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GRILLO E L’ESAME DI PROGRAMMAZIONE E CONTROLLO

Ogni tanto lo si incrocia nei corridoi della Bocconi. Non è molto alto. Anzi, è decisamente basso. Occhi chiari e gelidi. Volto rugoso. La calvizie che si fa largo. La bocca disegna un ghigno, un quasi-sorriso mai diverso. Passo lento e autoritario. Il dottor Grillo non cammina. Procede. Nel suo abito grigio. Il Loden appoggiato sulle spalle. Due assistenti ai lati. I suoi pretoriani. Così li abbiamo soprannominati. Il dottor Grillo dirige l’ISU ed è una potenza. La mitologia accademica lo racconta come uno sbrana studenti. Quando lo si incrocia nei corridoi si abbassa lo sguardo e ci si allontana rapidamente con un brivido di inquietudine come compagno di fuga.
Rientro dopo una giornata di studio in biblioteca.

“Riccardo, vieni su”. Papà mi chiama dal suo studio sull’attico.
Scatto. Arrivo. Ci salutiamo.
“Ha chiamato un certo Grillo della Bocconi, vuole vederti domani mattina. Mi ha chiesto come mai sei arrivato al quarto fuori corso e gli ho spiegato delle tue mani”.
Grillo che si preoccupa per gli studenti è roba da fantascienza. Sono curioso e inquieto.

E curioso con il brivido di inquietudine mi presento all’ISU. Entro in “punta di piedi”, come per rendermi invisibile. Mi presento. E mi fanno passare subito. Entro in una stanza piccola. Sobria. Arredamento austero stile “Mondo Office”. Gli scaffali di compensato bianco affollati da libri, faldoni e scatole. Grillo è seduto dietro la scrivania al telefono. Mi pianta gli occhi addosso e mi guida verso la poltroncina sotto la finestra. Mi siedo e aspetto.
Finita la telefonata, Grillo appoggia la cornetta con un gesto nervoso. Si volta verso di me e mi fissa a lungo. In silenzio. Il brivido mi attanaglia.
Poi parla.

“Ecco il grand’uomo. Quello che pensa di farcela da solo”.
Sono interdetto. Non poteva esserci esordio peggiore. Mi sta sfottendo e rimproverando. Il brivido arriva allo stomaco. Dopo una pausa Grillo si lancia.
“Io so cosa pensate voi stronzi di me. Che sono qui per rompervi i coglioni, quasi per il gusto di farlo. Io ho dedicato la vita a questa università. Mi sono laureato quì e non me ne sono più andato. Cazzo. Io sono qui per voi coglioni. A Natale, se uno stronzo come te aveva bisogno di me per risolvere un problema, entrava da quella cazzo di porta e mi trovava su questa cazzo di poltrona”.
La tensione si sta sciogliendo. Grillo sta trasudando passione.
“Lavoro tutto il giorno come uno stronzo per voi coglioni – continua Grillo, sempre più infervorato – E quando ho un momento di pausa sai cosa faccio? Metto una mano in quella scatola e tiro fuori una scheda di un deficiente fuori corso. Sai cosa faccio dopo? Gli rompo i coglioni. Lo metto in croce perché devo capire perché è fuori corso. Ieri mi è capitata la tua scheda e mi sono detto di romperti i coglioni. La prima cosa che faccio sempre è avvisare casa perché nella stragrande maggioranza dei casi i vostri genitori non sanno a che punto siete. Ho cercato tuo padre che mi ha spiegato della tua salute e delle tue mani e che fai fatica a scrivere. E del problema dello scritto di programmazione e controllo. Bene, il fatto è semplice. Fai fatica a scrivere. Non fai lo scritto”.
“Guardi che non voglio trattamenti di riguardo. Mi basta avere mezz’ora in più”.
“Lo vedi che sei proprio coglione. Se fai fatica a scrivere, non fai lo scritto. E basta”.
La decisione è perentoria. Grillo si allunga verso il telefono per chiamare il capo dell’istituto di programmazione e controllo. Si sono laureati insieme. Pochi convenevoli e poi dritto al punto.
“… senti, c’è uno studente che ha un grave problema. Non può dare gli esami scritti, un caso umano. Te lo mando subito lì che ti spiega. Aiutiamolo”.

Sul “caso umano” avevo azzardato un “non esageriamo” che Grillo aveva liquidato alzando gli occhi al cielo e pensando a quanto fossi coglione.
“Bene, questo è sistemato. Poi cosa devi dare?”

“Matematica”.
” Passa l’orale di programmazione e controllo e torna da me”.
Mi accompagna alla porta e mi saluta con un incoraggiante “non fare il pirla”.

