Archivi categoria: Vivere con la CIDP

NON CE LA FACCIO PIÙ

Prima leggi:DALL’INTERFERONE AL TRAPIANTO DI MIDOLLO 

Mi hanno fregato. Oggi sono arrivati prima. Anzi, quasi subito. Febbre, tremori, dolore alle ossa. Non si sono palesati con la solita progressione. Mi hanno aggredito. Con veemenza. Pochi minuti dopo la puntura di interferone mi sto trascinando verso il letto.

Da tre mesi l’interferone mi tiene compagnia. Ogni fine settimana. Dopo cena si fa largo tra le fibre del gluteo. Viene assorbito. Tre ore dopo si presentano gli effetti collaterali. Spedisco una Tachipirina a contenerli. E vado a dormire. La domenica recupero. Da tre mesi tutti i fine settimana sono immolati all’interferone. Nessuno escluso. Ma, soprattutto, nessun effetto sulla CIDP.

Mi lascio cadere sul letto. Stanco. Demoralizzato. Mi sdraio. Sistemo il piumone. Appoggio la testa sul cuscino. Tremori e dolore arrivano alla fase acuta. Prendono il controllo. Chiudo gli occhi. Mi arrendo agli effetti collaterali. Non oppongo resistenza. Lascio che mi attraversino.

Sono stanco. Stufo. Gli anni di lotta alla CIDP si fanno sentire. All’improvviso. Come il dolore dell’interferone. Un peso mi schiaccia l’anima. Inaspettato. La pressione aumenta. Che senso ha? Che senso ha combattere?

Il respiro si allunga. Si fa più profondo. Più lento. Nel petto si gonfia il disagio. Lungo. Profondo. Lento. Inspiro dal naso. Lungo. Profondo. Lento. Espiro dalla bocca. Lungo. Profondo. Lento. Disagio, tensione, frustrazione. Si mescolano nel petto. Lungo. Profondo. Lento.

“Perché?”. Sussurro. Tremando. Non è l’interferone.

Lungo. Profondo. Lento. Nel petto le prime crepe. Il respiro si incasina. Naso. Bocca. Naso. Naso. Bocca. Naso. Bocca. Bocca. Bocca. Lungo. Profondo. Lento.

La pressione aumenta. Voglio urlare tutta la mia frustrazione. Il peso è allucinante. Anni di visite, terapie, ricoveri, aghi che cercano e non trovano vene per aspirare sangue, abocat che cercano e non trovano arterie per infondere immunoglobuline, elettromiografie. Anni di adattamento, a imparare da un cane come bere il caffè dal bicchierino, a inventarmi un modo per mettere il dentifricio sullo spazzolino, tenere la forchetta, aprire la porta di casa. Anni di accettazione di una condizione debilitante che mi ha costretto a rinunciare a fare e accettare di dipendere da qualcun altro per allacciare i polsini prima, poi i bottoni, poi la cerniera, poi le stringhe, poi le calze, poi ogni mese una nuova rinuncia. Anni di gestione della malattia. Proteggendo la mamma. Combattendo contro papà. La sua morte. Anni di lotta. Anche contro le illusioni dei miglioramenti. Anni controllati e liberati da una puntura di interferone. Come se l’ago avesse bucato l’involucro che ne custodiva la sofferenza. Naso. Naso. Bocca. Lungo. Profondo. Lento. Voglio urlare. Gli anni di sofferenza mi bloccano. Mi tagliano il fiato.

Arriva. Finalmente arriva. Si gonfia. Cresce. Supera la palpebra e rotola giù per la guancia. Poi un’altra. Un’altra ancora. Sempre più spesso. Non oppongo resistenza. Le lacrime diventano un rivolo. Piango. Il respiro si rompe. I singhiozzi rompono definitivamente il respiro. Lungo. Profondo. Lento. Veloce. Corto. Piango a dirotto. Sommessamente.

Fuori dalla camera sento dei passi. Si fermano dietro la porta. Piango e singhiozzo sommessamente. Aspetta dietro la porta. E ascolta. La maniglia si piega lentamente. Lentamente la porta si apre. La lama di luce taglia il buio. Marta!

Esita. Poi si avvicina al letto.

“Ricky, cosa c’è?”. Parla sottovoce.

Veloce. Veloce. Profondo. Naso. Naso. Bocca. Piango. Meno sommessamente.

“Ricky, cosa c’è?”. Seduta sul bordo del letto continua a parlare sottovoce.

Piango. Sommessamente.

“Ricky, cosa c’è?”. Sussurra.

Passano pochi lunghissimi secondi. Marta mi abbraccia. La sua guancia si appoggia delicatamente alla mia. Le mani mi stringono le spalle.

