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MIA SORELLA SI DISIMPEGNA MENTRE … (Parte 2)

“Ricks, vuoi riposare”. Febo è focalizzato su di me. Totalmente. La scalata verso l’appartamento di Gianni al quinto piano procede a ritmo costante, inarrestabile.
“Meglio di no, ragazzi. Sennò perdo il ritmo”. Febo a destra, Gianni a sinistra. Un braccio intorno alla spalla di ognuno. Marciamo su per le scale coordinati come tre soldatini. Sinistro, destro. Sinistro, destro.
Gianni ci ha invitati a cena. Come fa ogni tanto il sabato. Febo è passato a prendermi. Abbiamo attraversato Milano. Abbiamo citofonato al cancello di via Cascina Bianca . Arrivati al citofono della porta di vetro Gianni era li. Ad aspettarci.
“Ricky, cazzo, l’ascensore non funziona”. Gianni grugnisce mortificato e incazzato.
“Ok – rispondo deciso – saliamo a piedi. Ricordami quanti piani sono?”
“Cinque …”.
“… con calma”, concludo. E attacchiamo la prima rampa.
Le cene con Gianni e Febo non sono mai banali. La conversazione è vivace. Sempre. Intellettualmente stimolante. Si parla di tutto. Quella sera anche del rifiuto di Marta.
Del suo atteggiamento che rasenta il menefreghismo.
“Mi dispiace Ricks”. Febo è quasi imbarazzato.
Gianni non reagisce. In apparenza. Guarda nel piatto. Scruta intensamente. Tanto da poterlo scheggiare.
La conversazione vira sul senso della famiglia e sulla solidarietà. Sul primo, sono rassegnato.
Al quinto squillo riesco ad impugnare la cornetta decentemente.
“Ricks!”
“Giannone!”
Pochi secondi di convenevoli e Gianni viene al punto. Ha organizzato tutto. Febo, Romana e lui si alterneranno per portarmi alle sedute di psicanalisi e dall’omeopata a Piacenza. Annaspo per cercare le parole. Che non trovo. Solo un “grazie”. Che mi sembra poco per il disturbo. Un grazie che ripeto mentre cerco un’espressione più profonda. E mentre lo ripeto entro in contatto con l’immensità di quello che sta accadendo. Gianni, Febo e Romana mi stanno dando la loro solidarietà senza condizioni. Trovo quello che ho chiesto per anni invano alla mia famiglia. Il “grazie” inadeguato si trasforma. Si scalda e si anima.
Sono solo cinque lettere spesso pronunciate superficialmente. In quell’istante, per la prima volta, quel suono scontato, entra in contatto con la mia debolezza. Esce trasformato. Carico del vero senso della gratitudine. Essere consapevole della mia debolezza. Accettarla. Ammettere di avere bisogno di aiuto. E accettarlo, riconoscendolo. Imparo che un grazie sincero, consapevole, segna il limite tra la debolezza e forza.
Riconosco la mia famiglia. Mi accompagnerà per anni. Scopro Gianni. Una presenza costante. Discreta. Che si proietta verso l’essenza delle cose, scrutando nel fondo dei piatti. E trova le soluzioni. Senza proclami.
Quel sabato sera, la scalata verso l’appartamento di Gianni, appoggiato alle sue spalle e a quelle di Febo, è la metafora della mia vita. Dell’amicizia incondizionata che entra nella dimensione della famiglia. Ho raccolto quello che ho seminato.
(1996 – 1998)

MIA SORELLA SI DISIMPEGNA MENTRE … (Parte 1)

