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EROI QUOTIDIANI

Stiamo conversando amabilmente da mezz’ora. Da quando ci siamo seduti a questo tavolino infernale. Piccolo. Attaccato al muro. Come la mia spalla. Schiacciata contro l’intonaco per cercare di tenere le gambe sotto il ripiano di legno. Avrei già cambiato posto se non fosse per il timore ingiustificato di far cadere la tensione della chiacchierata. Non ho mai raccontato la mia quotidianità senza l’uso delle mani con cosi tanta naturalezza. Soprattutto alla prima uscita. Rita ci è riuscita. La domanda diretta. Pronunciata attraverso il suo sorriso sempre acceso, sotto gli occhi spalancati alla vita. Offerta senza curiosità morbosa ma per arricchirsi ascoltando il racconto di un’altra esistenza. Carnagione scura sotto un casco di capelli nerissimi. Minuta. Arguta e raramente banale. Rita fa succedere le cose con semplicità.

I limiti nel vestirmi. I problemi a mangiare. Spazzolarmi i denti. Le conseguenze sulle relazioni. La fine della storia con Daria. Gli amici straordinari. Vivere la vita con il rispetto che si deve a un dono. Non mollare mai. Racconto i fatti. Racconto le sensazioni e le emozioni. Racconto le prospettive e come le affronterò.

“Ricky, sei quello che chiamo eroe quotidiano”.

Gli occhi scuri mi scrutano con delicatezza per incrociare la mia reazione. All’ascolto il suono di quelle parole inaspettate. Eroe quotidiano. La mia inclinazione vanitosa mi fa sentire l’armonia del suono. Che gracchia appena le ascolto con sincerità.

“No, Rita. Non sono un eroe. Gli eroi sono altri. La vita è così complicata che già solo alzarsi la mattina è un atto eroico. Ma questo lo facciamo tutti. Pensa a quelle persone che aprono gli occhi ad ogni sorgere del sole sapendo che la loro giornata sarà identica a quella precedente. Uguale. Tutti i giorni sempre la stessa. Tutti i giorni. E che non possono rischiare di cambiare perché hanno il mutuo da pagare, i figli da mandare a scuola. Non penso che da bambini sognassero di fare una vita così. Eppure, ogni mattina si alzano e fanno quello che devono fare. Per senso di responsabilità. Loro sono gli eroi quotidiani. Io sono un privilegiato. Faccio il lavoro che ho sempre desiderato. Lo faccio bene, penso. Di fronte al loro coraggio, mi imbarazza pensare di essere un eroe”.

Sono passati quasi 20 anni. Sono su una seggiola a rotelle e continuo a pensare che gli eroi quotidiani sono altri. Ne ho conosciuti molti. Tanti tra i badanti che ho incrociato. Uomini che hanno lasciato le sicurezze, seppur minime, spesso moglie e figli, per aspirare a una vita migliore in paesi che si dimostrano spesso ostili.

 

(Novembre, 1994 circa)

 

VINCERE

Non nascondere la malattia. Il miglior modo per celarla, senza premeditazione. È una conseguenza naturale del vivere non pensando alla CIDP, al Parkinson e al cuore. Così gli altri se ne dimenticano. E io ogni tanto ci gioco. Un equilibrismo con l’ironia di chi mi è di fronte. Che diventa un gioco di brevi e potenti risate quando oltre l’ironia si riscopre l’autoironia.

La sigla “Mdd” vibra sul display del BlackBerry. È passato tantissimo tempo dall’ultima volta che ci siano sentiti. Troppo.

Sorrido.

Avvicinino il pollice al tasto verde del BlackBerry. Tremando tanto da far impazzire un sismografo. “Questo cazzo di Parkinson mi fa perdere un casino di tempo”, penso, mentre colpisco tutto ma non il tasto di risposta. Ci riesco al quarto tentativo.

“Pronto!”, rispondo allungando la seconda “o” in segno di giubilo.

“Buonasera Riccardo”. Voce impostata, incrinata da un impercettibile piega ironica. Riesco a vedere il ghigno appena accennato da chi si trattenendo. C’è aria di annuncio.

“Buonasera Marco”. Imposto la voce con altrettanta enfasi.

“Riccardo…”

“Si…”

“Riccardo, sei seduto?”