Sto condividendo la mia frustrazione. Disagio, sofferenza e dolore esplodono.

Piango tutta la mia disperazione. Non trattengono nulla.

La moquette del corridoio attutisce il rumore dei passi. La porta della camera si apre un po’ di più. Mamma…

“Rick…”

Marta lentamente volge lo sguardo verso la sagoma illuminata dal lampadario nel corridoio. Avvicina l’indice alla bocca e soffia delicatamente “sssssh”.

Poi, delicatamente, indica un punto immaginario del corridoio. Mamma capisce. Si gira. Abbassa la testa. Si allontana accostando la porta.

Non ho più energie. Il pianto è diventato un soffio sottile. La disperazione ha trovato le riserve più segrete. Ne ha fatto razzia.

Marta ci riprova.

“Cosa c’è Ricky”. Il sussurro la fa sembrare lontanissima.

“Non ce la faccio più…”.

“Lo so…”.

Rimaniamo lì. Fermi.

Mi addormento. Con mia sorella che mi abbraccia.

Non siamo mai stati così vicini.

——————————

Domenica mattina. Mi trascino verso il bagno. Mi siedo sul water. Alzo la testa lentamente. I miei occhi incrociano il mio sguardo nello specchio. Abbasso il mio. Gli occhi gonfi mi riportano alla sera. Devo affrontarmi. Rialzo lo sguardo fino ad incrociarmi.

“Va tutto bene…”. Mi dice.

“Va tutto bene…”. Rispondo.

“Sei pronto a scegliere?”. Mi domanda.

“Come sempre…”. Rispondo.

“La vita. Con dignità. Sempre”.

Il serbatoio di energia si sta ricaricando.

(Febbraio, 1998 circa)

 

VINCERE

Non nascondere la malattia. Il miglior modo per celarla, senza premeditazione. È una conseguenza naturale del vivere non pensando alla CIDP, al Parkinson e al cuore. Così gli altri se ne dimenticano. E io ogni tanto ci gioco. Un equilibrismo con l’ironia di chi mi è di fronte. Che diventa un gioco di brevi e potenti risate quando oltre l’ironia si riscopre l’autoironia.

La sigla “Mdd” vibra sul display del BlackBerry. È passato tantissimo tempo dall’ultima volta che ci siano sentiti. Troppo.

Sorrido.

Avvicinino il pollice al tasto verde del BlackBerry. Tremando tanto da far impazzire un sismografo. “Questo cazzo di Parkinson mi fa perdere un casino di tempo”, penso, mentre colpisco tutto ma non il tasto di risposta. Ci riesco al quarto tentativo.

“Pronto!”, rispondo allungando la seconda “o” in segno di giubilo.

“Buonasera Riccardo”. Voce impostata, incrinata da un impercettibile piega ironica. Riesco a vedere il ghigno appena accennato da chi si trattenendo. C’è aria di annuncio.

“Buonasera Marco”. Imposto la voce con altrettanta enfasi.

“Riccardo…”

“Si…”

“Riccardo, sei seduto?”

È un’occasione per giocare. E la colgo al volo. L’avversario è impegnativo. Rido.

“Marco?”

“Si?”

Faccio un breve pausa.

“… Ma che cazzo di domanda mi fai?…”. E libero la risata.

Dall’altra parte del collegamento Marco fa una pausa infinitesimale. Ride. E ribatte prontamente.

“… Appunto. Riccardo, hai allacciato anche la cintura di sicurezza?”

“Vai!”

“Riccardo, ufficiosamente ti annuncio che abbiamo vinto la gara”.

Marcodd racconta particolari e retroscena e, in pochi minuti, la telefonata diventa una lunga, piacevole conversazione su tutt’altro.

Vinco , tutte le volte che qualcuno si dimentica della mia salute.

 

(Dicembre, 2014)

 

CRITICHE AGLI EPISODI

Badavo ai badanti, il blog, nasce il 18 dicembre 2011. Fra poco più di un mese compie anni. È nato come una sfida. È continuato come una passione. Si svilupperà in un libro. Diventerà, forse, l’architrave di un progetto.

Scrivere di se stessi non è facile. Soprattutto se lo si vuole fare anche per qualcun altro. Per quella persona, lontana o sconosciuta, in difficoltà e incapace di reagire. Per ispirarla, lo dico con estrema umiltà, per dirle che nonostante tutto si può andare avanti, devo essere onesto. Non posso essere altro. Scrivere onestamente è un dovere. Una condizione necessaria. Scrivere onestamente vuole dire mostrare apertamente me stesso, le mie debolezze. Onestamente significa rispettare la verità dei fatti. Sia che io ne esca bene. Sia che ne esca male. L’onesta è un prerequisito di questo racconto. Con me stesso, per esserlo con chi mi legge. Racconto ciò che è successo. Come ho vissuto il momento. Come lo ho affrontato. Le conseguenze che ho sopportato o goduto.