Venti giorni dopo passo l’esame di programmazione e controllo. Sono felice con un retrogusto leggermente amaro. Ho conosciuto un uomo straordinario per la sua passione incondizionata per i “suoi” studenti. Ho constatato con amarezza quanto i pregiudizi possono impoverirci. Da quel giorno, ogni volta che ho potuto, ho cercato di raccontare la bellezza di quell’uomo con il loden che ogni tanto si incrocia nei corridoi della Bocconi. E che il ghigno è un sorriso di compiacimento perché sta camminando tra i “suoi” studenti.
(1990)

L’EREDITÀ DI DARIA

Prima leggi: IL TRAUMA PRODOTTO DA DARIA

Presentarmi dando la mano sinistra è un sintomo. La paura di essere giudicato è la malattia. Più grave della CIDP. Perdo una parte del patrimonio che ho faticosamente accumulato vivendo. La fiducia in me stesso. L’essere diretto. Affrontare i problemi con le persone guardandole negli occhi. Si riducono tutti ai minimi termini. Al livello minimo di sussistenza. Imparo a vestire una corazza. Lucente. Che riflette l’immagine dell’uomo che non sono più. Funziona con gli altri. Meno con me. Quando sono solo e rifletto sul senso delle cose che mi circondano il disagio mi depreda della serenità. Ogni giorno di più. Nascondermi non mi piace. Ma è più forte di me. Non voglio essere visto come un malato. Voglio essere una persona, con una malattia. Non vedo la strada. Non la trovo. O, forse, non ho la forza di cercarla.
Intanto continuo a vivere. Lavoro. Gli amici. Qualche compagna, ma nulla di impegnativo. È la paura di lasciarmi andare. Dovrei compiere un atto di coraggio di cui non sono all’altezza. Così non vivo pienamente ciò che la vita mi dà. Monica mi insegue con caparbietà. Cedo. Mi incalza con delicatezza. Ci divertiamo, ma mi guardo dal perdere l’equilibrio. Simona e Rita non passano la soglia dell’amicizia. Eppure, forse. Tatiana crepa la corazza. Subisco una regressione adolescenziale che riesco a mascherare. Quando la storia finisce non ho dubbi: è colpa della malattia.
Il disagio raggiunge il culmine. E non trovo la via d’uscita. Comincio a pensare alla psicanalisi. Ma anche questa è una questione di coraggio. Fiore mi da la chiave per scardinare ogni resistenza: “la psicanalisi ti dà degli strumenti perché tu possa continuare a capirti quando non ce la fai più da solo”. Dalila mi fa conoscere la Zav. Comincio un viaggio straordinario. È una sera d’autunno. La stagione più cupa. Quella adatta per i primi scavi nel mio subconscio. Sto per scoprire tanto. Soprattutto il mio lato oscuro.
(1994-1996)

IL TRAUMA PRODOTTO DA DARIA

Un colpo di una violenza inaudita. Arriva all’improvviso, come una coltellata nel buio diretta allo stomaco. Impossibile prevederla, impossibile schivarla. Una pugnalata che taglia il fiato. Che stordisce.
“Ti lascio”. Daria è stranamente indecisa. Non è da lei.
Indago meticoloso come un inquisitore mentre maschero grossolanamente la preoccupazione.

Siamo insieme da quasi un anno. La storia è nata quasi per caso un sabato di novembre. Quella sera esco malvolentieri. Alle 10 sono pronto. Destinazione casa di Sauro dall’altra parte di Milano. Piove. Mi siedo sul divano sperando che la pigrizia si impossessi totalmente di me. Invece a mezzanotte mi trascino verso la porta. Esco. Senza sapere perché.
L’appartamento in fondo a Via Delle Forze Armate è piccolo e affollato. Le luci sono soffuse. Dall’altra parte del soggiorno una coppia di faretti illumina l’angolo cottura. E Daria. Bionda. Occhi azzurri. Sicura di sé. Allegra e sorridente. Però sta parlando con Alessandro, mio fratello. Come ha fatto a finire quì? Nulla. Meglio abbandonare qualsiasi velleità. Non ci parliamo da un paio d’anni, meglio non peggiorare il rapporto. Saluto tutti.
Antonio e io ci facciamo prendere da una discussione appassionata e ci sediamo in veranda per parlare più tranquillamente finché si allontana per rifornire il bicchiere. Mentre aspetto mi giro verso la finestra per non essere disturbato. Voglio portare a termine la conversazione. “Ho l’impressione che tu sia l’unico che non conosco”. Mi volto e mi trovo di fronte a Daria. Chiacchieriamo fino al termine della serata. Se Alessandro se la prende, pazienza.
La storia con Daria comincia in semi-clandestinità. Daria sta portando a termine la separazione dal primo marito. Venti giorni dopo la sera a casa di Sauro siamo inseparabili. Passano poche settimane e siamo in tre: io, Daria e la sua gelosia. Stiamo insieme dieci mesi tra alti e bassi ritmati dalle scenate di gelosia che diventano sempre più ossessive a acute. In questi mesi conosco Giovenale e Dalila, i suoi migliori amici.
Le cene con Giovenale e Dalila, i fine settimana a Sanremo e le scenate di gelosia scandiscono il tempo fino al lunedì sera di settembre in cui Daria e io siamo seduti in macchina e stiamo tirando le fila della nostra storia. Il suo “ti lascio” è indeciso. Indago. Il bisogno di comprendere la verità mi fa incalzare Daria, mettere un cuneo in ogni contraddizione. Mentre nascondo a stento una strana sensazione di disagio.
“Ricky – Daria rompe una lunga pausa – il fatto è che ho paura della tua malattia. Non riesco ad affrontarla. Poi stai peggiorando…”.

