Archivio dell'autore: Riccardo Taverna

MARTA: IL MATRIMONIO

“Vai subito a dire qualcosa a tua sorella. Fatti dire cosa ha combinato e dille qualcosa”. Mamma ci aveva cresciuti con le urla. E le sue erano proverbiali. Acute. Nitide. Assordanti. Quando eravamo piccoli la sola minaccia di urlare era sufficiente a ricondurci all’ordine.

Questa sera le urla sono accompagnate da frustrazione e disperazione che le contorcono i lineamenti. Gli occhi sono stanchi. Della stanchezza di chi è stato per anni sulle barricate e ha appena imparato che deve sopportare un altro peso.

“Vai da tua sorella”. L’urlo della mamma si deforma in uno strillo stridulo.
“Mamma…”.
“Vai!”. Il tono è imperativo. Come quando avevo dieci anni. A dieci anni scattavo. A trenta sorrido. Sorrido rassicurante. “Ora vado, ma fammi entrare”. Sono appena rientrato dall’ufficio. La giornata è stata estenuante. Varco la soglia ed entro nello spogliatoio. Mi levo i guanti lentamente. Il cappotto. La sciarpa. La giacca. La cravatta. Tutto lentamente. Volutamente. Prendo tempo per riflettere. Il mio rapporto con Marta è migliore di quello con Alessandro, complice il fatto che negli ultimi anni, tra gli studi a New York e il trasferimento a Sarnico da Paolo, ha vissuto in famiglia poco tempo. Non che con lei non ci fossero conflitti. Anzi. Erano meno frequenti. Più aspri. Ma tutto sommato riuscivano a dialogare.

La mamma sta aspettando sulla porta dello spogliatoio. Appena mi volto sibila un ennesimo “vai”. Le prendo l’avambraccio e la trascino gentilmente verso il salone. Marta è seduta in mezzo al divano sulla punta del cuscino. Del suo metro e 78 cm non c’è nulla. Le spalle basse e stanche. La testa abbassata. Tutto la rende piccola. C’è anche la zia Tere. Seduta alla destra di Marta le tiene delicatamente la mano tra le sue. Saluto cercando di dare al mio “ciao” un tono che affermi la mia indipendenza. Il ciao di Marta è vuoto. È esausta.
Senza preavviso devio verso la cucina continuando a trascinarmi dietro la mamma. Chiudo la porta dell’anticamera. Chiudo la porta della cucina.

“Vai da lei e…”, riprende la mamma. La interrompo bruscamente. Pianto i miei occhi nei suoi. Allungo la testa verso la sua. E sottovoce incomincio.
“Dimmi quello che è successo. Se non me lo dici vado di là, saluto, accendo la televisione e non rivolgo la parola a nessuno… Prima che tu dica qualsiasi cosa sappi che dirò quello che penso io, non quello che tu vorresti che dicessi. È chiaro?”
Mamma fa una lunga pausa. Poi, con un solo fiato, lancia il carico.
“È incinta non vuole abortire vuole sposare quello là io non voglio che abbia un figlio da quello là e che sposi quello là”.
Mamma non aveva mai sopportato Paolo, quello là. E non aveva torto.

Ha ancora la testa bassa. Gli occhi rivolti verso l’alto mi osservano timorosi mentre mi avvicino al divano. Mi siedo alla sua sinistra. E le appoggio la mano sul ginocchio.

“Ho saputo tutto”. Sussurro. Sono calmo e desidero che Marta se ne accorga bene. “Come stai?”.
“Così”. La voce flebile flebile. Gli occhi che fissano le ginocchia.
“Sei sicura di volerlo tenere?”
“Si”. La voce è più piena.
“Sei sicura di voler sposare Paolo?”
“Si”. Il viso che lentamente si rivolge verso il mio.
Sospiro. “Senti Marta, ascoltami bene. Io non sono nessuno per dirti cosa devi o non devi fare in una situazione come questa. Quindi non ti dirò niente. Ti chiedo solo una cosa. Pensa attentamente a quello che fai, alle conseguenze delle decisioni che stai per prendere perché segneranno tutta la tua vita. Pesa bene Paolo. Conosci i suoi pregi, ricordati dei suoi difetti. Ricordati anche che qualsiasi decisione prenderai sarò al tuo fianco”.

 Sperare che non sposi Paolo è pura utopia. Tanto meno con un figlio in arrivo. Mettermi di traverso come la mamma, vuol dire consegnare Marta a Paolo tagliando i ponti. Vuol dire abbandonarla e consegnarla a Paolo definitivamente. Allora ho pensato ad una famiglia normale. A come avrebbe affrontato questo momento. E ho pensato che una famiglia normale avrebbe sperato che Paolo cambiasse lasciando a Marta un ponte solido per tornare se fosse andata male. Una famiglia normale avrebbe sofferto ma vigilato. Da lontano. E poi mamma stava per diventare nonna. Non avrebbe resistito lontano dal suo primo nipote. Le stavo risparmiando la fatica di ricucire lo strappo. Starò al fianco di Marta.
Marta non mi risponde. O non mi ricordo che l’abbia fatto. Non mi dirà mai se ci ha pensato e cosa ha pensato. Non era tenuta a farlo. Sposerà Paolo. Darà alla luce Giorgia, una bambina straordinaria. Paolo non cambierà. E il matrimonio finisce. Alla fine mamma aveva ragione. Ma nessuno ha mai detto a Marta il fatidico: “te l’avevo detto”.
(1995, circa)

