
Prima leggi: IL GRANDE IVAN (EP.1): il colloquio

L’Elettromiografia è un esame strumentale che studia il sistema nervoso periferico costituito da nervi e muscoli. Misura l’attività elettrica dei muscoli e la conduzione elettrica dei nervi. Con la CIDP non si scampa all’elettromiografia perché è l’esame che misura le performance di gambe e braccia. Il loro peggioramento, spesso. Il loro miglioramento, qualche volta.
Protagonista dell’esame: l’elettricità. Per misurare la conduzione dei nervi il neurologo identifica il tronco nervoso, applica un elettrodo a un’estremità, per esempio un dito, e un elettrodo all’altra estremità, per esempio il gomito. Poi, fa partire una scossa. La macchina a cui sono collegati gli elettrodi misura il tempo che l’impulso elettrico impiega a percorrere la distanza. Il neurologo misura la distanza tra gli elettrodi, il gioco è fatto. Per misurare l’attività elettrica dei muscoli il neurologo inserisce un ago, con un elettrodo all’estremità, nel muscolo. Poi chiede al paziente di contrarre il muscolo. E così registra l’attività elettrica.
Arrivo nell’ambulatorio. Mi spoglio e rimango in boxer. La stanza fredda e spoglia. Un lettino. Una sedia. Un attaccapanni. Una scrivania che sembra li per caso. L’elettromiografo. Sul muro un poster del corpo umano con il sistema nervoso in evidenza.
Mi accomodo sul lettino con il lato destro verso l’elettromiografo. Braccio destro e gamba destra, il lato che, dall’esordio della CIDP è sempre stato più debole. Da un certo punto di vista è una fortuna. Non esamineranno il lato sinistro. Elettrodo intorno a un dito. Elettrodo appoggiato sotto il gomito. Scossa. Il braccio destro sussulta. Il monitor disegna una leggera curva. Insufficiente per la valutazione. Aumentano la potenza. Scossa. Il braccio destro sussulta di più. E questa volta fa male. Curva insufficiente. Aumentano la potenza. Scossa. Il braccio salta.

“Tenga fermo il braccio”. Il tono del neurologo è quasi distratto, meccanico. Non nasconde un rimprovero.
“Ci provi lei con le sberle che mi sta tirando”. Rispondo con il tono di chi si rivolge a un idiota.
Scossa. Il braccio salta. La curva è sufficiente. Il dolore forte.
Altro tronco nervoso. Altro giro.

Un colpo secco. E l’ago è nella coscia destra.

“Spinga giù il ginocchio”, comanda il neurologo.
Eseguo. La coscia si contrae. L’ago mi da fastidio. Un fastidio tremendo. E il neurologo muove l’ago per meglio intercettare l’attività elettrica. Il fastidio diventa dolore.

L’esame è finito. Il neurologo e l’assistente escono. Ivan e io rimaniamo soli.

“Sono sicuramente fascisti”, mi dice di Ivan mentre mi aiuta a vestirmi.
“Perché?”.
“Perché per scegliere di fare un esame come questo devi essere per forza fascista”. Ivan è categorico. “E poi hai visto che facce? Nasi appuntiti, magre, guance scavate. Fascisti. E poi, non mi piace chi ti fa male”.

C’è stato un periodo in cui facevo due elettromiografie all’anno.

