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IL GRANDE IVAN (EP. 2)… riprendere a camminare e la "prova Paola"

Improvvisamente, nove mesi dopo il trapianto di midollo (dicembre 1999), il mio fisico incomincia a reagire. Prima del trapianto ero “al limite” della seggiola a rotelle. Camminavo comunque, appoggiato a qualcuno. Per i primi nove mesi dopo il trapianto la situazione era rimasta invariata. Poi, una mattina, alzandomi dal letto mi sono quasi ribaltato in avanti. Troppa forza. Troppa forza!? La forza stava tornando nelle gambe e a una velocità imbarazzante.  
Decido di allungare le camminate appoggiato a Ivan. Devo riprendere confidenza sia con la forza che torna che con il “movimento” di camminare. O meglio, “i movimenti” del camminare. Lentamente riprendo confidenza con i movimenti delle gambe. Non devo più concentrarmi sull’alzare il ginocchio, lanciare la gamba in avanti, tenere sollevata la punta del piede, appoggiare il tallone, “cercare” di passare dal tallone alla punta del piede senza sbattere la pianta: stanno tornando ad essere movimenti naturali. Decido di incominciare a camminare “staccato” da Ivan.
Le distanze che percorro da solo si allungano: 20 m, 50 m, 100 m, 200 m, 500 m, 900 m. Presto supero il chilometro. La fatica è improba. E scopro che è una fatica psicologica. Ho paura di cadere. Ho paura di cadere e di rompermi un osso. Vorrebbe dire interrompere questo percorso di miglioramento che mi sta entusiasmando.
Ne parlo con Ivan e trovo la soluzione: devo cadere. O meglio, devo imparare a cadere. Capire quello che succede alle mie gambe e alle mie braccia, nelle condizioni deficitarie in cui si trovano, quando cado. Come si muovono. Come le controllo, se riesco a controllarle. Non posso essere io a decidere quando cadere. Inconsciamente preparerei la caduta. Devo ricreare le condizioni di una caduta imprevista, inaspettata. La soluzione finale: camminare, senza appoggiarmi a Ivan, fino a quando le gambe non mi reggono più. Devo svuotarle di energie. A quel punto cadrò senza preavviso. E imparerò a gestire la caduta.
Decidiamo di fare questo esercizio ogni sabato pomeriggio al Centro Sportivo 25 Aprile. Camminerò lungo la linea del fallo laterale del campo da calcio… almeno cadrò sul morbido. Ivan mi aspetterà seduto su un cuscino del salto in alto. E quando sarò caduto mi raggiungerà e mi aiuterà ad alzarmi.
Con il passare delle settimane arrivo rapidamente a superare i 2 km. Cado sul campo da calcio. E mi libero dalla paura di cadere. La camminata si fa sempre più sciolta. Il trapianto di midollo è un trionfo!
Improvvisamente, un sabato pomeriggio Ivan si stacca dal cuscino del salto in alto e incomincia a correre verso di me. Serio. Mi raggiunge. E incomincia a prendermi a spintoni sempre più decisi sul petto e sulle spalle.
“Ivan! Cosa cazzo stai facendo!” urlo in preda a un misto di rabbia e terrore.
“Vecio – mi risponde dolcemente con un ghigno sotto i baffetti – è la prova Paola”.
Il grande Ivan è un genio!
Paola è il direttore marketing di una Società Quotata per la quale stiamo facendo una consulenza in comunicazione al mercato finanziario. È una donna brillante, in gamba, estroversa, alta quasi quanto me. Diventiamo presto amici. Un’amicizia che dura tutt’oggi. Al termine delle riunioni mentre ci accompagna all’uscita parliamo del più e del meno. E Paola ha l’abitudine di gesticolare molto, fino a toccare l’interlocutore: sull’avambraccio, sul gomito, sopra la spalla. È pericolosa? Ivan ne è convinto.
“Vecio, dille di non spingerti. È pericoloso, può farti cadere” mi dice spesso Ivan, sinceramente preoccupato.
“Vecio – gli rispondo – va bene così. Non posso pretendere che tutto il mondo giri intorno a me. Se voglio che la gente mi percepisca come una persona che vive una vita normale non posso imporre delle limitazioni. Se Paola mi tocca quando parla, cosa che fa con tutti, vuol dire che non mi vede diverso dagli altri. E questo è un mio successo. E poi, in fondo, è come se fosse un esercizio!”
Da quel sabato pomeriggio la camminata sul campo da calcio del Centro Sportivo 25 Aprile si è sempre conclusa con “la prova Paola”. Smisi di cadere. Per svuotare le gambe di energie avrei dovuto camminare ore.
(Febbraio 2002, circa)