È strano, non sono sorpreso più di tanto. Nell’ultimo mese e mezzo sono effettivamente peggiorato. Piccole cose ma sensibili. Non riesco più a firmare, a tirare su le calze. Da Daria ho percepito un fastidio leggero. Impercettibile ma persistente. Lo riconosco adesso dopo averlo rifiutato nel momento in cui il suo sopracciglio si piegava. Ho la coscienza per rispettare la consapevolezza di Daria di non avere la forza per affrontare una storia difficile. Mi fa male. Ma rispetto la sua onestà. Non ci sono cunei da mettere. Rispondo con un “capisco”. E una lunga pausa. Rotta ancora da Daria.

“Ti amo Ricky – la voce è tornata decisa, mi sta abbracciando – non ti nascondo la paura per la tua salute. Restiamo insieme. Se migliori saremo felici. Se peggiori ci lasciamo”.

È un pugnalata. Il fiato si blocca. Lo stomaco si contorce. Il cervello ragiona a intermittenza. Un unico pensiero mi pulsa in testa: “come dipendesse da me”. Quanti cunei potrei mettere, ma non ha senso. Non ha più alcun senso. Per lei sono diventato un prodotto: soddisfatta o rimborsata.
“Non so se mai ti renderai conto di quello che hai detto. Io non ti voglio più”. E la invito a scendere dall’auto.

Torno a casa guidando a trenta all’ora. Sconvolto da quello che ho sentito. Sconvolto da chi me lo ha detto. Sconvolto dal non essere riconosciuto come persona. Solo dopo mi accorgerò del trauma prodotto da Daria. Per mesi avrò paura di quello che la gente pensa della mia malattia. Per mesi nasconderò la mano destra, quella più compromessa. Per alcuni anni non riuscirò ad aprirmi ai sentimenti.
(1993)

L’UFFICIO, LO ZIP E LA PIPÌ

Arriva il momento in cui la CIDP mi presenta il primo conto: la debolezza delle dita. Comincio così a perdere i primi automatismi. E devo escogitare strategie alternative. Alcune sono immediate, come afferrare il bicchiere con due mani. In alcuni casi non esistono. Soprattutto quando non riesco più a compiere i movimenti fini come allacciare i bottoni o tirare su lo zip dei pantaloni. E questo è un problema quando vado in bagno. In un modo o nell’altro riesco a slacciare i pantaloni. Ma quando ho finito ho bisogno d’aiuto per allacciare i pantaloni e tirare su lo zip.

Il problema si fa serio quando comincio a lavorare. Non c’è la confidenza per chiedere a chiunque di accompagnarmi in bagno, ad aspettare fuori ed entrare per chiudere i pantaloni. In MGD, il mioprimo ufficio, la soluzione è inaspettata. Dopo pochi giorni inizio una relazione con Guendalina. È la figlia dei signori Duncan e lavoriamo insieme. Mi aiuta lei. L’ambiente piccolo e familiare rende tutto più semplice.
Dopo MGD e alcuni mesi sabbaticiarriva la proposta di Dow Jones. Il primo giorno entro nella sede di via Amedei. Arrivo al banco della reception. Un fulmine mi colpisce. Come faccio con il bagno? Semplice. Non ci vado. Non tocco goccia d’acqua. Me ne dimentico proprio, sia dell’acqua che della pipì. Sono le nove.
La giornata finisce alle 19:30. Esco. Prendo la macchina, e torno verso casa. Non c’è molto traffico. In venti minuti sono a casa. Esco dall’ascensore. E mentre suono il campanello ho la sensazione di esplodere. Un riflesso condizionato. La tranquillità di casa sveglia improvvisamente la vescica. La porta non si apre. La pressione aumenta vertiginosamente. Mi attacco al campanello.
La porta si apre. Finalmente. La mamma sull’uscio mi saluta con il sorriso delle grandi occasioni.