Una complicazione è inevitabile. Raccontare le storie delle vite che hanno incrociato la mia. Soprattutto quando gli incroci hanno provocato sofferenza. Raccontare un episodio che coinvolge qualcun altro non è facile se il legame si è spezzato dolorosamente. Allora cerco di raccontare solo quello che serve a far capire la mia vita. Cerco di delineare le personalità attraverso i fatti. Non attraverso le mie opinioni. Giunto alla soglia del mezzo secolo, metà vissuto da invalido, ho conquistato un discreto equilibrio. Non serbo rancori. E non scrivo per recriminare.

Sono stato criticato per come ho raccontato alcuni episodi familiari e ho pensato a lungo se rispondere. Questo post, parzialmente ispirato da quelle osservazioni, è in parte una risposta. A proposito delle critiche. Sono aperto a riceverne sul racconto degli episodi se rispondono ad alcuni requisiti. Che l’autore prima legga tutto il blog. E si impegni a ricostruire correttamente le vicende e la loro cronologia. È uno sforzo che deve ai lettori. Allora accetterò il confronto. Diversamente risponderò con un semplice grazie e non pubblicherò il commento.

Invece, a proposito dei miei rapporti familiari odierni, rispondo pubblicando una lettera scritta nel 2009 in risposta all’invito di Paolo di riavvicinarmi a Marta.

Ciao Paolo! La tua risposta mi sorprende piacevolmente perché mi hai di fatto risposto e soprattutto perché ne deduco che il tuo rapporto con Marta abbia raggiunto un equilibrio che non può che giovare principalmente a Giorgia.

È molto difficile risponderti brevemente. Quindi, a costo di sembrare logorroico mi dilungherò un po’, ma penso che la tua riflessione lo meriti. Incomincio con una premessa. Da quando siamo arrivati alla rottura, giorno che ahimè mi ricordo benissimo, ho deciso di prendere una posizione e di portarla avanti in modo rigoroso. Non sarei mai più entrato in uno dei giochi preferiti della nostra famiglia: raccontare agli amici comuni, agli zii, ai cugini, eccetera “le cose che lui o lei ha fatto a me … quindi io sono migliore di loro”. Tantomeno lo farò ora. Anzi, ti aggiungo che a mia moglie stessa, Nelly, quando ci capita di parlare di Alessandro o Marta, ripeto sempre che i fatti della famiglia Taverna visti dal loro punto di vista e quindi da loro raccontati non possono che dare loro ragione.

 Ti racconto un fatto che pochi sanno. Gli ultimi mesi in cui ho vissuto a Milano 2, prima che vendessimo la casa, sono stati veramente difficile per tutti, nessuno escluso. La mamma stava morendo, io avevo appena subito un trapianto di midollo micidiale del punto di vista fisico ed emotivo. Sono dell’idea che in questi momenti si vedono le qualità morali delle persone. Prima di traslocare nella mia nuova casa, ho vissuto un mese in albergo. In quel mese, riflettendo sugli ultimi mesi passati a Milano 2, ho capito che nel mio futuro da disabile avrei dovuto contare solo sulle mie forze. Per cui ho scelto di non cercare per alcuni mesi parenti, zii, cugini, amici dei miei genitori e tutte le persone che avevano giurato che mi sarebbero state vicine per mettere alla prova la forza dei legami. (ne approfitto per aggiungere una cosa della quale sono convinto. Sono convinto che avere un parente o un amico disabile non sia una cosa facile e che tuttavia non ho mai giudicato quelli che hanno smesso di vedermi o di sentirmi per il disagio di dovermi “gestire”: venirmi a prendere, aiutarmi a camminare, portarmi indietro eccetera). Concludendo, in quei mesi ho capito su chi potevo contare, quelli che erano sinceri e ho scoperto gli ipocriti e i deboli ma, soprattutto, ho capito che ce la potevo fare.

In quei mesi ho anche fatto delle scelte ancora più difficili. Ho lasciato la società di comunicazione della quale ero socio per mettermi in proprio, non per approfittare delle leggi che favoriscono l’assunzione di disabili (avrei potuto staccare dei contratti molto interessanti). Ho aperto la mia società di consulenza inventandomi una nicchia che in cinque anni l’ha portata, insieme ai giovani collaboratori che ho trovato e a partner prestigiosi ma folli che si sono lasciati coinvolgere dal progetto di un disabile, ad essere un punto di riferimento professionale e culturale per tutto ciò che riguarda la reputazione d’azienda e la CSR per aumentare il valore delle imprese: per quel che riguarda la consulenza alle organizzazioni del terzo settore siamo considerati un interlocutore indispensabile.