PRIMA LEGGI: Famiglia
Il rumore della chiave nella toppa è inconfondibile. Gli stridii della serratura sono acuti e molesti. Scheggiano la quiete del dopo cena. Qualcuno sta aprendo per uscire.
“Ciaoo, vado”. È Marta. Il saluto è un pizzicotto. Mi trascina fuori dal documento che sto leggendo. Dalla mia postazione nel super attico caccio un urlo: “Marta! Dove stai andando?”
“Esco…”, risponde laconica, quasi ovvia.
“Ma… ma … aspetta!”. E intanto mi alzo. Mi precipito verso le scale appoggiandomi al tavolo per non cadere. Mi siedo sul primo gradino e continuo a precipitarmi giù per la rampa. Tutto sul sedere. Raggiungo il pianerottolo e la guardo. Marta è li, in piedi. Vagamente infastidita.
“Ma mi devi accompagnare dalla Zav, per la seduta di psicanalisi”. Da alcune settimane ho raddoppiato le sedute. La lotta con il persecutore sta diventando sempre più impegnativa. Alla seduta del martedì pomeriggio se ne è aggiunta una il giovedì alle 21:30. Marta si era resa subito disponibile ad accompagnarmi.
“Vabbè, vorrà dire che questa sera non vai …”, risponde con aria annoiata.
“Ma è per la mia salute, non vado mica a divertirmi…”.
Marta non risponde. Mi guarda come se fossi trasparente.
“E poi – continuo – avvisarmi? No?”.
” E … non ci ho pensato… Ciao”.
Il pianerottolo in legno, con la passatoia di moquette, mi sopporta per un lunghissimo minuto. Mi riprendo. Mi arrampico fino alla scrivania. E chiamo la Zav.
“A proposito di ieri sera…”. È l’una del giorno dopo. Sono sceso dal super attico per pranzare. Marta è sul divano a guardare la televisione. Cambio direzione. Appoggiandomi ai muri raggiungo la poltrona di pelle davanti al camino. Mi siedo sul bracciolo per fare meno fatica quando mi alzerò.
“A proposito di ieri sera…”, esordisco mentre cerco il punto di equilibrio sul bracciolo.
“Si, a proposito di ieri sera – Marta approfitta della mia pausa per continuare – perché non sposti anche l’altra seduta al pomeriggio così ci vai con il badante?”.
“Ma eravamo d’accordo che …”.
Marta mi interrompe un’altra volta. “Non ho tempo di portarti, ho da fare, ho la mia bambina…”.
“Ma se … meglio lasciare stare”. Ha giocato l’asso di denari. Giorgia. Puntualizzare che si tratta di una sera alla settimana sarebbe inutile. Sottolineare che passa le giornate a ciondolare inutilmente per la casa o al telefono sarebbe altrettanto inutile.
“Naturalmente vale anche per l’omeopata a Piacenza…”. È una domanda ovviamente retorica. Marta, altrettanto ovviamente, non risponde.
Nessun “mi dispiace”. Nessun “scusami”. Un solo generico “ho da fare”. Un’ipocrisia che nascondeva un banale e quanto mai ovvio “non me ne frega niente”. La separazione stava inaridendo Marta. E nonostante ne fossi consapevole, in me convivevano l’incredulità di fronte al rifiuto di mia sorella e la conferma della sua superficialità. Quella sera un pensiero incomincia a germogliare in un angolo oscuro della mia mente: dovrò imparare a cavarmela da solo. La mia famiglia non ci sarà.
Invece, la settimana successiva raccoglierò quello che ho seminato nella vita.
(1996-1998)