“Ciao! Come è andata?”
Non le do il tempo di finire. La spingo di lato e irrompo in casa. Corro verso il bagno. La vescica sta per cedere.
“Seguimi”.
Arriviamo in bagno. Sono salvo.

Secondo giorno in Dow Jones. Lavoro tutto il giorno senza fermarmi. Non bevo. Non vado in bagno. Arrivo a casa più tardi. Mi attacco al campanello. La porta si spalanca. La mamma che ha capito tutto, si è nascosta dietro. Corro verso il bagno con la mamma a ruota. Sono salvo anche questa volta.
Continuerò così per un anno e mezzo.
(1994, circa)

CRONACA DELL’INFARTO (EP. 7) … Gli amici

PRIMA LEGGI: CRONACA DELL’INFARTO (Ep. 6) … Unità coronarica e l’arrivo di Nelly

Rita. Ninfa. Sabina. Mario che è corso in ospedale. E nella sua immensa generosità ha fatto di tutto per aspettare che mi svegliassi dal sonno in cui sono piombato dopo l’arrivo di Nelly. Lo sentivo lontano, lontano, mentre parlava con Nelly. Pensavo fosse un sogno. Gianni una presenza irrinunciabile. Patrizia.
Marco Fiorentini. Da anni ci chiamiamo reciprocamente “fratello”. Non è un caso che abbia fatto di tutto per starmi vicino. Fabrizio, che c’è sempre. Febo, che ha la fobia degli ospedali. E tutte le volte che viene a trovarmi mi sorprende. Corrado.
Dedo. L’impegnatissimo Dedo. Riesce a trovare il tempo per venire a trovarmi. L’amicizia nata sul tatami. Da adolescenti. Trent’anni dopo ci siamo ancora. Dedo, tra gli amici quello più diretto. La persona che più mi ha fatto da specchio nei primi anni della malattia.
Gli SMS che Nelly ha ricevuto. Quello di Ugo. Non ci sentiamo dalla sua crisi con Romana. Risolta la crisi Ugo non ha trovato di meglio che ribaltare responsabilità su di noi. Sono passati cinque anni e l’SMS è laconico: “è vero che Ricky ha avuto un problema al cuore?”. Nelly, schiacciata dalla tensione dell’infarto, dalla consapevolezza della gravità del rischio che ho corso, trova l’energia di andare a vedere. Invece di un’altrettanto laconico “si”, risponde: “il ragazzaccio, non contento di tutti i problemi che ha già, ha voluto farci prendere un bello spavento. È riuscito a prenderlo in tempo e adesso sta bene…”. Un invito. Nessuna risposta.
Le telefonate che Nelly ha ricevuto. Bucc. “Flavio mi ha chiamato quasi alle lacrime”. Nelly mi racconta della chiamata di Bucc. Ascolto. Sono distrutto dalla stanchezza. Vorrei rimandare qualsiasi cosa. Anche questa telefonata. Ne ho tutti i diritti. Invece non ho alcuna esitazione. “Chiamalo, per favore”. Non ci sentiamo da 2 anni per orgoglio. L’orgoglio, il cuneo più subdolo che si insinua tra due amici. L’infarto mia ha restituito Flavio. Fosse solo per questo, ne è valsa la pena.
La rete degli amici si è messa in moto. Nelly e gli amici. Sono fortunato.
(16-21 marzo 2012)

MAI SCHERZARE CON LA MALATTIA (parte 2)

PRIMA LEGGI: MAI GIOCARE CON LA MALATTIA (parte 1)

Sabato mattina entro nel reparto di neurologia al DIMER. Mi stanno aspettando. Incominciamo immediatamente. Ago in vena. Immunoglobuline in circolo. Io sono inchiodato a letto. Mi guardo intorno. La stanza del pronto soccorso è più spoglia delle altre. È una camera singola. Poco male. Anzi meglio. Leggerò indisturbato. Incrocio la mensola della TV sul muro di fronte al letto. Vuota. Il sabato non si prenotano né la televisione né il telefono. Addio Gran Premio di Montecarlo. Da quando sono stato contagiato dalla passione per la Formula 1 non ne ho mai perso uno.

La porta della camera si apre con discrezione. Ugo!