Quando incominciai questa strada mi davano del matto: “ Ricky nelle tue condizioni non puoi rischiare…”… ma ce la sto facendo. Perché ce la sto facendo? Perché ho fatto della mia serenità l’unico diritto imprescindibile e irrinunciabile sul quale costruire il mio futuro anche perché, ammettiamolo, tra clienti da gestire, il budget, collaboratori da gestire, badanti inetti e altre amenità di motivi per stressarmi ne ho. Parallelamente a ciò mi sono imposto di essere intellettualmente onesto con lo stesso rigore… a partire da me stesso.

Ti racconto un episodio: quando ho capito di essere innamorato di una donna straordinaria prima di chiederle di sposarmi le ho chiesto di accompagnarmi a una visita di controllo dal neurologo. Al termine della visita ho chiesto al neurologo di raccontare a Nelly nel modo più chiaro ciò a cui sarebbe andata incontro restando insieme a me nel caso peggiore. Solo dopo le ho chiesto di sposarmi.

Caro Paolo, non voglio farti l’apologia di Ricky. Ti ho raccontato queste cose perché se c’è una cosa della quale sono consapevole è che tutte le volte che Alessandro, Marta e Ricky si sono incrociati, anche con tutta la buona volontà, la tensione, per usare un eufemismo, ha battuto la serenità andando sempre a peggiorare rapporti già problematici (e questo è un altro eufemismo). E sull’altare della serenità ho fatto sacrifici e rinunce. In assoluto hai ragione quando dici che “i nostri cari sono una priorità sempre e a qualsiasi costo”. Purtroppo in quei mesi di cui ti ho raccontato e negli anni in cui ho vissuto da solo ho imparato, assumendomi la responsabilità delle mie scelte sperando sempre che anche gli altri si assumano le loro, che non è sempre così: nella famiglia Taverna sono “i cari” che hanno procurato ai propri “cari” la maggiore sofferenza. Dico questo mettendo tutti sullo stesso piano. Prendendo alla lettera la tua domanda, per fare pace con Marta dovrei avere dei motivi di rancore che non ho più (e l’ho scoperto rispondendoti. Di questa cosa ti sarò sempre grato). Sei molto gentile ad offrirti di “intermediare”, ma se dovesse mai accadere che Marta ed io ci incontriamo, ciò deve avvenire per una nostra iniziativa diretta, almeno io la vedo così. D’altra parte se nessuno dei due si è mosso verso l’altro vuol dire che andava bene così ad entrambi. Sarò sincero fino in fondo. In questi anni Marta non mi è mancata, Giorgia si. È stato il più grande sacrificio che ho fatto per la serenità. Ti abbraccio Ricky

WINDSURF

“Non esiste, Momi… non esiste…”

È un mormorio. Quasi inconsapevole. Ma squarcia il torpore della domenica pomeriggio con la decisione di un bisturi. Improvvisamente.

“Cosa, amore?”, Le parole superano le labbra di Simona calpestandosi, contagiate dal caldo e dall’umidità.

“Non esiste che a ventun anni, in una fantastica domenica pomeriggio di luglio, tu e io siamo seduti su un divano a guardare “Domenica In” come due vecchi”.

Momi si siede sulla punta del cuscino. Ho la sua attenzione.

“Quest’estate impariamo uno sport. Canoa fluviale, arrampicata, windsurf,… scegli tu”.

“Windsurf”. Momi risponde risoluta.

Il windsurf entra nella mia vita il mese dopo. L’ultima settimana di agosto. Sul lago di Garda, in un campeggio di Toscolano Maderno. Cinque giorni di corso. Quattro passati a cadere dalla tavola e ad arrampicarmi indietro. Quattro giorni di lividi, graffi ed escoriazioni. Oltre a una discreta dose di imprecazioni. La mattina del quinto giorno, sul filo di lana, mentre sto per arrendermi all’evidenza che il windsurf non fa per me, qualcosa scatta. Navigo. Pochi metri. Cado. Mi graffio. Impreco. Mi arrampico. Navigo per pochi metri e qualcosa in più. Cado. Impreco. Mi arrampico. Navigo. Navigo. Continuo a cadere. Ma capisco che ce la posso fare.

