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PSICANALISI: INCOMINCIARE A SCAVARE

Prima leggi: L’EREDITÀ DI DARIA

Impossessarmi degli strumenti per affrontare e riparare i danni provocati da Daria. Trovare l’equilibrio con le compagne. Scavare dietro alla CIDP, scoprire se possa essere stata provocata da qualche strano fenomeno psicosomatico. Ripeto gli obiettivi come un mantra mentre salgo la scalinata che porta allo studio della Zav. Mentre mi avvicino alla porta il mantra si trasforma in una cantilena che mi accompagna verso la prima seduta.
Sorriso rassicurante. Viso che sprizza pace. Fisico minuto. Cappelli corti, castano rossicci. Mi fa accomodare su una comoda poltrona di pelle nera. La Zav si accomoda su una poltrona gemella davanti a me. Incominciamo. Le spiego i miei tre obiettivi. La Zav ascolta con attenzione. Ogni tanto annuisce. Ogni tanto chiude gli occhi. Poi prende la parola e mi spiega come procederemo. Faremo tre o quattro sedute. Dopo la quarta seduta deciderà il metodo e se è l’analista giusto per il mio caso. Diversamente mi segnalerà l’analista più adatto a me.

“No, dottoressa. Lei sarà la mia analista”.
“Perché? Come mai ne è così convinto?”
“Quando Dalila mi ha dato il suo numero di telefono l’ho memorizzato con una tecnica di memoria che trasforma i numeri in immagini. Ebbene, l’immagine è del caos che si organizza. Di solito non credo nei segni, ma a questo voglio credere. Lei è la mia analista e con lei andrò fino in fondo”.

I primi mesi sono dedicati al “caricamento del database”. Racconto alla Zav della mia famiglia, delle mie storie, della CIDP. Racconto delle emozioni, delle tristezze, delle gioie. Entro nelle pieghe gli episodi, delle sensazioni. La Zav ascolta. Ogni tanto mi chiede di approfondire. Il primo periodo scorre serenamente. Poi arrivano le prime resistenze. Alzo i primi muri. Non sento le domande della Zav. Mi formicola lo stomaco. Oppure un pensiero si mette di traverso. Ogni volta me ne accorgo istantaneamente. Reagisco sempre all’istante, svelando l’interferenza alla Zav. E sbriciolandola. Attaccandola con tanto vigore psicologico da polverizzarla, inducendola a non presentarsi più in quella forma. Obbligandola ogni volta a ripensare le ostruzioni. È una partita a scacchi con la mia mente, tra me e me stesso.

CRONACA DELL’INFARTO (EP.8) … I retroscena.

La mattina dell’infarto Valeria, la mia collaboratrice, aveva un raffreddore fortissimo. Il naso colava come un rubinetto aperto.

Al pronto soccorso nessuno aveva avvisato Stepan che ero stato colpito da un infarto. Aveva percepito chiaramente che c’era un problema serio. Ma ignorava che fosse il cuore.
Nelly mi stava chiamando dall’Inghilterra per augurarmi una buon giornata. Ne avevo proprio bisogno! Comunque, Stepan che tiene sempre in tasca il mio BlackBerry vedeva le telefonate. E, seguendo una logica ineccepibile, non rispondeva.

“Se rispondo e le spiego che Ricky è grave, Nelly riparte subito per Milano. E se poi tutto si risolve in una bolla di sapone ci vado di mezzo io. Se le dico che non c’è nulla di grave e poi succede una tragedia, ci vado ancora di mezzo io. Meglio aspettare”. Ineccepibile. Così Nelly si era convinta che fossi in riunione.

Dopo avere firmato il consenso all’intervento al cuore in endoscopia e avere visto la barella precipitarsi verso l’unità coronarica, Stepan aveva le informazioni corrette per chiamare Nelly. Che vede comparire il mio numero e…

“Ciao mon amour”.
“No signora, sono Stepan”.
“Ah, me lo passi?”
“Non posso, siamo in ospedale”.
“Ah, state ritirando il farmaco?” domanda a Nelly convinta che sono al San Raffaele.
“No signora”. La tensione rende le risposte di Stepan particolarmente essenziali.
“Allora dove siete?”
“Al San Paolo”.
“Allora passamelo…”.
“Non posso”.
Nelly comincia a innervosirsi. “Stepan, in che reparto siete?”
“Aspetti che chiedo ………… Unità coronarica signora”.
“Passamelo!”
“Non posso, ma sta bene”.
“Ma cosa ha avuto?!”
“Non lo so, ma sta bene”.

