UN TRANQUILLO GIORNO IN OSPEDALE… tolleranza e solidarietà

Il mio compagno di camera è appena stato trasferito in un’altra stanza quando la caposala si avvicina al mio letto.
“Adesso sei più tranquillo?”. È più di una domanda. Mi sta rassicurando. La voce calda. Il sorriso amichevole.
“Perché? – rispondo spiazzato – dovrei essere agitato?”
È passato un giorno dall’incursione di Albert al bar dell’università. Un paio d’ore dopo ero nella mia camera al DIMER. La mamma mi aveva accompagnato. Entrare in ospedale per la prima volta, da ricoverato, mi provocava una sensazione strana. Nuova. L’ansia e l’inquietudine dell’ignoto. Ignoto il posto. Ignota l’esperienza. Ignoto il motivo che mi portava lì. I ricoveri si fanno di pomeriggio quando il reparto è più tranquillo, forse per rendere l’entrata meno difficile, sicuramente per non intralciare il giro dei medici nella mattina. La tranquillità è apparente. La sofferenza è tangibile negli occhi smarriti dei pazienti. Gli odori artificiali dei farmaci, dei disinfettanti mescolati al sudore sono il contorno. Avvicinandomi alla mia camera c’era anche la curiosità della novità. Il gusto della scoperta.
Ero entrato in camera distratto. Concentrato sulle sensazioni avevo appena notato il mio compagno di stanza: robusto. Mentre mi cambiavo, e la mamma sistemava l’armadio, sceglievo la curiosità. Tutto sommato stavo per vivere un’esperienza nuova. Tutta da scoprire. E soprattutto scoprire qual è il mio “problema”.
Dopo avere preso contatto con il nuovo ambiente ero saltato sul letto, alzato lo schienale e preso posizione. Mamma ai piedi del letto vicina alla porta. Mi ero voltato allungando la mano.
“Ciao! Io sono Riccardo… ma chiamami Ricky”, saluto scoprendo gli occhi del mio compagno dei prossimi giorni. Avrà 10 anni più di me.
“Ciao! Io sono Pietro… e sono la più grande puttana di Milano”, mi risponde con allegria.
“Nel senso di…”, continuo di rimando.
” Nel senso che di notte lavoro in viale Zara all’angolo con la circonvallazione – risponde Pietro senza esitare –   e ho l’aids conclamato”.
“Piacere”.
“Piacere mio”. E con la coda dell’occhio scorgo il sorriso increspato della mamma che, subito dopo, sguscia nel corridoio.
Abbiamo chiacchierato amabilmente tutta la sera. La notte di Pietro è stata agitatissima, preda dei peggiori incubi. All’alba è stato vittima di una crisi epilettica. Ma a dispetto dell’essere stato disturbato il ricovero ti insegna, fin dalla prima notte, a tollerare ed essere solidale. Lamentarsi è inutile. Anche di un anziano che russa come una ferrovia. La mattina, dopo colazione, Pietro è stato trasferito. Senza spiegazioni. Mi è dispiaciuto.
La caposala mi osserva confusa dalla mia tranquillità.
“Veramente ieri pomeriggio tua mamma è venuta di là da noi a dirci che suo figlio in camera con uno così non ci sta”, mi svela.
La solita mamma. Iperprotettiva. Oltre il limite del rispetto e della propria dignità. Essere genitore, essere madre, deve stravolgere qualsiasi scala di valori.
(Pietro è stato trasferito perché un paziente con l’aids non poteva condividere una camera d’ospedale con un paziente non affetto da AIDS. Era ancora il periodo in cui di AIDS si sapeva poco. Pietro e io abbiamo continuato a chiacchierare nel corridoio)
(giugno 1987)

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