L’INCUBO: CACCIA ALL’AGGRESSORE SENZA VOLTO (parte 2)

Prima leggi: L’INCUBO: CACCIAALL’AGGRESSORE SENZA VOLTO (parte 1)

L’erba è morbida e fresca. Di un verde talmente intenso da sembrare artificiale. Mi accarezza i piedi mentre attraverso il prato scalzo. Il cielo è degno della migliore giornata estiva. Azzurro. La brezza soffia leggera. Gli odori della natura inebriano. Tutto invita alla lentezza, a godere di un momento irripetibile. Rallento e mi siedo per terra. Gli occhi si riempiono di bellezza.

Dal boschetto poco lontano si affaccia un uomo. Ha un momento di esitazione. Mi osserva, quasi ad accertarsi che sia io. Poi si avvia verso di me. Attraversa il prato morbido e fresco. La camminata rilassata. Cerco di distinguerlo meglio. Camicia bianca. Pantaloni beige larghi. Nulla più. Il sole basso sull’orizzonte dietro di lui mi abbaglia. Pazienza, aspetto. Mi ha raggiunto. Alzo lo sguardo verso il viso incorniciato dalla palla di fuoco che sta tramontando. Lo riconosco. E nello stesso istante mi aggredisce con veemenza. Il nulla grigio al posto del viso è di fronte ai miei occhi, seduto sul mio bacino. Mi colpisce ripetutamente mentre l’erba morbida e fresca, il cielo, la brezza e gli odori si dissolvono nella mia camera da letto. L’aggressore continua a colpirmi. Il terrore mi taglia il fiato. Le braccia trattenute da elastici immaginari mi impediscono qualsiasi difesa. Urlo suoni sordi in cerca d’aiuto. La porta della camera rimane chiusa. Nessuno verrà ad aiutarmi.
La sera stessa racconto l’incubo alla Zav. E continuiamo a scavare. Comincio razionalizzando. L’aggressore ha intensificato gli attacchi perché mi stavo avvicinando a lui. Tentava di allontanarmi. Farmi desistere. Fallendo, ha cambiato tattica. Agli attacchi diretti ha sostituito la guerriglia. Almeno, io agirei così. Mentre razionalizzo ascolto le mie reazioni. La sensazione di fastidio, di rifiuto, di fuga dalla poltrona si fanno sempre più intensi. Sono sempre sulla strada giusta. Allora anch’io cambio tattica. Non combatto più la spinta ad eludere la ricerca. La ignoro. Semplicemente. Dopo mesi di caccia all’identità dell’aggressore, improvvisamente libero dallo sforzo di arginare gli inviti ad abbandonare l’inseguimento, le tessere dell’enigma scivolano ognuna al proprio posto. Naturalmente.
L’aggressore si palesa quando la psicanalisi si fa impegnativa. La CIDP è autoimmune. I miei anticorpi che mi attaccano. Il cambio di tattica dell’aggressore che avrei fatto anch’io. Lo accetto mentre ne prendo coscienza. Sono io. Io sono l’aggressore. L’aggressore è l’espressione di una parte della mia anima. Una parte che non avrei mai pensato di avere. Quella autodistruttiva.
Dopo quella seduta lo chiamerò “il persecutore”. Dopo quella seduta il persecutore si allontana a lungo. Messo allo scoperto è costretto a riorganizzarsi. Lo aspetterò. So che tornerà. So quando tornerà. Tornerà nei momenti di debolezza.
(1996, circa)

L’INCUBO: CACCIA ALL’AGGRESSORE SENZA VOLTO (parte 1)

PRIMA LEGGI: L’aggressione

Non mi dà tregua. L’aggressore mi incalza con la perseveranza di un martello pneumatico. È arrivato il momento di parlarne con la Zav. Che mi forza a smontare ogni ragionamento, ogni ipotesi. Ridurli ai minimi termini e analizzarne ogni piega. Da tutti i punti di vista. Talmente tanti punti di vista da sembrare infiniti. Una fatica estenuante. Uno sforzo mentale senza pari. Soffro senza rendermene conto. E ricorro a tutte le tattiche dilatorie. Più o meno consciamente. E più mi accorgo dei miei tentativi di eludere la discussione, più mi concentro e mi focalizzo. Sto scavando e la sensazione di avvicinarmi a qualcosa di scomodo è netta. Qualcosa che sta amplificando le mie resistenze. Qualcosa che non vedo. Che percepisco. Sono lacerato tra la spinta a scendere in profondità e una forza che mi trattiene. Scendo. Fino in fondo.
L’incubo mi sta perseguitando. Le aggressioni si sono fatte più frequenti. Più selvagge. Soprattutto da quando ho cominciato a parlarne con la Zav. Continuo a non riuscire a difendermi ma il segnale è inequivocabile. Sto seguendo la pista giusta. L’aggressore si sente incalzato. E reagisce attaccando. Per scoraggiarmi, farmi arrendere. Io non mollo la presa. Il momento di dare un volto a colui che tormenta le mie notti si sta avvicinando.
Mio padre. È papà. Non può che essere lui. Nei miei incubi l’aggressore è la proiezione del suo tentativo di schiacciare le nostre personalità sotto il peso della denigrazione e dei sensi di colpa. Sono orgoglioso di avere capito. Sono orgoglioso di non avere mollato. Mi precipito dalla Zav e le racconto come ci sono arrivato.

