IL TRAUMA PRODOTTO DA DARIA

Un colpo di una violenza inaudita. Arriva all’improvviso, come una coltellata nel buio diretta allo stomaco. Impossibile prevederla, impossibile schivarla. Una pugnalata che taglia il fiato. Che stordisce.
“Ti lascio”. Daria è stranamente indecisa. Non è da lei.
Indago meticoloso come un inquisitore mentre maschero grossolanamente la preoccupazione.

Siamo insieme da quasi un anno. La storia è nata quasi per caso un sabato di novembre. Quella sera esco malvolentieri. Alle 10 sono pronto. Destinazione casa di Sauro dall’altra parte di Milano. Piove. Mi siedo sul divano sperando che la pigrizia si impossessi totalmente di me. Invece a mezzanotte mi trascino verso la porta. Esco. Senza sapere perché.
L’appartamento in fondo a Via Delle Forze Armate è piccolo e affollato. Le luci sono soffuse. Dall’altra parte del soggiorno una coppia di faretti illumina l’angolo cottura. E Daria. Bionda. Occhi azzurri. Sicura di sé. Allegra e sorridente. Però sta parlando con Alessandro, mio fratello. Come ha fatto a finire quì? Nulla. Meglio abbandonare qualsiasi velleità. Non ci parliamo da un paio d’anni, meglio non peggiorare il rapporto. Saluto tutti.
Antonio e io ci facciamo prendere da una discussione appassionata e ci sediamo in veranda per parlare più tranquillamente finché si allontana per rifornire il bicchiere. Mentre aspetto mi giro verso la finestra per non essere disturbato. Voglio portare a termine la conversazione. “Ho l’impressione che tu sia l’unico che non conosco”. Mi volto e mi trovo di fronte a Daria. Chiacchieriamo fino al termine della serata. Se Alessandro se la prende, pazienza.
La storia con Daria comincia in semi-clandestinità. Daria sta portando a termine la separazione dal primo marito. Venti giorni dopo la sera a casa di Sauro siamo inseparabili. Passano poche settimane e siamo in tre: io, Daria e la sua gelosia. Stiamo insieme dieci mesi tra alti e bassi ritmati dalle scenate di gelosia che diventano sempre più ossessive a acute. In questi mesi conosco Giovenale e Dalila, i suoi migliori amici.
Le cene con Giovenale e Dalila, i fine settimana a Sanremo e le scenate di gelosia scandiscono il tempo fino al lunedì sera di settembre in cui Daria e io siamo seduti in macchina e stiamo tirando le fila della nostra storia. Il suo “ti lascio” è indeciso. Indago. Il bisogno di comprendere la verità mi fa incalzare Daria, mettere un cuneo in ogni contraddizione. Mentre nascondo a stento una strana sensazione di disagio.
“Ricky – Daria rompe una lunga pausa – il fatto è che ho paura della tua malattia. Non riesco ad affrontarla. Poi stai peggiorando…”.

È strano, non sono sorpreso più di tanto. Nell’ultimo mese e mezzo sono effettivamente peggiorato. Piccole cose ma sensibili. Non riesco più a firmare, a tirare su le calze. Da Daria ho percepito un fastidio leggero. Impercettibile ma persistente. Lo riconosco adesso dopo averlo rifiutato nel momento in cui il suo sopracciglio si piegava. Ho la coscienza per rispettare la consapevolezza di Daria di non avere la forza per affrontare una storia difficile. Mi fa male. Ma rispetto la sua onestà. Non ci sono cunei da mettere. Rispondo con un “capisco”. E una lunga pausa. Rotta ancora da Daria.

“Ti amo Ricky – la voce è tornata decisa, mi sta abbracciando – non ti nascondo la paura per la tua salute. Restiamo insieme. Se migliori saremo felici. Se peggiori ci lasciamo”.

È un pugnalata. Il fiato si blocca. Lo stomaco si contorce. Il cervello ragiona a intermittenza. Un unico pensiero mi pulsa in testa: “come dipendesse da me”. Quanti cunei potrei mettere, ma non ha senso. Non ha più alcun senso. Per lei sono diventato un prodotto: soddisfatta o rimborsata.
“Non so se mai ti renderai conto di quello che hai detto. Io non ti voglio più”. E la invito a scendere dall’auto.

Torno a casa guidando a trenta all’ora. Sconvolto da quello che ho sentito. Sconvolto da chi me lo ha detto. Sconvolto dal non essere riconosciuto come persona. Solo dopo mi accorgerò del trauma prodotto da Daria. Per mesi avrò paura di quello che la gente pensa della mia malattia. Per mesi nasconderò la mano destra, quella più compromessa. Per alcuni anni non riuscirò ad aprirmi ai sentimenti.
(1993)

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