A questo punto Nelly è ovviamente preoccupata. Ricky ha avuto un problema al cuore. Ma quello che la spaventa è che non le dicano la verità per farla rientrare in Italia con moderata tranquillità. Chiama in ufficio per vedere se Valeria ne sa qualcosa di più.

“Bbuoondo”, risponde Valeria tirando su con il naso due volte.
Per Nelly è tutto chiaro: sta piangendo. È successo il peggio.
Valeria racconta a Nelly come sono uscito dall’ufficio. Nelly si rassicura appena appena. E incomincia a telefonare a tutti gli amici per mandarli al San Paolo.

Riesce a rintracciare anche Max, suo fratello. Che da Novara si deve precipitare a Milano.

“A proposito – Max riprende la parola prima di salutare Nelly – l’ospedale San Paolo è nell’Area C?”
“Max! Che domanda!? Cosa fai? Se è nell’Area C non vai?”
Max è meticoloso. Sempre.

(16 marzo 2012)

DALL’INTERFERONE AL TRAPIANTO DI MIDOLLO

Prima leggi: L’INTERFERONE, GIOVENALE E IL NEGOZIATO CON IL PROF.

Irrompo nel corridoio del DIMER. Sono in ritardo di quasi un’ora. Colpa del traffico alla frontiera. Raffaella, l’infermiere con cui sono diventato amico, mi corre incontro.

“Il Prof. ti sta aspettando negli ambulatori. Corri. Non è per niente è abituato ad aspettare”. Il rimprovero di Raffaella è secco.
Non rispondo e mi avvio con il passo più spedito che mi posso permettere. Raffaella mi segue.

Il Prof. ci sta aspettando chino sulla scrivania. Sta studiando qualcosa. La sua capacità di capitalizzare ogni istante per la medicina è straordinaria. Ci vede arrivare. Alza la testa e accenna un sorriso stirato. Gli consegno la scatola con il farmaco. E il sorriso si apre.

“Ok”, sentenzia.
Gli ho portato interferon Avonex beta 1A. Quello giusto.
Raffaella me lo inietta subito.
“Le ho trovato un letto – mi comunica Il Prof. – La ricovero in un giorno in osservazione per gli effetti collaterali”.
Effetti collaterali che mi assalgono puntualmente dopo poche ore. Febbre oltre i 38°, brividi fortissimi, dolori alle ossa. La mattina seguente mi sveglio senza sintomi. La sera vengo dimesso. L’interferone sarà il mio nuovo compagno.

Per tutto l’anno successivo, ogni sabato sera, la mamma mi fa la puntura di interferone. Gli effetti collaterali mi colpiscono durante la notte. La domenica comincio il recupero. La sera di domenica mi sento pronto ad affrontare la settimana. E così riesco a non perdere un giorno di lavoro.
La mia situazione di salute non migliora. Anzi, con il passare dei mesi peggiora nonostante l’interferone. Le gambe diventano sempre più pesanti. Alzarmi da una seggiola diventa uno sforzo notevole. Per alzarmi dal divano mi trasferisco dal cuscino al bracciolo. L’equilibrio si fa sempre più precario. Cammino appoggiandomi ai muri. E comincio a pensare alla seggiola a rotelle.
Le visite di controllo con Il Prof. si fanno sempre più frequenti. La preoccupazione cresce. Bisogna trovare una strada alternativa. Il Prof. lancia un’idea: il trapianto di midollo.
(Novembre 1997-1998)

DEDO: IL MIO FIL ROUGE E L’IMPORTANZA DEI MIEI AMICI

Prima leggi: PRIMA DELLA CIDP (EP. 3)… 10 anni di judo

Trentacinque anni sono una vita. Sono tanti. Trentacinque anni fa il filo della mia vita si annodava con quello di Dedo. Un nodo discreto e leggero stretto in una palestra. Combattendo su un tatami. In trentacinque anni i fili si sono avvicinati e allontanati seguendo il ritmo delle nostre vite. Scuola. Università. Lavoro. Donne. Si sono avvicinati e allontanati rimanendo sempre legati.
La mia CIDP non ha cambiato la naturalezza dei nostri ritmi. Nei momenti più difficili Dedo c’è sempre stato.