A settembre il prato del lago di Piona, sul lago di Como, sotto Colico, diventa il nostro divano. Quando sale la Breva, il vento termico che nel pomeriggio soffia da sud ci alterniamo in acqua sulla tavola di Maurizio, il compagno di Marica, la sorella di Simona. Ce la sto facendo. A ottobre compro la mia prima tavola.

(1985 circa)

 

FABRI, IL FREDDO, IL PARKINSON E UN’AMICIZIA PIÙ GRANDE DI QUELLA CHE SEMBRA.

Capita di dover uscire controvoglia. Dopo cena. Contro pioggia e vento freddo. Controvoglia per il tempo infame. A favore dell’uscita: raggiungere Nelly alla presentazione di un prodotto naturale antiinfiammatorio, immunomodulante e virtù varie.

Fabrizio è passato a prendermi. Andremo insieme. Il prodotto interessa anche a lui.

Ci siamo conosciuti in Grecia. A Paros. Quasi vent’anni fa. Un’amicizia improbabile. Da lontano sembriamo così diversi. Così uguali, conosciuti da vicino. Ci siamo legati con il passare del tempo. Con fili sottili all’apparenza. Che hanno tessuto una trama inestricabile. Fabri è un amico discreto. Ma non manca mai. Quando nel letto dell’unità coronarica ho aperto gli occhi Fabri era li. Seduto sulla sedia. Mi ha salutato con il suo sorriso coinvolgente incorniciato dai capelli sempre lunghi. Tranquillo. Allegro. Positivo. E affettuoso. Come il suo sorriso. È Fabri. C’è. C’è sempre.

Parcheggiamo e ci dirigiamo all’indirizzo. L’acqua ci accompagna. Ci accompagna anche il vento freddo. Arriviamo al 28/A. Controlliamo l’SMS di Nelly. C’è scritto 28. Ma non lo troviamo. Fabri scatta verso l’incrocio per controllare che sia dietro l’angolo del palazzo. Nulla. Torna indietro. Citofona al 28/A. Tanto per provare. Nulla. Tre tentativi. Tutti senza risposta.

“Mi fumo una sigaretta. Tanto mancano cinque minuti…”.

Seduto sulla carrozzina guardo Fabri. L’occhiata è di intesa. Arrivando in macchina abbiamo chiacchierato del più e del meno. Senza che ce ne fosse bisogno. L’Inter. Il lavoro. La mia salute. Ogni tanto qualche lunga pausa.

Mentre aspettiamo ascoltiamo i rumori della città smorzati dalla pioggia leggera. Incrocio le braccia. Ogni tanto rompiamo il silenzio con qualche battuta.

“Roby e Isabella?”

“Bene”. Il sorriso di Fabri è una dichiarazione d’amore verso i suoi figli.

Pausa. Lunga.

“Hai freddo?”, domanda Fabri laconico. Quasi disinteressato. Più per incrinare il silenzio.

Contemporaneamente le mie braccia subiscono un scarica di tremori.

“No… è il Parkinson”, rispondo altrettanto laconico. Quasi disinteressato. Più per il dovere di dare una risposta.

Fabri tira una boccata di fumo. Si guarda la punta delle scarpe vagamente perplesso.

“Ma io volevo solo sapere se hai freddo?”. Mentre nota le mie braccia in preda a una nuova scarica vibrazioni.

“Ah,… non ho freddo…”. Io continuo per la mia strada.

Fabri mi abbraccia. Delicatamente.

Pausa. Lunga.

Fabri accenna a ridere. Più che altro un sussulto. Pausa.

Ripenso allo scambio. Sussulto anch’io.

“E la gara per il bilancio di sostenibilità del birrificio?”. La domanda rimane sospesa per un momento.

“Vinta “.

Fabri tira un boccata di nicotina mentre butta lo sguardo distrattamente verso la piazzola.

Sorride. E trattiene una risata. Pausa.

Ciondolo con la carrozzina. Ho lasciato le pedane in macchina come mi capita sempre più spesso. Mi muovo spingendo con le gambe. Una parvenza di autonomia.

Trattengo una risata. Pausa.

Non si può ridere per una simile idiozia. E soffoco una risata con sempre maggiore fatica.

Fabri si incammina verso l’angolo ridendo sommessamente.

“Cosa ridi?” gli intimo per niente convinto. Ridendo.

Continuando ad allontanarsi, Fabri mi lancia un’occhiata con la coda dell’occhio. Il sorriso vagamente furbo. E si abbandona. Contagiandomi.

Le risate superano il rumore della pioggia e del traffico con la forza di un’esplosione. I nostri sguardi sono il detonatore. Quando si incrociano scoppiamo. Smettiamo quando si allontanano. E continuiamo così. Per tutta la serata, o quasi.