“Razionale”. È il commento della Zav. Una sassata. Abbracciata dalla sua poltrona, seduta davanti a me, lancia la sua pietra. La lancia lentamente. Pacatamente. Quasi sonnecchiando. Ma con le pupille che scintillano. Mi ha lanciato l’ennesima sfida. Mi viene da piangere al pensiero della fatica buttata. Di quella che mi aspetta. Nel tempo che la pietra impiega ad attraversare lo studiolo accarezzo l’idea di gettare la spugna che gronda del mio sudore. Accarezzo l’idea di appoggiarmi alla Zav. Far fare a lei una parte del lavoro. Invece, appena arriva a tiro la afferro. Accetto il rilancio. E ricomincio a scavare.

(1998, circa)
         persecutore

GUARIRE DALLA CIDP CON L’ESORCISMO

Si, ho fatto anche questo. Mi sono fatto esorcizzare. Non perché ci creda. Il mio rapporto con Dio in quel periodo era sostanzialmente nullo. Non ci credevo. E non per colpa della CIDP. Ho accettato di farmi esorcizzare per non sentire più la mamma insistere.

“Monsignor Milingo sarà ad Arluno tra due settimane…”. Mamma la butta lì. Distrattamente. Come se aprendo la bocca fosse cascata fuori inavvertitamente.

“E chi è?”. Rispondo tanto per fare conversazione.
“È un vescovo. Una delle pochissime persone autorizzate dal Vaticano a compiere esorcismi…”.
Capisco al volo. “Dai mamma, non vorrai mica che…”.
“Perché no? Cosa ti costa?”
“Niente… Non mi piacciono queste cose, lo sai…”.
“Ma fallo, non ti costa niente. Almeno ci togliamo lo scrupolo. Escludiamo questa eventualità”. L’eventualità del malocchio. Dell’essere posseduto.

La pressione della mamma diventa ogni giorno più forte. Si è fissata. Non smetterà. Anche se dovessi scampare questo giro, Milingo tornerà. E mamma ricomincerà a premere. Meglio cedere. Levarmi il pensiero al punto che voglio essere uno dei primi. Zia Tere, la sorella maggiore della mamma, mi spiega il meccanismo. Monsignor Milingo riceve in un capannone alla periferia di Arluno. La mattina presto i suoi assistenti distribuiscono da dietro il cancello i biglietti numerati ai fedeli. Gli esorcismi iniziano verso la tarda mattinata.
Alle undici di notte guido la macchina lentamente lungo la strada sterrata che porta dalla comunale al capannone. Non c’è in giro nessuno. Sono il primo. Scendo. Mi avvicino al capannone immerso nel buio. Mi fermo davanti al cancello delle auto. Sulla destra il cancelletto per le persone. È coperto da una piccola struttura in cemento dalla quale penzola una lampadina che emana una luce fioca. Un brivido lungo la schiena completa lo scenario inquietante. Risalgo in auto e parcheggio sul lato della strada bianca a una decina di metri dal cancello. Mi chiudo nel cappotto e mi addormento.
Passi. Fanno scricchiolare la ghiaia. Lontani. Poi più vicini. Controllo che le portiere siano ben chiuse. Non si sa mai. Lo specchietto retrovisore mi rivela due persone anziane. Si avvicinano al cancelletto. Si inginocchiano. Reclinano il capo in avanti. Dopo pochi secondi si alzano e se ne vanno. Non ho mai visto tanta devozione. Riverire il luogo dove verranno esorcizzati. Il passaggio che li porterà verso la benedizione. Mezzanotte è passata da un po’. Stringo la sciarpa e mi riaddormento.
Ancora passi. Sono quasi le due. Due coppie poco distanti l’una dall’altra passano oltre la mia Nissan Micra nera. Si inginocchiano pochi secondi davanti al cancelletto. Si alzano e si allontanano. Quanta devozione…
La processione continua tutta la notte. Alle prime luci dell’alba mi sveglio e vedo una specie di coda di fedeli in attesa di inginocchiarsi di fronte al cancelletto. Degli assistenti di Milingo ancora nessuna traccia. Qualcosa non torna. Scendo dall’auto e mi avvicino al cancelletto. “No! Cazzo! Porca miseria!”. Le imprecazioni rimangono nei pensieri. Sono incazzatissimo. Altro che devozione. Si inginocchiavano per prendere il numerino nascosto sotto una piastrella. Sono uno degli ultimi!
Mamma e io varchiamo finalmente la soglia del cancelletto. Sono le cinque del pomeriggio quando entriamo nel capannone. Trasformato in chiesa per l’occasione è stracolmo. Aspetto il mio turno. Mi chiamano. E con me chiamano una ventina di persone. Entriamo in una stanza sul retro del capannone. Milingo ci sta aspettando con due assistenti ai lati piantati come due giocatori di rugby. Esorcismo di massa. Milingo pronuncia il rito. Dall’altra parte della stanza, seduto su una panchina, un transessuale accenna reazioni da esorcizzato. Voce profondissima, parole incomprensibili, leggeri tremori, un accenno di schiuma alla bocca. Nulla di che. Sembra stia recitando. Guardo la mamma piuttosto perplesso. Terminato il rito gli assistenti raccolgono le offerte libere.
Nulla di fatto. La mano destra continua ad essere una quasi-appendice. Mamma si è tolta lo scrupolo.
(1993, circa)