“Ricky, starti vicino è semplice. Affronti la malattia in un modo che non la fai pesare”.
“Se riesco ad affrontare la malattia in questo modo è solo grazie a voi. Al fatto che mi accettate comunque”.
“Ricky, ti assicuro che sei tu che lo rende possibile”.
“Vecchio, non può capire quanto siete importanti”.
E continuiamo così nella riedizione della discussione aristotelica dell’uovo e la gallina. Senza che l’uno convinca l’altro.

Quando mi guardo indietro vedo tantissimi fili. Quello di Dedo è rosso.

GRILLO E L’ESAME DI PROGRAMMAZIONE E CONTROLLO

Ogni tanto lo si incrocia nei corridoi della Bocconi. Non è molto alto. Anzi, è decisamente basso. Occhi chiari e gelidi. Volto rugoso. La calvizie che si fa largo. La bocca disegna un ghigno, un quasi-sorriso mai diverso. Passo lento e autoritario. Il dottor Grillo non cammina. Procede. Nel suo abito grigio. Il Loden appoggiato sulle spalle. Due assistenti ai lati. I suoi pretoriani. Così li abbiamo soprannominati. Il dottor Grillo dirige l’ISU ed è una potenza. La mitologia accademica lo racconta come uno sbrana studenti. Quando lo si incrocia nei corridoi si abbassa lo sguardo e ci si allontana rapidamente con un brivido di inquietudine come compagno di fuga.
Rientro dopo una giornata di studio in biblioteca.

“Riccardo, vieni su”. Papà mi chiama dal suo studio sull’attico.
Scatto. Arrivo. Ci salutiamo.
“Ha chiamato un certo Grillo della Bocconi, vuole vederti domani mattina. Mi ha chiesto come mai sei arrivato al quarto fuori corso e gli ho spiegato delle tue mani”.
Grillo che si preoccupa per gli studenti è roba da fantascienza. Sono curioso e inquieto.

E curioso con il brivido di inquietudine mi presento all’ISU. Entro in “punta di piedi”, come per rendermi invisibile. Mi presento. E mi fanno passare subito. Entro in una stanza piccola. Sobria. Arredamento austero stile “Mondo Office”. Gli scaffali di compensato bianco affollati da libri, faldoni e scatole. Grillo è seduto dietro la scrivania al telefono. Mi pianta gli occhi addosso e mi guida verso la poltroncina sotto la finestra. Mi siedo e aspetto.
Finita la telefonata, Grillo appoggia la cornetta con un gesto nervoso. Si volta verso di me e mi fissa a lungo. In silenzio. Il brivido mi attanaglia.
Poi parla.

“Ecco il grand’uomo. Quello che pensa di farcela da solo”.
Sono interdetto. Non poteva esserci esordio peggiore. Mi sta sfottendo e rimproverando. Il brivido arriva allo stomaco. Dopo una pausa Grillo si lancia.
“Io so cosa pensate voi stronzi di me. Che sono qui per rompervi i coglioni, quasi per il gusto di farlo. Io ho dedicato la vita a questa università. Mi sono laureato quì e non me ne sono più andato. Cazzo. Io sono qui per voi coglioni. A Natale, se uno stronzo come te aveva bisogno di me per risolvere un problema, entrava da quella cazzo di porta e mi trovava su questa cazzo di poltrona”.
La tensione si sta sciogliendo. Grillo sta trasudando passione.
“Lavoro tutto il giorno come uno stronzo per voi coglioni – continua Grillo, sempre più infervorato – E quando ho un momento di pausa sai cosa faccio? Metto una mano in quella scatola e tiro fuori una scheda di un deficiente fuori corso. Sai cosa faccio dopo? Gli rompo i coglioni. Lo metto in croce perché devo capire perché è fuori corso. Ieri mi è capitata la tua scheda e mi sono detto di romperti i coglioni. La prima cosa che faccio sempre è avvisare casa perché nella stragrande maggioranza dei casi i vostri genitori non sanno a che punto siete. Ho cercato tuo padre che mi ha spiegato della tua salute e delle tue mani e che fai fatica a scrivere. E del problema dello scritto di programmazione e controllo. Bene, il fatto è semplice. Fai fatica a scrivere. Non fai lo scritto”.
“Guardi che non voglio trattamenti di riguardo. Mi basta avere mezz’ora in più”.
“Lo vedi che sei proprio coglione. Se fai fatica a scrivere, non fai lo scritto. E basta”.
La decisione è perentoria. Grillo si allunga verso il telefono per chiamare il capo dell’istituto di programmazione e controllo. Si sono laureati insieme. Pochi convenevoli e poi dritto al punto.
“… senti, c’è uno studente che ha un grave problema. Non può dare gli esami scritti, un caso umano. Te lo mando subito lì che ti spiega. Aiutiamolo”.

