Archivio dell'autore: Riccardo Taverna

LA SOSTENIBILITÀ VISTA DA STEPAN (in viaggio verso Legambiente)

RICKY&STEPANLa Porsche Panamera ci supera in scioltezza seguendo il nastro d’asfalto della A1 che si srotola davanti a noi. Direzione, Roma. La Citroen C4 Gran Picasso oscilla leggermente. Sembra riverire il passaggio di tanta perfezione. Stepan la rincorre con lo sguardo. Mentre a occidente il sole ha cominciato a decorare il cielo con i colori del tramonto.

Rallentata da due camion che si stanno sorpassando, la Porsche ci precede per un paio di kilometri. Poi, appena la corsia si libera, libera tutti i cavalli e ci abbandona. Gli occhi di Stepan la seguono. Sospira.

“Certo con una macchina così farei una più bella figura”.

Stepan rompe il silenzio che ha avvolto l’abitacolo negli ultimi kilometri. Sorrido distrattamente, alzando l’angolo della bocca. Stepan, temendo una gaffe involontaria, corregge subito il tiro.

“Non che questa sia male, anzi – poi non resiste – ma con quella sarei più figo“.

Poi, mette un’altra pezza.

“Certo non sto chiedendo una Bentley…”

Comincio a ridere. E sto al gioco.

“Facciamo così Stepan, se cambio macchina la scegli tu”.

Stepan pensa un attimo, il minimo indispensabile. Poi, accompagnandosi con la mano destra che disegna una serie di cerchi ad indicare “tantissimo” ribatte.

“… eeeee ne deve fare di bilanci di sostenibilità…”.

Ci guardiamo con la coda dell’occhio, prima. Poi ci giriamo uno verso l’altro. Tratteniamo goffamente la risata. Che esplode un attimo dopo.

(Maggio 2015)

Campagnano: la stesura definitiva del libro

È cominciata la fase finale. La discesa verso gli scaffali delle librerie. C’è il titolo. C’è la copertina. Stiamo lavorando tanto. In 14 mesi abbiamo prodotto oltre 50 ore di registrazioni. Il racconto prima. La definizione della struttura poi. La scrittura. E la sorpresa di leggersi.

Tra la campagna romana dove mi trovo e Milano, dove Andrea è rimasto ancorato alle sue abitudini, i capitoli prendono la loro forma definitiva. Produciamo. Ci inviamo il materiale. Ci confrontiamo e correggiamo.

Campagnano, 30 minuti a nord di Roma, adagiata sulle colline intorno alla Cassia, è sullo sfondo. In primo piano i Bucciarelli che ci ospitano. C’è tutto il clan: Buccia e Gabriella, Bucc e Nilam con Jasmine, Savannah, Eashani, Amba-lilCampagnanoy e Sabina. C’è anche Lucalu, in contatto dalla Croazia. Nelly e io siamo in famiglia. E la sera a cena, tra le lasagne di Oro e i fritti di June, il libro e l’ultimo capitolo prodotto sono i co-protagonisti. Sotto il tavolo si agitano sei cani. Ma la loro ansia non ha nulla a che fare con la letteratura. Manca solo Stepan.

LE NOTTI ALLA RINGHIERA: IL DECALOGO DEL PELO

naviglioPrima leggi: LE NOTTI ALLA RINGHIERA: IL DECALOGO DELLE CHIAPPE

Febo mi incalza: “pelo biondo…?”

“Mi ci fiondo”, rispondo prontamente.

Febo prende appunti e commenta ghignando: “bella questa!” E continua imperterrito: “pelo moro…?”

“Lo traforo”.

Febo scrive accompagnando la penna con una risata. Marco, il barista, e Guido, il fratello di Marcone, non riescono più a trattenere la curiosità. Si avvicinano. Si siedono. E assistono. La Ringhiera sempre deserta. Marcone ci raggiunge.

“Pelo riccio? ”

“Lo stropiccio “, rispondo di slancio.

“Pelo ritto”.

“Pelo ritto?… Pelo ritto?… Va sconfitto!”

” Cioè?” Febo si fa severo. Fintamente severo, mentre si prepara alla prima bocciatura.

Gli altri assistono con le lacrime agli occhi.

“È una questione di logica – spiego, o almeno cerco di spiegare dandomi un tono – Un pelo ritto è rigido. Quindi respingente per definizione. Ora. Per poter passare, bisogna scansarlo … come … per esempio … in un assalto di scherma. In una parola, va sconfitto”.

“Ok – decreta Febo – e, pelo fitto?”

“Ne approfitto …”

“Questa era facile – sospira Febo – pelo rosso?”

“……… A più non posso!”, scandisco trionfante. “Ricks, la mettiamo la rima – obietta Febo – rosso non fa rima con posso!”. È un susseguirsi di “o” spalancate prima e chiuse poi.

Contro obietto. “Dai Febone! Ti ho propinato 18 rime ineccepibili. Questa me la lasci passare, almeno per la sua creatività”.

“La rima, Ricks. Ci vuole la rima”.

“Ok – annuisco – pelo rosso a più non posso”. Chiudo la “o” di posso. E la rima è fatta.