“Cosa cazzo ci fai qui alle 11:00?”.
Risponde con un ghigno di soddisfazione e compiacimento mentre mi mostra un borsone con la cerniera aperta e coperta dal suo giubbotto di renna. Guardo cercando di capire.
“E secondo te ti lascio chiuso qui dentro due giorni senza vedere il Gran Premio di Montecarlo?”. La televisione! Ugo mi ha portato la sua televisione che, combinazione, è identica a quelle che il San Raffaele affitta. La installa sulla mensola. Collega i cavi. La accende. Funziona. Sul muro, alla destra della televisione, campeggia un cartello con su scritto:

“È severamente vietato utilizzare apparecchi televisivi privati”.
Ugo passerà tutto il fine settimana in ospedale a farmi compagnia. Naturalmente ci siamo goduti il Gran Premio di Montecarlo.
Domenica sera, verso le 19:00, ad orario di ricevimento abbondantemente scaduto, la mia attenzione, impigrita dal letto, è attratta da una persona che si aggira in via Olgettina studiando l’inferriata di cinta del DIMER. Dedo!
Lancia un sacchetto di plastica oltre l’inferriata. Si arrampica agilmente. È nel perimetro del DIMER. Un attimo ed è in camera. “Ciao vecchio”. Gelato! Dal sacchetto materializza una confezione di gelato da mezzo chilo. Fragola e limone. Per andare sul sicuro. “Non sono riuscito a venire prima perché avevo organizzato un fine settimana fuori Milano già da tempo”.

“Se lo dici un’altra volta ti becchi un vaffa …”, Il nostro modo di dirci grazie.

Non so se ci sia una relazione tra i due eventi. Mi piace pensare che Ugo e Dedo mi abbiano restituito ciò che io ho dato a Giovenale e Dalila. La certezza è che ciò che diamo torna. Da qualche parte torna.
“Tranquillo”, mi avevano detto Ugo e Dedo due sere prima. Più di una promessa. Un impegno. La rete degli amici si era stretta per non farmi cadere. C’erano. Oggi Dedo c’è ancora. C’è in un modo tanto profondo da avermi insegnato che “la fortuna va divisa con chi ne ha bisogno”. E io sono fortunato.
(Maggio 1997, circa)

MAI GIOCARE CON LA MALATTIA (parte 1)

“Ricky, sono molto preoccupata per Giovenale!”. La voce di Dalila tradisce l’ansia e l’amore per il marito. Sono alcune settimane che ogni tanto mi chiama. Apparentemente per chiacchierare di tutto e di nulla, in realtà per sfogarsi.

Voglio bene a Giovenale e Dalila. Sono tra gli amici più veri. Ci siamo conosciuti tre anni prima quando stavo con Daria. Fin dall’inizio della nostra storia mi aveva raccontato dei suoi migliori amici, una coppia brillante e inossidabile, un esempio. Giovenale leale e spigoloso. Dalila un vulcano di allegria, intelligente. Un punto di riferimento per come “gestire” un uomo. Quando finalmente ci siamo conosciuti non potevamo che andare d’accordo. E così accadde.
Quando, pochi mesi dopo la storia con Daria finiva, come d’abitudine tagliai ponti con i suoi giri rinunciando a malincuore a Giovenale e Dalila. Fu Giovenale a cercarmi. “Ricky, comunque sia andata, fatti sentire”, mi disse nella brevissima telefonata alcuni mesi dopo Daria. Poche sere dopo ero a cena da loro. Stava nascendo una grande amicizia.
La preoccupazione e l’ansia di Dalila per Giovenale questa sera mi inquieta. “Non vuole uscire, non chiama più nessuno, in agenzia è più irascibile del solito. Anche con me parla a stento. Non so cosa fare. Ricky, cosa posso fare?”. Non ho mai tradito il richiamo d’aiuto di un amico. Giovenale doveva uscire di casa. E per convincerlo dovevo trovare un motivo che lo colpisse forte. Se era vero che avevamo nello stesso senso dell’amicizia avevo trovato il pretesto. Io. La mia malattia. “Dali, di a Giovenale che ci siamo sentiti. Che sto peggiorando e che sono depresso. Digli che dovete starmi vicino”. Mi dà piuttosto fastidio prendere in giro un amico. Prenderlo in giro sulla mia salute è detestabile. Oltre tutto da quando, un paio d’anni fa’, sono rientrato al DIMER le mani stanno migliorando costantemente. Ma sentire l’entusiasmo di Dalila all’idea che possiamo farcela mi convince che ho fatto la cosa giusta. Il lunedì dopo siamo alla Ringhiera. Dalila è raggiante. Giovenale brontola tutta la sera. Non sta bene. Devo stargli più vicino. Conoscendolo, devo stargli più vicino con discrezione.
Mercoledì mattina mi sveglio con le mani intorpidite stranamente. Inaspettatamente. Perdo nettamente funzionalità alle dita della mano destra. Giovedì mattina la perdita di funzionalità è costante. Così rapidamente non mi è mai capitato. Chiamo il DIMER. E venerdì pomeriggio sono in ambulatorio davanti a Vittorio, il primo assistente del Prof. Mi visita. Chiama il reparto. “Abbiamo un letto p.s. (pronto soccorso) libero?”. Attende la risposta. Ascolta. Mi guarda: “domani mattina sei ricoverato. Presentati in reparto alle nove che incominciamo subito con le immunoglobuline”. Non sono ancora passati i tre mesi canonici tra un ricovero e l’altro. Per la prima volta da quando sono comparsi i sintomi anni fa sono preoccupato. Più per il ricovero d’urgenza che per il torpore.
La sera, come tutte le sere, vado alla Ringhiera. Ugo e Dedo sono già arrivati. Stanno vivendo una birra al bancone. Li raggiungo e racconto tutto.

