E ora, rallentare…

Una settimana steso da una bronchite micidiale. Non riesco ad alzarmi tanta è la febbre. La tosse mi blocca il respiro. Mi guardo intorno. Nella camera illuminata dalla luce notturna le ombre si arrampicano ovunque. Non si lasciano sfuggire alcun appiglio.

Un pensiero sta cercando di farsi strada verso la mia coscienza. Percepisco la sua fatica. Gli sforzi vani per raggiungermi. “È debole. Come me”, penso. “Oppure la mia coscienza lo respinge”, penso. “Oppure entrambe”, penso.

La perseveranza vince sempre. Il pensiero si piazza decisamente davanti agli occhi. Sono gli inizi di marzo. Un momento che cominciavo a dimenticare. Cinque anni fa, l’infarto. Erano gli inizi di marzo. Cinque anni dopo la bronchite più pesante che mi sia mai capitata.

C’è un significato. Forse solo una coincidenza. A 52 anni è arrivato il momento di rallentare. Ma non troppo. Forse è sufficiente diventare un po’ più saggio. Ma non troppo. E imparare a modulare l’acceleratore.

13 marzo 2017

 

rallentare

RINCORRERE ITALO TRENO (fine)

Prima leggi: “RINCORRERE ITALO TRENO” (episodio 1)

Prima leggi: “TI PORTO IN VACANZA” – Paros

 

“Ma come cazzo fai a non essere preoccupato Ricky! Non arriveremo in tempo e tu te ne stai lì a leggere!”

L’ansia lo stava divorando. E Ugo me la rovesciava addosso a secchiate. Nell’ultima mezz’ora era la terza volta che sbottava. Non riusciva a trattenersi.

“Come cazzo fai a essere così tranquillo?!”.

“Come faccio? Perché metteremo il nostro culo su quel cazzo di aereo…”. In realtà ero tranquillo perché non avevamo il controllo di nulla. Dovevamo solo aspettare e sperare.

Avevo risposto senza alzare gli occhi da “I pilastri della terra”. Il romanzo di Ken Follet mi stava facendo compagnia da quando ci eravamo imbarcati al porto di Parikia, a Paros. Il traghetto era salpato con quattro ore di ritardo. Un vento infernale stava spazzando le Cicladi rallentando tutto ciò che resisteva sopra il pelo dell’acqua. All’aeroporto di Mykonos, alle 13:00, il volo che ci avrebbe riportati a casa dopo la vacanza sarebbe decollato. Pensare di prenderlo era una follia. Il traghetto arrancava tra il mare agitato, gli schianti della prua contro le onde che ci ricordavano quanto stavamo navigando lentamente. La veemenza degli schianti era tale che schizzi di Mediterraneo ci raggiungevano fin sul quinto ponte di poppa. Appiccicaticcio di acqua salmastra continuavo a leggere. Gli schizzi in faccia mi lasciavano indifferente. “Metteremo il culo su quel cazzo di aereo”, dissi sottovoce. “Metteremo il culo su quel cazzo di aereo”, ripetei sempre sottovoce. Il mormorio stava diventando un mantra.

 

“Metteremo il nostro culo su quel cazzo di treno”. Ripeto il mantra mentre le ruote anteriori della carrozzina vibrano all’impazzata. Succede sempre quando Stepan la spinge seggiola a rotelle correndo.

“Piano Stepan”

Stepan rallenta il tempo necessario a far rilassare le ruotine. Poi riprende.

La stazione di Rogoredo si avvicina sempre più rapidamente. Abbiamo parcheggiato in via Giovanni Battista Cassinis alle 9:20. A mezzo chilometro dalla destinazione. I mastodonti verdi ci hanno perseguitato fino all’ultimo. Quattro minuti e Italo lascerà anche Rogoredo. Pensare di prenderlo in tempo è una follia.

 

“Ricky, non ce la faremo…”

“Corri Stepan”

Ci precipitiamo nella stazione. Mi guardo in giro mentre Stepan continua a spingere a passo veloce.

“Rallenta Stepan”.

“Perché?”

“Il binario…”. E guardo il tabellone delle partenze alla nostra sinistra.

“Binario 1 Stepan”

“Dov’è l’ascensore?”

“Qui non c’è Stepan”.

“Come facciamo?”

Come cazzo vuoi fare Stepan? “A piedi Stepan”.

 

Osservo la scala che porta al tunnel che collega i binari. Una rampa. Un pianerottolo. Una rampa fino al corridoio. Sui lati un corrimano nero.

“Stepan, prendi il trolley, portalo in fondo alle scale all’angolo con il corridoio, e corri su a tutta velocità”

Stepan trotterella giù per la scala. Arriva in fondo. Appoggia il trolley. Si volta verso i gradini e pianta uno scatto furioso. Sembra stia scappando da una bomba. Come farebbe un terrorista. Un terrorista?! Per un attimo immagino due carabinieri che girano l’angolo, osservano la scena, e lanciano l’allarme. Sorrido, ma neanche tanto.