Dissacrare le mie malattie è un dovere. Dissacrarle con un amico è da morire dal ridere.

(Febbraio, 2014)

MIA SORELLA SI DISIMPEGNA MENTRE … (Parte 2)

“Ricks, vuoi riposare”. Febo è focalizzato su di me. Totalmente. La scalata verso l’appartamento di Gianni al quinto piano procede a ritmo costante, inarrestabile.
“Meglio di no, ragazzi. Sennò perdo il ritmo”. Febo a destra, Gianni a sinistra. Un braccio intorno alla spalla di ognuno. Marciamo su per le scale coordinati come tre soldatini. Sinistro, destro. Sinistro, destro.
Gianni ci ha invitati a cena. Come fa ogni tanto il sabato. Febo è passato a prendermi. Abbiamo attraversato Milano. Abbiamo citofonato al cancello di via Cascina Bianca . Arrivati al citofono della porta di vetro Gianni era li. Ad aspettarci.
“Ricky, cazzo, l’ascensore non funziona”. Gianni grugnisce mortificato e incazzato.
“Ok – rispondo deciso – saliamo a piedi. Ricordami quanti piani sono?”
“Cinque …”.
“… con calma”, concludo. E attacchiamo la prima rampa.
Le cene con Gianni e Febo non sono mai banali. La conversazione è vivace. Sempre. Intellettualmente stimolante. Si parla di tutto. Quella sera anche del rifiuto di Marta.
Del suo atteggiamento che rasenta il menefreghismo.
“Mi dispiace Ricks”. Febo è quasi imbarazzato.
Gianni non reagisce. In apparenza. Guarda nel piatto. Scruta intensamente. Tanto da poterlo scheggiare.
La conversazione vira sul senso della famiglia e sulla solidarietà. Sul primo, sono rassegnato.
Al quinto squillo riesco ad impugnare la cornetta decentemente.
“Ricks!”
“Giannone!”
Pochi secondi di convenevoli e Gianni viene al punto. Ha organizzato tutto. Febo, Romana e lui si alterneranno per portarmi alle sedute di psicanalisi e dall’omeopata a Piacenza. Annaspo per cercare le parole. Che non trovo. Solo un “grazie”. Che mi sembra poco per il disturbo. Un grazie che ripeto mentre cerco un’espressione più profonda. E mentre lo ripeto entro in contatto con l’immensità di quello che sta accadendo. Gianni, Febo e Romana mi stanno dando la loro solidarietà senza condizioni. Trovo quello che ho chiesto per anni invano alla mia famiglia. Il “grazie” inadeguato si trasforma. Si scalda e si anima.
Sono solo cinque lettere spesso pronunciate superficialmente. In quell’istante, per la prima volta, quel suono scontato, entra in contatto con la mia debolezza. Esce trasformato. Carico del vero senso della gratitudine. Essere consapevole della mia debolezza. Accettarla. Ammettere di avere bisogno di aiuto. E accettarlo, riconoscendolo. Imparo che un grazie sincero, consapevole, segna il limite tra la debolezza e forza.
Riconosco la mia famiglia. Mi accompagnerà per anni. Scopro Gianni. Una presenza costante. Discreta. Che si proietta verso l’essenza delle cose, scrutando nel fondo dei piatti. E trova le soluzioni. Senza proclami.
Quel sabato sera, la scalata verso l’appartamento di Gianni, appoggiato alle sue spalle e a quelle di Febo, è la metafora della mia vita. Dell’amicizia incondizionata che entra nella dimensione della famiglia. Ho raccolto quello che ho seminato.
(1996 – 1998)

MIA SORELLA SI DISIMPEGNA MENTRE … (Parte 1)