L’EREDITÀ DI PAPÀ: LA DISGREGAZIONE DELLA FAMIGLIA

Prima leggi: PAPÀ, IL FUNERALE

L’abbraccio al cimitero, davanti alla tomba di papà, ci avvolge per pochissimi mesi. La morte era piombata improvvisamente nella nostra vita. Aveva attraversato la nostra famiglia falciando papà. Un pilastro. Controverso, pieno di contraddizioni e incapace di vivere un rapporto equilibrato con chiunque. Passava da un eccesso all’altro. Silenzi lunghissimi seguiti da improvvise fiammate di allegria. Rifiuto del dialogo che diventava negazione dei figli con cui era in conflitto seguiti da improvvisi atti di generosità, purtroppo sempre materiale. Aveva affrontato la mia CIDP con le stesse contraddizioni. Non mi dava la serenità di cui avevo bisogno. Giurava di starmi vicino sempre. Una promessa che aveva il sapore amaro di una condanna ad un vita di tensioni.
Controverso, contraddittorio e depresso. Concepiva la vita solo a modo suo. E si aspettava che tutti si adeguassero. Non concepiva che potessimo avere idee, aspirazioni e sogni che non fossero i suoi. Controverso e contraddittorio. Pur sempre un pilastro.
Abbattuto il pilastro, privati della sua ombra inquietante e vagamente rassicurante, ci sentiamo destabilizzati. E ci stringiamo l’uno all’altro alla ricerca di nuovi punti di riferimento. Ma avvicinandoci non troviamo nulla negli altri. Perché negli anni non abbiamo costruito nulla. Eravamo stati educati a distruggerci. Riprendiamo a litigare. La mamma che continua nella sua missione: fare da cuscinetto.
Siamo sempre stati lontani. La perdita di papà provoca la disgregazione. Marta si trasferisce sul Lago d’Iseo a casa di Paolo, il suo compagno. Si erano conosciuti a New York. Paolo vi lavorava come rappresentante dell’azienda di famiglia. Marta studiava grafica pubblicitaria alla Parson’s School of Art. Rientrati in Italia si erano messi insieme.
Alessandro lascia la famiglia per cercare la sua strada. Rimarrà a Milano. Lo vedremo raramente. Mamma e io rimaniamo a Milano 2. La CIDP non mi permette di essere totalmente autosufficiente. Immersi nei ricordi il nostro legame si rafforza. E, inconsapevolmente, sviluppiamo il meccanismo di protezione dell’altro. Io non le racconto dei peggioramenti della CIDP. Almeno fino a quando non diventano palesi. Mamma cerca di leggere nel futuro della malattia. Di come condizionerà la mia vita. E la sua. Senza dirmi niente. Dei fatti negativi ci raccontiamo poco. Il minimo sufficiente. Anche perché riconosciamo nell’altro la forza di affrontarli. E la forza della mamma era straordinaria.
Io continuo a vivere con la CIDP. Senza farmi condizionare. La sera torno a casa dall’ufficio e ci raccontiamo la giornata. La mamma comincia a tossire. Una tosse dura, dolorosa. Che diventa più intensa con il passare delle settimane. Mamma non racconta. Io non chiedo. Va bene così, per adesso.
(1992-1995)

ROMANA ENTRA IN STRIKE

Prima leggi: ROMANA

“Romana, è giunto il momento”. A decidere ci ho messo poco.
L’idea sulla quale Strike era nata era innovativa, geniale. La visione che la sosteneva immaginava già il Web 2.0 accessibile da telefoni cellulari. L’obiettivo era fornire un servizio di informazione contemporaneamente agli esercizi commerciali e ai consumatori. Bacheche informative sarebbero state installate in luoghi ad alto passaggio. Il perimetro della bacheca era dedicato a spazi pubblicitari a disposizione degli esercizi commerciali della zona. I negozi inserzionisti sarebbero entrati in un database che comprendeva le referenze in vendita. Il database sarebbe stato accessibile attraverso un sito consultabile da telefoni cellulari di una generazione forse ancora da pensare. Infine, un sistema di localizzazione avrebbe segnalato ai consumatori i negozi della zona con il prodotto che stavano cercando. Era solo il 1995. E insieme all’idea, scoprivo il talento di mio fratello che l’aveva pensata.
Ale e io eravamo ancora in una fase della nostra vita in cui lo strato di cenere sotto il quale giacevano le ragioni dei nostri problemi era troppo sottile. Lavorare insieme, discutere dell’organizzazione dei processi, confrontarsi, è stato come soffiare sulle braci. I conflitti divampano. Prima sulla gestione dell’azienda. Subito dopo rinfacciandoci il passato.
Il bivio si stende di fronte a me invitandomi a prendere una strada. La tensione con Ale cresce esponenzialmente. Ogni giorno. O chiudo la società. O faccio rilevare a Romana le quote di mio fratello. Scelgo il secondo sentiero. Salvo l’avviamento di Strike e, nonostante mi fossi impegnato a far rientrare Ale nell’asse societario quando saremmo riusciti a convivere lavorando, perdo mio fratello.
L’entrata di Romana cambia la natura di Strike. Il progetto delle bacheche viene abbandonato. E Strike diventa una società di consulenza in marketing e comunicazione.
(1997, circa)