Sul “caso umano” avevo azzardato un “non esageriamo” che Grillo aveva liquidato alzando gli occhi al cielo e pensando a quanto fossi coglione.
“Bene, questo è sistemato. Poi cosa devi dare?”

“Matematica”.
” Passa l’orale di programmazione e controllo e torna da me”.
Mi accompagna alla porta e mi saluta con un incoraggiante “non fare il pirla”.

Venti giorni dopo passo l’esame di programmazione e controllo. Sono felice con un retrogusto leggermente amaro. Ho conosciuto un uomo straordinario per la sua passione incondizionata per i “suoi” studenti. Ho constatato con amarezza quanto i pregiudizi possono impoverirci. Da quel giorno, ogni volta che ho potuto, ho cercato di raccontare la bellezza di quell’uomo con il loden che ogni tanto si incrocia nei corridoi della Bocconi. E che il ghigno è un sorriso di compiacimento perché sta camminando tra i “suoi” studenti.
(1990)

L’EREDITÀ DI DARIA

Prima leggi: IL TRAUMA PRODOTTO DA DARIA

Presentarmi dando la mano sinistra è un sintomo. La paura di essere giudicato è la malattia. Più grave della CIDP. Perdo una parte del patrimonio che ho faticosamente accumulato vivendo. La fiducia in me stesso. L’essere diretto. Affrontare i problemi con le persone guardandole negli occhi. Si riducono tutti ai minimi termini. Al livello minimo di sussistenza. Imparo a vestire una corazza. Lucente. Che riflette l’immagine dell’uomo che non sono più. Funziona con gli altri. Meno con me. Quando sono solo e rifletto sul senso delle cose che mi circondano il disagio mi depreda della serenità. Ogni giorno di più. Nascondermi non mi piace. Ma è più forte di me. Non voglio essere visto come un malato. Voglio essere una persona, con una malattia. Non vedo la strada. Non la trovo. O, forse, non ho la forza di cercarla.
Intanto continuo a vivere. Lavoro. Gli amici. Qualche compagna, ma nulla di impegnativo. È la paura di lasciarmi andare. Dovrei compiere un atto di coraggio di cui non sono all’altezza. Così non vivo pienamente ciò che la vita mi dà. Monica mi insegue con caparbietà. Cedo. Mi incalza con delicatezza. Ci divertiamo, ma mi guardo dal perdere l’equilibrio. Simona e Rita non passano la soglia dell’amicizia. Eppure, forse. Tatiana crepa la corazza. Subisco una regressione adolescenziale che riesco a mascherare. Quando la storia finisce non ho dubbi: è colpa della malattia.
Il disagio raggiunge il culmine. E non trovo la via d’uscita. Comincio a pensare alla psicanalisi. Ma anche questa è una questione di coraggio. Fiore mi da la chiave per scardinare ogni resistenza: “la psicanalisi ti dà degli strumenti perché tu possa continuare a capirti quando non ce la fai più da solo”. Dalila mi fa conoscere la Zav. Comincio un viaggio straordinario. È una sera d’autunno. La stagione più cupa. Quella adatta per i primi scavi nel mio subconscio. Sto per scoprire tanto. Soprattutto il mio lato oscuro.
(1994-1996)

IL TRAUMA PRODOTTO DA DARIA

Un colpo di una violenza inaudita. Arriva all’improvviso, come una coltellata nel buio diretta allo stomaco. Impossibile prevederla, impossibile schivarla. Una pugnalata che taglia il fiato. Che stordisce.
“Ti lascio”. Daria è stranamente indecisa. Non è da lei.
Indago meticoloso come un inquisitore mentre maschero grossolanamente la preoccupazione.