UNA CADUTA, LA REAZIONE DI NELLY

Il portone di via Bartolomeo Giuliano si chiude pesantemente alle nostre spalle. La macchina ci aspetta dall’altra parte della strada. Parcheggiata a cavallo del marciapiede. Nelly mi precede. Si avvia verso sinistra, dove il marciapiede è più basso. Da dove posso scendere più agilmente. Misuro i passi mentre mi avvicino al varco tra due auto parcheggiate. Arrivo con il piede sinistro. Quello giusto. Rallento. E appoggio il piede destro sull’asfalto. Sono giù. È andata bene un’altra volta.
Siamo andando al cinema a vedere “The Hours”, il racconto della depressione di Virginia Wolffe interpretata, pare, da una magistrale Nicole Kidman. Nelly ci tiene tantissimo. Abitiamo insieme da un mese. Mi sono trasferito da lei una settimana dopo ladecisione di sposarci. Ho negoziato un po’ di spazio nei suoi armadi. E ho lasciato la mia tana di via Mac Mahon.
Dal marciapiede continuo a muovermi verso la macchina. Nelly mi sta seguendo. Attraversiamo via Bartolomeo Giuliano. Sono concentrato sul movimento delle gambe. Come al solito da quando ho ripreso a camminare dopo il trapianto di midollo. Appoggio il tallone del piede destro. Sposto il peso in avanti spingendo con la gamba sinistra. Appoggio la pianta del piede destro. La spinta della gamba sinistra si esaurisce. Arriva il momento più delicato. Il passaggio del peso dalla gamba destra a quella sinistra. Stacco la gamba sinistra. Il ginocchio della gamba destra si deve piegare, ma leggermente. Un movimento appena accennato, perché non ho sufficiente forza nella gamba per sostenere una flessione normale. Comando l’azione. La gamba non obbedisce. Rimane tesa. Come un’asta. E come un’asta mi proietta verso l’alto.
Mi sento spingere in su, leggerissimo. I piedi si staccano dall’asfalto. Volo. Non so spiegare il motivo, ma scendendo verso la strada, ruoto. Sto per cadere sul fianco destro. Devo proteggere le costole. Faccio appena in tempo a coprire il lato destro con il braccio e a preoccuparmi della reazione di Nelly che via Bartolomeo Giuliano mi accoglie con uno schianto. Il colpo mi taglia il fiato. Oltre a procurarmi alcune leggere escoriazioni sul braccio. Mentre l’aria torna a farsi strada nei polmoni, cerco Nelly. Non riesco a percepirla. Tanto meno a percepire la sua reazione. Non può che essere agitata. Devo tranquillizzarla.
“Buono, tranquillo, stai fermo e non ti muovere”. La voce è controllata e rassicurante. Nelly è in ginocchio al mio fianco. Cerco il suo viso. Ha l’espressione della massima concentrazione.
“Ti sei fatto male?”
“Aspetta…”. Ruoto sulla schiena. Muovo la gamba destra. Nessun dolore. La spalla destra è a posto. Il gomito ammaccato. Mi siedo e faccio tre respiri lunghi e profondi. Ogni volta che inspiro provo una leggera fitta al costato destro.
“Devo avere incrinato una costola”, spiego a Nelly.
“Andiamo al pronto soccorso…”.
“Ma no, mon amour, per una costola incrinata non è necessario. E poi non è la prima volta…”.
“Cosa vuoi fare?”
“… Andiamo al cinema… Gabriele e Iolanda ci stanno aspettando”.
La reazione di Nelly è straordinaria. Vederla reagire alla caduta con prontezza, controllo e concentrazione, pronta a reagire mi riempie di orgoglio. Un’altro motivo che la rende sempre più speciale. E la consapevolezza che insieme a lei posso raggiungere qualsiasi vetta.
Quel giorno c’è stata una cosa peggiore della caduta: il film.
(Maggio, 2003)

MARCONE

“Ciao Marcone”.
“Ciao Ricky”. La testa di Marco si piega verso destra. Un classico. Il suo gesto rassicurante che tradisce serenità.
Sono passati dodici anni. Dodici anni di silenzio. Un silenzio ostinato e assoluto. Ci sorridiamo e ci abbracciamo. Ci salutiamo con semplicità. Quella che accompagna le amicizie più grandi. L’espressione della forza del legame che abbiamo costruito giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. E che ha resistito intatto a più di dodici anni di latitanza.
È una sera di luglio. Stepan spinge la seggiola a rotelle ne “Le petit jardin”, allora ristorante di Marco. I nostri sguardi si incrociano. Come per incanto, l’amicizia si risveglia. Si scuote dal torpore del lungo letargo. Si libera agilmente della polvere accumulata negli anni. E ricomincia a segnare il tempo. Dopo dodici anni è ancora tutto intatto. Nessuna crepa. Nessuna smagliatura. Lì, davanti alla cassa de “Le petit jardin” dodici anni sono passati in un lampo. Potevano essere dodici giorni o dodici minuti.
“Ricky, siediti dove vuoi. Finisco una cosa e arrivo…”. Come ai tempi della Ringhiera, il suo primo locale. La birreria che ancora oggi accoglie i milanesi sull’Alzaia Naviglio Grande. Il luogo che per alcuni anni è stato il centro della mia vita.
Chiacchiero con Stepan. Marco passa. Una volta, due volte. Una volta, due volte mi stringe delicatamente una spalla. “Ci sono, Ricky. Ci sono”. Le parole sono superflue. La stretta eloquente. Marco c’è. C’era sempre. Per tutti. Per chi aveva un problema o bisogno di un favore, Marco era una certezza. C’era sempre. Generosamente.
La generosità è il tratto di Marco. E generoso lo è stato un’altra volta. Dodici anni di ostracismo senza ricevere una spiegazione danno a chiunque il diritto a un perché. Anche a muso duro. Marco no. Marco ha accolto ogni passo del mio riavvicinamento. L’amicizia su Facebook. Lo scambio di messaggi. La cena al “Le petit jardin”.
Fuori dalla porta del ristorante, distante poche centinaia di metri da casa, raccolgo i pensieri. Ordino i ricordi. Ed entro pronto ad accettare qualsiasi reazione. Anche il suo saluto severo. Quello accompagnato dall’espressione corrugata e arcigna. Il preludio di una richiesta di chiarimento. Come accadeva in passato. Invece Marco mi ha accolto piegando la testa verso destra. Generosamente.
Rivedere Marco è tra le cose migliori che ho fatto. Riabbracciarlo è stato come tornare a casa dopo tanti anni.
______
C’è sempre un detonatore che provoca un’azione. Una specie di catalizzatore che amalgama ricordi, emozioni, racconti e novità facilitando una reazione. Il catalizzatore dell’incontro con Marco è stato Febo. Un catalizzatore estremamente discreto. Quando ci incontravamo buttava lì un ricordo dei tempi della “Ringhiera”, una vecchia battuta di Marco. Oppure che aveva visto Marco. Che Marco aveva rilevato un ristorante poco lontano da casa mia. Sempre distrattamente. Una distrazione calcolata. Forse. Comunque provocando una reazione meravigliosa.
Grazie Febo.
(Luglio 2013)