MEDICINA ALTERNATIVA: AGOPUNTURA

PRIMA LEGGI: L’Inizio… Ilcortisone e l’abbandono della medicina tradizionale

Quando le cose non funzionano. Quando gli eventi mi provocano un fastidioso e inarrestabile prurito sulla colonna vertebrale. Quando le cose della mia vita mi passano sopra la testa come se fossi uno spettatore. Quando succedono queste cose, prendo prepotentemente il controllo. Continuo ad ascoltare gli altri, ma decido io. Velocemente e chirurgicamente. Assumendomi ogni responsabilità.
La medicina tradizionale sta fallendo. Non ha un’alternativa al cortisone. Non è trasparente a proposito degli effetti collaterali che mi espongono a rischi che non posso neanche immaginare. Istantaneamente perdo fiducia negli ospedali. E reagisco. Mollo tutto. Da un giorno all’altro. Chiudo con ospedali, cortisone e medici tradizionali e mi affido ad un medico specializzato in agopuntura. Che come primo intervento mi aiuta a liberarmi del cortisone. Interrompo da un giorno all’altro, senza scalare le dosi. Il mio corpo reagisce abbastanza brillantemente. La testa meno. Passo la giornata in uno stato di semi-anestesia. Il cervello intorpidito da una specie di crisi di astinenza. Ed è una giornata in cui mi sposto da un appuntamento all’altro per la campagna di vendita degli spazi pubblicitari de “La Borsa inTasca”, la guida sulla borsa italiana pubblicata da MGD.
Gli anni della agopuntura sono stati anni di miglioramenti. Poi, così come ero migliorato, peggioro. Negli occhi della dottoressa l’incertezza cresce. Diventa smarrimento. Gli aghi hanno fatto il loro tempo. Devo pensare a una strategia alternativa.
Una sera, a cena mamma mi racconta dell’incontro con uno stronzo di neurologo del San Raffaele.
(1992-1995)

LA PROPOSTA PIU’ IMPORTANTE

Sei mesi. Sei mesi passati in un lampo. Sei mesi pieni. Ricchissimi. Tanto pieni e intensi da sembrare dieci anni. Una donna fuori dal comune. Una bellezza raffinata che mi incanta. Un’intelligenza acuta e profonda con la quale adoro misurarmi. Uno spirito pungente, un po’ cinico e irriverente che la rende unica e insostituibile. La amo. L’innamoramento si è evoluto in amore, nel senso più puro. Anteporre il suo bene al mio, rispettare la sua unicità, riconoscere nella sua libertà la forza del mio sentimento. Sentirmi più forte perché Nelly è “con me”, non perché “è mia”.

Ci siamo conosciuti sull’onda dei miei progressi dopo il trapianto di midollo. E in questi sei mesi la CIDP è stata costantemente imbrigliata. Con Nelly ne abbiamo parlato spesso. Le ho raccontato del passato, dell’esordio, dei peggioramenti e dei miglioramenti. Abbiamo parlato del futuro. Delle prospettive buone e di quelle meno buone. Delle incertezze. Nelly è positiva. Come sempre. In questi giorni, dopo sei mesi, il posto che la CIDP occupa nella nostra storia mi rende inquieto. Non perché temo che Nelly possa lasciarmi. Temo che Nelly la possa sottovalutare. Che travolta dalla bellezza di questi sei mesi non colga in pieno le implicazioni di un peggioramento nel lungo periodo. E di quanto possano condizionare la sua vita. Le volte che abbiamo parlato della malattia ne ho sempre approfittato per metterla in guardia. Ma era pur sempre la mia verità. Che comunque non mi soddisfa. Abbiamo quaranta anni. E sento la responsabilità di ciò che Nelly e io potremmo costruire. E se Nelly vuole costruire qualcosa con me, con una persona nelle mie condizioni, deve decidere conoscendo esattamente le prospettive. Nel bene e, soprattutto, nel male.
“Mon amour, venerdì pomeriggio sei libera?”

“Sì, perché?”
“Ho la visita di controllo. Mi farebbe piacere che ci fossi anche tu”.
“Ok!”.

Arriviamo al DIMER puntuali. Giuseppemi sta già aspettando nell’ambulatorio. Nelly e io entriamo.