È un’occasione per giocare. E la colgo al volo. L’avversario è impegnativo. Rido.

“Marco?”

“Si?”

Faccio un breve pausa.

“… Ma che cazzo di domanda mi fai?…”. E libero la risata.

Dall’altra parte del collegamento Marco fa una pausa infinitesimale. Ride. E ribatte prontamente.

“… Appunto. Riccardo, hai allacciato anche la cintura di sicurezza?”

“Vai!”

“Riccardo, ufficiosamente ti annuncio che abbiamo vinto la gara”.

Marcodd racconta particolari e retroscena e, in pochi minuti, la telefonata diventa una lunga, piacevole conversazione su tutt’altro.

Vinco , tutte le volte che qualcuno si dimentica della mia salute.

 

(Dicembre, 2014)

 

LA BARZELLETTA DI STEPAN SU RICKY

Ieri sera ho raccontato a Stepan la barzelletta del Lord che tiene un diario quotidianamente. Nei momenti cruciali della sua vita il Lord racconta sempre che la mattina si è svegliato con il pisello duro, che ha provato a piegarlo. E con orgoglio scrive di non esserci riuscito.

A ottanta anni, il giorno che viene nominato consigliere del Re scrive: “tra l’altro, stamattina mi sono svegliato con il pene duro. Ho provato a piegarlo. E ci sono riuscito. Passano gli anni e divento sempre più forte”.

“Ma questo è humour inglese”, esclama Stepan ridendo.

“Posso raccontare io un barzelletta su Ricky?”, mi chiede soffocando l’ultima risata.

“Vai!”

Stepan comincia a raccontare.

Dobbiamo uscire e Ricky si deve cambiare. Mi chiede: “hai lavato i jeans chiari?”.

“Si”

“Hai stirato i jeans chiari?”

“Sì”.

“Allora, portami i jeans scuri”.

E scoppia nella sua risata entusiasta.

“Bella eh?”, indaga Stepan. Allegro.

“Discreta…”, rispondo cominciando a ridere.

“La scriviamo nel blog allora?”

“Ricky, bisogna spiegare nel blog che ogni tanto mi deve ricordare le cose dieci volte”.

(Ottobre, 2014)

 

CRITICHE AGLI EPISODI

Badavo ai badanti, il blog, nasce il 18 dicembre 2011. Fra poco più di un mese compie anni. È nato come una sfida. È continuato come una passione. Si svilupperà in un libro. Diventerà, forse, l’architrave di un progetto.

Scrivere di se stessi non è facile. Soprattutto se lo si vuole fare anche per qualcun altro. Per quella persona, lontana o sconosciuta, in difficoltà e incapace di reagire. Per ispirarla, lo dico con estrema umiltà, per dirle che nonostante tutto si può andare avanti, devo essere onesto. Non posso essere altro. Scrivere onestamente è un dovere. Una condizione necessaria. Scrivere onestamente vuole dire mostrare apertamente me stesso, le mie debolezze. Onestamente significa rispettare la verità dei fatti. Sia che io ne esca bene. Sia che ne esca male. L’onesta è un prerequisito di questo racconto. Con me stesso, per esserlo con chi mi legge. Racconto ciò che è successo. Come ho vissuto il momento. Come lo ho affrontato. Le conseguenze che ho sopportato o goduto.

Una complicazione è inevitabile. Raccontare le storie delle vite che hanno incrociato la mia. Soprattutto quando gli incroci hanno provocato sofferenza. Raccontare un episodio che coinvolge qualcun altro non è facile se il legame si è spezzato dolorosamente. Allora cerco di raccontare solo quello che serve a far capire la mia vita. Cerco di delineare le personalità attraverso i fatti. Non attraverso le mie opinioni. Giunto alla soglia del mezzo secolo, metà vissuto da invalido, ho conquistato un discreto equilibrio. Non serbo rancori. E non scrivo per recriminare.

Sono stato criticato per come ho raccontato alcuni episodi familiari e ho pensato a lungo se rispondere. Questo post, parzialmente ispirato da quelle osservazioni, è in parte una risposta. A proposito delle critiche. Sono aperto a riceverne sul racconto degli episodi se rispondono ad alcuni requisiti. Che l’autore prima legga tutto il blog. E si impegni a ricostruire correttamente le vicende e la loro cronologia. È uno sforzo che deve ai lettori. Allora accetterò il confronto. Diversamente risponderò con un semplice grazie e non pubblicherò il commento.