LA PREPARAZIONE AL TRAPIANTO: IL CATETERE VENOSO CENTRALE

“Scusi signor Taverna, devo rifarle la lastra. Non si riesce a vedere se è ben alloggiato”, mi annuncia il tecnico spingendo la macchina per i raggi X nella stanza. È la seconda volta in mezz’ora.
Inclino lo schienale del letto. Il tecnico posiziona la lastra tra la mia schiena e il materasso. Alzo la maglietta. Il tecnico indossa il grembiule protettivo di piombo. Preme un tasto sulla consolle di comando. Il tubo radiogeno si illumina e proietta una croce sul mio torace. Scatta. Ritira la lastra.
“Buongiorno”.
Finalmente. Comincia il percorso che mi porterà al trapianto di cellule staminali. Il sole splende alto e limpido. Il calore invade la stanza al quarto piano del DIMER, reparto di ematologia. Il sole, il calore. Segnali di buon auspicio. Sono teso e carico allo stesso tempo. Riconosco la sensazione. Risale, come una reminiscenza, da un passato che stava sbiadendo. L’emozione che si prendeva possesso di me nei tornei di judo. Prima del primo combattimento. Vuoto nello stomaco. Formicolio sotto la cute. L’ansia di voler combattere subito per sgombrare la mente dall’incertezza: “sarò all’altezza della sfida anche questa volta?” Quell’emozione mi rendeva più vigile. I sensi più acuti. Come allora capisco: sono pronto alla sfida. Anche se è diversa, sono pronto. La posta è alta. In palio c’è una vita migliore. Al mio fianco, spettatore interessato che assiste passivamente, la morte. Il controllo ce l’ho io. Per adesso.
Lo scopo del ricovero è la mobilizzazione delle cellule staminali.Devo produrne in quantità e qualità sufficiente per il trapianto. Mi verrà somministrata della chemio endovena attraverso un accesso venoso nella succlavia, sotto la clavicola. Una vena robusta tanto da sopportare alte dosi di chemioterapico. Succlavia che ospiterà un catetere lungo circa 20 cm.
Gli anestesisti sono stati efficienti. In un quarto d’ora hanno posizionato il catetere. Poche chiacchiere, molta azione. Perfettamente coordinati, i tre medici si sono materializzati senza che me ne accorgessi. Mentre il capo anestesista mi spiega la procedura, un collega sistema una sedia sotto il letto dalla parte dei piedi per mandare il sangue dalle gambe al tronco. Intanto il terzo medico mi depila il petto sinistro. Due punture di lidocaina per anestetizzare la zona sotto la clavicola. Una piccola pressione. È il bisturi che si apre la strada fino alla succlavia. Un movimento fluido sopra la spalla sinistra. Deve essere il catetere che entra in sede. Due punti di sutura. Rapida medicazione. E i tre anestesisti svaniscono. Sono pronto per la chemioterapia.
Il rumore di ruote schiacciate da qualcosa di pesante anticipa l’entrata dell’apparecchio portatile per i raggi X. Il tecnico scatta la lastra sul petto, un classico di ogni primo giorno di ricovero, e mi saluta trascinandosi dietro il pesante aggeggio.
“Buongiorno a lei”. Rispondo al saluto del tecnico, mentre esce dopo la seconda lastra. E mentre si allontana rumorosamente rimango sdraiato a provare i movimenti della spalla sinistra. L’effetto dell’anestetico sta passando e sta liberando il pettorale dal torpore.
Mentre ascolto il risveglio del muscolo una domanda prende possesso dei miei pensieri: “perché due lastre?”.
“Due lastre. Perché?”. In un attimo da domanda diventa una fissazione. “Perché? Cosa deve essere ben alloggiato? Ovviamente il catetere. Ma è un tubo in un altro tubo. Non ha senso”. Apro Il Signore degli Anelli in cerca di un appiglio che mi distolga. Ma la fissazione diventa quasi un’ossessione: “perché due lastre? Cazzo!”. Mi siedo sul letto. “Perché?”. Poi, un’improvvisa botta di consapevolezza. “Il catetere venoso centrale lungo una spanna circa… deve essere ben alloggiato… non è possibile…”.
“Scusa – domando all’infermiera che è appena entrata in camera – non è che il catetere venoso centrale entra nel cuore?”.
“Certamente… “, mi risponde serafica mentre continua a somministrare la terapia al mio compagno di stanza.
“Oh cazzo, mi hanno messo un tubo nel cuore”. E mentre lo penso, la stanza comincia a girare. Faccio due respiri profondi. La stanza si ferma. Tutto sotto controllo.
(Aprile, 1999)
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TRAPIANTO AUTOLOGO DI CELLULE STAMINALI EMATOPOIETICHE: IL MIO TRAPIANTO