“Ciao Giuseppe”.
Giuseppe distoglie lo sguardo dal monitor e mi sorride. Vede Nelly e aggrotta la fronte confuso. Mi guarda come per dire: “e questa? Chi è?”. Giuseppe è sorpreso. D’altra parte in più di cinque anni non mi ha mai visto accompagnato da qualcuno al di là dei badanti. Sa benissimo come la penso. Che la CIDP la gestisco io.
“Giuseppe, ti presento Nelly Baiamonte. Per me è una persona molto importante. Vorrei che assistesse alla visita. Poi, vorrei che tu le spiegassi cosa mi può succedere in prospettiva. Non risparmiarle nulla, soprattutto nel caso di un’evoluzione negativa”.
Nella vita mi sono ispirato alla più completa onestà intellettuale. Con Nelly e la CIDP non ho intenzione di tralasciare nulla, neanche i particolari più insignificanti. Sono disposto a mettere tutto in gioco. La amo al punto che sono disposto a perderla se non se la sente di affrontare il futuro con una persona potenzialmente senza autonomia. Non voglio prenderla in giro. E voglio che decida del suo futuro serenamente e con la massima consapevolezza. Giuseppe accetta ed esegue diligentemente e meticolosamente.

La sera mi fermo a cena da Nelly. La “classica” cena con Nelly in cui parliamo di tutto. Ne approfitto. Porto la conversazione sulla visita del pomeriggio. Parliamo del DIMER, di Giuseppe.

“Hai capito bene gli scenari che ha descritto Giuseppe?”.
“Si – risponde Nelly con decisione e tranquillità – devo dire che è stato fin troppo chiaro e trasparente. Ha risposto a tutte le mie domande. Non mi viene in mente null’altro. Mi è tutto chiaro”.
” Bene. Sono contento. In tutto questo è importante una cosa mon amour … “. Sto per giocarmi tutto. E lo sto facendo serenamente. “… è importante che tu sappia che se continuiamo la nostra storia le probabilità della seggiola a rotelle, dell’aiutarmi a mangiare, della perdita dell’autonomia sono altissime. Non so quando arriveranno, ma arriveranno. E ricadranno su di te. Devi esserne consapevole”.
“Lo sono. Ti dirò di più. Quando quelle cose succederanno le affronteremo insieme”.

Nelly mi ha colpito. Non tanto per quello che ha detto. Mi ha colpito per la sua assoluta tranquillità nel dirlo. Come se dovesse affrontare l’azione quotidiana più banale: la pasta al dente o un po’ più cotta? Prendo la macchina o vado con i mezzi? Passo la mia vita con un disabile o passo la mia vita con un disabile?

La adoro. Sto per dirglielo quando un lampo mi attraversa.
“Sei convinta?”. Glielo domando fissando i suoi occhi incantevoli dall’altra parte del tavolo da pranzo.
“Si”, risponde con inalterata tranquillità e consapevolezza.
“Allora, cosa ne dici… mi vuoi sposare?”
“Siiiiiii! … Cioè … Me lo chiedi così? … Cioè … Senza metterti in ginocchio?!”
Mettermi in ginocchio? Come cazzo faccio!? Vaffanculo Ricky, è Nelly. E se mi chiede di scalare una montagna trovo il modo di farlo. Il pensiero dura il tempo di un battito di ciglia. Mi alzo. Appoggiandomi al tavolo mi avvicino. Metto il ginocchio sinistro a terra. Prendo le sue mani nelle mie. E la guardo negli occhi.
“Nelly, mi vuoi sposare?”
“Siiiiiiiiii!!!!!”

La cena finisce in quell’istante. Siamo eccitatissimi. Ci precipitiamo sul divano a immaginare il giorno, il posto. Poi Nelly chiama suo fratello. Poi Moira, Patrizia e Alessandra. Le amiche di una vita. C’è qualcosa di più bello che sentirsi dire di sì dalla donna che si ama? Sì, c’è. Vederla colma di felicita.
Improvvisamente si fa seria. Corruga la fronte. Mi guarda dritto negli occhi e con un irriverente tono inquisitorio mi domanda…

“Ti dispiacerebbe chiedermelo ancora domani mattina?”
“Perché?”. Sono spiazzato.
“Perché su questo argomento vorrei avere solo certezze. Oggi è il 1 aprile!”
Straordinaria!

(1 aprile 2003)