“Come ti senti?”, mi chiede Ugo guardandomi dritto negli occhi.
“Sinceramente?”. Ugo e Dedo mi rispondono con un silenzio rumorosissimo, guardandomi negli occhi come solo chi in quel momento non ha altra preoccupazione.
“Ho paura. Questo fatto del ricovero d’urgenza. Non vorrei che nascondesse qualcos’altro”.
Ugo e Dedo mi abbracciano forte. Contemporaneamente. “Tranquillo”.
“E poi c’è una cosa che mi fa incazzare. Entrando di sabato non posso affittare la televisione. Così domenica mi perdo il Gran Premio di Montecarlo”. Lo dico perché mi fa incazzare veramente e per mandare il momento in vacca. È venerdì sera. E siamo alla Ringhiera per divertirci.

La mattina dopo sono nel letto del p.s. della neurologia del DIMER. Con un ago nel braccio e le immunoglobuline che stanno entrando in circolo.

Ho giocato con la mia salute per aiutare un amico. E due giorni dopo ho incominciato a peggiorare. Mah …

(Maggio 1997, circa)

L’INIZIO (EP. 8) … Uick (Io) non si deve stancare e il sesso

PRIMA LEGGI: L’INIZIO (EP.7) … Ricky non si deve stancare

“Dottor Greblo, come faccio a capire come sta Riccardo, se peggiora?”. Per una madre, un figlio ammalato è una sfida in cui getta tutta se stessa. L’istinto di protezione, la voglia del suo bene la spingono oltre tutti i limiti di sopportazione fisica e psicologica. Deve farlo guarire. E ci riesce spesso. La malattia degenerativa è devastante. Per il figlio che la subisce. Per la madre che vede il figlio spegnersi lentamente. Il vigore della madre si infrange quotidianamente contro l’ineluttabilità della degenerazione. L’istinto di protezione, sistematicamente castrato dall’incapacità di far cambiare la rotta, cerca nuovi varchi. Trova nuovi modi di esprimersi.
Nonostante io non voglia, la mamma si muove dietro le quinte. Chiede, indaga, cerca di capire. Si batte nell’ombra. E nell’ombra sfoga la sua frustrazione. Le amiche che accolgono la sua tristezza. Con me invece non cambia. Almeno nei primi anni. Sorride. S’arrabbia. Come al solito. Della malattia con me parla il minimo indispensabile. Il suo modo di proteggermi. Il suo modo di lottare. Tenermi tranquillo.
“Come faccio a capire come sta Riccardo, se peggiora?”.

Pagina è in alto “Guardi come muovere le mani, se si stanca prima, se dorme meno”. Il Dottor Greblo, il nostro medico della mutua, da alla mamma una serie di indicazioni puntuali.
“Grazie dottore”, conclude la mamma.
“Si figuri. Buona sera …. Aspetti! L’ultima volta che Riccardo è venuto a farsi visitare mi sono dimenticato di chiedere una cosa. Lo faccia lei per me, per favore”.
“Mi dica”.
“Gli chiede se le sue prestazioni sessuali sono peggiorate?”.
“Certamente”.

Certamente!? La mamma è estroversa, chiacchierona, parla di tante cose. Ma parlare di sesso no. Non ci riesce. A parole è una madre moderna. E per alcuni aspetti lo è. Ma il sesso fa emergere il suo lato borghese. Non me lo chiederà mai. A costo di non saperlo. Però la pulce è entrata nell’orecchio. E ogni giorno si insinua sempre più in profondità.

Da due anni sono fidanzato con Diane. Francese per metà. Estroversa, brillante, arguta, a volte irriverente. Impossibile da mettere in imbarazzo. Diane e la mamma non potevano che andare d’accordo. Vanno tanto d’accordo che, alle volte, quando Diane mi telefona a casa e risponde la mamma possono passare minuti a chiacchierare prima che me la passi.
“Buongiorno signora, sono Diane, c’è il Uick”. La simpatia di Diane è accentuata da una “erre” così francese da uscire come “u”. In quegli anni sono stato Uick per quasi tutti. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, lo sono ancora per lo straordinario clan Bucciarelli.

