Archivi categoria: I ricoveri

STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 3)

Parla. Ininterrottamente. Giorno e notte.  Non mi lamento con gli infermieri. L’ospedale, la sofferenza e la malattia ci rendono tutti uguali. Lamentarsi della sofferenza o della malattia di un compagno di camera è una mancanza di rispetto. Vuol dire non riconoscere la persona nella sua umanità e nella sua fragilità. Significa non riconoscere la propria. Anche se…
È passata l’ora di cena. Ho finito la flebo da un paio d’ore. Mi sono sgranchito. E mi sono rimesso a letto a leggere.
“Signor Corsaro, ecco la sua pastiglia”. È l’infermiera che sta somministrando le terapie.
“La prendo se ne  prende lei metà”, propone il signor Corsaro.
“Non può – spiega l’infermiera – deve prendere mezza pastiglia. È la dose”.
“La prendo se ne prende lei metà”, insiste il signor Corsaro.
“Su signor Corsaro, prenda la pastiglia… da bravo”. L’infermiera, giovane e minuta, assume un tono paternalistico. Sono entrambi seduti sul bordo del letto. Mi danno le spalle e, se non fossimo in ospedale, potrebbero essere nonno e nipotina.
“Ho detto che ne prendo metà se lei prende l’altra metà”. Il signor Corsaro continua imperterrito.
“Signor Corsaro, su da bravo, mi sta facendo perdere tempo. Ho tanto lavoro da fare”, spiega l’infermiera con dolcezza. Mascherando un goffo tentativo di  spezzare la resistenza del signor Corsaro con i sensi di colpa.
“Metà per uno”. Il signor Corsaro è granitico.
L’infermiera non ha capito il livello della sfida. E la schermaglia continua per cinque minuti.
Posso avere pazienza con il mio compagno. Ma con l’infermiera dura pochissimo. Appoggio il libro. Mi alzo e vado verso la porta.
“Scusa, vieni con me per un momento”, chiedo o comando all’infermiera. O forse entrambi. L’infermiera mi segue senza chiedere perché. Sono infastidito e non lo sto nascondendo. Ci fermiamo davanti al carrello dei farmaci. L’infermiera è in un silenzio preoccupato.
“Adesso – i miei occhi nei suoi – tu prendi una pastiglia intera e torni di là. Ricominci e quando il signor Corsaro ti dice che ne devi prendere metà, gli dici di sì. Spezzi la compressa in due. Fai finta di prendere la tua parte. Il signor Corsaro prende la sua. Il problema è risolto. Tu continui il tuo giro. Io continuo a leggere in pace. Chiaro?“. L’infermiera si illumina e rientra in camera baldanzosa. Esce trionfante.  Strizza l’occhio sorridendo.
Riprendo la lettura. In pace.
Il signor Corsaro riprende a parlare. Parlerà per tutta la notte.
In ospedale il concetto di pace è relativo.
(giugno 1995, circa)

STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 2)