Invece, a proposito dei miei rapporti familiari odierni, rispondo pubblicando una lettera scritta nel 2009 in risposta all’invito di Paolo di riavvicinarmi a Marta.

Ciao Paolo! La tua risposta mi sorprende piacevolmente perché mi hai di fatto risposto e soprattutto perché ne deduco che il tuo rapporto con Marta abbia raggiunto un equilibrio che non può che giovare principalmente a Giorgia.

È molto difficile risponderti brevemente. Quindi, a costo di sembrare logorroico mi dilungherò un po’, ma penso che la tua riflessione lo meriti. Incomincio con una premessa. Da quando siamo arrivati alla rottura, giorno che ahimè mi ricordo benissimo, ho deciso di prendere una posizione e di portarla avanti in modo rigoroso. Non sarei mai più entrato in uno dei giochi preferiti della nostra famiglia: raccontare agli amici comuni, agli zii, ai cugini, eccetera “le cose che lui o lei ha fatto a me … quindi io sono migliore di loro”. Tantomeno lo farò ora. Anzi, ti aggiungo che a mia moglie stessa, Nelly, quando ci capita di parlare di Alessandro o Marta, ripeto sempre che i fatti della famiglia Taverna visti dal loro punto di vista e quindi da loro raccontati non possono che dare loro ragione.

 Ti racconto un fatto che pochi sanno. Gli ultimi mesi in cui ho vissuto a Milano 2, prima che vendessimo la casa, sono stati veramente difficile per tutti, nessuno escluso. La mamma stava morendo, io avevo appena subito un trapianto di midollo micidiale del punto di vista fisico ed emotivo. Sono dell’idea che in questi momenti si vedono le qualità morali delle persone. Prima di traslocare nella mia nuova casa, ho vissuto un mese in albergo. In quel mese, riflettendo sugli ultimi mesi passati a Milano 2, ho capito che nel mio futuro da disabile avrei dovuto contare solo sulle mie forze. Per cui ho scelto di non cercare per alcuni mesi parenti, zii, cugini, amici dei miei genitori e tutte le persone che avevano giurato che mi sarebbero state vicine per mettere alla prova la forza dei legami. (ne approfitto per aggiungere una cosa della quale sono convinto. Sono convinto che avere un parente o un amico disabile non sia una cosa facile e che tuttavia non ho mai giudicato quelli che hanno smesso di vedermi o di sentirmi per il disagio di dovermi “gestire”: venirmi a prendere, aiutarmi a camminare, portarmi indietro eccetera). Concludendo, in quei mesi ho capito su chi potevo contare, quelli che erano sinceri e ho scoperto gli ipocriti e i deboli ma, soprattutto, ho capito che ce la potevo fare.

In quei mesi ho anche fatto delle scelte ancora più difficili. Ho lasciato la società di comunicazione della quale ero socio per mettermi in proprio, non per approfittare delle leggi che favoriscono l’assunzione di disabili (avrei potuto staccare dei contratti molto interessanti). Ho aperto la mia società di consulenza inventandomi una nicchia che in cinque anni l’ha portata, insieme ai giovani collaboratori che ho trovato e a partner prestigiosi ma folli che si sono lasciati coinvolgere dal progetto di un disabile, ad essere un punto di riferimento professionale e culturale per tutto ciò che riguarda la reputazione d’azienda e la CSR per aumentare il valore delle imprese: per quel che riguarda la consulenza alle organizzazioni del terzo settore siamo considerati un interlocutore indispensabile.

Quando incominciai questa strada mi davano del matto: “ Ricky nelle tue condizioni non puoi rischiare…”… ma ce la sto facendo. Perché ce la sto facendo? Perché ho fatto della mia serenità l’unico diritto imprescindibile e irrinunciabile sul quale costruire il mio futuro anche perché, ammettiamolo, tra clienti da gestire, il budget, collaboratori da gestire, badanti inetti e altre amenità di motivi per stressarmi ne ho. Parallelamente a ciò mi sono imposto di essere intellettualmente onesto con lo stesso rigore… a partire da me stesso.

