MARTA E ALESSANDRO RITORNANO.

Prima leggi: L’EREDITÀ DI PAPÀ: LA DISGREGAZIONE DELLA FAMIGLIA

L’appartamento 862 della residenza Trefili era nuovamente affollato. Alessandro aveva finito le risorse grazie alle quali si era potuto permettere di andare in cerca di se stesso. Ed era tornato. Marta aveva scoperto che Paolo non era cambiato. Ed era tornata con Giorgia. Una bambina straordinaria che da sola aveva dato un senso a quel matrimonio. Eravamo tutti sotto lo stesso tetto. Nuovamente. Per necessità.
Mamma aveva di nuovo i tre figli, i suoi bambini, sotto l’ala. L’ala che ora accoglieva anche la sua nipotina. Si adoravano. Mamma aveva messo Giorgia al centro della sua esistenza. Dandole tutta se stessa. Senza viziarla. Giorgia la chiamava “nonn”, facendo cadere l’ultima vocale. Pronunciato da Giorgia, “Nonn” era il suono più dolce che si era mai sentito in casa. Grazie a Giorgia, alla sua presenza che riempiva le giornate di allegria e novità, siamo stati vicini. Solidali. Quasi una famiglia. Per un po’.
Marta mi accompagnava alle sedute di psicanalisi il giovedì sera. E un pomeriggio ogni due settimane a Pavia dall’omeopata. Insieme ad Alessandro e Giorgia mi accompagnano a Sainte-Maxime per la visita di controllo con l’allievo della dottoressa Kousmine, l’inventrice del metodo per curarsi attraverso l’alimentazione. Noi tre fratelli insieme. Per la prima volta riusciamo a passare un’intera giornata insieme senza litigare, rinfacciare. Ferirci deliberatamente.
Rientrati a Milano, quella sera raccontiamo la giornata alla mamma. Raccontiamo dell’andata. Delle risate con la Giorgia. Raccontiamo del pranzo nel ristorante sulla scogliera fuori Sainte-Maxime. E delle battute della Giorgia. Raccontiamo del viaggio di ritorno. La mamma ascolta. Il sorriso malinconico nascosto dalle fitte della pleurite. E la speranza che finalmente il suo sogno si realizzasse. Il sogno di una famiglia unita.
Ma l’idea di famiglia era un’illusione. Un’allucinazione che aveva colpito sia la mamma che me.
(1995-1997)

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