PSICANALISI: INCOMINCIARE A SCAVARE

Prima leggi: L’EREDITÀ DI DARIA

Impossessarmi degli strumenti per affrontare e riparare i danni provocati da Daria. Trovare l’equilibrio con le compagne. Scavare dietro alla CIDP, scoprire se possa essere stata provocata da qualche strano fenomeno psicosomatico. Ripeto gli obiettivi come un mantra mentre salgo la scalinata che porta allo studio della Zav. Mentre mi avvicino alla porta il mantra si trasforma in una cantilena che mi accompagna verso la prima seduta.
Sorriso rassicurante. Viso che sprizza pace. Fisico minuto. Cappelli corti, castano rossicci. Mi fa accomodare su una comoda poltrona di pelle nera. La Zav si accomoda su una poltrona gemella davanti a me. Incominciamo. Le spiego i miei tre obiettivi. La Zav ascolta con attenzione. Ogni tanto annuisce. Ogni tanto chiude gli occhi. Poi prende la parola e mi spiega come procederemo. Faremo tre o quattro sedute. Dopo la quarta seduta deciderà il metodo e se è l’analista giusto per il mio caso. Diversamente mi segnalerà l’analista più adatto a me.

“No, dottoressa. Lei sarà la mia analista”.
“Perché? Come mai ne è così convinto?”
“Quando Dalila mi ha dato il suo numero di telefono l’ho memorizzato con una tecnica di memoria che trasforma i numeri in immagini. Ebbene, l’immagine è del caos che si organizza. Di solito non credo nei segni, ma a questo voglio credere. Lei è la mia analista e con lei andrò fino in fondo”.

I primi mesi sono dedicati al “caricamento del database”. Racconto alla Zav della mia famiglia, delle mie storie, della CIDP. Racconto delle emozioni, delle tristezze, delle gioie. Entro nelle pieghe gli episodi, delle sensazioni. La Zav ascolta. Ogni tanto mi chiede di approfondire. Il primo periodo scorre serenamente. Poi arrivano le prime resistenze. Alzo i primi muri. Non sento le domande della Zav. Mi formicola lo stomaco. Oppure un pensiero si mette di traverso. Ogni volta me ne accorgo istantaneamente. Reagisco sempre all’istante, svelando l’interferenza alla Zav. E sbriciolandola. Attaccandola con tanto vigore psicologico da polverizzarla, inducendola a non presentarsi più in quella forma. Obbligandola ogni volta a ripensare le ostruzioni. È una partita a scacchi con la mia mente, tra me e me stesso.

CRONACA DELL’INFARTO (EP.8) … I retroscena.

La mattina dell’infarto Valeria, la mia collaboratrice, aveva un raffreddore fortissimo. Il naso colava come un rubinetto aperto.

Al pronto soccorso nessuno aveva avvisato Stepan che ero stato colpito da un infarto. Aveva percepito chiaramente che c’era un problema serio. Ma ignorava che fosse il cuore.
Nelly mi stava chiamando dall’Inghilterra per augurarmi una buon giornata. Ne avevo proprio bisogno! Comunque, Stepan che tiene sempre in tasca il mio BlackBerry vedeva le telefonate. E, seguendo una logica ineccepibile, non rispondeva.

“Se rispondo e le spiego che Ricky è grave, Nelly riparte subito per Milano. E se poi tutto si risolve in una bolla di sapone ci vado di mezzo io. Se le dico che non c’è nulla di grave e poi succede una tragedia, ci vado ancora di mezzo io. Meglio aspettare”. Ineccepibile. Così Nelly si era convinta che fossi in riunione.

Dopo avere firmato il consenso all’intervento al cuore in endoscopia e avere visto la barella precipitarsi verso l’unità coronarica, Stepan aveva le informazioni corrette per chiamare Nelly. Che vede comparire il mio numero e…

“Ciao mon amour”.
“No signora, sono Stepan”.
“Ah, me lo passi?”
“Non posso, siamo in ospedale”.
“Ah, state ritirando il farmaco?” domanda a Nelly convinta che sono al San Raffaele.
“No signora”. La tensione rende le risposte di Stepan particolarmente essenziali.
“Allora dove siete?”
“Al San Paolo”.
“Allora passamelo…”.
“Non posso”.
Nelly comincia a innervosirsi. “Stepan, in che reparto siete?”
“Aspetti che chiedo ………… Unità coronarica signora”.
“Passamelo!”
“Non posso, ma sta bene”.
“Ma cosa ha avuto?!”
“Non lo so, ma sta bene”.