Febo approva.

“Ultimo Ricks”. Febo si concentra. Fissa l’elenco. Raccoglie i pensieri. E lancia la decima sfida: “pelo grigio”.

“Questa sì che mi mette in difficoltà Febone. Pelo grigio ………… eccola … sarò ligio”.

Ci alziamo. Prima, Febo prende i decaloghi. Li piega. E mentre li sta mettendo nel portafogli viene bloccato dalla mano di Marcone.

“Questi rimangono qui – decreta – li tengo alla cassa”.

“Scusa, posso vedere i decaloghi?”. Ogni sera qualcuno chiede a Marco o a Marcone gli elenchi. Questa sera però …

“Febone…”.

“Ricks…”.

“Conosci?”. Indico il ragazzo davanti alla cassa.

Febo lo squadra. “No. Perché?”

(1995, maggio. Circa)

BADAVO AI BADANTI ATTRAVERSA L’OCEANO

Badavo ai badanti, il blog, sbarca in Canada. “Il Postino”, la rivista mensile per la comunità italiana canadese, ospiterà il blog. Ogni mese, il periodico di Ottawa, pubblicherà un post. Ringrazio Antonio Giannetti, un amico ritrovato grazie ai social network. Un amico al quale mi lega un legame speciale. Un uomo che dimostra che l’amicizia trascende lo spazio e il tempo.

Con il numero in edicola il 22 aprile, si comincia.

Canada

“CI ROVINIAMO LE BUDELLA?”

Prima leggi: IL GRANDE IVAN (EP.1): il colloquio

“Vecio, andiamo a rovinarci le budella?”.

Capita più spesso di sabato. Quando rientriamo dopo la prova Paola Valenti. O tornando a casa da qualche commissione impedita dalla frenesia della settimana. Così Ivan punta il muso della Mercedes Classe A blu verso il McDonald’s più vicino. Per rovinarci le budella con hamburger, patatine e un litro di coca-cola annacquata da decine di cubetti di ghiaccio.

“Vecio, andiamo a rovinarci le budella?” non ha mai significato “ho fame”. È la misura del legame che si può creare con un badante. Sedersi intorno a un tavolo con un amico e chiacchierare senza meta. Un vincolo che va oltre la disabilità e il bisogno di assistenza.

Quattordici anni fa Ivan ha smesso di essere il mio badante. Ogni tanto un telefono squilla. Dall’altro capo della connessione una voce squilla: “Vecio, andiamo a rovinarci le budella?”. Allora rubo un’ora e mezza alla giornata e scappo con Ivan da un McDonald’s a chiacchierare. E a stendere le budella.

LE NOTTI ALLA RINGHIERA: IL DECALOGO DELLE CHIAPPE

“Culo alto, ci fò un salto”. È poco più di un sussurro.

“Cosa Ricks?”. Febo si scuote leggermente dal torpore. Forse risponde per educazione. Forse per non morire di noia. È passata mezzanotte. Già da un po’. Febo, come una Cenerentola al contrario, è arrivato come tutte le sere puntualmente poco dopo le 24. La serata fiacca non invoglia nulla. La Ringhiera, la birreria di Marco sul naviglio grande, il nostro ritrovo, è deserta. Febo e io stiamo seduti in silenzio. La misura dell’inutilità dell’uscita. Febo e io abbiamo sempre qualcosa di cui conversare.

Seduto a metà del locale, la schiena contro il muro, ho tutto sotto controllo. Dalla porta alla mia sinistra, al bancone alla mia destra. Febo, seduto di fronte a me, dà le spalle alla sala. Continuiamo a non parlare. Stiamo aspettando che uno dei due faccia la mossa di andare.

La porta si apre. Entra camminando veloce. Si appoggia al bancone per chiedere un’informazione. Carina. Molto. Giubbotto blu in stile marina. Capelli castani lunghi e lisci. Gambe fasciate in jeans aderenti. Stacco coscia chilometrico.

Ho detto “Culo alto, ci fò un salto, Febone”.

Febo mi restituisce uno sguardo confuso. Rispondo indicando il bancone con un cenno della testa. Febo segue il mio sguardo fino ai jeans. Prende attentamente le misure. E conclude con due osservazioni tipicamente maschili. Che, naturalmente, accolgo con una risata di consenso. Intanto lo stacco coscia è tornato sul naviglio. Mentre il silenzio ha riconquistato il nostro tavolo.

“Scusa Ricks, ma se fosse stato basso…?”

“Se fosse stato basso cosa?”

“Il culo Ricks, se fosse stato basso il culo?”

“E che ne so Febone … lo trapasso. Culo basso, lo trapasso”.

Una scintilla sembra impossessarsi degli occhi di Febo. È un’impressione. Confermata subito dopo da un sorriso appena accennato.

“E se fosse sodo?”

“Me lo godo…”.

La scintilla diventa una fiamma. Il sorriso si accentua.

“Se fosse grasso?”

“… È uno spasso”.

Botta e risposta. Febo comincia a divertirsi. Senza dir nulla mi ha lanciato la sfida: trovare rime rigorose.