PRIMA LEGGI: Famiglia
Il rumore della chiave nella toppa è inconfondibile. Gli stridii della serratura sono acuti e molesti. Scheggiano la quiete del dopo cena. Qualcuno sta aprendo per uscire.
“Ciaoo, vado”. È Marta. Il saluto è un pizzicotto. Mi trascina fuori dal documento che sto leggendo. Dalla mia postazione nel super attico caccio un urlo: “Marta! Dove stai andando?”
“Esco…”, risponde laconica, quasi ovvia.
“Ma… ma … aspetta!”. E intanto mi alzo. Mi precipito verso le scale appoggiandomi al tavolo per non cadere. Mi siedo sul primo gradino e continuo a precipitarmi giù per la rampa. Tutto sul sedere. Raggiungo il pianerottolo e la guardo. Marta è li, in piedi. Vagamente infastidita.
“Ma mi devi accompagnare dalla Zav, per la seduta di psicanalisi”. Da alcune settimane ho raddoppiato le sedute. La lotta con il persecutore sta diventando sempre più impegnativa. Alla seduta del martedì pomeriggio se ne è aggiunta una il giovedì alle 21:30. Marta si era resa subito disponibile ad accompagnarmi.
“Vabbè, vorrà dire che questa sera non vai …”, risponde con aria annoiata.
“Ma è per la mia salute, non vado mica a divertirmi…”.
Marta non risponde. Mi guarda come se fossi trasparente.
“E poi – continuo – avvisarmi? No?”.
” E … non ci ho pensato… Ciao”.
Il pianerottolo in legno, con la passatoia di moquette, mi sopporta per un lunghissimo minuto. Mi riprendo. Mi arrampico fino alla scrivania. E chiamo la Zav.
“A proposito di ieri sera…”. È l’una del giorno dopo. Sono sceso dal super attico per pranzare. Marta è sul divano a guardare la televisione. Cambio direzione. Appoggiandomi ai muri raggiungo la poltrona di pelle davanti al camino. Mi siedo sul bracciolo per fare meno fatica quando mi alzerò.
“A proposito di ieri sera…”, esordisco mentre cerco il punto di equilibrio sul bracciolo.
“Si, a proposito di ieri sera – Marta approfitta della mia pausa per continuare – perché non sposti anche l’altra seduta al pomeriggio così ci vai con il badante?”.
“Ma eravamo d’accordo che …”.
Marta mi interrompe un’altra volta. “Non ho tempo di portarti, ho da fare, ho la mia bambina…”.
“Ma se … meglio lasciare stare”. Ha giocato l’asso di denari. Giorgia. Puntualizzare che si tratta di una sera alla settimana sarebbe inutile. Sottolineare che passa le giornate a ciondolare inutilmente per la casa o al telefono sarebbe altrettanto inutile.
“Naturalmente vale anche per l’omeopata a Piacenza…”. È una domanda ovviamente retorica. Marta, altrettanto ovviamente, non risponde.
Nessun “mi dispiace”. Nessun “scusami”. Un solo generico “ho da fare”. Un’ipocrisia che nascondeva un banale e quanto mai ovvio “non me ne frega niente”. La separazione stava inaridendo Marta. E nonostante ne fossi consapevole, in me convivevano l’incredulità di fronte al rifiuto di mia sorella e la conferma della sua superficialità. Quella sera un pensiero incomincia a germogliare in un angolo oscuro della mia mente: dovrò imparare a cavarmela da solo. La mia famiglia non ci sarà.
Invece, la settimana successiva raccoglierò quello che ho seminato nella vita.
(1996-1998)

MARCONE

“Ciao Marcone”.
“Ciao Ricky”. La testa di Marco si piega verso destra. Un classico. Il suo gesto rassicurante che tradisce serenità.
Sono passati dodici anni. Dodici anni di silenzio. Un silenzio ostinato e assoluto. Ci sorridiamo e ci abbracciamo. Ci salutiamo con semplicità. Quella che accompagna le amicizie più grandi. L’espressione della forza del legame che abbiamo costruito giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. E che ha resistito intatto a più di dodici anni di latitanza.
È una sera di luglio. Stepan spinge la seggiola a rotelle ne “Le petit jardin”, allora ristorante di Marco. I nostri sguardi si incrociano. Come per incanto, l’amicizia si risveglia. Si scuote dal torpore del lungo letargo. Si libera agilmente della polvere accumulata negli anni. E ricomincia a segnare il tempo. Dopo dodici anni è ancora tutto intatto. Nessuna crepa. Nessuna smagliatura. Lì, davanti alla cassa de “Le petit jardin” dodici anni sono passati in un lampo. Potevano essere dodici giorni o dodici minuti.
“Ricky, siediti dove vuoi. Finisco una cosa e arrivo…”. Come ai tempi della Ringhiera, il suo primo locale. La birreria che ancora oggi accoglie i milanesi sull’Alzaia Naviglio Grande. Il luogo che per alcuni anni è stato il centro della mia vita.
Chiacchiero con Stepan. Marco passa. Una volta, due volte. Una volta, due volte mi stringe delicatamente una spalla. “Ci sono, Ricky. Ci sono”. Le parole sono superflue. La stretta eloquente. Marco c’è. C’era sempre. Per tutti. Per chi aveva un problema o bisogno di un favore, Marco era una certezza. C’era sempre. Generosamente.
La generosità è il tratto di Marco. E generoso lo è stato un’altra volta. Dodici anni di ostracismo senza ricevere una spiegazione danno a chiunque il diritto a un perché. Anche a muso duro. Marco no. Marco ha accolto ogni passo del mio riavvicinamento. L’amicizia su Facebook. Lo scambio di messaggi. La cena al “Le petit jardin”.
Fuori dalla porta del ristorante, distante poche centinaia di metri da casa, raccolgo i pensieri. Ordino i ricordi. Ed entro pronto ad accettare qualsiasi reazione. Anche il suo saluto severo. Quello accompagnato dall’espressione corrugata e arcigna. Il preludio di una richiesta di chiarimento. Come accadeva in passato. Invece Marco mi ha accolto piegando la testa verso destra. Generosamente.
Rivedere Marco è tra le cose migliori che ho fatto. Riabbracciarlo è stato come tornare a casa dopo tanti anni.
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C’è sempre un detonatore che provoca un’azione. Una specie di catalizzatore che amalgama ricordi, emozioni, racconti e novità facilitando una reazione. Il catalizzatore dell’incontro con Marco è stato Febo. Un catalizzatore estremamente discreto. Quando ci incontravamo buttava lì un ricordo dei tempi della “Ringhiera”, una vecchia battuta di Marco. Oppure che aveva visto Marco. Che Marco aveva rilevato un ristorante poco lontano da casa mia. Sempre distrattamente. Una distrazione calcolata. Forse. Comunque provocando una reazione meravigliosa.
Grazie Febo.
(Luglio 2013)