A questo punto Nelly è ovviamente preoccupata. Ricky ha avuto un problema al cuore. Ma quello che la spaventa è che non le dicano la verità per farla rientrare in Italia con moderata tranquillità. Chiama in ufficio per vedere se Valeria ne sa qualcosa di più.

“Bbuoondo”, risponde Valeria tirando su con il naso due volte.
Per Nelly è tutto chiaro: sta piangendo. È successo il peggio.
Valeria racconta a Nelly come sono uscito dall’ufficio. Nelly si rassicura appena appena. E incomincia a telefonare a tutti gli amici per mandarli al San Paolo.

Riesce a rintracciare anche Max, suo fratello. Che da Novara si deve precipitare a Milano.

“A proposito – Max riprende la parola prima di salutare Nelly – l’ospedale San Paolo è nell’Area C?”
“Max! Che domanda!? Cosa fai? Se è nell’Area C non vai?”
Max è meticoloso. Sempre.

(16 marzo 2012)

DALL’INTERFERONE AL TRAPIANTO DI MIDOLLO

Prima leggi: L’INTERFERONE, GIOVENALE E IL NEGOZIATO CON IL PROF.

Irrompo nel corridoio del DIMER. Sono in ritardo di quasi un’ora. Colpa del traffico alla frontiera. Raffaella, l’infermiere con cui sono diventato amico, mi corre incontro.

“Il Prof. ti sta aspettando negli ambulatori. Corri. Non è per niente è abituato ad aspettare”. Il rimprovero di Raffaella è secco.
Non rispondo e mi avvio con il passo più spedito che mi posso permettere. Raffaella mi segue.

Il Prof. ci sta aspettando chino sulla scrivania. Sta studiando qualcosa. La sua capacità di capitalizzare ogni istante per la medicina è straordinaria. Ci vede arrivare. Alza la testa e accenna un sorriso stirato. Gli consegno la scatola con il farmaco. E il sorriso si apre.

“Ok”, sentenzia.
Gli ho portato interferon Avonex beta 1A. Quello giusto.
Raffaella me lo inietta subito.
“Le ho trovato un letto – mi comunica Il Prof. – La ricovero in un giorno in osservazione per gli effetti collaterali”.
Effetti collaterali che mi assalgono puntualmente dopo poche ore. Febbre oltre i 38°, brividi fortissimi, dolori alle ossa. La mattina seguente mi sveglio senza sintomi. La sera vengo dimesso. L’interferone sarà il mio nuovo compagno.

Per tutto l’anno successivo, ogni sabato sera, la mamma mi fa la puntura di interferone. Gli effetti collaterali mi colpiscono durante la notte. La domenica comincio il recupero. La sera di domenica mi sento pronto ad affrontare la settimana. E così riesco a non perdere un giorno di lavoro.
La mia situazione di salute non migliora. Anzi, con il passare dei mesi peggiora nonostante l’interferone. Le gambe diventano sempre più pesanti. Alzarmi da una seggiola diventa uno sforzo notevole. Per alzarmi dal divano mi trasferisco dal cuscino al bracciolo. L’equilibrio si fa sempre più precario. Cammino appoggiandomi ai muri. E comincio a pensare alla seggiola a rotelle.
Le visite di controllo con Il Prof. si fanno sempre più frequenti. La preoccupazione cresce. Bisogna trovare una strada alternativa. Il Prof. lancia un’idea: il trapianto di midollo.
(Novembre 1997-1998)

DEDO: IL MIO FIL ROUGE E L’IMPORTANZA DEI MIEI AMICI

Prima leggi: PRIMA DELLA CIDP (EP. 3)… 10 anni di judo

Trentacinque anni sono una vita. Sono tanti. Trentacinque anni fa il filo della mia vita si annodava con quello di Dedo. Un nodo discreto e leggero stretto in una palestra. Combattendo su un tatami. In trentacinque anni i fili si sono avvicinati e allontanati seguendo il ritmo delle nostre vite. Scuola. Università. Lavoro. Donne. Si sono avvicinati e allontanati rimanendo sempre legati.
La mia CIDP non ha cambiato la naturalezza dei nostri ritmi. Nei momenti più difficili Dedo c’è sempre stato.