Ti racconto un episodio: quando ho capito di essere innamorato di una donna straordinaria prima di chiederle di sposarmi le ho chiesto di accompagnarmi a una visita di controllo dal neurologo. Al termine della visita ho chiesto al neurologo di raccontare a Nelly nel modo più chiaro ciò a cui sarebbe andata incontro restando insieme a me nel caso peggiore. Solo dopo le ho chiesto di sposarmi.

Caro Paolo, non voglio farti l’apologia di Ricky. Ti ho raccontato queste cose perché se c’è una cosa della quale sono consapevole è che tutte le volte che Alessandro, Marta e Ricky si sono incrociati, anche con tutta la buona volontà, la tensione, per usare un eufemismo, ha battuto la serenità andando sempre a peggiorare rapporti già problematici (e questo è un altro eufemismo). E sull’altare della serenità ho fatto sacrifici e rinunce. In assoluto hai ragione quando dici che “i nostri cari sono una priorità sempre e a qualsiasi costo”. Purtroppo in quei mesi di cui ti ho raccontato e negli anni in cui ho vissuto da solo ho imparato, assumendomi la responsabilità delle mie scelte sperando sempre che anche gli altri si assumano le loro, che non è sempre così: nella famiglia Taverna sono “i cari” che hanno procurato ai propri “cari” la maggiore sofferenza. Dico questo mettendo tutti sullo stesso piano. Prendendo alla lettera la tua domanda, per fare pace con Marta dovrei avere dei motivi di rancore che non ho più (e l’ho scoperto rispondendoti. Di questa cosa ti sarò sempre grato). Sei molto gentile ad offrirti di “intermediare”, ma se dovesse mai accadere che Marta ed io ci incontriamo, ciò deve avvenire per una nostra iniziativa diretta, almeno io la vedo così. D’altra parte se nessuno dei due si è mosso verso l’altro vuol dire che andava bene così ad entrambi. Sarò sincero fino in fondo. In questi anni Marta non mi è mancata, Giorgia si. È stato il più grande sacrificio che ho fatto per la serenità. Ti abbraccio Ricky

WINDSURF

“Non esiste, Momi… non esiste…”

È un mormorio. Quasi inconsapevole. Ma squarcia il torpore della domenica pomeriggio con la decisione di un bisturi. Improvvisamente.

“Cosa, amore?”, Le parole superano le labbra di Simona calpestandosi, contagiate dal caldo e dall’umidità.

“Non esiste che a ventun anni, in una fantastica domenica pomeriggio di luglio, tu e io siamo seduti su un divano a guardare “Domenica In” come due vecchi”.

Momi si siede sulla punta del cuscino. Ho la sua attenzione.

“Quest’estate impariamo uno sport. Canoa fluviale, arrampicata, windsurf,… scegli tu”.

“Windsurf”. Momi risponde risoluta.

Il windsurf entra nella mia vita il mese dopo. L’ultima settimana di agosto. Sul lago di Garda, in un campeggio di Toscolano Maderno. Cinque giorni di corso. Quattro passati a cadere dalla tavola e ad arrampicarmi indietro. Quattro giorni di lividi, graffi ed escoriazioni. Oltre a una discreta dose di imprecazioni. La mattina del quinto giorno, sul filo di lana, mentre sto per arrendermi all’evidenza che il windsurf non fa per me, qualcosa scatta. Navigo. Pochi metri. Cado. Mi graffio. Impreco. Mi arrampico. Navigo per pochi metri e qualcosa in più. Cado. Impreco. Mi arrampico. Navigo. Navigo. Continuo a cadere. Ma capisco che ce la posso fare.

A settembre il prato del lago di Piona, sul lago di Como, sotto Colico, diventa il nostro divano. Quando sale la Breva, il vento termico che nel pomeriggio soffia da sud ci alterniamo in acqua sulla tavola di Maurizio, il compagno di Marica, la sorella di Simona. Ce la sto facendo. A ottobre compro la mia prima tavola.

(1985 circa)

 

UN CINGALESE NON PUÒ SAPERE SPALARE LA NEVE

 (L’entrata dei box è nella via dietro il nostro condominio. Cento metri dopo c’è il nostro passo carraio privato. Dal cancello a via Pampuri, la prima via principale, i metri sono duecento. Duecento metri senza nome. E come tutte le vie orfane di un’identità i servizi di manutenzione, pulizia e spazzaneve, non sono previsti).