Non posso già più. È l’alba del secondo giorno con il signor  Corsaro. Il sole sta sorgendo che lui sta parlando da solo da almeno un paio d’ore. Non so se riuscirò a resistere. Prima o poi  smetterà. Spero. Gli verrà sonno….
La flebo è partita da un paio d’ore quando i medici entrano in camera per la visita mattutina. Io sto bene. Pressione stabile, niente nausea. Passano al signor Corsaro.
Visita neurologica. Si consultano. Poi incominciano a  rivolgergli una sequenza di domande che ignoro. Il signor Corsaro risponde lucidamente. In apparenza.
“Sa dove si trova?”, chiede un dottore.
“Certo”.
“Dove?”
“Nell’ospedale militare del reggimento”. Il signor Corsaro è prontissimo.
“Posso avanzare una richiesta?”, continua il signor Corsaro. Il medico annuisce.
“Vorrei andare a casa?”. Il signor Corsaro è decisissimo.
“Non può”, è la risposta laconica.
“Ma – protesta fermamente il signor Corsaro – il qui presente Capo di Stato Maggiore mi ha già dato l’autorizzazione”.
“Chi?”, domanda il dottore mentre continua a prendere appunti.
“Il Generale qui presente”, risponde il signor Corsaro indicandomi.
Mi ha indicato! Me ne ero dimenticato.
“Non può uscire fino a quando non avremo completato  gli esami e fatto la diagnosi”, spiega il dottore.
Il signor Corsaro si chiude in un silenzio ostinato. I medici escono dalla stanza. Appena l’ultimo camice bianco varca la soglia il signor Corsaro si siede sul bordo del letto e mi guarda con espressione severa.
“ Signore, perché non ha confermato l’ordine di dimissioni che mi ha aveva rilasciato?”, mi chiede protestando, ma con il  rispetto  dovuto a chi è più alto in grado.
 Analizzo rapidamente lo scenario. Il signor Corsaro è abituato a comandare e, soprattutto, al fatto che si faccia come dice. È convinto che io sia un ufficiale di rango superiore al suo. Se non gioco la parte andrà fuori controllo. Mi il lancio.
“Lo Stato Maggiore ha deciso diversamente”, rispondo con tono solenne.
“Perché non me lo ha comunicato?”. Il signor Corsaro è deluso.
“Lo Stato Maggiore ha deciso che a comunicarlo fossero gli ufficiali medici”, spiego in tono autoritario.
Il signor Corsaro mi guarda.
Lo guardo.
Mi fissa.
Continuo a guardarlo. C’è voluto un attimo ma ho capito.
“Può andare”, comando. E torno a leggere il libro.
Il signor Corsaro si sdraia a fissare il soffitto. E incomincia a parlare. Andrà avanti tutto il giorno. Fino a notte inoltrata. Questo sarà un ricovero lungo e molto impegnativo.
(giugno 1995, circa)

STORIE DEL DIMER (Ep. 1) … il Signor Corsaro (parte 1)

“Ma io la riconosco – esclama l’anziano signore entrando in camera – lei è il Capo di Stato Maggiore di questo ospedale militare”.
“Si”, rispondo annoiato, non sapendo ancora che quel “sì”, buttato lì distrattamente e con un po’ di strafottenza, sarebbe stato la mia salvezza.
È il secondo ricovero al DIMER.  È un bellissimo pomeriggio di giugno. Dalla finestra vedo nitidamente il cielo. È di un azzurro così intenso da sembrare artificiale. La brezza spinge con  la cima dell’albero vicino al recinto nella visuale con la regolarità di un metronomo.  Potrei essere in campagna. Invece il traffico di via Olgettina che scorre a pochi metri dalla mia finestra a pian terreno e l’ago che ho nel braccio sinistro mi ricordano dove sono.
“Si”, rispondo all’anziano signore e mi volto verso la mamma che è venuta a trovarmi. Sono a letto da sei ore con la flebo di immunoglobuline che possono provocare sbalzi di pressione e nausea. Per cui la somministrazione è lenta, molto lenta.
Il signor Corsaro, l’anziano signore, è il mio nuovo compagno di camera. Si cambia. Si sdraia nel letto  a fissare il soffitto. Si addormenta. La moglie e il figlio ci raccontano che è stato ricoverato per degli accertamenti. Forse Alzheimer. Forse chissà. Escono chiedendo di dire al signor Corsaro che ritornano dopo mezz’ora.
“Dove sono mia moglie e mio figlio?”, mi chiede il signor Corsaro svegliandosi.
“Tornano tra 30 minuti”, rispondo.
Il signor Corsaro si riaddormenta. Continuo a chiacchierare con la mamma.
“Dove sono mia moglie e mio figlio?”, richiede il signor Corsaro svegliandosi nuovamente.
“Tornano tra 30 minuti”, rispondo.
“È quello che mi ha detto prima!”, ribatte il signor Corsaro. Le sue parole sono sferzanti, il tono del rimprovero.
“Certo – rispondo con durezza – ma i 30 minuti non sono ancora passati”. Forse ho esagerato.
“Mi scusi –  continua con sorprendente umiltà il signor Corsaro – e, Signore, perdoni la mia impertinenza”.
Questo ricovero sarà lungo e impegnativo. Il signor Corsaro era un dirigente di un’importante banca e, in gioventù, era stato ufficiale della cavalleria.
(giugno 1995, circa)