“Ricky, starti vicino è semplice. Affronti la malattia in un modo che non la fai pesare”.
“Se riesco ad affrontare la malattia in questo modo è solo grazie a voi. Al fatto che mi accettate comunque”.
“Ricky, ti assicuro che sei tu che lo rende possibile”.
“Vecchio, non può capire quanto siete importanti”.
E continuiamo così nella riedizione della discussione aristotelica dell’uovo e la gallina. Senza che l’uno convinca l’altro.

Quando mi guardo indietro vedo tantissimi fili. Quello di Dedo è rosso.

L’INTERFERONE, GIOVENALE E IL NEGOZIATO CON IL PROF.

Prima leggi: MIGLIORO, PEGGIORO, MIGLIORO, PEGGIORO: LA PRIMA CADUTA E L’INTERFERONE

Per l’interferone ci vorrà ancora un mese. Trenta giorni. Trenta lunghissimi giorni nei quali la CIDP avrà la libertà di attaccare il sistema nervoso periferico nelle gambe. Lei libera e indisturbata. Io, prigioniero dell’incertezza. Ho fretta. E sono preoccupato delle cadute. La sera dopo quella al Museum sono al telefono con Giovenale. Gli sto raccontando della caduta, dell’interferone, del comitato etico, dei trenta giorni di attesa. È palesemente preoccupato. Cerca di capire le prospettive. Chiede dell’interferone. Come si somministra. La frequenza delle iniezioni. Dove si compra. Domande di rito. Apparentemente.
“Ricky, ho trovato quattro fiale di interferone in una farmacia in Svizzera. Tutto legale. (Nota: In Svizzera l’interferone viene appunto venduto anche in farmacia). Sabato mattina ti passo a prendere e andiamo a ritirarlo. Ho con me i soldi (nota: una fiala di interferone costava circa L. 500.000). Non ti offendere, ma te lo regaliamo Dalila e io”. Giovenale mi lascia senza parole. In meno di un giorno ha trovato il farmaco. Senza dirmi niente. Dalla fine della storia con Daria Giovenale, Dalila e io ci siamo legati. Ma non pensavo così. Accetto tutto. Tranne il fatto che lo pagherò io.
Il Prof. è reticente. Vorrebbe che aspettassi il farmaco dal San Raffaele. Insisto. Non si sa se il farmaco sarà quello giusto, ci sono tanti interferoni. Cerca di mettermi in guardia dalla reazione al farmaco. Tutto per indurmi a desistere. Sono irremovibile.

“Professore, con tutto il rispetto, sabato sera farò la prima dose di interferone. Con lei o senza di lei”.
Una lunga pausa sembra allontanarci.
“Va bene. Sabato vada a ritirare il farmaco e venga subito al DIMER. La aspetto entro mezzogiorno”.
Ce l’ho fatta. Il Prof. e io, sempre in squadra.

(Novembre 1997, circa)

GRILLO E L’ESAME DI PROGRAMMAZIONE E CONTROLLO

Ogni tanto lo si incrocia nei corridoi della Bocconi. Non è molto alto. Anzi, è decisamente basso. Occhi chiari e gelidi. Volto rugoso. La calvizie che si fa largo. La bocca disegna un ghigno, un quasi-sorriso mai diverso. Passo lento e autoritario. Il dottor Grillo non cammina. Procede. Nel suo abito grigio. Il Loden appoggiato sulle spalle. Due assistenti ai lati. I suoi pretoriani. Così li abbiamo soprannominati. Il dottor Grillo dirige l’ISU ed è una potenza. La mitologia accademica lo racconta come uno sbrana studenti. Quando lo si incrocia nei corridoi si abbassa lo sguardo e ci si allontana rapidamente con un brivido di inquietudine come compagno di fuga.
Rientro dopo una giornata di studio in biblioteca.