Siamo insieme da quasi un anno. La storia è nata quasi per caso un sabato di novembre. Quella sera esco malvolentieri. Alle 10 sono pronto. Destinazione casa di Sauro dall’altra parte di Milano. Piove. Mi siedo sul divano sperando che la pigrizia si impossessi totalmente di me. Invece a mezzanotte mi trascino verso la porta. Esco. Senza sapere perché.
L’appartamento in fondo a Via Delle Forze Armate è piccolo e affollato. Le luci sono soffuse. Dall’altra parte del soggiorno una coppia di faretti illumina l’angolo cottura. E Daria. Bionda. Occhi azzurri. Sicura di sé. Allegra e sorridente. Però sta parlando con Alessandro, mio fratello. Come ha fatto a finire quì? Nulla. Meglio abbandonare qualsiasi velleità. Non ci parliamo da un paio d’anni, meglio non peggiorare il rapporto. Saluto tutti.
Antonio e io ci facciamo prendere da una discussione appassionata e ci sediamo in veranda per parlare più tranquillamente finché si allontana per rifornire il bicchiere. Mentre aspetto mi giro verso la finestra per non essere disturbato. Voglio portare a termine la conversazione. “Ho l’impressione che tu sia l’unico che non conosco”. Mi volto e mi trovo di fronte a Daria. Chiacchieriamo fino al termine della serata. Se Alessandro se la prende, pazienza.
La storia con Daria comincia in semi-clandestinità. Daria sta portando a termine la separazione dal primo marito. Venti giorni dopo la sera a casa di Sauro siamo inseparabili. Passano poche settimane e siamo in tre: io, Daria e la sua gelosia. Stiamo insieme dieci mesi tra alti e bassi ritmati dalle scenate di gelosia che diventano sempre più ossessive a acute. In questi mesi conosco Giovenale e Dalila, i suoi migliori amici.
Le cene con Giovenale e Dalila, i fine settimana a Sanremo e le scenate di gelosia scandiscono il tempo fino al lunedì sera di settembre in cui Daria e io siamo seduti in macchina e stiamo tirando le fila della nostra storia. Il suo “ti lascio” è indeciso. Indago. Il bisogno di comprendere la verità mi fa incalzare Daria, mettere un cuneo in ogni contraddizione. Mentre nascondo a stento una strana sensazione di disagio.
“Ricky – Daria rompe una lunga pausa – il fatto è che ho paura della tua malattia. Non riesco ad affrontarla. Poi stai peggiorando…”.

È strano, non sono sorpreso più di tanto. Nell’ultimo mese e mezzo sono effettivamente peggiorato. Piccole cose ma sensibili. Non riesco più a firmare, a tirare su le calze. Da Daria ho percepito un fastidio leggero. Impercettibile ma persistente. Lo riconosco adesso dopo averlo rifiutato nel momento in cui il suo sopracciglio si piegava. Ho la coscienza per rispettare la consapevolezza di Daria di non avere la forza per affrontare una storia difficile. Mi fa male. Ma rispetto la sua onestà. Non ci sono cunei da mettere. Rispondo con un “capisco”. E una lunga pausa. Rotta ancora da Daria.

“Ti amo Ricky – la voce è tornata decisa, mi sta abbracciando – non ti nascondo la paura per la tua salute. Restiamo insieme. Se migliori saremo felici. Se peggiori ci lasciamo”.

È un pugnalata. Il fiato si blocca. Lo stomaco si contorce. Il cervello ragiona a intermittenza. Un unico pensiero mi pulsa in testa: “come dipendesse da me”. Quanti cunei potrei mettere, ma non ha senso. Non ha più alcun senso. Per lei sono diventato un prodotto: soddisfatta o rimborsata.
“Non so se mai ti renderai conto di quello che hai detto. Io non ti voglio più”. E la invito a scendere dall’auto.