“Sì c’è, Diane. Come stai?”
“Bene grazie. Lei?”
“Io sto bene Diane, come va l’università?”
“Insomma signora, sto faticando con diritto penale”.
“So che è duro. Anche il figlio di …”. E la mamma racconta l’aneddoto del figlio di un’amica con la sua solita maestria. Diane domanda. Ride. Scherza.
“Comunque signora, io mi impegno al massimo”.
“Lo so Diane, hai un gran carattere. Sono proprio contenta anche per il Rick”.
“Anch’io sono fortunata”. Diane risponde sempre a un complimento con un complimento.
“Ormai sono due anni …”
“Sì …”
“Siete proprio una bella coppia, e non lo dico da mamma”.
“Si, … e poi il Rick è sempre gentile”.
Diane incomincia a cercare di capire dove stia puntando la mamma. La mamma sta prendendo la rincorsa.
“Sai Diane, sono un po’ preoccupata per la sua malattia”.
“Anch’io un po’. Ma stia tranquilla sono molto innamorata e gli sto vicina”. Diane rassicura la mamma, pensando di aver capito.
“Lo so Diane, sei proprio una brava ragazza. … A proposito … quando … siete soli … fate …”. La mamma fa una pausa sperando che Diane capisca.
Diane afferra il passaggio: “certo signora. D’altra parte abbiamo 25 anni …”.
“Certo, certo …”, interloquisce la mamma mettendosi sulla difensiva. E le pause si allungano.
“E … e … – cerca di continuare la mamma – tu … tu … come … come ti trovi?”. La mamma riesce a concludere tutto d’un fiato.
“Ah, benissimo”. Risponde Diane per nulla intimorita.
La mamma prende coraggio.
“Non è che il Rick … con la malattia …”. La mamma si lancia.
“Oh signora, guardi, non potrei essere più soddisfatta”, risponde Diane di botto.
La mamma vede il traguardo. E si carica.
“Ecco Diane, non farlo stancare”. Missione compiuta. Ha scoperto delle mie prestazioni sessuali e si è liberata del fardello della protezione del figlio. Ora è tranquilla. Rilassata. Ma non conosce Diane fino in fondo che risponde con la velocità del fulmine.
“Non si preoccupi signora, se si stanca vado sopra io”, rassicura con assoluta decisione.
La risposta è inaspettata quanto destabilizzante.
“Vai sopra tu … ?”. La domanda della mamma è istintiva. Domanda scandendo le parole lentamente. Contemporaneamente cercando la risposta.
“Sii signora, sto sopra io”, spiega Diana tranquillamente.
“Ah già … si, si”, risponde la mamma cercando di darsi un tono e mal celando l’imbarazzo.
La mamma rompe il silenzio di una lunga pausa.
“Diane”
“Si”.
“Giurami che non dirai mai al Rick di questa telefonata”.

Ho saputo di questa conversazione da Diane. Non stavamo più insieme da alcuni anni. Non ho mai detto nulla alla mamma.
(1990 circa)

IL DITO … ovvero, piccoli imprevisti, piccoli segnali.