“Riccardo, vieni su”. Papà mi chiama dal suo studio sull’attico.
Scatto. Arrivo. Ci salutiamo.
“Ha chiamato un certo Grillo della Bocconi, vuole vederti domani mattina. Mi ha chiesto come mai sei arrivato al quarto fuori corso e gli ho spiegato delle tue mani”.
Grillo che si preoccupa per gli studenti è roba da fantascienza. Sono curioso e inquieto.

E curioso con il brivido di inquietudine mi presento all’ISU. Entro in “punta di piedi”, come per rendermi invisibile. Mi presento. E mi fanno passare subito. Entro in una stanza piccola. Sobria. Arredamento austero stile “Mondo Office”. Gli scaffali di compensato bianco affollati da libri, faldoni e scatole. Grillo è seduto dietro la scrivania al telefono. Mi pianta gli occhi addosso e mi guida verso la poltroncina sotto la finestra. Mi siedo e aspetto.
Finita la telefonata, Grillo appoggia la cornetta con un gesto nervoso. Si volta verso di me e mi fissa a lungo. In silenzio. Il brivido mi attanaglia.
Poi parla.

“Ecco il grand’uomo. Quello che pensa di farcela da solo”.
Sono interdetto. Non poteva esserci esordio peggiore. Mi sta sfottendo e rimproverando. Il brivido arriva allo stomaco. Dopo una pausa Grillo si lancia.
“Io so cosa pensate voi stronzi di me. Che sono qui per rompervi i coglioni, quasi per il gusto di farlo. Io ho dedicato la vita a questa università. Mi sono laureato quì e non me ne sono più andato. Cazzo. Io sono qui per voi coglioni. A Natale, se uno stronzo come te aveva bisogno di me per risolvere un problema, entrava da quella cazzo di porta e mi trovava su questa cazzo di poltrona”.
La tensione si sta sciogliendo. Grillo sta trasudando passione.
“Lavoro tutto il giorno come uno stronzo per voi coglioni – continua Grillo, sempre più infervorato – E quando ho un momento di pausa sai cosa faccio? Metto una mano in quella scatola e tiro fuori una scheda di un deficiente fuori corso. Sai cosa faccio dopo? Gli rompo i coglioni. Lo metto in croce perché devo capire perché è fuori corso. Ieri mi è capitata la tua scheda e mi sono detto di romperti i coglioni. La prima cosa che faccio sempre è avvisare casa perché nella stragrande maggioranza dei casi i vostri genitori non sanno a che punto siete. Ho cercato tuo padre che mi ha spiegato della tua salute e delle tue mani e che fai fatica a scrivere. E del problema dello scritto di programmazione e controllo. Bene, il fatto è semplice. Fai fatica a scrivere. Non fai lo scritto”.
“Guardi che non voglio trattamenti di riguardo. Mi basta avere mezz’ora in più”.
“Lo vedi che sei proprio coglione. Se fai fatica a scrivere, non fai lo scritto. E basta”.
La decisione è perentoria. Grillo si allunga verso il telefono per chiamare il capo dell’istituto di programmazione e controllo. Si sono laureati insieme. Pochi convenevoli e poi dritto al punto.
“… senti, c’è uno studente che ha un grave problema. Non può dare gli esami scritti, un caso umano. Te lo mando subito lì che ti spiega. Aiutiamolo”.

Sul “caso umano” avevo azzardato un “non esageriamo” che Grillo aveva liquidato alzando gli occhi al cielo e pensando a quanto fossi coglione.
“Bene, questo è sistemato. Poi cosa devi dare?”