MARTA E ALESSANDRO RITORNANO.

Prima leggi: L’EREDITÀ DI PAPÀ: LA DISGREGAZIONE DELLA FAMIGLIA

L’appartamento 862 della residenza Trefili era nuovamente affollato. Alessandro aveva finito le risorse grazie alle quali si era potuto permettere di andare in cerca di se stesso. Ed era tornato. Marta aveva scoperto che Paolo non era cambiato. Ed era tornata con Giorgia. Una bambina straordinaria che da sola aveva dato un senso a quel matrimonio. Eravamo tutti sotto lo stesso tetto. Nuovamente. Per necessità.
Mamma aveva di nuovo i tre figli, i suoi bambini, sotto l’ala. L’ala che ora accoglieva anche la sua nipotina. Si adoravano. Mamma aveva messo Giorgia al centro della sua esistenza. Dandole tutta se stessa. Senza viziarla. Giorgia la chiamava “nonn”, facendo cadere l’ultima vocale. Pronunciato da Giorgia, “Nonn” era il suono più dolce che si era mai sentito in casa. Grazie a Giorgia, alla sua presenza che riempiva le giornate di allegria e novità, siamo stati vicini. Solidali. Quasi una famiglia. Per un po’.
Marta mi accompagnava alle sedute di psicanalisi il giovedì sera. E un pomeriggio ogni due settimane a Pavia dall’omeopata. Insieme ad Alessandro e Giorgia mi accompagnano a Sainte-Maxime per la visita di controllo con l’allievo della dottoressa Kousmine, l’inventrice del metodo per curarsi attraverso l’alimentazione. Noi tre fratelli insieme. Per la prima volta riusciamo a passare un’intera giornata insieme senza litigare, rinfacciare. Ferirci deliberatamente.
Rientrati a Milano, quella sera raccontiamo la giornata alla mamma. Raccontiamo dell’andata. Delle risate con la Giorgia. Raccontiamo del pranzo nel ristorante sulla scogliera fuori Sainte-Maxime. E delle battute della Giorgia. Raccontiamo del viaggio di ritorno. La mamma ascolta. Il sorriso malinconico nascosto dalle fitte della pleurite. E la speranza che finalmente il suo sogno si realizzasse. Il sogno di una famiglia unita.
Ma l’idea di famiglia era un’illusione. Un’allucinazione che aveva colpito sia la mamma che me.
(1995-1997)

LA PLEURITE DELLA MAMMA

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La tosse si fa sempre più dura. Secca. E dolorosa. Tossisce e non si lamenta mai. La mamma è così. Sempre pronta ad aiutare chi ha bisogno. Sempre pronta a cavarsela da sola. Perché preferisce non disturbare.
Tossisce e non mi racconta nulla. Non si sfoga.
Anche per lei arriva il momento del ricovero. Naturalmente al San Raffaele. Che sta diventando una specie di seconda casa per i Taverna. La diagnosi è pleurite. Fastidiosa. Molto fastidiosa. Ma, per fortuna, curabile. Affronterà la pleurite come ha affrontato i troppi problemi che la vita le ha lanciato tra le gambe: con il coraggio di una tigre e tanta discrezione.
(1997, circa)