“Sir, è sempre più faticoso”. Fernando mi aggiorna in perfetto inglese.

Fernando è dello Sri Lanka. Alto come me. Pelle scurissima. Il portamento degli anglosassoni delle colonie. Ci parliamo in inglese. È più facile per entrambi. Mi chiama “Sir”. E quando provo a convincerlo di quanto sia ridicolo non sente ragioni. Così lo chiamo “Mr. Fernando”. Lui non vuole. Io non sento ragioni.

La neve è caduta per tutta la notte. Leggera. Insistente. Asciutta e farinosa. La mattina il posto macchine ci accoglie con cinquanta centimetri di fiocchi bianchi. Una barriera naturale che dovrebbe scoraggiare qualsiasi uscita. Dovrebbe.

“Mr. Fernando, come sono le strade?”

“Pulite, Sir”.

Sotto, sotto, speravo in questa risposta. Quelle due parole hanno ridotto istantaneamente la distanza tra casa e ufficio.

“Mr. Fernando, prendi il badile e libera il posto macchine dalla neve”.

Mr. Fernando non dice mai di no. Esegue. In poco più di 30 minuti i pochi metri dal cancello alla macchina sono stati liberati. O quasi. Mentre Mr. Fernando spalava si sono depositati altri venti centimetri di fiocchi.

Saltiamo in macchina e attraversiamo il cancello. La via senza nome ci aspetta con più di mezzo metro di neve. E una sfida lunga duecento metri. La strategia è di affrontarli in retromarcia. A velocità costante. Senza fermarsi. Si spera. Cinque metri e siamo fermi. Le ruote girano a vuoto. Siamo bloccati da un cumulo che abbiamo creato spingendo la neve e compattandola.

“Torniamo a casa, Sir?”, domanda Mr. Fernando dopo avermi descritto l’ostacolo.

“Non possiamo, Mr. Fernando. Alle le 12:30 abbiamo un appuntamento in ufficio per la firma di un contratto. Mi dispiace, ma deve spalare la strada fino a via Pampuri. Spali pochi metri. Spostiamo la macchina. Spala pochi metri. Spostiamo la macchina. E via così”.

Mr. Fernando aggredisce la neve. Il badile vortica come una catapulta. Pochi minuti. Sale in macchina. Arretriamo di cinque metri. Scende. Spala. Sposta la macchina. Scende. Spala. E continuiamo. Mr. Fernando sembra bionico. Ma dopo il quarto spostamento della macchina comincia a rallentare.

“Sir, è sempre più faticoso”, mi aggiorna Fernando nel suo inglese perfetto.

“Come mai?”, domando per cercare di capire l’entità del problema.

“Si fa sempre più difficile. C’è sempre più neve da spalare”, mi risponde Mr. Fernando con gli occhi che chiedono un po’ di indulgenza.

Mi guardo in giro. Saranno caduti altri cinque centimetri. Non capisco. Chiedo ulteriori spiegazioni. Continuo a non capire.

“Ok Mr. Fernando. Mi aiuti a scendere dalla macchina che do un’occhiata”.

Affondo nella neve appoggiato a Mr. Fernando. Appoggio attentamente i piedi nelle sue orme fino alla parte posteriore della macchina. Controllo di avere le gambe saldamente piantate. Alzo gli occhi. Che lentamente scorrono lungo il profilo di un cumulo di neve alto un metro e mezzo. Sospiro.

“Mr. Fernando, si suppone che la neve venga spalata ai lati della macchina… non dietro…”.

“Oh… Ora capisco Sir”

(febbraio, 2004)

ANNIVERSARIO DI NOZZE

PRIMA LEGGI: La proposta più importante

Un marito non può definirsi tale se non dimentica due date: il compleanno della moglie e l’anniversario di nozze. Prima di sposarmi cerco qualche motivo per cui io possa essere immune a questa sindrome. Non ne trovo. Ricordarmi del compleanno di Nelly sarà abbastanza facile. L’11 settembre è una giornata impressa nella memoria di ogni atomo del pianeta. Alla peggio saranno i giornali del giorno prima a far scattare le mie sinapsi.