“Matematica”.
” Passa l’orale di programmazione e controllo e torna da me”.
Mi accompagna alla porta e mi saluta con un incoraggiante “non fare il pirla”.

Venti giorni dopo passo l’esame di programmazione e controllo. Sono felice con un retrogusto leggermente amaro. Ho conosciuto un uomo straordinario per la sua passione incondizionata per i “suoi” studenti. Ho constatato con amarezza quanto i pregiudizi possono impoverirci. Da quel giorno, ogni volta che ho potuto, ho cercato di raccontare la bellezza di quell’uomo con il loden che ogni tanto si incrocia nei corridoi della Bocconi. E che il ghigno è un sorriso di compiacimento perché sta camminando tra i “suoi” studenti.
(1990)

L’EREDITÀ DI DARIA

Prima leggi: IL TRAUMA PRODOTTO DA DARIA

Presentarmi dando la mano sinistra è un sintomo. La paura di essere giudicato è la malattia. Più grave della CIDP. Perdo una parte del patrimonio che ho faticosamente accumulato vivendo. La fiducia in me stesso. L’essere diretto. Affrontare i problemi con le persone guardandole negli occhi. Si riducono tutti ai minimi termini. Al livello minimo di sussistenza. Imparo a vestire una corazza. Lucente. Che riflette l’immagine dell’uomo che non sono più. Funziona con gli altri. Meno con me. Quando sono solo e rifletto sul senso delle cose che mi circondano il disagio mi depreda della serenità. Ogni giorno di più. Nascondermi non mi piace. Ma è più forte di me. Non voglio essere visto come un malato. Voglio essere una persona, con una malattia. Non vedo la strada. Non la trovo. O, forse, non ho la forza di cercarla.
Intanto continuo a vivere. Lavoro. Gli amici. Qualche compagna, ma nulla di impegnativo. È la paura di lasciarmi andare. Dovrei compiere un atto di coraggio di cui non sono all’altezza. Così non vivo pienamente ciò che la vita mi dà. Monica mi insegue con caparbietà. Cedo. Mi incalza con delicatezza. Ci divertiamo, ma mi guardo dal perdere l’equilibrio. Simona e Rita non passano la soglia dell’amicizia. Eppure, forse. Tatiana crepa la corazza. Subisco una regressione adolescenziale che riesco a mascherare. Quando la storia finisce non ho dubbi: è colpa della malattia.
Il disagio raggiunge il culmine. E non trovo la via d’uscita. Comincio a pensare alla psicanalisi. Ma anche questa è una questione di coraggio. Fiore mi da la chiave per scardinare ogni resistenza: “la psicanalisi ti dà degli strumenti perché tu possa continuare a capirti quando non ce la fai più da solo”. Dalila mi fa conoscere la Zav. Comincio un viaggio straordinario. È una sera d’autunno. La stagione più cupa. Quella adatta per i primi scavi nel mio subconscio. Sto per scoprire tanto. Soprattutto il mio lato oscuro.
(1994-1996)

IL TRAUMA PRODOTTO DA DARIA

Un colpo di una violenza inaudita. Arriva all’improvviso, come una coltellata nel buio diretta allo stomaco. Impossibile prevederla, impossibile schivarla. Una pugnalata che taglia il fiato. Che stordisce.
“Ti lascio”. Daria è stranamente indecisa. Non è da lei.
Indago meticoloso come un inquisitore mentre maschero grossolanamente la preoccupazione.