“Aspetta Ricks…”. Febo si precipita al bancone. Afferra il blocco delle ordinazioni, una penna, e torna agguerrito e divertito. Ripassiamo le rime e procediamo fino alla decima.

“Ok Ricks. Col culo è facile. Voglio vederti alla prova del pelo”.

(Maggio 1995, circa)

naviglio

DIALOGHI CON I BADANTI: RICORDARSI DI…

(In sede di colloquio ogni badante viene informato che una parte prevalente delle sue mansioni sono del domestico. Quando viene scelto le mansioni gli vengono spiegate con una precisione maniacale, una seconda volta). 

“… e, cosa importante, quando si accorge che la confezione di un prodotto come il dentifricio, il bagnoschiuma, la cartina igienica – che enfatizzo con un tono di voce più grave – un detersivo, i biscotti, il succo di frutta, sta finendo avvisi mia moglie che li comprerà quando farà la prossima spesa”.

“Ho capito”. Il badante, neo assunto, risponde prontamente. Almeno sembra.

“Bene. Cominciamo domani mattina”.

(10 giorni dopo)

“Signor Riccardo, ricordi a sua moglie di comprare il dentifricio”.

“Ignazio, le ho già spiegato che non deve dirlo a me, ma direttamente a Nelly. È di là, in cucina,… “.

(Passano alcuni giorni)

“Ignazio, si sta dimenticando di mettermi il dentifricio…”.

“È finito, signor Riccardo”.

“Di già? Ma quanto ne ha comprato Nelly? ”

“Non l’ha comprato, signor Riccardo”. Ignazio è serafico. Fin troppo.

“Ma lei ha detto a Nelly che era finito? ”

“Certo”. Ignazio risponde tranquillo. Fin troppo.

“Quando? ”

Ignazio mi ricorda correttamente l’episodio della cucina.

“Ma da quella volta sarà andata al supermercato almeno altre tre volte…”.

“Lo so”. Un tono sottilmente impertinente fa capolino..

“Non poteva ricordarglielo ancora? ”

“Guardi signor Riccardo… Io ho l’abitudine di ricordare le cose agli altri una sola volta…” Ignazio risponde con un mezzo sospiro.

(Fine mese, tempo di stipendio)

“Signor Riccardo, si ricordi il mio stipendio”

“Certo Ignazio”.

Due giorni dopo non ho ancora consegnato l’assegno a Ignazio.

“Signor Riccardo, si ricorda del mio stipendio?”

“Ignazio, è la seconda volta che me lo ricorda”.

“Si”.

“Ma lei non è abituato a ricordare le cose agli altri una volta sola? ”

“Certo”, risponde Ignazio con convinzione granitica.

“Mi spieghi allora perché mi sta ricordando lo stipendio per la seconda volta… “.

Ignazio mi fissa senza rispondere. Gli occhi vuoti. La bocca socchiusa. L’espressione inebetita.

 

(2006-2012)

COME PRENDERE UNA VENA FACENDO UN BUCO SOLO

Prima leggi: L’INFERNO DELLE VENE 

Carlos, amico di Marcone e medico, è perentorio. Lo afferma con la tranquillità di chi sa cosa sta dicendo e, soprattutto, l’ha fatto molte volte.

“… Io la vena la prendo sempre facendo un buco solo”.

Carlos e io ci siamo trovati da Marcone al “Vicolo”, l’appartamentino nel “Vicolo dei lavandai”, uno degli angoli più suggestivi di Milano. Il “Vicolo” è il nostro ritrovo, l’antesignano della passione di Marcone per i locali. Tutte le sere, quasi tutte, Marcone chiama per chiedere: “Vicolo?”. Sempre la stessa domanda. Scontata. Come scontata è la mia risposta: “a che ora?”

“Come è andato il ricovero?” Marcone è il primo a chiedere. Sempre. Il primo che chiamo appena rientro a casa dopo ogni ricovero. Sempre.

“Come al solito. Immunoglobuline e lettura”. Un bollettino scarno. Anzi.

“Le vene cominciano a darmi dei problemi – continuo – per farmi un prelievo e per inserirmi l’abocat in media ci sono voluti tre buchi”.

In realtà sono un paio di ricoveri che gli infermieri stanno cominciando a dannarsi dietro le mie vene.

“Bah … incapaci”, interviene Carlos.

“Perché? “, domandiamo in coro Marcone e io.

“Perché io la vena te la prendo con un buco solo…”, risponde Carlos ostentando sicurezza.

“Nooo! Davvero? Come fai?”. Sono estasiato. E curiosissimo. Deve essere una questione di tecnica evidentemente. La sola idea di risparmiare le mie braccia da un calvario e gli infermieri dalla depressione, mi entusiasma.

Carlos conclude: “semplice. Infilo l’ago e ravano finché non trovo la vena buona.

Marcone scoppia nella sua risata fragorosa.

Io mi sento come risvegliato da lo stridio di unghie sulla lavagna.

“Quindi…”, abbozzo.

“Scherzavo”. Carlos sorride.

Marcone. Continua a ridere.