L’anniversario di nozze sarà un problema da gestire con abilità mentre gli anni passeranno. A meno che …. A meno che ci sposiamo il giorno del mio compleanno. Lo propongo a Nelly spiegandole il motivo in piena trasparenza. Accetta. Convinta, ma non troppo. Fantastico. Problema risolto. Mi sono meritato un’altra volta il soprannome di Mr. Wolf.

13 novembre. Entro in ufficio appoggiato al badante. Procedo a passo di marcia verso la
mia postazione urlando grazie a Boris, William, Ally e Pierluigi che mi lanciano gli auguri. Ci aspetta una giornata infernale. Consegne. Ricerche da far accelerare. La riunione del pomeriggio con Ninfa da finire di preparare.

“Ping”. Il cellulare mi avvisa dell’arrivo di un SMS. Allungo lo sguardo verso lo schermo. È di Ninfa. La prima riga del messaggio recita: “appuntamento confermato. Ricordati di …” Non ho tempo di aprire l’SMS e leggere il resto. Qualsiasi cosa sia me la dirà oggi pomeriggio.

La tensione cresce. Ricevo più telefonate del previsto e comincio a essere in ritardo. Un clic impercettibile, lontano, mi rimbomba in testa come un frastuono. La maniglia della porta dell’ufficio è scattata.
“Chi cazzo è…” penso, pregando che non sia per me.
“Ciao!”. Inconfondibile. Familiare. Allegro e solare. È il ciao di Nelly. Lo adoro, ma questo non è il momento.

Un attimo dopo è nella mia stanza. Il sorriso luminoso, sempre. Gli occhi, anche loro. Quasi. Stamattina hanno un’ombra che non conosco. La mente comincia a combattere tra il lavoro e Nelly. Per scoprire perché ha quel velo impercettibile sugli occhi. Prevale il lavoro.
“Dimmi Mon Amour. Scusa ma sono incasinatissimo…”. Scandisco bene le parole.
Sopra il sorriso luminoso, dietro il velo, gli occhi si stringono impercettibilmente.
“Non ti stai dimenticando qualcosa?” È incavolata. E lo sta nascondendo.
“Cosa?” Rispondo quasi per prendere tempo.
“Non ti stai dimenticando qualcosa?”
“Cosa mi sto dimenticando, Nelly?” Un senso di incazzatura comincia a fare capolino.
“Ah, se non lo sai tu?”
Ora basta. Non mi sto dimenticando niente. Non ho tempo da perdere. E adesso metto fine a questa storia.
“Senti Nelly… Non so se mi sto dimenticando qualcosa. Se pensi di sì, dimmi cos’è. Così facciamo prima. Ho una giornata incasinata. E non ho tempo da perdere”. Le pianto gli occhi addosso.
“Non so… Vedi un po’ tu… Magari il nostro anniversario?”
Avrei preferito uno schiaffo. Un pugno. Rimango interdetto. Mortificato. L’ho combinata grossa. Talmente grossa che anche le parole si rifiutano di venire in mio soccorso.

“Ninfa, ho fatto incazzare Nelly”
“Cioè…”
“Mi sono dimenticato il nostro anniversario”. E le racconto la mia umiliante prestazione.
“Ma, Ricky, ti ho mandato un SMS?”
“Si, mi confermarvi l’appuntamento…”
“Non l’hai letto tutto…”
Prendo il cellulare. Mi destreggio tra i menù nonostante le dita praticamente inutilizzabili. Trovo l’SMS. Lo apro.
“Cazzo! Che pirla…”.
“… fare gli auguri a Nelly per l’anniversario. Siamo al mercato insieme e si sta arrabbiando”… continuava l’SMS.
“Ricky! E leggili ‘sti SMS!”

(Novembre 2008)

FABRI, IL FREDDO, IL PARKINSON E UN’AMICIZIA PIÙ GRANDE DI QUELLA CHE SEMBRA.

Capita di dover uscire controvoglia. Dopo cena. Contro pioggia e vento freddo. Controvoglia per il tempo infame. A favore dell’uscita: raggiungere Nelly alla presentazione di un prodotto naturale antiinfiammatorio, immunomodulante e virtù varie.

Fabrizio è passato a prendermi. Andremo insieme. Il prodotto interessa anche a lui.