Siamo insieme da quasi un anno. La storia è nata quasi per caso un sabato di novembre. Quella sera esco malvolentieri. Alle 10 sono pronto. Destinazione casa di Sauro dall’altra parte di Milano. Piove. Mi siedo sul divano sperando che la pigrizia si impossessi totalmente di me. Invece a mezzanotte mi trascino verso la porta. Esco. Senza sapere perché.
L’appartamento in fondo a Via Delle Forze Armate è piccolo e affollato. Le luci sono soffuse. Dall’altra parte del soggiorno una coppia di faretti illumina l’angolo cottura. E Daria. Bionda. Occhi azzurri. Sicura di sé. Allegra e sorridente. Però sta parlando con Alessandro, mio fratello. Come ha fatto a finire quì? Nulla. Meglio abbandonare qualsiasi velleità. Non ci parliamo da un paio d’anni, meglio non peggiorare il rapporto. Saluto tutti.
Antonio e io ci facciamo prendere da una discussione appassionata e ci sediamo in veranda per parlare più tranquillamente finché si allontana per rifornire il bicchiere. Mentre aspetto mi giro verso la finestra per non essere disturbato. Voglio portare a termine la conversazione. “Ho l’impressione che tu sia l’unico che non conosco”. Mi volto e mi trovo di fronte a Daria. Chiacchieriamo fino al termine della serata. Se Alessandro se la prende, pazienza.
La storia con Daria comincia in semi-clandestinità. Daria sta portando a termine la separazione dal primo marito. Venti giorni dopo la sera a casa di Sauro siamo inseparabili. Passano poche settimane e siamo in tre: io, Daria e la sua gelosia. Stiamo insieme dieci mesi tra alti e bassi ritmati dalle scenate di gelosia che diventano sempre più ossessive a acute. In questi mesi conosco Giovenale e Dalila, i suoi migliori amici.
Le cene con Giovenale e Dalila, i fine settimana a Sanremo e le scenate di gelosia scandiscono il tempo fino al lunedì sera di settembre in cui Daria e io siamo seduti in macchina e stiamo tirando le fila della nostra storia. Il suo “ti lascio” è indeciso. Indago. Il bisogno di comprendere la verità mi fa incalzare Daria, mettere un cuneo in ogni contraddizione. Mentre nascondo a stento una strana sensazione di disagio.
“Ricky – Daria rompe una lunga pausa – il fatto è che ho paura della tua malattia. Non riesco ad affrontarla. Poi stai peggiorando…”.

È strano, non sono sorpreso più di tanto. Nell’ultimo mese e mezzo sono effettivamente peggiorato. Piccole cose ma sensibili. Non riesco più a firmare, a tirare su le calze. Da Daria ho percepito un fastidio leggero. Impercettibile ma persistente. Lo riconosco adesso dopo averlo rifiutato nel momento in cui il suo sopracciglio si piegava. Ho la coscienza per rispettare la consapevolezza di Daria di non avere la forza per affrontare una storia difficile. Mi fa male. Ma rispetto la sua onestà. Non ci sono cunei da mettere. Rispondo con un “capisco”. E una lunga pausa. Rotta ancora da Daria.

“Ti amo Ricky – la voce è tornata decisa, mi sta abbracciando – non ti nascondo la paura per la tua salute. Restiamo insieme. Se migliori saremo felici. Se peggiori ci lasciamo”.

È un pugnalata. Il fiato si blocca. Lo stomaco si contorce. Il cervello ragiona a intermittenza. Un unico pensiero mi pulsa in testa: “come dipendesse da me”. Quanti cunei potrei mettere, ma non ha senso. Non ha più alcun senso. Per lei sono diventato un prodotto: soddisfatta o rimborsata.
“Non so se mai ti renderai conto di quello che hai detto. Io non ti voglio più”. E la invito a scendere dall’auto.

Torno a casa guidando a trenta all’ora. Sconvolto da quello che ho sentito. Sconvolto da chi me lo ha detto. Sconvolto dal non essere riconosciuto come persona. Solo dopo mi accorgerò del trauma prodotto da Daria. Per mesi avrò paura di quello che la gente pensa della mia malattia. Per mesi nasconderò la mano destra, quella più compromessa. Per alcuni anni non riuscirò ad aprirmi ai sentimenti.
(1993)