L’INIZIO (EP.2) … ci può essere qualcosa di serio

“Non è il cuore e non è la circolazione” afferma con sicurezza il dottor Greblo togliendosi lo stetoscopio. La pressione è regolare. Il cuore non da segnali preoccupanti.
“Quindi…” interloquisco tranquillo.
“Quindi dobbiamo escludere le ipotesi più gravi, tumore al cervello e sclerosi multipla” mi spiega il dottor Greblo. Mi è sempre piaciuto il dottor Greblo. Sempre diretto. Tranquillo e diretto.
“Come? ” domando con un velo di preoccupazione che scalfisce la superficie della mia tranquillità.
“Con una risonanza magnetica alla testa” conclude il dottor Greblo.
Non posso stare a pensarci troppo. Devo correre al San Raffaele a prenotare la risonanza magnetica. E, come avevo deciso il giorno prima, tornando da Marilleva dal fine settimana sciistico, coinvolgerò mamma e papà con l’esito dell’esame in mano. Non voglio che si preoccupino per niente. Arrivato al San Raffaele il mio piano ha dovuto subire una necessaria variazione. Risonanza magnetica con la mutua: nove mesi di attesa. “Faccio in tempo a morire”, penso sorridendo cinicamente. Risonanza magnetica a pagamento: 20-30 giorni per la modica cifra di ottocentomila lire. Sul conto corrente ne ho la metà. Devo coinvolgere mamma e papà subito.
“Mi date ottocentomila lire per fare una risonanza magnetica alla testa? Devo escludere tumore al cervello e sclerosi multipla”.
“Non fare il pirla” dice papà. Distrattamente quasi a voler negare ciò che aveva appena sentito.
“Cosaaaa!?” squilla la mamma sbarrando gli occhi.
Non avevo “studiato” un modo di dirlo. Tornando a casa mi ero concentrato sulle mie prospettive. E avevo concluso che prima di preoccuparmi di qualsiasi cosa era meglio aspettare il referto della risonanza. Il fatto è che entrando in casa me li ero trovati di fronte entrambi. E l’avevo detto loro così come era. Semplicemente. Avevo passato l’ora successiva a raccontare del fine settimana, del polso che cedeva, della lotta con Federica, della visita del dottor Greblo.
15 giorni dopo ero sdraiato in un tubo della risonanza magnetica all’ospedale San Raffaele. 10 giorni dopo avevo in mano l’esito: negativo. Niente tumore al cervello. Niente sclerosi multipla. Nulla.
“Nella testa non c’è niente” informo gli amici.
“Niente? Che tu non avessi il cervello noi lo sapevamo già!!” mi rispondono sarcasticamente. Il nostro modo di volerci bene.
Nulla. Non c’è proprio niente. E ora? Cosa faccio? La debolezza persiste. Ok. Si affronta come un problema. Non come una malattia. Bisogna capire qual è il problema. Trovare le soluzioni. Scegliere la più adatta. Applicarla. Semplicemente.
(Marzo 1987, circa)

L’INIZIO (EP. 1)… Qualcosa non va

“Cazzo! Ma quanto è forte questa qui!?”
Marilleva 1400. Condominio Lores  1. Sabato pomeriggio inoltrato. Siamo nel salotto di casa mia e stiamo recuperando  dopo otto ore di sci intensissimo. Marco, Andrea, Gloria, Carlotta, Federica e io (tutti amici) siamo in montagna per un fine settimana che ci scarichi dallo “stress” universitario. Federica mi sta dando dei problemi. Stiamo lottando sul pavimento e non riesco a schienarla. Lei 1.60 circa, io 1.87. Lei 45 kg circa, io 85 kg. “Come cazzo è possibile!? Non è assolutamente possibile!”. Basta pensare, meglio agire.
Adesso Federica è pancia a terra. Bene. Le appoggio una mano tra le scapole e la schiaccio verso terra mentre ruoto passando dal suo lato sinistro a quello destro. Mi accovaccio perpendicolare a lei controllandola: ora la sto premendo a terra con il busto. Con la mano sinistra passo sotto la sua gamba destra e le afferro il pantalone della gamba sinistra all’altezza del ginocchio. Contemporaneamente, passo la mano destra sotto il collo e prendo il suo gomito sinistro. Spingo il busto in avanti. Tiro indietro le braccia. Federica ruota sulla schiena, rovesciata. Kuzure kesa gatame, e non si muove più. Schienata! “Ma tu guarda se per vincere ho dovuto far ricorso a tutto il mio talento di quando facevo judo agonistico (nel combattimento a terra ero quasi imbattibile)”.
Ma questo era solo il secondo segnale di quel sabato. Per tutto il giorno, nelle code agli impianti di risalita, non riuscivo a tenere gli sci in piedi, verticalmente. Il polso mi cedeva. Non mi era mai successa una cosa simile. Figuriamoci due “cedimenti” del mio fisico super allenato nello stesso giorno.
Domenica. Il polso continua a cedere.
Forse è meglio andare dal dottor Greblo e sentire cosa mi dice. Meglio tenere fuori mamma e papà fino a quando non so che cosa sta succedendo.
(Marzo 1987, circa)
Kuzure Kesa Gatame