Farmi produrre cellule staminali. Prelevarle. E reinfonderle dopo un periodo di crioconservazione in un “bidone di azoto liquido”.

In passato le cellule staminali venivano prelevate direttamente dalle ossa del bacino. Espiantate in anestesia generale. Oggi, grazie a una tecnica chiamata Leucaferesi, le cellule staminali sono raccolte dal sangue periferico. Prima della Leucaferesi il paziente viene sottoposto ad un dosaggio di chemioterapia. Al chemioterapico segue la somministrazione sotto cute di un farmaco (Lenograstim) che stimola il midollo osseo a produrre cellule staminali del sangue. Dal midollo osseo le cellule staminali passano al sangue. È il momento della Leucaferesi, il prelievo.

La leucaferesi si esegue applicando un ago nella vena di un braccio del paziente. Il sangue viene aspirato dal “separatore cellulare”, una macchina che divide le cellule staminali dalle rimanenti componenti del sangue sfruttando la forza centrifuga. Le cellule staminali vengono raccolte in una sacca sterile. La parte scartata viene reinfusa. Si raccoglie così una grande quantità di cellule staminali, sufficiente per eseguire uno o più trapianti. Rispetto alle cellule staminali prelevate con l’espianto, quelle ottenute mediante leucaferesi permettono una ricostituzione più rapida del midollo osseo.
La procedura è semplice. Lineare. Quasi banale. Nel mio caso c’è la classica variante. Dopo più di dieci anni di CIDP, di terapia endovenosa, le vene delle braccia sono diventate piccole e fragili. Somministrare il chemioterapico endovena vuol dire bruciarle definitivamente.
Imparo così dell’esistenza dell’accesso venoso centrale. Entrare nel sistema circolatorio con un catetere attraverso una vena centrale: la succlavia (sotto la clavicola), la giugulare o la femorale. “Catetere venoso centrale”. Così si chiama il “tubicino” che viene inserito. Un tubicino lungo circa 20 cm con un diametro di alcuni millimetri. Viene posizionato in anestesia locale e fissato con due punti di sutura. Il catetere venoso centrale viene utilizzato sia per l’infusione della chemioterapia e dei vari farmaci previsti dal ricovero che per i prelievi. E la Leucaferesi. Ovviamente.
Per una volta le braccia sono salve. E sono salvi gli infermieri. Il catetere venoso centrale è posizionato dagli anestesisti.
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MARTA E ALESSANDRO RITORNANO.