L’INIZIO (EP. 6)… durante il primo ricovero

Mamma e papà sono appena usciti dalla stanza. È sera e sono stato ricoverato. I miei due compagni di stanza e io siamo rimasti soli. Antonio e io cominciamo a conoscerci. Cioè, sono io a conoscere lui. È inarrestabile. Non smette di parlare. Racconta.
“Otto anni fa ho fatto un incidente. Ho battuto la testa e mi hanno asportato un pezzo di cranio. In questo ricovero finalmente mi metteranno una placca per chiudere il buco. Così riacquisterò la piena funzionalità del lato sinistro. Sono stato ricoverato in questo reparto un sacco di volte. Conosco tutti. E, capiscimi, conto qualche cosa. Se hai bisogno di qualcosa dillo a me. La chiederò io per te. Così le cose accadono più in fretta”.
La mattina dopo, fatto il prelievo con l’infermiere strabico, fatta la colazione sono a letto ad aspettare. Sarebbe bello riuscire a fare tutti gli esami in tre o quattro giorni. La caposala entra in stanza e mi vede. Trasecola.
“Taverna. Cosa fa ancora in stanza?” domanda guardandomi con gli occhi sbarrati.
Blocca un infermiere che passa in corridoio. Lo convoca in camera.
“Vi ho detto – sibila la caposala – che Taverna deve fare tutti gli esami entro la mattinata”.
“Se non ci sbrighiamo questo sì dimette” strilla la caposala allontanandosi.
Antonio mi guarda confuso. Entro l’una ho finito gli esami: due prelievi di sangue, la visita neurologica, l’anamnesi, l’elettromiografia, la puntura lombare. Ci doveva essere anche la biopsia del nervo ma mi sono opposto.
Nel pomeriggio sono sdraiato nel letto. Dopo la puntura lombare consigliano di rimanere coricati per 48 ore e bere tanto per evitare il mal di testa. Ho finito l’acqua. Chiamo un infermiere. Mi risponde che me la porterà subito. Antonio sospira: “era meglio che la chiedessi io. Questo è lento”.
Cinque minuti dopo l’infermiere torna con l’acqua. Antonio non si raccapezza. La confusione gli sta scavando il volto di rughe. Si sporge verso di me con fare carbonaro.
“Scusa Ricky – mi domanda con discrezione – ma tu chi sei?”
La mia fidanzata Diane è la nipote del primario” rispondo come se nulla fosse, soffocando una risata.
Antonio mormora. Le rughe si rilassano. Mi guarda: “quando ho bisogno puoi chiedere tu per me?”
“Con piacere Antonio”.
(Dopo l’inserimento della placca Antonio ha recuperato la funzionalità del lato sinistro)
———-
 “Ricky… ma sei scemo!? Ti ricordi che dall’altra parte del corridoio c’è la chirurgia (neurologica)!”.
La voce di Ugo, in quel momento forse l’amico più importante, mi raggiunge da dietro le spalle. Sono seduto sul bordo del letto con la schiena rivolta verso la porta. Chiunque entri viene ricevuto da un cervello che indossa un paio di Ray-Ban Wayfarer sopra la scritta “La mattina vorresti non avere un cervello”. È la campagna di marketing della Lobotomy Beer.
A luglio, a New York, non ero riuscito a resistere. La maglietta mi ricordava il DIMER. E il primo grottesco ricovero. Averla comprata era come avere esorcizzato quei giorni. E se mi avessero ricoverato nuovamente…
———-
Negli orari di ricevimento c’era una folla. Un pezzo del bar dell’università si mescolava con il gruppo dei corsi di apprendimento efficace. Quel pomeriggio saremo stati più di 15.
“Attenzione prego. Il signor Pierluigi Ratti per favore” comanda l’infermiera dal centro della sala mentre toglie con enfasi il cappuccio dall’ago della siringa.
Pierluigi sbianca. Ha il terrore delle punture. Entrare in un ospedale è un’impresa epica. L’idea che un ago stia per violare una delle sue natiche lo paralizza: fissa in silenzio la mano dell’infermiera. Sempre più pallido. Forse ho esagerato. “Pierluigi! Pierluigi, è uno scherzo… è uno scherzo!”
———-
(Dicembre 1987)