L’ULTIMA SCIATA

Prima leggi: L’INIZIO… Qualcosa non va
L’INIZIO…Ricky non si deve stancare

Windsurf e sci. Così coprivo tutti e dodici i mesi dell’anno. Windsurf e sci. Gli sport che più mi hanno appassionato dopo il Judo. La CIDP mi ha privato del windsurf abbastanza rapidamente. Complice il fatto che le mani sono state le prime vittime del mio sistema immunitario. Privato del windsurf mi rimaneva lo sci.
Novembre 1992. La storia con Daria è appena cominciata e cerco di districarmi tra le incertezze. Quelle emozionanti di ogni inizio e quelle meno piacevoli dovute al fatto che Daria si sta separando. È ossessionata. Teme che il marito la stia facendo pedinare. Per questo ci vediamo spesso ma sempre in compagnia di amici. Amici comuni che hanno prenotato un fine settimana lungo per il ponte di Sant’Ambrogio in Val Thorens nelle Alpi francesi. Mi aggrego all’ultimo momento. Daria e io prenotiamo per tutta la settimana.
La neve è caduta abbondante. Le piste sono battute magistralmente. Le loro condizioni rasentano la perfezione. Ogni notte nevica. Senza esagerare. 10-15 cm. Quanto basta per la migliore manutenzione. E per i fuori pista di neve sempre polverosa.
Non scio da due anni. L’inverno precedente è stato avaro di neve. La stagione è saltata. Riprendo gli sci tra l’incertezza. Soprattutto sulla tenuta delle gambe. In due anni le mani sono peggiorate al punto che le racchette da sci sono diventate inutili. Riesco ad afferrarle. Ma i polsi non hanno più la forza necessaria per tenerle in posizione. Ciondolano. Scierò senza. Mi viene in mente Urs Kaelin, uno straordinario gigantista della nazionale svizzera. Ha una tecnica sopraffina tanto da usare le racchette solo come bilancieri. Quando scende non le punta mai. Ho imparato a sciare molto bene. Tecnicamente sono bene impostato. Mi ispirerò a Kaelin. Parto senza racchette. Dopo le prime curve modifico leggermente l’assetto. Senza le racchette ho la costante sensazione di perdere l’equilibrio. Allargo leggermente le braccia per amplificare l’effetto bilanciere. Provo due curve. La sensazione di perdita dell’equilibrio è svanita. Posso andare all’attacco. Sciare come piace a me. Aggredendo la pista.
Quattro, cinque curve consecutive. Caviglie piegate. Peso centrale. Piegamento e distensione funzionano. Ad ogni curva aumento la velocità. L’inclinazione sempre più estrema. Mi fermo. Le gambe tengono. Il fiato un po’ meno. Sono passati due anni ma tutto è come prima. Posso lanciarmi. Cinque giorni a divorare le piste e i fuori pista. Cinque giorni a sciare come se fosse la prima volta. Cinque giorni a sciare con l’entusiasmo dell’ultima volta. Non ne ero consapevole. Ma sotto, la parte più inconscia, sapeva che sarebbe stata l’ultima volta. Come quando ho passato l’ultima estate sul windsurf, non c’era malinconia. L’entusiasmo era il catalizzatore di emozioni che mi ha fatto assaporare pienamente ogni sensazione fissandola in un modo indelebile. Quella settimana ho sciato facendo il pieno per il resto della mia vita.
Gianni e io ci conosciamo da alcuni anni. Ma sono state le discese sulle piste della Val Thorens a trasformare una buona conoscenza in una grande amicizia.
(Dicembre 1993)

PAPÀ, "TENTATO SUICIDIO?" (parte 2)

Prima leggi: PAPÀ, “TENTATOSUICIDIO?” (parte 1)

Avevo pranzato a casa. Quel venerdì pomeriggio non lavoravo. Poco prima di cena sarei partito per Nizza con Guendalina e il pomeriggio a casa mi serviva per prepararmi la borsa e sbrigare alcune incombenze. Dopo pranzo stavo chiacchierando con la mamma, seduti sulle poltrone di vimini del terrazzino del salotto. Un posto ambitissimo. Le poltrone comode come troni. Il terrazzo costantemente battuto da una brezza delicatissima. D’estate era il luogo più fresco dell’appartamento. E, aprendo le vetrate, il terrazzo diventava un’estensione del salotto.
Lo scorgo con la coda dell’occhio. “Papà! – urlo, mentre scatto verso la libreria bianca dall’altra parte del salotto – cosa cazzo stai facendo!?”. Lo raggiungo di fronte al vassoio delle bottiglie di superalcolici che, in casa nostra, hanno sempre avuto una funzione ornamentale.

“Metti giù quel bicchiere!”. Le mani indebolite dalla CIDP mi impediscono di strappargli il bicchiere di whisky, come vorrei fare. “Metti giù quel cazzo di bicchiere!”. Sto urlando tutta la mia frustrazione. Voleva che lo vedessimo. I superalcolici e il fumo. Stava alzando il livello del ricatto.
Papà mi fissa con aria di sfida. “Sennò…”.
“Codardo”. La mia voce è un sibilo. “Affronta il problema da uomo, invece di ricorrere a questi ricattini”. Sottolineo con enfasi la parola “uomo” per dirgli che si sta comportando da tutt’altro.
Poi, tutto avviene al rallentatore. Papà arretra il braccio destro, teso. Carica la spalla. Sta per partire la sberla più poderosa che mi abbia mai dato. Potrei tranquillamente pararla. Oppure fare un passo indietro e schivarla. Scelgo di rimanere immobile. Di prenderla. Di ricevere il colpo per dire a papà che la partita si è chiusa. Non abbiamo più paura della sua prepotenza. A scanso di equivoci metto le mani in tasca. Nel caso l’istinto mi dovesse far reagire come era capitato alcuni anni prima quando aveva colpito Marta. Mentre il braccio sta fiondando verso la mia guancia sinistra, fletto le ginocchia leggermente per assorbire meglio il colpo.

La sberla è perfetta. La botta è potentissima. Pesantissima. Occhio, guancia e orecchio in un solo colpo. Barcollo leggermente. L’occhio sinistro lacrima, l’orecchio fischia. Lo sguardo è rimasto fisso su papà. La mamma poco lontana esterrefatta. Riprendo sibilando.