Il dolore è allucinante. Lancinante. La sensazione netta dello strappo. Del distacco. Anzi, dello sradicamento. Un dolore mai provato prima. Per di più improvviso. Talmente acuto e improvviso da mozzarmi il fiato. Per un istante vedo, come nella migliore tradizione, le stelle, tutte le galassie. Anzi, vedo il big bang. Una metafora più appropriata per descrivere la miscela dirompente di dolore e sorpresa. Dal profondo della mia gola sento partire l’urlo. Gli occhi spalancati. Gonfi. L’urlo arriva in bocca. È sul punto di esplodere. Ma viene soffocato dal panino meraviglioso che ho appena addentato.
Sono al bar di piazza Lodi durante la pausa pranzo di una tranquilla giornata di lavoro in MGD. Guendalina e io abbiamo deciso di concederci un pranzo frugale fuori dall’ufficio. Per rompere il ritmo. Per chiacchierare un po’. Da soli. Entrando ho ordinato un panino: pane francese, mozzarella di bufala e prosciutto crudo al coltello. Il prosciutto è straordinario. Entrando nel bar il suo profumo mi ha guidato fino al bancone. Era lì. Quasi ad aspettarmi. Rosso, dolce, la parte finale. La più saporita.
Il cameriere ha appena appoggiato i piatti sul tavolino. Guendalina prende il mio panino e sistema il tovagliolo. Lo stato attuale delle mani non mi permette di fare movimenti fini come sistemare un tovagliolo di carta. Ma un panino riesco ancora a gestirlo egregiamente. Basta che lo tenga con due mani. Lo afferro saldamente. Il pane è perfetto, leggermente tiepido. Portandolo verso la bocca pregusto il primo boccone. Lo morsicherò lentamente. E lentamente lo morsico. La crosta croccante si spezza. La mollica tiepida. La bufala fresca e morbida. Il prosciutto delicato e sottile. No. Non è sottile. Almeno una fetta deve essere piuttosto spessa. Tanto spessa da bloccare gli incisivi. E da interrompere lo stato di estasi culinaria nella quale mi stavo calando.
Istintivamente, rilasso leggermente i muscoli della mandibola e li contraggo con forza. Devo spezzare la resistenza della fetta di prosciutto. Un colpo secco mentre con le mani torco il panino verso sinistra. Per staccare tutto, subito. Voglio il boccone.
Il dolore è allucinante. Lancinante. La sensazione dello sradicamento. Ho provato tantissimo dolore in molte occasioni. Un dolore simile al dito e in assoluto non l’ho mai provato. Dito? Cosa ci fa l’indice della mia mano destra in bocca in insieme al panino? Perché non l’ho sentito al primo, leggero tentativo?
 Guardo Guendalina che ha appena capito. E sta goffamente trattenendo una risata. Il risvolto comico prende il sopravvento. Allontanano il dito dai denti. Lo osservo attentamente mentre gusto il boccone. Rido. Mentre il dito mi osserva.
Il dito indice della mano destra. Quello che non mi permetteva di abbattere l’elicottero al gioco nelBaby Bar quando ancora non sapevo nulla della mia malattia. Quando tutto stava per incominciare. Metaforicamente mi sento come se lo avessi punito per le tante partite perse. Meno metaforicamente il dito mi ha richiamato: “non ti sembrerà grave – dice – ma se non mi senti quando stai per morsicarmi, non dimenticarti che la questione è seria”.
Tutti gli eventi nascondono un significato. Anche quelli più piccoli. Sta a noi saperlo cogliere. Il dito mi ha aveva appena richiamato all’ordine per la seconda volta.
(marzo 1992, circa)

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L’INIZIO (EP.7) … Ricky non si deve stancare

“Ricky,  sei stanco?”. La domanda di Guido è legittima: sono appena caduto.
“Affatto”, rispondono mentre mi spazzolo la neve dai pantaloni colpendo la coscia con le mani.
“Dai ragazzi, riposiamoci un po’”. È Ugo a chiederlo. Dalla mia caduta sarà passato un minuto.
“Stai scherzando! Tu che hai bisogno di riposarti!? Non ci credo”. Sto  sfottendo Ugo sfacciatamente esponendomi   alle sue ritorsioni. Dei miei amici è in assoluto il più permaloso. Ma compensa con  una grande generosità. Se entri nel suo cuore  ti  dà tutto.
Siamo a metà della pista nera di Folgarida. La neve è  fantastica, dura e compatta. Gli sci tengono in modo magistrale. Nella vita di uno sciatore le giornate che rasentano la perfezione sono poche. Questa è una di quelle. È pomeriggio inoltrato, voglio farla un’altra volta. E non possiamo fermarci. Rischiamo di perdere l’ultima  seggiovia per Marilleva.
“Ugo, non rompere. Abbiamo appena il tempo di farla un’altra volta”,  polemizzo. “Non fare il coniglio”, cerco di fare leva sul suo ego con l’epiteto che ci lanciamo in università quando non ci presentiamo ad un esame.
“Ricky dai – interviene Guido – prendiamocela comoda così non ci stanchiamo”.
Ancora con la stanchezza. O sono ossessionati oppure…
“Ragazzi, mia mamma  vi  ha detto qualcosa?“
“Cazzo dici?” rispondono quasi contemporaneamente.
“Ok. Cosa vi ha detto?”
Venerdì sera, prima di partire, mamma si era appartata con Ugo e si era raccomandata che mi controllassero: con il “problema” che stava comparendo  era meglio che non mi stancassi. Non si era rivolta a  me. Aveva preferito vigilare da lontano. Aveva preferito non affrontarmi direttamente. Un contorsione che avrei capito molto tempo dopo. Due anni dopo la sua scomparsa.  Voleva solo proteggermi dalla sua ansia, quella  resa acuta e  lacerante dall’incertezza. In fondo per la  risonanza magnetica al cervello anch’io avevo cercato di proteggerla. Dovevano passare quasi 15 anni prima di scoprire quanto di lei fa parte di me.
(febbraio 1988, circa)