CRITICHE AGLI EPISODI

Badavo ai badanti, il blog, nasce il 18 dicembre 2011. Fra poco più di un mese compie anni. È nato come una sfida. È continuato come una passione. Si svilupperà in un libro. Diventerà, forse, l’architrave di un progetto.

Scrivere di se stessi non è facile. Soprattutto se lo si vuole fare anche per qualcun altro. Per quella persona, lontana o sconosciuta, in difficoltà e incapace di reagire. Per ispirarla, lo dico con estrema umiltà, per dirle che nonostante tutto si può andare avanti, devo essere onesto. Non posso essere altro. Scrivere onestamente è un dovere. Una condizione necessaria. Scrivere onestamente vuole dire mostrare apertamente me stesso, le mie debolezze. Onestamente significa rispettare la verità dei fatti. Sia che io ne esca bene. Sia che ne esca male. L’onesta è un prerequisito di questo racconto. Con me stesso, per esserlo con chi mi legge. Racconto ciò che è successo. Come ho vissuto il momento. Come lo ho affrontato. Le conseguenze che ho sopportato o goduto.

Una complicazione è inevitabile. Raccontare le storie delle vite che hanno incrociato la mia. Soprattutto quando gli incroci hanno provocato sofferenza. Raccontare un episodio che coinvolge qualcun altro non è facile se il legame si è spezzato dolorosamente. Allora cerco di raccontare solo quello che serve a far capire la mia vita. Cerco di delineare le personalità attraverso i fatti. Non attraverso le mie opinioni. Giunto alla soglia del mezzo secolo, metà vissuto da invalido, ho conquistato un discreto equilibrio. Non serbo rancori. E non scrivo per recriminare.

Sono stato criticato per come ho raccontato alcuni episodi familiari e ho pensato a lungo se rispondere. Questo post, parzialmente ispirato da quelle osservazioni, è in parte una risposta. A proposito delle critiche. Sono aperto a riceverne sul racconto degli episodi se rispondono ad alcuni requisiti. Che l’autore prima legga tutto il blog. E si impegni a ricostruire correttamente le vicende e la loro cronologia. È uno sforzo che deve ai lettori. Allora accetterò il confronto. Diversamente risponderò con un semplice grazie e non pubblicherò il commento.

Invece, a proposito dei miei rapporti familiari odierni, rispondo pubblicando una lettera scritta nel 2009 in risposta all’invito di Paolo di riavvicinarmi a Marta.

Ciao Paolo! La tua risposta mi sorprende piacevolmente perché mi hai di fatto risposto e soprattutto perché ne deduco che il tuo rapporto con Marta abbia raggiunto un equilibrio che non può che giovare principalmente a Giorgia.

È molto difficile risponderti brevemente. Quindi, a costo di sembrare logorroico mi dilungherò un po’, ma penso che la tua riflessione lo meriti. Incomincio con una premessa. Da quando siamo arrivati alla rottura, giorno che ahimè mi ricordo benissimo, ho deciso di prendere una posizione e di portarla avanti in modo rigoroso. Non sarei mai più entrato in uno dei giochi preferiti della nostra famiglia: raccontare agli amici comuni, agli zii, ai cugini, eccetera “le cose che lui o lei ha fatto a me … quindi io sono migliore di loro”. Tantomeno lo farò ora. Anzi, ti aggiungo che a mia moglie stessa, Nelly, quando ci capita di parlare di Alessandro o Marta, ripeto sempre che i fatti della famiglia Taverna visti dal loro punto di vista e quindi da loro raccontati non possono che dare loro ragione.

