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L’INCUBO DI STEPAN

“Ricky, ieri notte l’ho sognata”. Stepan rompe il silenzio mentre sta rimettendo il computer nella borsa. La giornata è finita. Siamo pronti per trasferirci a casa.
“Sì?”. Sono curioso.
“Si!”. Il mio interesse entusiasma Stepan. Che si lancia nel racconto.

“Eravamo in giro io e lei con la carrozzina. A dire la verità c’era anche una mia amica”. Ascolto mentre il racconto di Stepan prende quota. “Improvvisamente lei frena la carrozzina senza dirmi niente e si alza e improvvisamente si mette a camminare così”. E mi mostra come mi aveva sognato camminare. Le gambe tese e le braccia pure. Sull’orlo della caduta ad ogni passo. “Io non sapevo cosa fare – continua Stepan – ho provato a seguirla e lei mi ha detto: cosa fai?” Imitando il mio tono seccato. “Io non sapevo cosa fare. Se seguirla o obbedire… Ero preoccupato che cadeva… Avevo paura che si faceva male… Poi come facevamo… Poi cosa raccontavo a Nelly… Mi sono svegliato tutto agitato, tutto sudato”.

“Accidenti, un incubo Stepan!”, intervengo.
“Cosa significa?”
“Un brutto sogno”.
“Giusto, un incubo”, approva Stepan.

Stepan è parte della nostra vita. Un pezzo della nostra famiglia. Ho imparato a volergli bene.
(Marzo 2013)

IL ROMPISCATOLE (IO), IL BADANTE E L’ELETTRODO

Parto da una premessa. Stepan, il mio badante da quasi due anni, è generoso e quando ho avuto l’infarto ha contribuito sostanzialmente a salvarmi la vita. Questi sono valori che creano legami forti. Stepan non ha metodo. E il suo tasso di imprevedibilità è alto. Devo concentrarmi in una incessante  ed estenuante attività di controllo. O di prevenzione. Spiegare, ogni volta come deve fare una cosa che ha già fatto decine di volte.  Ogni tanto, anzi sempre più spesso, sono io stesso a darmi del rompiscatole.
È sera e sono appena rientrato dall’ufficio.  Seduto sul divano nello spogliatoio aspetto che Stepan incominci a cambiarmi. Mi sfila il maglione. Mi toglie la camicia. Mi ero dimenticato degli elettrodi. Sono sette, ben attaccati al petto.
Questa mattina sono stato all’Ospedale San Paolo, quello dove mi hanno salvato dall’infarto, per  una scintigrafia al cuore sotto sforzo. Un’ora e mezza per trovare l’accesso venoso. 15 minuti per la prova sotto  sforzo indotto da un farmaco. 25 minuti per la scintigrafia. Il tutto con il cuore monitorato dall’elettrocardiogramma.  “Dopo tutto quello che ti abbiamo fatto passare con le vene non ho il coraggio di staccarti gli elettrodi, pensaci tu”, mi implora l’infermiera. Accetto di buon grado. Mi dispiace sempre vedere la loro frustrazione di fronte alle mie vene e il senso di colpa che provano mano a mano che continuano a bucarmi invano.
Guardo Stepan.
“Toglio”, mi domanda.
“Si dice tolgo, Stepan, comunque si”, rispondo dal fondo di una voragine di  stanchezza. Ma l’esperienza mi consiglia di stare all’erta. Sempre.
Stepan incomincia ad eseguire il compito meticolosamente. Con la punta dell’indice comincia a staccare leggermente  l’adesivo del primo elettrodo. Lentamente, dall’alto verso il basso. Quando l’adesivo è staccato a sufficienza per essere afferrato, lo strappa con un movimento veloce e deciso. Poco male. Io vigilo.  Ripete l’operazione con il secondo elettrodotto. Stacca il lembo dell’adesivo. Lo afferra. Lo strappa. Poco male. Vigilo. Terzo elettrodo. Stacca. Afferra. Strappa. Poco male. Mi rilasso. Stepan sa come fare.
Mi rilasso e mi abbandono all’abbraccio del cuscino del divano. Lascio uscire la stanchezza di un dura giornata. Stepan passa al quarto elettrodo. Me ne accorgo all’ultimo momento. Troppo tardi. Urlo. Cerco di urlare ma Stepan è più veloce. Strappa. Contro pelo. La sensazione di essere scorticato. Urlo dal dolore.
“Cazzo! Contro pelo no! – urlo – perché!?”.
“Non lo so, non l’ho mai fatto”, risponde trattenendo una risata.
“Perché?”, mi verrebbe da insistere. Uno sprazzo di saggezza si fa largo tra il bruciore della pelle e  l’incazzatura. Sapere perché sarà peggio.
Con i badanti bisogna vigilare sempre. Mai abbassare la guardia. Appena ti rilassi, sbagliano. Un riflesso condizionato. Meglio rompiscatole che scorticato.
(gennaio 2013)