“Bravo. Cosa hai ottenuto? Niente”. Papà si siede sul divano. “Sai cosa mi fa incazzare? Mi fa incazzare che sono due mesi che mi rompi i coglioni per cercare di convincermi a dire alla mamma di smettere di lavorare. E invece di sforzarti di capire o quanto meno accettare che la mamma fa bene a lavorare per lei, perché ne ha bisogno, non sai far altro che ricattarci con il pericolo di un nuovo infarto”.
“Cosa?”. È la mamma ad intervenire. “Cosa hai fatto negli ultimi due mesi?”. È sorpresa e delusa allo stesso tempo.
Papà guarda la mamma con aria di sufficienza.
“Diglielo”. La sorpresa della mamma sta virando lentamente verso la rabbia.
Papà la guarda quasi indifferente.
“Diglielo, o glielo dico io”, intima la mamma.
Sono confuso. Non capisco cosa stia succedendo. Sicuramente non una cosa buona.
Papà rimane impassibile.
La mamma mi guarda. “Quando ho incominciato a lavorare e lui ha incominciato tutte le notti a parlarmi per convincermi a smettere, mi ha detto anche che non dovevamo coinvolgerti perché con la tua malattia hai bisogno di serenità…”.

Avrei preferito ricevere un’altra sberla perfetta. La potenza con cui mi colpisce la notizia è devastante. Chiedo serenità in famiglia, soprattutto a papà, da quando sono stato aggredito dalla CIDP. Nulla. Ho appena scoperto che proprio mio papà ha usato la mia malattia per raggiungere un suo scopo. Per allontanarmi dalla mamma ha messo sul campo da gioco la mia serenità. Mi ha usato. Ha usato la mia malattia.

“Mi hai usato. Hai usato la mia malattia”. L’incredulità si sta trasformando in rabbia.
Papà tace. Guardando fisso davanti a se.
“Dimmi qualcosa…”.
Tace. Mi avvicino.
“Devi dirmi qualcosa!”. L’urlo lo fa sobbalzare.
Continua a tacere.
Parte d’istinto. Il braccio destro scatta verso il viso di papà. Un movimento goffo. Lo colpisco con la mano ciondolante, morbida e leggera. Colpisco. Colpisco. E colpisco. Ogni colpo accompagnato da un urlo: “Hai usato la mia malattia!”. Papà non si difende. A quello ci pensa la CIDP. Subisce passivamente.

Sto per uscire. Destinazione Nizza. Papà è ancora seduto sul divano. Mamma è già uscita. Raggiungerà sua sorella sul lago di Como per il fine settimana. Alessandro e Marta sono fuori per il weekend già dalla mattina. “Per tutta la nostra vita ci hai puniti con i tuoi silenzi. Ora capirai cosa significa. Con me hai chiuso. Non ti sto punendo. Non riconosco un padre che per tornaconto usa la malattia del figlio contro la propria moglie”. Ed esco.
Lunedì mattina arrivo in ufficio direttamente da Nizza. La signora Duncan mi avvisa di chiamare casa. Risponde la mamma.

“Papà è al pronto soccorso per problemi al cuore”.
“Infarto?”
“No”.
“Bene. Siamo al terzo livello del ricatto”.

L’infarto arriva all’alba di martedì. Passo la mattina rincorso dai dubbi. Ricatto? Realtà? Vado? Lo ignoro? Decido di andarlo a trovare. Prima di entrare spiego la situazione tra me e il papà al cardiologo. Non vorrei che l’emozione di vedermi entrare gli provocasse qualcosa. Il cardiologo mi precede. E mi annuncia. Entro. Nel letto l’ombra di mio padre. L’uomo grande e grosso, prepotente e sicuro non c’è. I suoi occhi grigi sono smarriti. Si aggrappano ai miei. Gli prendo la mano.

“Sono un uomo finito”. La sua voce è un sussurro.
“Non ci pensare neanche. Rimettiti che ci rifacciamo il Passo della Forcola”.
“Va bene”.
Stiamo mentendo entrambi. Ed entrambi lo sappiamo.

Mercoledì. Sono da poco passate le due. Il silenzio della notte è squarciato dallo squillo dirompente del telefono di bachelite. Apro gli occhi. Ci siamo. Risponde la mamma. Dall’altra parte l’unità coronarica dell’ospedale San Raffaele: “Venite in ospedale, ci sono delle complicazioni”. È il messaggio in codice. Un quarto d’ora dopo siamo tutti in reparto. E papà se ne è già andato.

Se ne è andato come era vissuto. In conflitto.

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Maggio 2010. L’Inter vince la Champions League dopo oltre quaranta anni di attesa. Nei quarti di finale l’Inter batte 3 a 1 il Barcellona, la squadra più forte del mondo, in una partita epica. Uscendo dallo stadio non riesco a non pensare a papà, alla sua immensa passione per i colori nerazzurri. “Cazzo! Dovevi esserci…”. Compro la sciarpa commemorativa della partita. E dopo la vittoria finale la porto al cimitero. Nelly la annoda alla tomba mentre fisso la lastra di granito: “Cazzo, papà! È stato fantastico”.
(Luglio 1992)