Prima leggi: L’EREDITÀ DI PAPÀ: LA DISGREGAZIONE DELLA FAMIGLIA

L’appartamento 862 della residenza Trefili era nuovamente affollato. Alessandro aveva finito le risorse grazie alle quali si era potuto permettere di andare in cerca di se stesso. Ed era tornato. Marta aveva scoperto che Paolo non era cambiato. Ed era tornata con Giorgia. Una bambina straordinaria che da sola aveva dato un senso a quel matrimonio. Eravamo tutti sotto lo stesso tetto. Nuovamente. Per necessità.
Mamma aveva di nuovo i tre figli, i suoi bambini, sotto l’ala. L’ala che ora accoglieva anche la sua nipotina. Si adoravano. Mamma aveva messo Giorgia al centro della sua esistenza. Dandole tutta se stessa. Senza viziarla. Giorgia la chiamava “nonn”, facendo cadere l’ultima vocale. Pronunciato da Giorgia, “Nonn” era il suono più dolce che si era mai sentito in casa. Grazie a Giorgia, alla sua presenza che riempiva le giornate di allegria e novità, siamo stati vicini. Solidali. Quasi una famiglia. Per un po’.
Marta mi accompagnava alle sedute di psicanalisi il giovedì sera. E un pomeriggio ogni due settimane a Pavia dall’omeopata. Insieme ad Alessandro e Giorgia mi accompagnano a Sainte-Maxime per la visita di controllo con l’allievo della dottoressa Kousmine, l’inventrice del metodo per curarsi attraverso l’alimentazione. Noi tre fratelli insieme. Per la prima volta riusciamo a passare un’intera giornata insieme senza litigare, rinfacciare. Ferirci deliberatamente.
Rientrati a Milano, quella sera raccontiamo la giornata alla mamma. Raccontiamo dell’andata. Delle risate con la Giorgia. Raccontiamo del pranzo nel ristorante sulla scogliera fuori Sainte-Maxime. E delle battute della Giorgia. Raccontiamo del viaggio di ritorno. La mamma ascolta. Il sorriso malinconico nascosto dalle fitte della pleurite. E la speranza che finalmente il suo sogno si realizzasse. Il sogno di una famiglia unita.
Ma l’idea di famiglia era un’illusione. Un’allucinazione che aveva colpito sia la mamma che me.
(1995-1997)

MEDICINA ALTERNATIVA: TENTATIVI GROTTESCHI

Tentativo 1
“Riccardo, non ti cambiare la maglietta con cui dormi per quindici giorni. Poi dammela”.
“E…”, rispondo a papà invitandolo a dare seguito all’assurda richiesta con una spiegazione.
“Tu non ti preoccupare, dormi quindici giorni con la stessa maglietta e poi dammela”.

Une breve schermaglia dialettica e ricevo la spiegazione. Più assurda della richiesta. L’ultima volta che era stato in Libia per lavoro papà aveva raccontato ad un amico dei miei problemi di salute. La CIDP risiedeva ancora nella categoria dei “misteri”. Non aveva ancora il nome ufficiale. E questo alimentava la sgradevole sensazione di incertezza. Non avere un nome, d’altra parte, è non avere un’identità. È negare l’esistenza. Oppure è brancolare nel buio nel quale si sta cacciando. Di fronte alle risposte vaghe di papà sull’essenza della malattia l’amico, come ogni buon libico che si rispetti, aveva la risposta definitiva.

“Ottavio, vieni con me. Ti porto da uno bravo che risolve tutti i problemi”.

Dopo due ore di auto su una strada bianca nel djebel raggiungevano una tenda da beduini. Sotto una specie di anziano santone. L’amico racconta del mio problema.

“Ottavio, dice che devi portargli tuo figlio”.
“Non posso, non gli concedono il visto di entrata”. La Libia era in uno dei suoi periodi di isolazionismo.
“Allora dice di portargli una maglietta dove abbia dormito per almeno quindici giorni”.

Papà parte per la Libia. Porta la maglietta sotto la tenda da beduini. E torna trionfante con la soluzione.

“Ha toccato la maglietta e ha capito tutto. Dice che hai un problema nervoso. Si risolve prendendo olio di semi di arachidi e un infuso a base di cespuglio del deserto”. Che papà, diligentemente, si era fermato a raccogliere appena uscito dalla tenda.

Per settimane ho bevuto olio di semi di arachidi e un intruglio nauseante. Appena l’entusiasmo di papà è passato, senza dirgli niente, ho smesso.
Tentativo 2

Il pianerottolo è anonimo. Come lo è il palazzo di via Palmanova. È anonimo l’appartamento. E la signora che ci riceve. A dire la verità non ho capito bene cosa siamo venuti a fare. “Mi ha garantito che se c’è qualcuno che ti può dire cosa sta succedendo è proprio lei”. Quest’incontro l’aveva suggerito a papà il medico che abitava sotto di noi. Si era fatto convincere senza sforzi. E io mi ero lasciato trascinare.