IL PRIMO BADANTE … ovvero una body guard

Maurizio. Così si chiamava il primo badante. Italiano. Sposato con una ragazza delle Filippine. Due figli piccoli. I suoi compiti erano stati spiegati con estrema chiarezza: assistermi e fare il domestico. In quel periodo assistermi era un esercizio semplice. In confronto ad oggi, quasi banale. Guidare la macchina, vestirmi: allacciare bottoni, infilare calze e scarpe. Ogni tanto il nodo alla cravatta. Che  avesse  capito le sue mansioni era una quasi certezza. La lingua e il suo curriculum garantivano un eccellente livello di comprensione. Maurizio era una guardia del corpo. E  seguiva le istruzioni con tremenda serietà. Troppa.
Aveva un difetto. Visibile. Senza possibilità di essere celato. Era zoppo. Non mi ricordo per quale motivo ma quando camminava e stendeva il ginocchio destro, la gamba gli scattava tesa verso l’esterno. Di difetti ne aveva un altro. Invisibile al colloquio. Fin troppo palese la prima volta che mi avrebbe accompagnato con la macchina. Per Maurizio la guardia del corpo non era una professione. Era uno stato mentale. Le sue azioni, i suoi comportamenti erano  intrisi degli atteggiamenti della body guard, quelli più ridicoli dell’immaginario collettivo.
Terzo giorno di lavoro.  Maurizio mi accompagna fuori in macchina per la prima volta. L’ho avvertito il giorno prima. La mattina si presenta in doppio petto grigio, camicia bianca, cravatta nera, Ray Ban a goccia con le lenti a specchio. Manca l’auricolare e la caricatura è completa. Sono sicuro che dietro una delle lenti una delle sopracciglia è alzata in una smorfia alla Clint Eastwood.
Arriviamo a destinazione. Via Santa Maria Fulcorina è in pieno centro storico. Stretta, a senso unico, senza marciapiedi. Pietre al posto dell’asfalto: la vecchia Milano. Maurizio parcheggia rasente il muro. Arresta il motore. Appoggia il braccio destro sullo schienale del mio sedile e si gira. Controlla attentamente cosa succede dietro di noi. In tutta la via siamo l’unica macchina parcheggiata. Anche perché parcheggiare non è permesso. Passano delle auto. Maurizio fa un respiro profondo. Calca gli occhiali sul naso. Si sta concentrando. Un ultimo controllo nello specchietto retrovisore. Mi comanda di non scendere. Sorpreso ubbidisco.
Apre la portiera e salta fuori. Zoppicando. Fa il giro della macchina dalla parte posteriore. Zoppicando. Ad ogni passo la gamba destra si stende tesa l’esterno. La mano sinistra di Maurizio appoggiata al suo fianco destro. Atteggiamento o l’abitudine a tenere ferma una pistola. Meglio non pensarci. Zoppicando, stendendo la gamba destra tesa verso l’esterno, raggiunge la mia portiera. La apre guardando a destra e a sinistra. Non sta  controllando. Sta cercando minacce. Dal fondo della via si sente un rumore. Sta arrivando una macchina. Maurizio fa un passo verso il centro della strada. E con un gesto autoritario ma discreto allo stesso tempo impone  al guidatore di fermarsi. Esegue diligentemente con un leggero stridore di pneumatici.
Maurizio tiene la portiera aperta. Scendo. Cammino verso il portone. Barcollando. Maurizio mi scorta. Zoppicando, la gamba destra che si stende tesa verso l’esterno ad ogni passo. Il conducente dell’auto aggrotta le sopracciglia perplesso. Trattiene una risata. Mi immedesimo in lui e scoppio a ridere. Un disabile assistito da un badante zoppo che si atteggia da  guardia del corpo. Ridicolo. Comico. O tutte e due. Continuo a ridere. Maurizio non fa una  piega. Continua a scortarmi.
L’ottavo giorno Maurizio non si presenta. Non mi avvisa. Nel pomeriggio lo raggiungo al telefono. Ha trovato un lavoro nella sicurezza personale. Dice.
(giugno 1997, circa)