 Ti racconto un fatto che pochi sanno. Gli ultimi mesi in cui ho vissuto a Milano 2, prima che vendessimo la casa, sono stati veramente difficile per tutti, nessuno escluso. La mamma stava morendo, io avevo appena subito un trapianto di midollo micidiale del punto di vista fisico ed emotivo. Sono dell’idea che in questi momenti si vedono le qualità morali delle persone. Prima di traslocare nella mia nuova casa, ho vissuto un mese in albergo. In quel mese, riflettendo sugli ultimi mesi passati a Milano 2, ho capito che nel mio futuro da disabile avrei dovuto contare solo sulle mie forze. Per cui ho scelto di non cercare per alcuni mesi parenti, zii, cugini, amici dei miei genitori e tutte le persone che avevano giurato che mi sarebbero state vicine per mettere alla prova la forza dei legami. (ne approfitto per aggiungere una cosa della quale sono convinto. Sono convinto che avere un parente o un amico disabile non sia una cosa facile e che tuttavia non ho mai giudicato quelli che hanno smesso di vedermi o di sentirmi per il disagio di dovermi “gestire”: venirmi a prendere, aiutarmi a camminare, portarmi indietro eccetera). Concludendo, in quei mesi ho capito su chi potevo contare, quelli che erano sinceri e ho scoperto gli ipocriti e i deboli ma, soprattutto, ho capito che ce la potevo fare.

In quei mesi ho anche fatto delle scelte ancora più difficili. Ho lasciato la società di comunicazione della quale ero socio per mettermi in proprio, non per approfittare delle leggi che favoriscono l’assunzione di disabili (avrei potuto staccare dei contratti molto interessanti). Ho aperto la mia società di consulenza inventandomi una nicchia che in cinque anni l’ha portata, insieme ai giovani collaboratori che ho trovato e a partner prestigiosi ma folli che si sono lasciati coinvolgere dal progetto di un disabile, ad essere un punto di riferimento professionale e culturale per tutto ciò che riguarda la reputazione d’azienda e la CSR per aumentare il valore delle imprese: per quel che riguarda la consulenza alle organizzazioni del terzo settore siamo considerati un interlocutore indispensabile.

Quando incominciai questa strada mi davano del matto: “ Ricky nelle tue condizioni non puoi rischiare…”… ma ce la sto facendo. Perché ce la sto facendo? Perché ho fatto della mia serenità l’unico diritto imprescindibile e irrinunciabile sul quale costruire il mio futuro anche perché, ammettiamolo, tra clienti da gestire, il budget, collaboratori da gestire, badanti inetti e altre amenità di motivi per stressarmi ne ho. Parallelamente a ciò mi sono imposto di essere intellettualmente onesto con lo stesso rigore… a partire da me stesso.

Ti racconto un episodio: quando ho capito di essere innamorato di una donna straordinaria prima di chiederle di sposarmi le ho chiesto di accompagnarmi a una visita di controllo dal neurologo. Al termine della visita ho chiesto al neurologo di raccontare a Nelly nel modo più chiaro ciò a cui sarebbe andata incontro restando insieme a me nel caso peggiore. Solo dopo le ho chiesto di sposarmi.

Caro Paolo, non voglio farti l’apologia di Ricky. Ti ho raccontato queste cose perché se c’è una cosa della quale sono consapevole è che tutte le volte che Alessandro, Marta e Ricky si sono incrociati, anche con tutta la buona volontà, la tensione, per usare un eufemismo, ha battuto la serenità andando sempre a peggiorare rapporti già problematici (e questo è un altro eufemismo). E sull’altare della serenità ho fatto sacrifici e rinunce. In assoluto hai ragione quando dici che “i nostri cari sono una priorità sempre e a qualsiasi costo”. Purtroppo in quei mesi di cui ti ho raccontato e negli anni in cui ho vissuto da solo ho imparato, assumendomi la responsabilità delle mie scelte sperando sempre che anche gli altri si assumano le loro, che non è sempre così: nella famiglia Taverna sono “i cari” che hanno procurato ai propri “cari” la maggiore sofferenza. Dico questo mettendo tutti sullo stesso piano. Prendendo alla lettera la tua domanda, per fare pace con Marta dovrei avere dei motivi di rancore che non ho più (e l’ho scoperto rispondendoti. Di questa cosa ti sarò sempre grato). Sei molto gentile ad offrirti di “intermediare”, ma se dovesse mai accadere che Marta ed io ci incontriamo, ciò deve avvenire per una nostra iniziativa diretta, almeno io la vedo così. D’altra parte se nessuno dei due si è mosso verso l’altro vuol dire che andava bene così ad entrambi. Sarò sincero fino in fondo. In questi anni Marta non mi è mancata, Giorgia si. È stato il più grande sacrificio che ho fatto per la serenità. Ti abbraccio Ricky


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