Torno a casa guidando a trenta all’ora. Sconvolto da quello che ho sentito. Sconvolto da chi me lo ha detto. Sconvolto dal non essere riconosciuto come persona. Solo dopo mi accorgerò del trauma prodotto da Daria. Per mesi avrò paura di quello che la gente pensa della mia malattia. Per mesi nasconderò la mano destra, quella più compromessa. Per alcuni anni non riuscirò ad aprirmi ai sentimenti.
(1993)

L’INCUBO DI STEPAN

“Ricky, ieri notte l’ho sognata”. Stepan rompe il silenzio mentre sta rimettendo il computer nella borsa. La giornata è finita. Siamo pronti per trasferirci a casa.
“Sì?”. Sono curioso.
“Si!”. Il mio interesse entusiasma Stepan. Che si lancia nel racconto.

“Eravamo in giro io e lei con la carrozzina. A dire la verità c’era anche una mia amica”. Ascolto mentre il racconto di Stepan prende quota. “Improvvisamente lei frena la carrozzina senza dirmi niente e si alza e improvvisamente si mette a camminare così”. E mi mostra come mi aveva sognato camminare. Le gambe tese e le braccia pure. Sull’orlo della caduta ad ogni passo. “Io non sapevo cosa fare – continua Stepan – ho provato a seguirla e lei mi ha detto: cosa fai?” Imitando il mio tono seccato. “Io non sapevo cosa fare. Se seguirla o obbedire… Ero preoccupato che cadeva… Avevo paura che si faceva male… Poi come facevamo… Poi cosa raccontavo a Nelly… Mi sono svegliato tutto agitato, tutto sudato”.

“Accidenti, un incubo Stepan!”, intervengo.
“Cosa significa?”
“Un brutto sogno”.
“Giusto, un incubo”, approva Stepan.

Stepan è parte della nostra vita. Un pezzo della nostra famiglia. Ho imparato a volergli bene.
(Marzo 2013)

L’UFFICIO, LO ZIP E LA PIPÌ

Arriva il momento in cui la CIDP mi presenta il primo conto: la debolezza delle dita. Comincio così a perdere i primi automatismi. E devo escogitare strategie alternative. Alcune sono immediate, come afferrare il bicchiere con due mani. In alcuni casi non esistono. Soprattutto quando non riesco più a compiere i movimenti fini come allacciare i bottoni o tirare su lo zip dei pantaloni. E questo è un problema quando vado in bagno. In un modo o nell’altro riesco a slacciare i pantaloni. Ma quando ho finito ho bisogno d’aiuto per allacciare i pantaloni e tirare su lo zip.

Il problema si fa serio quando comincio a lavorare. Non c’è la confidenza per chiedere a chiunque di accompagnarmi in bagno, ad aspettare fuori ed entrare per chiudere i pantaloni. In MGD, il mioprimo ufficio, la soluzione è inaspettata. Dopo pochi giorni inizio una relazione con Guendalina. È la figlia dei signori Duncan e lavoriamo insieme. Mi aiuta lei. L’ambiente piccolo e familiare rende tutto più semplice.
Dopo MGD e alcuni mesi sabbaticiarriva la proposta di Dow Jones. Il primo giorno entro nella sede di via Amedei. Arrivo al banco della reception. Un fulmine mi colpisce. Come faccio con il bagno? Semplice. Non ci vado. Non tocco goccia d’acqua. Me ne dimentico proprio, sia dell’acqua che della pipì. Sono le nove.
La giornata finisce alle 19:30. Esco. Prendo la macchina, e torno verso casa. Non c’è molto traffico. In venti minuti sono a casa. Esco dall’ascensore. E mentre suono il campanello ho la sensazione di esplodere. Un riflesso condizionato. La tranquillità di casa sveglia improvvisamente la vescica. La porta non si apre. La pressione aumenta vertiginosamente. Mi attacco al campanello.
La porta si apre. Finalmente. La mamma sull’uscio mi saluta con il sorriso delle grandi occasioni.

“Ciao! Come è andata?”
Non le do il tempo di finire. La spingo di lato e irrompo in casa. Corro verso il bagno. La vescica sta per cedere.
“Seguimi”.
Arriviamo in bagno. Sono salvo.