Ci siamo conosciuti in Grecia. A Paros. Quasi vent’anni fa. Un’amicizia improbabile. Da lontano sembriamo così diversi. Così uguali, conosciuti da vicino. Ci siamo legati con il passare del tempo. Con fili sottili all’apparenza. Che hanno tessuto una trama inestricabile. Fabri è un amico discreto. Ma non manca mai. Quando nel letto dell’unità coronarica ho aperto gli occhi Fabri era li. Seduto sulla sedia. Mi ha salutato con il suo sorriso coinvolgente incorniciato dai capelli sempre lunghi. Tranquillo. Allegro. Positivo. E affettuoso. Come il suo sorriso. È Fabri. C’è. C’è sempre.

Parcheggiamo e ci dirigiamo all’indirizzo. L’acqua ci accompagna. Ci accompagna anche il vento freddo. Arriviamo al 28/A. Controlliamo l’SMS di Nelly. C’è scritto 28. Ma non lo troviamo. Fabri scatta verso l’incrocio per controllare che sia dietro l’angolo del palazzo. Nulla. Torna indietro. Citofona al 28/A. Tanto per provare. Nulla. Tre tentativi. Tutti senza risposta.

“Mi fumo una sigaretta. Tanto mancano cinque minuti…”.

Seduto sulla carrozzina guardo Fabri. L’occhiata è di intesa. Arrivando in macchina abbiamo chiacchierato del più e del meno. Senza che ce ne fosse bisogno. L’Inter. Il lavoro. La mia salute. Ogni tanto qualche lunga pausa.

Mentre aspettiamo ascoltiamo i rumori della città smorzati dalla pioggia leggera. Incrocio le braccia. Ogni tanto rompiamo il silenzio con qualche battuta.

“Roby e Isabella?”

“Bene”. Il sorriso di Fabri è una dichiarazione d’amore verso i suoi figli.

Pausa. Lunga.

“Hai freddo?”, domanda Fabri laconico. Quasi disinteressato. Più per incrinare il silenzio.

Contemporaneamente le mie braccia subiscono un scarica di tremori.

“No… è il Parkinson”, rispondo altrettanto laconico. Quasi disinteressato. Più per il dovere di dare una risposta.

Fabri tira una boccata di fumo. Si guarda la punta delle scarpe vagamente perplesso.

“Ma io volevo solo sapere se hai freddo?”. Mentre nota le mie braccia in preda a una nuova scarica vibrazioni.

“Ah,… non ho freddo…”. Io continuo per la mia strada.

Fabri mi abbraccia. Delicatamente.

Pausa. Lunga.

Fabri accenna a ridere. Più che altro un sussulto. Pausa.

Ripenso allo scambio. Sussulto anch’io.

“E la gara per il bilancio di sostenibilità del birrificio?”. La domanda rimane sospesa per un momento.

“Vinta “.

Fabri tira un boccata di nicotina mentre butta lo sguardo distrattamente verso la piazzola.

Sorride. E trattiene una risata. Pausa.

Ciondolo con la carrozzina. Ho lasciato le pedane in macchina come mi capita sempre più spesso. Mi muovo spingendo con le gambe. Una parvenza di autonomia.

Trattengo una risata. Pausa.

Non si può ridere per una simile idiozia. E soffoco una risata con sempre maggiore fatica.

Fabri si incammina verso l’angolo ridendo sommessamente.

“Cosa ridi?” gli intimo per niente convinto. Ridendo.

Continuando ad allontanarsi, Fabri mi lancia un’occhiata con la coda dell’occhio. Il sorriso vagamente furbo. E si abbandona. Contagiandomi.

Le risate superano il rumore della pioggia e del traffico con la forza di un’esplosione. I nostri sguardi sono il detonatore. Quando si incrociano scoppiamo. Smettiamo quando si allontanano. E continuiamo così. Per tutta la serata, o quasi.

Dissacrare le mie malattie è un dovere. Dissacrarle con un amico è da morire dal ridere.

(Febbraio, 2014)

Il libro: Si comincia sabato…

Sabato pomeriggio c’è il primo incontro con l’editor. Non riesco ancora a capacitarmi di ciò che sta per cominciare. Sto per diventare un libro. La mia vita una storia ancor più pubblica. Eppure, almeno in questo istante, non sento scorrere l’adrenalina che precede l’inizio di un evento importante.

L’obiettivo dell’incontro è rompere il ghiaccio. Entrare in confidenza l’uno con l’altro.