Ci accomodiamo a un tavolo anonimo e, dietro richiesta della signora, racconto dei miei problemi. La signora, concentratissima, divora ogni mia parola. Quando ho finito la signora chiude gli occhi con forza. Se li stropiccia ruvidamente con i palmi delle mani. Sospira. Mi guarda. Ed emette il primo verdetto.

“Si, si può fare. Userò i tarocchi. Con permesso”. Si alza ed esce dalla stanza.
“Cazzo papà! Una cartomante! Mi hai portato da una cartomante…”. La mia indignazione, le mie urla, sono strette in un sussurro.
“Non fare il pirla, Riccardo. Per piacere…”, contro sussurra papà per metà scusandosi e per l’altra metà minacciandomi.

La signora rientra con le carte. Si siede di fronte a me. Mescola i tarocchi. Mi fa tagliare il mazzo. Dispone le carte sul tavolo. Le analizza. Spiega che i tarocchi non mentono mai. E ci dice cosa raccontano. Raccontano che ho una malattia neurologica e si lancia nella descrizione dei sintomi che le avevo fatto cinque minuti prima. Lancio un’occhiata fulminante a papà. Che mi risponde con un’occhiata eloquente: “non fare il pirla”.
Interrompo la signora spiegandole che i medici mi hanno illuminato prima dei tarocchi. La esorto a dirmi le cause. La signora risponde alzando un sopracciglio. Raccoglie le carte. Le mescola. Le taglio. Le dispone sul tavolo. Le studia per un lunghissimo minuto, ora sospirando perplessa ora tamburellando con le dita. Si appoggia allo schienale della sedia. Raccoglie i pensieri e mi domanda se ho mai sofferto per una donna. La domanda delle domande. O meglio, la tela del ragno pronta a imbrigliare la coscienza di chi ha bisogno. “Certo cazzo che ho sofferto per una donna. Chi non ha sofferto per una donna”. Il pensiero saetta dai miei occhi a quelli di papà. Che mi risponde con uno sguardo penetrante che esprime il rituale: “non fare il pirla”. Sto al gioco.

“Si, si chiama Valeria”. E racconto sommariamente della storia con Valeria. Fatta di corna che ho portato con poca dignità, tradimenti e sofferenza.
“Infatti, lo dicono anche le carte. E tu l’hai trattata male?”
“Si. Alla fine si”.
“Ecco, lo dice questa carta”, mi conferma la signora indicando un tarocco. Poteva indicarne uno diverso che per me valeva tanto quanto. Si concentra sulle carte. Mi guarda fisso negli occhi. E con fare solenne conclude.
“Valeria ti ha fatto il malocchio perché l’hai trattata male. Te l’ha fatto in Toscana”.
Vorrei tanto ignorarla. Ma mi scappa una domanda. “Quando?”
“Tre anni fa. Era dicembre”.
“È sicura?”
“Le carte non sbagliano mai”.
“Bene. Bene”. Faccio una pausa per catturare tutta l’attenzione della signora. “Tre anni fa Valeria e io non ci conoscevamo”.
“Certo – risponde prontamente la signora – te l’ha fatto in modo che siattivava se la trattavi male”.
Non riesco più a stare zitto. “Cos’è? Un malocchio preventivo al buio?”
“Esatto… In che senso al buio?”. La signora è visibilmente confusa.

 (1989-1990)

LA PLEURITE DELLA MAMMA

Prima leggi: L’EREDITÀ DI PAPÀ: LA DISGREGAZIONE DELLA FAMIGLIA

La tosse si fa sempre più dura. Secca. E dolorosa. Tossisce e non si lamenta mai. La mamma è così. Sempre pronta ad aiutare chi ha bisogno. Sempre pronta a cavarsela da sola. Perché preferisce non disturbare.
Tossisce e non mi racconta nulla. Non si sfoga.
Anche per lei arriva il momento del ricovero. Naturalmente al San Raffaele. Che sta diventando una specie di seconda casa per i Taverna. La diagnosi è pleurite. Fastidiosa. Molto fastidiosa. Ma, per fortuna, curabile. Affronterà la pleurite come ha affrontato i troppi problemi che la vita le ha lanciato tra le gambe: con il coraggio di una tigre e tanta discrezione.
(1997, circa)