IL PROBLEMA DELLE VENE (EP. 1)…

“ Cosa è questo rumore ai piedi del letto?” mi domando nel dormiveglia.
Il tintinnio di bicchieri si fa sempre più forte. Esco dal sonno e mi ricordo. Sono in ospedale, al Besta. È il secondo ricovero. Altro che tintinnio di bicchieri, sono provette.
La luce si accende sopra al mio letto.
“Prelievo”. Voce di uomo. Decisa. Apro gli occhi.
“Cazzo!- esclamo nella mente – e questo come cazzo fa a trovarmi la vena?”
L’infermiere avrà superato abbondantemente i 40 anni. È esperto. Spero. Ed è strabico! Tremendamente strabico!! L’occhio destro rivolto a destra. L’occhio sinistro rivolto a sinistra.
È tutto pronto. Il laccio emostatico stringe il mio bicipite destro. Le vene in bella vista nell’incavo del gomito. Ci siamo.
“Oh cazzo!” mormoro nella testa. Il suo viso è rivolto verso la mia mano. E l’ago si sta avvicinando all’incavo del gomito.
Perfetto. È stato tutto perfetto. Ed è stato l’inizio della sfida tra le mie vene e gli infermieri. Una sfida che continua ancora oggi.
(Dicembre 1987)

L’INIZIO (EP. 5)… il primo ricovero

È una sorpresa. Che io mi ricordi non è mai entrato nel bar della Bocconi. Albert si ferma sull’ultimo gradino e comincia a guardarsi intorno. Incrocia il mio sguardo. Sta cercando me, obiettivo raggiunto. Mi fa un cenno mentre mi viene incontro. L’espressione seria non gli si addice. Gli sorrido.
“Chiama casa, i tuoi ti stanno cercando… nulla di grave”. E mi accompagna al telefono pubblico.
” Vieni a casa – mi dice papà – devi andare in ospedale”.
Non ne sapevo niente. Discuto un po’. Non mi piace l’idea che mamma e papà abbiano agito alle mie spalle. Il letto all’Ospedale San Raffaele lo hanno trovato grazie a Monica, mia cugina, che lì fa l’oncologo. Cedo.
Sono al dipartimento di medicina riabilitativa, il DIMER, da otto giorni. Continuo a raccontare la storia della mia vita ai medici che vengono a interrogarmi. Non uno che mi abbia visitato. Non uno che mi abbia parlato di esami. Alle mie domande, risposte evasive. Vaghe. Sto perdendo tempo. Non ci sto. Tra 15 giorni, il 14 luglio, ho un appuntamento a New York con il vice presidente della Young & Rubicam per presentargli il progetto della mia tesi di laurea, e non posso né voglio rinviarlo. Ho ottenuto questo incontro con le mie sole forze. Senza aiuti, né spinte, né presentazioni. Non avrò una seconda possibilità. A prescindere, la sola idea di perdere tempo mi fa incazzare.
Meglio affrontare il problema direttamente. Fermo un infermiere. Gli chiedo chi è il medico che dovrebbe seguirmi, insomma quello che decide. Me lo faccio indicare. Lo raggiungo e mi presento. Soprattutto gli domando qual è il programma. Dopo l’iniziale stupore mi risponde con tono saccente come se fossi un cretino:
 “deve sapere …, non può capire…, la vengo a visitare settimana prossima, poi facciamo il primo esame, vediamo l’esito, poi facciamo il secondo esame…”.
Lo interrompo infastidito: ” ok!… ho capito!”.
Lo lascio lì nel corridoio, salutandolo a mala pena. E mi dirigo verso il telefono pubblico.
“Papà, vieni a prendermi, torno a casa”.
” Riccardo, ti hanno dimesso?” Mi domanda ingenuo.
“No! Mi sto per dimettere io”.
” Arrivo Riccardo. Aspettami e non fare il pirla…”.
Sto attraversando l’Atlantico. Destinazione New York. Mi sono dimesso quel pomeriggio giustificandomi con la storia della tesi di laurea: “capisce dottore, è un’opportunità unica… appena torno mi rifaccio vivo…”. Avrei preferito dire la verità. Che la gente non può perdere le giornate a guardare il soffitto di una camera d’ospedale. Scelgo la linea “diplomatica”. Anche per tutelare la reputazione di Monica che, in fondo, si è spesa per me.
Uscendo dall’ospedale ero convinto che non mi avrebbero più rivisto. Invece il DIMER sarebbe diventata una “seconda casa”.
(Giugno 1987)