“Stepan, facciamo in fretta! Quel trolley deve stare là il meno possibile… Sembra una bomba”.

Stepan mi strappa dalla carrozzina. Divoriamo i gradini. E la carrozzina ci segue grazie alla generosità di un passeggero che si è offerto di portarla in fondo alla rampa. Mi ci siedo. Stepan afferra le maniglie e si lancia verso il fondo del tunnel.

Binario 1. Non abbiamo il tempo di leggere nulla. Questa volta appoggiamo il trolley sul pianerottolo a metà della rampa. Tenuto più vicino, assomiglia meno ad una bomba Stepan mi strappa nuovamente dalla carrozzina. Dietro di noi c’è il passeggero che ci ha seguiti: “tranquilli, alla carrozzina ci penso io”.

Arriviamo in cima alla rampa. Il fiato mi manca. La bocca spalancata cerca di inalare tutta l’aria possibile. Intorno, una folla di passeggeri in attesa. Sono le 9:31. “Cazzo, abbiamo sbagliato binario Stepan…”.

Un fischio mi zittisce. “Treno Italo delle 9:20 in arrivo al Binario 1. Ferma a Roma Tiburtina, Roma Termini,…”. L’annuncio che volevamo sentire. Alla nostra destra, la motrice del treno ad alta velocità bordeaux fa capolino.

“Metteremo il culo su quel cazzo di treno. Cazzo Ricky, funziona!”.

 

Novembre 2016

rifiuti

“Porc … la carr…”

Stepan ripete meccanicamente i gesti che compie da cinque anni. Quasi sei. Apre il cancello del nostro cortile. Entra con la macchina. La parcheggia. Scende. Apre il bagagliaio. Poi, apre la mia portiera. Mi trasferisco sulla carrozzina. Entriamo in casa.

Mezz’ora prima siamo usciti da Aida ripetendo altri gesti meccanici. Mi aiuta ad alzarmi dalla carrozzina e scendere i sei gradini nel cortile del condominio. Mi appoggia in macchina.

Arrivati a casa lottando con il traffico, esegue la routine fino all’apertura della mia portiera. La procedura si interrompe, mi sta guardando con un sorriso stirato. Le labbra increspate. Gli occhi che guizzano da un lato all’altro come se cercassero una via di fuga. Deglutisce rumorosamente.

“Ricky, dobbiamo tornare in Aida…”. Lo dice con lo spirito del condannato aspettandosi che si scateni un uragano.

“Cazzo – penso – il cellul…”.

Non faccio in tempo a finire che Stepan mi stende. “Mi sono dimenticato la carrozzina”.

“Questo fine settimana pubblichi un post sul blog, me lo merito”.

……

Dopo cena, al telefono con Rossella.

“… e così mi dice che si è dimenticato la carrozzina”. Concludo ridendo e spiegando che è una settimana che lavora come un dannato. Per questo non ho intenzione di pubblicare nulla sul blog.

“Beh Ricky, poteva capitare di peggio. Poteva dimenticare te!”

Decido di scrivere il post.

 

17 febbraio 2017

dimenticarsi

“Io Donna”: Recensione di “Tutte le fortune

Dai blog di Io Donna/Io Leggo

Quando da bambino si appassiona al judo, Riccardo Taverna non sa che avrebbe applicato per tutta la vita un insegnamento così semplice: come si cade. Imparare a cadere per non farsi male, per attutire i danni, per rialzarsi subito. È quello che Taverna sa fare meglio: perché se certi momenti della vita non possiamo sceglierli, abbiamo però la possibilità di decidere come affrontarli. E lui cade, perché non si può evitare, ma lo fa con consapevolezza e con lucidità, per riuscire a rialzarsi, e a vivere la sua vita. Accettando il cambiamento che ogni caduta comporta, e costruendo sempre, evolvendo.

Non c’è solo la malattia neurodegenerativa con cui fare i conti: ci sono le difficoltà quotidiane della famiglia, un lavoro appassionante ma sfidante, da reinventare sempre per stare al passo, ci sono amici che deludono e tradiscono, donne che si allontanano, e poi il Parkinson. Taverna non si fa mancare nulla. Soprattutto non gli manca la grinta, un passo alla volta, un gradino alla volta, insieme a una moglie straordinaria, ad amici veri, quelli che restano sempre, a una schiera di 50 badanti non tutti all’altezza, ma tutti capaci di condividere un pezzo di strada, con molti risvolti divertenti.

Il cambiamento come risorsa: per Taverna è stato adattarsi a quello che la vita gli ha portato, imparando a cogliere le cose positive a cui ti mette davanti una malattia. E lui ne ha fatto anche un principio della sua attività di consulente, facendo del cambiamento verso la sostenibilità un asset, e aiutando gli uomini di azienda a sradicare vecchie abitudini per accogliere il nuovo, a imparare che tutto si può fare, se si guarda un problema in modo diverso dal solito.

Tutte le fortune è un libro positivo, che si divora, perché è scritto bene, coinvolge, fa ridere, inaspettatamente, e fa sentire più forti.

Francesca Cingoli

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