Secondo giorno in Dow Jones. Lavoro tutto il giorno senza fermarmi. Non bevo. Non vado in bagno. Arrivo a casa più tardi. Mi attacco al campanello. La porta si spalanca. La mamma che ha capito tutto, si è nascosta dietro. Corro verso il bagno con la mamma a ruota. Sono salvo anche questa volta.
Continuerò così per un anno e mezzo.
(1994, circa)

MIGLIORO, PEGGIORO, MIGLIORO, PEGGIORO: LA PRIMA CADUTA E L’INTERFERONE

Prima miglioro. Poi peggioro. Miglioro ancora. Riprendo a peggiorare. Tra una fase e l’altra passano mesi. È una costante. Come è una costante peggiorare sempre più di quanto sia migliorato. Così, inesorabilmente, perdo forza e funzionalità agli arti. Prima le braccia. Lentamente. Poi, altrettanto lentamente, le gambe. È successo sempre così. Al Besta. Con l’agopuntura. Al DIMER. Gli interventi correttivi sono dei classici. Aumento del dosaggio del farmaco del momento. Maggiore frequenza della terapia. Al DIMER, invece, con Il Prof., abbiamo innovato. L’innovazione si rincorre nei momenti più critici. Per esempio di fronte alla prima caduta.

Romana ha scelto il parka blu. È il suo regalo di Natale per Ugo. Siamo al piano interrato del “Metropolitan Museum”, il “mio” negozio di abbigliamento. Antonio, il padrone che è riuscito a creare questo gioiello di qualità, passione, prezzo e simpatia, e Giuseppe, l’assistente che meglio ne incarna lo spirito, si avviano lungo la scala verso la cassa al piano superiore. Romana li segue. Io chiudo la fila.
Le gambe hanno ripreso a peggiorare da un po’ di mesi. Le immunoglobuline stanno perdendo progressivamente la loro efficacia. Abbiamo provato con un cocktail di immunoglobuline e cortisone ma senza risultati. Tanto che Il Prof. sta pensando ad alzare il tiro somministrandomi l’interferone. È un esperimento che richiede l’autorizzazione del comitato etico del San Raffaele; l’interferone è un farmaco contro la sclerosi multipla. Non è previsto per contrastare la CIDP. Siamo in attesa della delibera. Nonostante il calo delle prestazioni mi muovo ancora decorosamente. Cammino, guido, faccio le scale. Sono ancora autonomo.
Mi avvicino alla scala del “Museum”. Automaticamente appoggio il piede sinistro sul primo gradino. Automaticamente stendo la gamba sinistra. Automaticamente stacco il piede destro e lo appoggio sul secondo gradino. Automaticamente stendo la gamba destra e stacco il piede sinistro portandolo verso il terzo gradino. Lo appoggio e inizio a stendere la gamba sinistra. Ma. Ma la gamba destra non si è stesa. Spingo. Nulla. Ferma. Come sono fermo io, sospeso tra due gradini, con entrambe le gambe piegate. Anzi. La gamba destra cede. Lentamente. Faccio forza. Nulla. Cede sempre di più. Sempre più velocemente. Mi sbilancio all’indietro. In un attimo, un attimo lunghissimo, sono per terra. Con uno schianto. Sperimento la durezza del pavimento in cotto. E sento due piccoli “crack”. Al gomito destro. Alla mano destra.
Romana, Giuseppe e Antonio mi sono subito intorno. Freno il loro entusiasmo nel volermi aiutare. Li rassicuro. Ma prima di alzarmi voglio controllare l’entità dei danni. Sono minimi. Il dolore è sopportabile. Meno sopportabile se premo. Pazienza. Comunque niente pronto soccorso.
La prima caduta non mi preoccupa molto. Inconsciamente la stavo aspettando. Forse è per questo che non sono sorpreso. Forse il fatto di essere già al lavoro per poter prendere l’interferone mi conforta. Anzi. Bisogna accelerare. Arrivo a casa e chiamo Il Prof. Gli faccio un resoconto dettagliato. Domani chiamerà il comitato etico.
(Novembre 1997, circa)